George Harrison: un apprezzamento postumo 15 anni dopo

george-harrisonNon solo Miles Davis, non solo Freddie Mercury, ma anche George Harrison. Un anno come questo 2016, che ci ha portato via artisti del calibro di David Bowie, Glenn Frey, Maurice White e Prince, ci ricorda infatti anche importanti anniversari, tra cui quello della morte del celebre chitarrista solista dei Beatles, avvenuta appunto il 29 novembre del 2001.

Quindici anni fa quasi non ci feci caso, a quella morte. Mi spiego meglio: il buon George era malato da tempo, la sua lunga lotta contro il cancro sembrava già una battaglia persa in partenza, la spiritualità che lo ha sempre caratterizzato, così come quel suo senso dell’humour, tanto british quanto macabro, mettevano il tutto nella giusta prospettiva. E così, quando venni a sapere della morte di uno dei miei amati Beatles, in fondo ne restai quasi sollevato. Mi dispiaceva sì, certamente, ma almeno l’uomo aveva smesso di soffrire. E di nascondersi ai media che lo braccavano da mesi, in un circo del pettegolezzo macabro che puntualmente si ripete ad ogni illustre agonia ma che puntualmente torna a disgustarmi.

Quindici anni dopo e mi sembra ancora strano pensare che George Harrison non sia più di questo mondo, così come John Lennon, morto ventun’anni prima in circostanze ancora più tragiche. Sarà che dei Beatles si è sempre parlato molto, si parla ancora molto anche oggi, e probabilmente se ne parlerà ancora molto in futuro, che pare che siano ancora lì, vivi e vegeti tutti e quattro, eternamente giovani, col sorriso, circondati da quella musica che ha segnato tanto profondamente sia la storia del secondo dopoguerra che le vite di tutti noi, ci piacciano o meno i dischi dei Beatles. Insomma, sembra proprio che i Fab Four siano eterni, e poco importa che la metà di loro non ci sia più, e da molti anni ormai.

In questi quindici anni, per quanto mi riguarda, ho fatto una scoperta clamorosa, un qualcosa che in quel lontano 2001 non avrei mai lontanamente sospettato: i dischi da solista di George Harrison sono quelli che, tra tutti e quattro gli autori, mi piacciono di più, quelli che più ascolto, quelli che sembrano perfino più rilevanti col passare del tempo. Essì che ho sempre pensato che “All Things Must Pass” – il primo disco che il nostro ha pubblicato all’indomani dello scioglimento del Beatles, nel 1970 – sia non soltanto il disco più bello d’un Beatle solista ma anche uno che potrebbe stare sullo stesso piano dei vari “Sgt. Pepper”, “White Album” e “Abbey Road”; tuttavia in questi ultimi anni ho definitivamente apprezzato quell’unico componente dei miei amati Beatles che sembrava restarsene un po’ nell’ombra. Guardando in alto a quei giganti di Paul McCartney e John Lennon, e tutto preso dalla mia smisurata simpatia per Ringo Starr, infatti, quasi non mi ero accorto di George e della sua musica. Ci sono arrivato in anni più recenti, e per me è stato un autentico shock culturale.

Anche l’ultimo album da studio di Harrison, pubblicato per suo volere nel 2002, quando ormai se n’era già andato, non solo è perfettamente in linea con la sua produzione solistica dei tempi d’oro ma è anche uno dei più bei dischi beatlesolistici di sempre. E’ come se avessi avuto, ascoltando quegli album e informandomi di più sulla vita del nostro, un’autentica rivelazione.

Mi dispiace di essermi perso tutto questo quando George Harrison era ancora in vita. Eppure sono convinto che un grande artista abbia proprio questa caratteristica: dopo la sua morte, anche molti anni dopo il luttuoso evento, continua a far parlare di sé, mentre la sua opera continua ad appassionarci e, in casi non rari, a meravigliarci ancora.

-Matteo Aceto

Annunci

Le canzoni (ancora) inedite dei Beatles

Negli ultimi anni abbiamo visto ristampe discografiche d’ogni sorta, dal semplice cd remasterizzato in confezione digipack a imponenti cofanetti multiformato contenenti cd, vinili (sia a 33 che a 45 giri) e dvd/bluray. Generalmente, accolgo con gran favore questo materiale storico che, spesso, include dei succosi brani inediti che bastano da soli a fare la felicità di noi fan.

Dal 2009 fino a tempi più recenti sono stati ripubblicati a più riprese tutti gli album dei Beatles – sia in stereo che in mono, sia singolarmente che tutti assieme in corposi box, sia in formato digitale che in abbinamento editoriale – ma nessuno di essi è stato riproposto con una mezza nota di brano inedito. Eppure ce ne sono eccome, di canzoni inedite dei Beatles negli archivi EMI e in quelli privati degli stessi Beatles superstiti e/o dei loro eredi. Nel 2008, ad esempio, s’era parlato d’un Paul McCartney nuovamente alle prese con l’inedita lennoniana Now And Then (scartata da “Anthology 3”) e soprattutto intenzionato a pubblicare finalmente il brano più strambo & misterioso dei Beatles, A Carnival Of Light. Poi tutto è finito lì, e il 9 settembre 2009 (il fatidico 09/09/09) sono stati sì distribuiti nei negozi i tanto attesi album remasterizzati dei Beatles ma nessuno di essi conteneva un solo brano inedito o una sola versione alternativa.

Credo sempre che nel prossimo futuro avremo ancora qualche clamorosa pubblicazione beatlesiana, magari un’edizione deluxe di “Sgt. Pepper” che potrebbe uscire nel 2017, in occasione dei cinquant’anni del disco, oppure – come spero da anni – ulteriori volumi del fortunato progetto “Anthology”, pubblicato nel biennio 1995-96 e contenente per l’appunto tutta una serie di canzoni inedite e alternative a quelle apparse originariamente fino al 1970. In attesa che le mie speranze – ma anche quelle, ne sono certo, di milioni di altri fan – trovino realizzazione, ripropongo quindi un post che avevo scritto proprio nel 2009 e qui opportunamente rivisto: si tratta d’un assaggio – in ordine cronologico – di ciò che le future uscite discografiche beatlesiane potrebbero riservarci.

L’11 settembre 1962, in una delle prime sedute ai celebri EMI Studios di Abbey Road, i Beatles incisero Please Please Me, una ballata che venne successivamente accelerata nella forma che tutti conosciamo affinché fosse più appetibile come singolo. Purtroppo quella prima versione lenta è andata distrutta perché all’epoca non tutte le incisioni alla EMI venivano conservate su nastro e perché nessuno ancora poteva prevedere il fenomenale successo dei Beatles; mi piace però pensare che magari esista ancora qualche versione casalinga della lenta Please Please Me in casa McCartney. Altra registrazione degna di nota, risalente al 26 novembre, è quella di Tip Of My Tongue: i Beatles ci lavorarono un po’ ma poi preferirono donare la canzone a Tommy Quickly, che la incise per conto suo, mentre la versione originale resta inedita tuttora.

Il 17 ottobre del ’63 i nostri registrarono invece “The Beatles’ Christmas Record”, il primo di sette consecutivi flexi-disc inviati gratis ai membri del Fan Club ufficiale in prossimità del Natale: contenevano spezzoni di dialoghi, battute, canti natalizi e a volte anche veri e propri inediti, come quel Christmas Time Is Here Again svelato nel 1996. L’eventuale pubblicazione di questo materiale natalizio potrebbe dar vita benissimo ad un doppio o triplo album a sé stante. Balzando al 1965, il 13 aprile i Beatles misero su nastro la prima versione di Help!: per quanto fin da subito si trattava d’un brano veloce, è noto che la versione originale presentata da John Lennon al gruppo era anch’essa una ballata. Chissà, forse Yoko Ono o anche Julian Lennon sono in possesso di qualche registrazione casalinga con tale notevole inedito.

Eccoci quindi alla A Carnival Of Light citata sopra: incisa il 5 gennaio ’67, è un’escursione psichedelica della durata di oltre 13 minuti. Il brano era stato concepito come parte della colonna sonora dell’omonimo spettacolo che si tenne al Roundhouse Theatre di Londra in quello stesso mese. Per un soffio A Carnival Of Light (indicata alla EMI semplicemente come Untitled) non comparve su “Anthology 2”: George Harrison si oppose alla pubblicazione ufficiale d’un pezzo che, secondo lui, era più un’opera di John e Paul che una prova di gruppo.

Nel corso di quel prolifico 1967, i Beatles registrarono numerosi altri brani dalla lunghezza insolita per i loro standard: Anything, con un Ringo Starr in grande spolvero, dura 22 minuti e 10 secondi; un’altra Untitled del 9 maggio ha una lunghezza prossima ai 16 minuti; due altre lunghe jam session strumentali, entrambe marcate anch’esse come Untitled, vennero registrate il 1° e il 2 giugno. Senza contare, inoltre, un Aerial Tour Instrumental (brano che sarebbe diventato Flying nel progetto “Magical Mystery Tour”) lungo 9 minuti e 36 secondi e una It’s All Too Much dagli oltre 8 minuti. Infine due brani registrati per la colonna sonora di “Magical Mystery Tour”, Shirley’s Wild Accordion e Jessie’s Dream: inclusi come spezzoni in alcune sequenze del bizzarro film, restano inediti su disco.

Anche il 1968 ci riserva diverse altre lunghe composizioni: una Revolution 1 di oltre 10 minuti e addirittura una Helter Skelter di ben 27 minuti. Entrambe le canzoni sono state pubblicate in versioni differenti (e notevolmente più brevi) sull’album “The Beatles” ma sarebbe interessantissimo poter ascoltare questi nastri dalla lunghezza così inusuale. Esiste anche un’alternativa Sexy Sadie chiamata Maharishi, dove John si fa beffe del Maharishi Mahesh Yogi, il guru che i Beatles seguirono in India nella primavera del ’68, mentre Paul è invece l’autore di una ballata acustica chiamata Etcetera. Una seduta interessante è quella del 16 settembre: ben due composizioni registrate dai Beatles restano inedite, Can You Take Me Back? e The Way You Look Tonight, entrambe composte da McCartney; un discusso frammento di Can You Take Me Back? finì comunque sull’album, poco prima di Revolution 9, ma si tratta soltanto d’una manciata di secondi.

Passando infine al 1969, ci imbattiamo subito nei numerosi inediti registrati per l’album che nelle intenzioni originarie era “Get Back” ma che poi, con oltre un anno di ritardo, divenne “Let It Be”: l’originale Rocker, le cover di Going Up The Country e Save The Last Dance For Me, una jam session chiamata appunto Untitled Jamming, poi Blues – una breve improvvisazione fra i Beatles e il tastierista Billy Preston – e una versione di Dig It della durata di 12 minuti e 25 secondi (e pensare che, anche in questo caso, sull’album ne finì soltanto una manciata di secondi). Altre cover e vari standard rock ‘n’ roll con Bye Bye Love, Kansas City (peraltro già incisa dai nostri nel 1964), Miss Ann, Lawdy Miss Clawdy, Tracks Of My Tears, The Walk, Not Fade Away, Besame Mucho (già incisa nel 1962 e poi rimasta inedita fino al 1995) e addirittura Love Me Do. Infine, oltre a due brani di Preston suonati dai Beatles come supporto, entrambi chiamati Billy’s Song, spiccano fra questi inediti le prime versioni di Isn’t It A Pity? e All Things Must Pass, brani di George Harrison che troveranno posto nel suo primo album post-Beatles, “All Things Must Pass” (1970).

Tuttavia esistono altre canzoni mai pubblicate e registrate privatamente dai Beatles in forma di provini come Watching Rainbows (simile nell’arrangiamento a I’ve Got A Feeling), Because I Know You Love Me So, Child Of Nature (una prima versione della lennoniana Jealous Guy), Fancy My Chances With You, Taking A Trip To Carolina (spezzoni di queste ultime quattro appaiono sul bonus disc di “Let It Be… Naked”, del 2003), Soldier Of Love, Bad To Me, From A Window, It’s For You, Goodbye, Peace Of Mind, India (da non confondere con uno dei primi demo di Within You Without You, chiamato anch’esso così), Love Of The Loved, Tennessee, le cover di House Of The Rising Sun e Stand By Me, No Pakistanis (una embrionale Get Back), White Power, Suzy Parker, Yakety Yak, Suicide, Commonwealth e sicuramente qualche altra che ora mi sfugge. C’è da dire che molte di queste “Get Back Sessions” sono emerse negli anni in svariate pubblicazioni non autorizzate – i cosiddetti bootleg – anche se la qualità audio non è sempre delle migliori.

Infine due ultime chicche, ancora relative alle sedute dell’album “Abbey Road”: una versione della tenebrosa I Want You (She’s So Heavy) cantata da Paul e una versione di Something da ben 7 minuti. Insomma, con tutto questo materiale d’archivio potrebbero forse ricavare altri cinque sei dischi dei Beatles… ma cosa staranno aspettando?

George Martin, il quinto Beatle

The Beatles George MartinE’ notizia di oggi, 9 marzo 2016, la morte di George Martin, lo storico produttore dei Beatles. Tra i dovuti omaggi – tra cui quelli di Ringo Starr, a quanto pare il primo a dare la triste notizia, quelli degli eredi di John Lennon e George Harrison, e anche quello dell’ufficio stampa degli stessi Abbey Road Studios di Londra – quello di Paul McCartney mi ha fatto tornare in mente un post che scrissi tanto tempo fa. Nel ricordare George Martin, classe 1926, McCartney non ha infatti usato mezzi termini per definirlo come il quinto Beatle. Ecco di seguito, così come venne pubblicato sul mio blog Parliamo di Musica il 20 settembre 2006, l’ingenuo post che azzardai sull’argomento.

Più volte s’è parlato del cosiddetto quinto Beatle, cioé quella persona che, idealmente, potrebbe condividere quel piedistallo dorato che spetta di diritto a Paul McCartney, John Lennon, Ringo Starr e George Harrison. Ma chi è questo quinto Beatle, quali caratteristiche deve possedere? Prima di tutto un soggetto che è stato fortemente legato ai Fab Four di Liverpool, che li abbia influenzati in qualche modo, che abbia contribuito alla loro musica ma anche alla loro identità di Beatles. E allora non possiamo che partire da Stu Sutcliffe, il bassista originale dei Beatles.
Pare che Stu sapesse suonare a malapena ma il suo status di amico di Lennon bastava comunque a renderlo partecipe alle attività del gruppo. Gruppo che si chiamava ancora Quarry Men ed era formato da ragazzini tra i sedici e i diciotto anni. Fu Stu Sutcliffe il primo della band a portare il caschetto alla Beatle, così come il primo ad indossare quelle famose giacche senza collo che rappresentano un sorta di divisa per i Beatles del periodo 1962-66. Queste poche ma fondamentali influenze, quindi più d’immagine che di musica, danno tutto il diritto a Stu di fregiarsi del titolo di quinto Beatle, chi oserebbe sostenere il contrario? Purtroppo Stu Sutcliffe morirà per emorragia cerebrale nel ’62, quando aveva già lasciato i Beatles, che stavano comunque per prendere il volo. Ma John e compagni non lo dimenticarono mai: sulla celebre copertina di “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band“, il disco più osannato dei Beatles, compare anche la faccia del povero Stu (è il primo della terza fila, in alto a sinistra della copertina).

L’altro quinto Beatle in ordine cronologico è senza dubbio Pete Best, il batterista che Ringo Starr rimpiazzò già per la seconda seduta d’incisione dei Beatles agli Abbey Road Studios, nell’estate ’62. Non so quanto Best abbia contribuito alla musica dei Beatles, probabilmente pochissimo, ma è stato comunque il batterista ufficiale del gruppo durante la fondamentale esperienza di Amburgo (1960-1962). Un’esperienza che ha permesso ai Beatles di farsi le ossa come intrattenitori e di compattarsi tra loro: l’unico a non compattarsi fu proprio Pete, sempre più distante dalle abitudini di McCartney, Lennon e Harrison. Dopo che nel marzo ’63 i Beatles esplosero come fenomeno in patria, Pete Best tentò addirittura il suicidio. Per fortuna si salvò ed oggi partecipa con entusiamo alle interviste sulla storia dei Beatles, così come presenzia di buon grado a vare iniziative organizzate dai fan di tutto il mondo.

Attraversiamo i confini della musica, passando dalla parte del management: ce l’avrebbero mai fatta i Beatles senza Brian Epstein? Secondo John Lennon no. Epstein aveva capito tutto, aveva capito soprattutto che quei ragazzini avrebbero potuto oscurare il mito di Elvis Presley: non so cos’abbia avvertito ma senza dubbio, e la storia ce l’ha dimostrato, si è trattato di un genio. Anche per lui il titolo di quinto Beatle è più che lecito ma anche per lui il destino fu avverso: morirà nell’estate ’67 per un’overdose di medicinali.

Tornando a ciò che più ci interessa, la musica, del titolo di quinto Beatle può fregiarsi anche George Martin, il produttore storico dei Beatles: dal 1962 al 1969 Martin fu la guida dei Fab Four in studio di registrazione. Senza di lui quelle canzoni che il mondo ha amato e ama così tanto sarebbero state redicalmente diverse. Qualcuno arrivò perfino a chiedergli maliziosamente se non fosse proprio lui il vero talento dietro i Beatles: il buon George ammise il suo importante ruolo di ‘regista’ nel celebre quartetto ma affermò senza ombra di dubbio che il talento era tutto loro, ovvero di Paul, John, George e Ringo.

Anche una donna può fregiarsi del titolo di quinto Beatle: Yoko Ono, la seconda signora Lennon. Dalla fine del ’67 alla fine dei Beatles stessi nella primavera del ’70, la Ono fu testimone diretta del processo artistico-creativo dei nostri, influenzandolo non poco. La presenza più evidente di Yoko Ono nell’arte dei Beatles è rintracciabile nell’album bianco del 1968, ma, rimanendo costantemente al fianco di John, la sua influenza su di lui e di conseguenza sui Beatles caratterizzerà la fase finale della straordinaria carriera del gruppo.

Si è parlato di quinto Beatle anche a proposito di Billy Preston, il bravissimo tastierista-pianista-organista americano (purtroppo scomparso di recente) che accompagnò i Beatles in studio al principio del ’69, contribuendo alle sonorità degli album “Abbey Road” e “Let It Be” e dei relativi singoli. Il ruolo di Billy, richiesto da George Harrison, può sembrare in apparenza solo quello di un turnista qualunque ma egli contribuì non poco a smussare la tensione che si era irrimediabilmente creata tra i quattro in quel periodo storico, permettendo così al gruppo di regalarci un’altra manciata di straordinarie canzoni.

In definitiva, quanti possono fregiarsi del titolo di quinto Beatle? Io, per un motivo o per l’altro, ne ho contati sei, cioè Sutcliffe, Best, Epstein, Martin, la Ono e Billy Preston, tutti importanti come abbiamo visto nell’imprimere ai Beatles una certa direzione nella loro storia. Ma penso che, almeno per quello che mi riguarda (la musica, la musica prima di tutto…) il vero quinto Beatle sia stato George Martin.

-Matteo Aceto

Progetti musicali irrealizzati

Vinile rottoUn argomento che mi ha sempre affascinato è quello dei progetti musicali e cinematografici irrealizzati. Qualche giorno fa rileggevo una biografia di Federico Fellini, nella quale – tra i vari progetti irrealizzati – si parlava d’un film a episodi su Venezia. Mi sono così ricordato di aver già scritto un paio di post su questo argomento: uno pubblicato il 17 gennaio 2007, quando il blog si chiamava ancora Parliamo di Musica, e uno pubblicato l’11 gennaio 2010, quando il blog si chiamava già Immagine Pubblica.

E allora non mi resta che riproporre quegli scritti, rivisti e ampliati per l’occasione (limitandoci ora ai progetti discografici, mentre quelli cinematografici saranno il tema del prossimo post), senza l’arroganza di voler esaurire l’affascinante argomento. Anzi, ogni vostra eventuale aggiunta tra i commenti sarà per me cosa molto gradita.

Di interi album registrati ma lasciati a raccogliere polvere negli archivi, di collaborazioni mancate e di capolavori perduti, la storia della musica ne è piena. A volte è stata la pochezza tecnologica ad impedire a un artista di concepire materialmente l’opera che aveva in mente, spesso invece sono intervenuti blocchi creativi, veti da parte della casa discografica, ma anche la paura dell’artista stesso di esporsi o di andare fino in fondo. Senza contare, inoltre, le solite storie di droga, alcol e dissolutezze varie, nonché incidenti e fatalità. Vediamo qualche caso.

Nel 1966, dopo aver dato alle stampe un capolavoro come “Pet Sounds”, i Beach Boys sono già alle prese con un nuovo album, “Smile”: Brian Wilson, la mente creativa del gruppo, che già nel corso delle sessioni di “Pet Sounds” aveva manifestato evidenti segni di squilibrio, subì il definitivo tracollo mentale proprio durante la sua lavorazione. Un consumo eccessivo di droghe, lo stress, l’ispirazione creativa altalenante, ma pure il bruciante desiderio di voler superare un capolavoro come il “Sgt. Pepper” dei Beatles, causarono il crollo definitivo di Wilson. “Smile” venne abbandonato e Brian se ne restò a letto per due anni, almeno così narra la leggenda. “Smile” è stato finalmente ufficializzato nel 2004: seppur apprezzato e acclamato dai fan, l’album non contiene il materiale dell’epoca, bensì è una rivisitazione moderna ad opera del solo Wilson, mentre per ascoltare come si deve le registrazioni originali del ’66-’67 si dovette attendere l’autunno del 2011, in occasione della pubblicazione delle “Smile Sessions”. Dell’album originale, tuttavia, non c’è traccia: il tutto resta (o restava) un progetto intraducibile nella mente geniale di Brian Wilson.

Sempre nel ’67, i Bee Gees avevano pronta una nuova canzone, To Love Somebody, da far cantare a Otis Redding. Purtroppo l’aereo sul quale viaggiava Redding si schiantò al suolo e con esso la possibilità d’una collaborazione dell’artista americano coi fratelli Gibb. Vicende decisamente meno tragiche, ma sempre legate ai Bee Gees, riguardano alcuni loro album registrati e mai pubblicati: addirittura nel 1970, in un periodo in cui il gruppo era ufficialmente sciolto, i tre fratelli Gibb registrano ciascuno un album solista ma, a parte qualche singolo, nessuno dei tre elleppì raggiunge le rivendite, coi fratelli che decidono di riunirsi sotto il celebre nome comune già entro l’anno. Nel ’73, tuttavia, un intero album dei Bee Gees, “A Kick In The Head…”, verrà accantonato perché il manager Robert Stigwood l’aveva ritenuto poco appetibile commercialmente. I fratelli non si persero comunque d’animo e registrarono daccapo un nuovo disco, “Life In A Tin Can”, che venne distribuito in quello stesso anno.

Verso la fine degli anni Sessanta, i Pink Floyd pensavano di concepire un disco intitolato “The Man”: doveva descrivere la giornata tipica d’un hippie, dal momento in cui questo si svegliava al momento in cui si coricava. Il gruppo riuscì però a concretizzare un solo brano, Alan’s Psychedelic Breakfast, che finì come appendice allo straordinario “Atom Heart Mother”. Un altro progetto floydiano del periodo prevedeva la realizzazione d’un disco con strumentazione interamente non convenzionale (per esempio, picchiare delle pentole invece che colpire la batteria): pare che i nostri abbiano inciso un paio di brani ma che, alla fine, abbiano abbandonato il progetto perché non abbastanza interessante musicalmente. Insomma, il suono complessivo dell’opera non sarebbe stato un granché.
Anche il componente più misterioso dei Pink Floyd, Syd Barrett, rientra nel discorso: nel ’74 qualcuno riuscì a convincerlo a tornare in studio (ma ci provò – inutilmente – pure David Bowie), dopo che Syd aveva faticosamente realizzato due album nel corso del 1970, “The Madcap Laughs” e “Barrett”. Tuttavia non si riuscì a cavare nulla di buono da quegli spezzoni incompleti, perlopiù strumentali, che Syd registrò a intermittenza durante la sua ultima (e breve) permanenza in studio.

Nel ’73, invece, David Bowie rese pubblico il suo proposito di creare un musical (e quindi un disco) basato su “1984”, il celebre romanzo di George Orwell. Bowie inizia a comporre delle canzoni senza che gli eredi di Orwell abbiano dato il nullaosta al progetto. Quando il nostro si vede infine negare i permessi necessari, decide di pubblicare lo stesso le canzoni fin lì registrate (nel bellissimo “Diamond Dogs”) ma l’idea originaria del musical resterà nel cassetto. Ventanni dopo e un altro progetto di Bowie andrà a farsi benedire: nel 1995 esce l’album “1. Outside”, primo capitolo (nelle intenzioni originali) d’una saga di ben cinque dischi che il nostro avrebbe dovuto pubblicare fino al termine del secolo, quindi un disco all’anno dal ’95 al ’99. Peccato però che David resti folgorato dalla nascente scena jungle e decida di pubblicare un disco a tema, “EAR THL ING” (1997) che, di fatto, relega in archivio i seguiti di “Outside”. Adesso tratteremo però tutt’altra storia, dai toni ben più drammatici.

Nel novembre 1980 Ringo Starr è a New York, ospite di John Lennon, il quale aveva pronte per il batterista quattro nuove canzoni (tra cui Life Begins At 40) per il suo prossimo album. I due amici si salutano col proposito d’incontrasi di nuovo al principio dell’81, per avviare il lavoro in studio. Purtroppo, come tutti sappiamo, un folle uccise John l’8 dicembre e Ringo, per rispetto dello sfortunato amico, decise di non utilizzare le canzoni che Lennon aveva scritto per lui. Un nuovo album di Ringo uscì comunque nel 1981, “Stop And Smell The Roses”, un disco che figurava contributi preziosi sia da parte di Paul McCartney che di George Harrison. Probabilmente, col contributo di Lennon, “Stop And Smell The Roses” avrebbe testato una prossima reunion dei Beatles. E’ quanto ha dichiarato in anni recenti Jack Douglas, l’ultimo produttore di John.

Un personaggio noto per tutta una serie di fantomatici progetti è Prince. Nel 1986 torna in studio col suo gruppo, The Revolution, per registrare un nuovo disco intitolato “Dream Factory”. Il progetto non viene però portato a termine, coi Revolution che si sciolgono e con Prince che torna a procedere da solista. L’artista realizza quindi un triplo album, “Crystal Ball”, che la casa discografica rifiuta: il nostro risponde con un nuovo album, stavolta un doppio, “Sign ‘O’ The Times”. La Warner Bros decide (per nostra fortuna) di pubblicarlo ma poi Prince, non pago, torna già in studio per un nuovo progetto, “The Black Album”. Anche questo finisce negli archivi (vedrà ufficialmente la luce solo nel ’94) ma Prince ha già un altro disco in mente, da accreditare ad uno pseudonimo femminile, Camille. Al momento di essere pubblicato, Prince (o la Warner, non è chiaro) decide però di far ritirare il disco. E così, nel 1988, ecco che esce finalmente “Lovesexy”, anticipato dall’eccezionale singolo Alphabet St.. Ci sono altre storie riguardanti dischi interi realizzati da Prince ma mai pubblicati (comprese le sue discusse collaborazioni con Miles Davis) e la cosa meriterebbe un discorso a sé. Per ora andiamo avanti, anche se Prince torna protagonista…

Fra il 1986 e il 1987, Michael Jackson è in studio per dare un seguito al fortunatissimo “Thriller”: una delle nuove canzoni, Bad, è pensata come un duetto con Prince. Il folletto di Minneapolis entra in studio ma poi sorgono differenze musicali con Jackson che lo inducono ad abbandonare la collaborazione, mentre Bad, come sappiamo, diventerà uno dei maggiori successi di Michael. Chissà in qualche archivio è conservato quell’originale duetto fra i due giganti della musica nera degli anni Ottanta. Ma c’è un’altra celebre collaborazione di Michael Jackson che finora ha svelato ben poco: quella con Freddie Mercury. I due incisero a Los Angeles almeno tre canzoni nel corso dell’83. Dei tre brani, State Of Shock è finito sull’album “Victory” (1984) dei Jacksons (con Mick Jagger che, di fatto, sostituisce Mercury), There Must Be More To Life Than This è stato incluso nel primo album solista di Freddie, “Mr. Bad Guy” (interamente cantato da Mercury, quando la prima versione del brano figurava il solo Michael alla voce con Freddie al piano), mentre il terzo, pare intitolato Victory, resta in qualche archivio privato (si può approfondire QUI l’argomento, ad ogni modo).

Tornando ad album interi registrati e poi accantonati, passiamo al 1989, quando gli Style Council incidono un disco di house music intitolato “Modernism: A New Decade”, una sorta di positivo benvenuto agli anni Novanta. La Polydor rigetta però l’album, con la band che di lì a poco si scioglie: Paul Weller diventerà un solista acclamato (specialmente nella nativa Gran Bretagna) mentre l’album figurerà come succoso inedito in un cofanetto dedicato agli Style Council, pubblicato dalla stessa Polydor nel 1998.

Tornando infine alle tragiche fatalità, la morte di Jimi Hendrix nel settembre 1970 minò definitivamente il sogno d’una collaborazione paventata da mesi, quella tra il celebre chitarrista mancino e l’altrettanto celebre trombettista Miles Davis (nome che abbiamo già citato). Pare che i due si inseguissero da mesi, abbagliati da una mutua ammirazione, eppure l’ego fece la sua parte: in un’occasione non si presentò Hendrix, in un’altra – quando Jimi era già arrivato in studio con la chitarra in mano – Davis non si fece vedere. Secondo quella gran bella biografia davisiana di Gianfranco Salvatore chiamata “Lo sciamano elettrico”, Jimi aveva già il biglietto aereo per New York nella stanza del suo albergo londinese, proprio per raggiungere Miles Davis e collaborare finalmente con lui. Come tutti sappiamo, tuttavia, la storia non è andata così. Chissà che ci siamo persi…

Ebbene, questi sono gli esempi di progetti discografici irrealizzati più noti che mi sono venuti in mente, ma sono certo che esistono parecchi altri esempi legati agli artisti più disparati. Questo è un argomento che mi ha sempre colpito per cui, chi volesse, può sempre aggiungere altre storie.

-Matteo Aceto

The Beatles, “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”, 1967

Beatles Sgt PepperIl 1° giugno 2007, in occasione dei quarant’anni di “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” dei Beatles, avevo pubblicato un post sulla prima versione di Immagine Pubblica. Trovandomi ora in una fase di ripubblicazione e/o riedizione dei miei vecchi scritti, non potevo non postare qualcosa su quello che resta il mio gruppo preferito, i Beatles per l’appunto, partendo proprio dall’album che molti considerano il loro capolavoro. Che questo giudizio sia vero o meno (personalmente preferisco “Abbey Road”, ma “Revolver” e “White Album” non sono da meno), “Sgt. Pepper” è uno di quei dischi fondamentali nella storia della musica, un album che all’epoca riscrisse la genetica del rock e oltrepassò gli usuali confini del pop per raggiungere dimensioni sonore tuttora molto affascinanti.

La nostra storia inizia giovedì 24 novembre ’66: liberi una volta per sempre dai tour mondiali, i Beatles si ritrovano nello Studio 2 di Abbey Road per cominciare le registrazioni di una nuova, bellissima canzone di John Lennon, Strawberry Fields Forever. Come tutti sanno, tuttavia, Strawberry Fields Forever e la sua magnifica controparte, Penny Lane, vengono infine pubblicati su singolo e pertanto esclusi dalla scaletta di “Sgt Pepper”. Quel giovedì di novembre nessuno però poteva ancora sapere della destinazione discografica di Strawberry Fields Forever, per cui il lavoro su di essa continuò fino a mercoledì 21 dicembre. Nel frattempo, i Beatles introducono nuove canzoni in studio: l’8 dicembre è la volta della maccartiana When I’m 64 (brano in realtà risalente al periodo amburghese della band), mentre il 29 tocca alla già citata Penny Lane, sempre di Paul McCartney.

Con l’avvento del nuovo anno, si mettono su nastro altre canzoni: A Day In The Life (19 gennaio), Good Morning Good Morning (8 febbraio), Fixing A Hole (9 febbraio), Only A Northern Song (13 febbraio), Being For The Benefit Of Mr. Kite! (17 febbraio), Lovely Rita (23 febbraio), Lucy In The Sky With Diamonds (28 febbraio), Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (3 marzo), Getting Better (9 marzo), Within You Without You (15 marzo), She’s Leaving Home (17 marzo), With A Little Help From My Friends (29 marzo) e Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band Reprise (1 aprile). Infine, il 21 aprile, è volta della scherzosa coda dell’album, un loop che nel vinile originale durava virtualmente all’infinito. Ma ora, tralasciando le splendide Strawberry Fields Forever e Penny Lane – abbinate in uno straordinario singolo, edito in Inghilterra il 17 febbraio ’67 – e Only A Northern Song di George Harrison, esclusa dall’album in favore di Within You Without You, andiamo a vedere da vicino i tredici brani che costituiscono “Sgt. Pepper”.

Si comincia proprio con Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, rock teatrale che funge da introduzione a tutto il lavoro: benché l’album non sia propriamente un concept, quasi tutte le canzoni sono collegate fra loro, e questo primo brano resta una magnifica apertura. Segue una delle canzoni che più amo, With A Little Help From My Friends, ottimamente cantata da Ringo Starr: lo strumento portante è il pianoforte in stile barrel-house (un tipico McCartney di quel periodo, lo ritroviamo anche in Penny Lane, Getting Better e Your Mother Should Known) ma il pezzo forte del brano sono gli scambi vocali fra la voce solista ed i cori di John e Paul.

E’ quindi la volta della psichedelica Lucy In The Sky With Diamonds, una delle canzoni più popolari dei Beatles, sebbene mai edita su singolo: la voce di John – trattata con effetti d’eco – c’introduce in una dimensione onirica nella sequenza delle strofe, risvegliandoci al momento del ritornello, quando subentra un allegro rock in quattro quarti. Segue Getting Better, un altro dei miei pezzi preferiti in questo album: cantata da Paul con un bel controcanto sarcastico da parte di John, la canzone è una delizia pop per palati fini. Molto bella anche la successiva Fixing A Hole, alquanto riflessiva nella parte relativa alle strofe, più vivace (ed anche un po’ aggressiva) nel ritornello, forte d’una bella prova vocale di Paul.

Con la dolce She’s Leaving Home siamo invece alle prese con una delle canzoni più suggestive dei Beatles: su una base classica di violini, viole, violoncelli, arpa e contrabbasso, Paul canta con grande sentimento della fuga di casa di una ragazzina, mentre il bellissimo controcanto di John interpreta lo smarrimento dei genitori, citando esclamazioni che sentiva dire dalla celeberrima zia Mimi. She’s Leaving Home non è un brano di musica classica, ma non è nemmeno una canzone pop e tantomeno un pezzo rock… è un brano che solo una band come i Beatles poteva concepire all’epoca e che, per quanto mi riguarda, è una delle canzoni più toccanti che io possa vantare nella mia collezione.

Segue la fantasiosa Being For The Benefit Of Mr. Kite!, un brano di John Lennon: prendendo spunto da un manifesto ottocentesco che invitava ad assistere ad uno spettacolo circense, i Beatles realizzano una variopinta colonna sonora di quel lontano evento, grazie anche all’inventiva e alle eccezionali doti del produttore George Martin e del tecnico Geoff Emerick.

Con Within You Without You siamo bruscamente allontanati dalle atmosfere così tipicamente inglesi delle canzoni che abbiamo sentito finora: questo brano, ad opera di George Harrison, è il secondo omaggio che il chitarrista rende all’India dopo Love You To (dall’album “Revolver”). In effetti i due brani sono simili e sono suonati da musicisti indiani assoldati per l’occasione (di fatto, George è il solo Beatle a partecipare al brano). La prima volta che ho ascoltato Within You Without You l’ho trovata stridente fra le altre canzoni di “Sgt. Pepper” ma col tempo ho imparato ad amarla & apprezzarla per quella che è, una straordinaria prova sonora che anticipa di oltre dieci anni l’avvento della world music.

La lieta When I’m 64, un pop vagamente jazzato grazie agli ottoni e alle spazzole di Ringo, è invece caratterizzata da una voce leggermente accelerata da parte di Paul. Sempre McCartney è il protagonista del brano successivo, la lieve ma coinvolgente Lovely Rita, scherzosamente dedicata ad una vigilessa e forte d’una serie di bei cori da parte di John e George.

Good Morning Good Morning è un’altra fantasiosa canzone di Lennon: ispirata alla pubblicità dei cereali da colazione, è un vivace e scanzonato rock caratterizzato da fiati briosi e una martellante batteria di Ringo. Segue la trascinante ripresa di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, a mio avviso una delle prove rock migliori dei Beatles, cantata da tutti e quattro i componenti del gruppo. Quando il brano entra in dissolvenza, ecco apparire i caldi accordi della chitarra acustica che ci introducono la superlativa A Day In The Life.

Considerata da molti come la canzone migliore dei Beatles, A Day In The Life marca senza dubbio l’apice artistico / creativo / espressivo di “Sgt. Pepper”: una bellissima ballata di John (emozionante l’effetto stereofonico che lascia fluire la sua voce impassibile dal canale destro a quello sinistro, e viceversa nella parte finale) che contiene al suo interno un frizzante interludio di Paul; il tutto sostenuto dall’eccellente lavoro batteristico di Ringo e sovrapposto con due crescendi orchestrali davvero mozzafiato. Senza contare quell’accordo di piano finale… che brividi!

E con A Day In The Life siamo giunti alla fine di “Sgt. Pepper”. Eppure è impossibile non dire qualcosa sulla splendida copertina dell’album, fra le più belle, ammirate, studiate ed imitate della storia discografica: i Beatles vestiti con sgargianti divise colorate e circondati da foto a grandezza naturale dei personaggi che hanno avuto influenza sulla loro storia personale ed artistica. Fra di essi, mi fa piacere notarlo, c’è Stu Sutcliffe, sfortunato compagno di John, Paul e George agli albori del mito Beatles. La copertina di “Sgt. Pepper”, infine, è stata oggetto di una miriade di speculazioni circa la presunta morte di Paul McCartney alla fine del 1966: i Beatles e tutti gli altri personaggi starebbero quindi attorno a una tomba. Ma di questo, e della curiosa vicenda che prende il nome di “Paul Is Dead”, avremo modo di parlare dettagliatamente in un prossimo post.

-Matteo Aceto

Ristampe, ristampe, ristampe!!!

Michael Jackson Off The Wall immagine pubblicaDa una decina d’anni a questa parte, s’è definitivamente consolidata fra le case discografiche – major o meno che siano – l’abitudine di ristampare il vecchio catalogo in riedizioni più o meno meritevoli di tornare a far capolino nelle vetrine dei negozi accanto alle ultime novità.

Spesso si festeggiano i ventennali, i venticinquennali, i trentennali o addirittura il mezzo secolo di dischi famosi, riproposti in appariscenti confezioni, con tanto di note biografiche e foto d’epoca, meglio ancora se con inediti e/o rarità (che poi, almeno per me, sono le uniche motivazioni nel comprarmi una riedizione d’un disco che magari già posseggo), a volte addirittura in formato cofanetto.

E’ notizia di oggi che entro l’anno verrà ristampato “Off The Wall”, uno dei classici di Michael Jackson, edito appunto trentanni fa. In base a un accordo fra la Sony, la EMI (che non ho capito che c’entra…), gli esecutori testamentari & gli eredi del grande cantante, da qui a dieci anni dovremmo avere altre ristampe (di sicuro “Bad”, probabilmente pure “Dangerous” e tutti gli altri) e altri dischi con brani inediti. Inediti che dovrebbero comunque figurare anche nella ristampa di “Off The Wall”, fra l’altro ripubblicato già nel 2001, così come gli stessi “Bad” e “Dangerous”.

C’è da dire che le ristampe, a volte, sembrano solo una scusa per propinarci un disco del passato alla cifra non proprio popolare dei diciotto/diciannove euro: penso alla riedizione di “Dark Side Of The Moon”, il classico dei Pink Floyd, uscita nel 2003 in occasione del trentennale dell’album. Si trattava d’un ciddì in SuperAudio, col suono distribuito in cinque canali per impianti surround… vabbene, moltobbello, ma le canzoni erano quelle, non c’era uno straccio di brano aggiuntivo, e il tutto si pagava a prezzo pieno.

Si tratta comunque d’una sgradita eccezione perché il più delle volte le ristampe sono ben meritevoli d’essere acquistate. Nel 2007, ad esempio, sono stati riproposti i tre album da studio dei Sisters Of Mercy con belle confezioni cartonate, note tecniche/critiche, foto & preziosi brani aggiuntivi. L’anno dopo, la stessa operazione è stata replicata (tranne per le confezioni, non di carta ma di plastica) per i dischi dei Mission, band nata da una costola degli stessi Sisters Of Mercy. Anche i dischi di David Sylvian usciti per la Virgin – compresi quelli a nome Japan e Rain Tree Crow – sono stati riproposti in lussuose confezioni cartonate, corredate di canzoni aggiunte; ne ho comprate diverse di queste ristampe sylvianiane, come “Tin Drum” dei Japan, pubblicato in uno stupendo cofanetto con disco aggiuntivo & libretto fotografico, un lavoro davvero ben fatto e pagato la modica cifra di sedici euro. Un altro lavoro lodevole che merita l’acquisto a scatola chiusa da parte dell’appassionato è la ristampa del 2004 di “London Calling” dei Clash, comprensiva di ciddì audio con interessante materiale aggiuntivo e divuddì con documentario & videoclip.

Recentemente, l’etichetta Legacy (di proprietà della Columbia, a sua volta controllata dalla Sony), ha riproposto il primo album di Whitney Houston, ovvero quel disco che portava il suo nome, pubblicato nel 1985 con grande successo in tutto il mondo. “Whitney Houston” è stato così ristampato per il suo venticinquennale con brani aggiuntivi e un divuddì contentene videoclip, apparizioni televisive e nuove interviste. Ancora la Legacy, ad aprile, immetterà sul mercato due interessanti ristampe: una per “This Is Big Audio Dynamite”, l’esordio di Mick Jones come leader dei B.A.D. (originariamente pubblicato anch’esso nell’85), e un’altra per il classico degli Stooges, “Raw Power”, che oltre a proporre esibizioni dell’epoca, inediti & rarità figurerà anche l’originale mix di David Bowie del 1973.

Negli ultimi anni s’è ristampato davvero di tutto, spaziando un po’ fra tutti i generi musicali: “What’s Going On” di Marvin Gaye, “Tommy” degli Who, “Pet Sounds” dei Beach Boys (anche in cofanetto da tre ciddì), “Songs From The Big Chair” per i Tears For Fears, “All Mod Cons” per i Jam, “Our Favourite Shop” per gli Style Council, “Stanley Road” e “Wild Wood” di Paul Weller, “Steve McQueen” dei Prefab Sprout, “Night and Day” di Joe Jackson, i primi quattro album dei Bee Gees, “Guilty” della Streisand, “Songs In The Key Of Life” di Stevie Wonder, “Damned Damned Damned” dei Damned, “Ten” dei Pearl Jam (in un voluminoso cofanetto), l’intero catalogo per Bob Marley, i Doors, Siouxsie And The Banshees, Depeche Mode, Megadeth e Joy Division. E ancora: “Transformer” di Lou Reed, “All The Young Dudes” per Mott The Hoople, “A Night At The Opera” dei Queen, i quattro album da studio dei Magazine, gran parte dei dischi di Bowie, dei Genesis dei Cure e dei New Order, “The Final Cut” dei Pink Floyd, “A Love Supreme” di Coltrane e gran parte dei dischi di Miles Davis (spesso anche in lussuosi cofanetti da tre, quattro o più ciddì). Eppure si sono viste anche ristampe ben più povere, vale a dire senza brani extra e in confezioni standard, per Peter Gabriel, Roxy Music, Simple Minds, David Gilmour, Sting e The Police.

Riproposizione in grande stile, invece, per il catalogo dei Beatles: lo scorso 9 settembre, il fatidico 9/9/09, tutti gli album del gruppo originariamente pubblicati dalla EMI fra il 1963 e il 1970 sono stati ristampati (e remasterizzati) sia singolarmente che tutti insieme in costosi cofanetti (in formato stereo e mono), tuttavia nessun disco contemplava i succosi inediti ancora custoditi in archivio.

Per quanto riguarda i solisti, già nel 1993 la EMI ristampò tutto il catalogo di McCartney nella serie “The Paul McCartney Collection”, mentre fra il 2000 e il 2005 è toccato agli album di John Lennon. Spesso ognuno di questi album include i brani pubblicati all’epoca sui lati B dei singoli e alcune ghiotte rarità. Anche il catalogo di George Harrison è stato rilanciato di recente; qui ricordo in particolare la bella ristampa di “All Things Must Pass”, uscita nel 2001 e curata dallo stesso Harrison. Per quanto riguarda Ringo Starr, l’americana Rykodisc ha ristampato già nei primi anni Novanta i suoi album del periodo 1970-74 con diversi brani aggiuntivi, tuttavia l’operazione s’è conclusa lì e le copie a noi disponibili erano solo quelle d’importazione. Insomma, il catalogo solista di Starr meriterebbe anch’esso una riscoperta, almeno per quanto riguarda i suoi album più antichi.

In definitiva, povere o ricche che siano, tutte queste riedizioni stanno ad indicare che la musica incisa a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta fino ai primi Novanta è ormai giunta alla sua storicizzazione, forse perché si è ormai capito che, musicalmente parlando, quello è stato un periodo straordinario & irripetibile che evidentemente ha ancora molto da dire… e da far sentire!

– Matteo Aceto

(ultimo aggiornamento: 18 marzo 2010)

The Beatles, “Abbey Road” (Digital Remaster 2009)

the-beatles-abbey-road-immagine-pubblica-blogAvendo già avuto il piacere di recensire su Immagine PubblicaAbbey Road” dei Beatles, questo post cercherà di fare un po’ di luce & di dare qualche informazione aggiuntiva sulla recente riedizione remasterizzata dell’album, comprata l’altro ieri dal sottoscritto.

Una ristampa che – come tutti i musicofili sanno – ha coinvolto ogni album dei Beatles pubblicato fra il 1963 e il 1970, compresa la doppia raccolta “Past Masters”, originariamente edita nel 1988 in due volumi separati e contenente i lati A e B dei singoli che non figuravano sugli album dell’epoca.

Diciamo subito che la qualità audio di questa riedizione di “Abbey Road” è molto più nitida: i suoni – specialmente i piatti della batteria, le coloriture d’organo e soprattutto quelle di chitarra – sono più definiti e puliti. In generale l’audio è più spaziale e quindi meno piatto, anche se a discapito d’un maggior fruscìo di sottofondo (il cosiddetto noise). Una canzone come I Want You (She’s So Heavy), ad esempio, mantiene il suo già notevole fruscìo di base (visto che il pezzo subì durante la sua creazione in studio diverse sovraincisioni e riversamenti da nastro a nastro) ma suona inevitabilmente più controllata nel turbolento finale, dato che le singole tracce sonore sono state remasterizzate (e quindi ripulite).

A mio avviso, il miglior lavoro di recupero si può apprezzare in Octopus’s Garden, molto più nitida e splendente di quanto avessi mai ascoltato prima. Segno, forse, che all’epoca i Beatles avevano dedicato non troppa attenzione alla seconda creatura autoriale di Ringo Starr. In particolare, le chitarre sono più incisive & taglienti, mentre i cori risultano più prominenti.

Notevolmente migliorate mi sembrano anche You Never Give Me Your Money (linee di basso, impatto della batteria, chitarra arpeggiata sul finale) e la successiva Sun King, ma è un po’ tutto il medley che costituisce la parte finale di “Abbey Road” ad aver giovato di più dell’operazione di digitalizzazione. In certi passaggi, infine, si può apprezzare un effetto che per quanto mi riguarda m’è sempre piaciuto: lo scorrere delle dita sulle corde d’una chitarra.

La confezione del disco rappresenta anch’essa un bel passo in avanti rispetto alle precedenti versioni in ciddì del 1987: tutta la confezione è cartonata (a quanto pare è un’edizione limitata, le stampe del futuro saranno protette dalla tipica plastica), il libretto interno ha la copertina plastificata, le foto interne sono prese dagli scatti promozionali del 9 aprile ’69, dai celebri scatti che i Beatles si fecero fare il 22 agosto successivo nella tenuta di John Lennon, e pose alternative dell’ancor più celebre scatto dell’attraversamento pedonale di Abbey Road, la strada londinese dove sono tuttora situati gli studi di registrazione della EMI. Le note storiche e tecniche a cura di Kevin Howlett, Mike Heatley e Allan Rouse non aggiungono però niente a ciò che ogni fan dei Beatles dovrebbe già sapere.

Infine, un breve cenno al minidocumentario che è incluso per ogni titolo: è davvero mini, dura una manciata di minuti, però mostra parecchie foto interessanti (animate o meno) dei Fab Four alle prese con le registrazioni dell’album. Tra i frammenti d’interviste audio ai quattro Beatles e al produttore George Martin che si ascoltano, sono inseriti tre o quattro break fra le sedute, dove i Beatles parlano fra loro. Roba simpatica ma in fondo non c’è niente di che.

In definitiva sono del parere che questa serie di remaster beatlesiana è stata una manna per noi appassionati, tuttavia l’operazione poteva essere condotta anche meglio, alla maniera di tante altre operazioni di remasterizzazione che nell’ultimo decennio hanno riguardato un po’ tutti i nomi storici del pop rock: da un lato l’album originale opportunamente remasterizzato, dall’altro un ciddì aggiuntivo con inediti e/o versioni alternative dei brani; il tutto in una confezione deluxe con un libretto ben più corposo, sia in fatto di annotazioni tecniche che d’immagini.

– Matteo Aceto

Ringo Starr

ringo-starr-immagine-pubblicaL’unico dei Beatles ad aver assunto un nome d’arte, Ringo Starr, il nostro in realtà si chiama Richard Starkey, ed è nato a Liverpool il 7 luglio 1940, mentre l’Inghilterra subiva le conseguenze della guerra contro la Germania. I genitori di Richie provenivano dalla classe operaia più modesta, col papà che, quando il piccolo aveva tre anni, decide di mollare moglie & figlio. La madre di Richie, nonostante l’abbandono e le ristrettezze economiche, farà in modo di non far mancare nulla a quel suo unico figlio, fin troppo cagionevole di salute: infatti, nel corso dell’infanzia, Richie passerà più tempo in ospedale che a scuola.

A partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta, l’esplosione del rock ‘n’ roll in America e del fenomeno Elvis Presley hanno notevole risonanza in Inghilterra, specie in una città portuale come Liverpool, commercialmente aperta via mare agli Stati Uniti. Richie diventa un teddy boy ma non sarà mai un delinquente perché la sua gracile costituzione e la sua bassa statura non glielo permetteranno. Tuttavia la sua crescente passione per la musica trova finalmente sfogo quando il secondo marito di sua madre gli regala una batteria.

Il ragazzo inizia così a pestare sui tamburi con entusiasmo, rivelandosi alquanto portato. Ben prima di aver compiuto il suo ventesimo anno di vita, Richard Starkey sarà un richiesto batterista di diversi complessi & complessini liverpooliani, fra cui Rory Storm & The Hurricanes. Più o meno in quel periodo assume il suo noto pseudonimo artistico: Ringo perché portava (e porta tuttora) sempre diversi anelli (‘rings’) alle dita e Starr perché costituiva un’abbreviazione del suo cognome.

Con l’istrionico Rory Storm e i suoi Hurricanes, Ringo ha modo di girare l’Inghilterra e la città tedesca di Amburgo, meta lavorativa di vari altri gruppi liverpooliani. Sarà proprio ad Amburgo che il nostro avrà la possibilità di socializzare con un’altra band di Liverpool, i Beatles, un quartetto costituito dal ruvido John Lennon, dal talentuoso Paul McCartney, dallo schivo George Harrison e dall’anonimo Pete Best. E sarà proprio quest’ultimo che Ringo Starr andrà a sostituire dietro ai tamburi, una volta che i Beatles – guidati dal geniale manager Brian Epstein – avranno firmato un contratto discografico con George Martin della EMI.

Ringo debutta come batterista dei Beatles in studio, ad Abbey Road, nel settembre 1962, dopo un non propriamente caloroso benvenuto negli spettacoli dal vivo, quando le tante ammiratrici di Pete Best gliene urlavano di tutti i colori. Martin non fu particolarmente impressionato dalla tecnica di Ringo, tuttavia in poco tempo il nostro farà passi da gigante, contribuendo notevolmente alla definizione del sound dei Beatles. Essendo anche mancino (come McCartney), Starr svilupperà uno stile tutto suo e, con l’esplosione della beatlemania in tutto il mondo fra il ’63 e il ’64, quel suo stile diventerà presto una sorta di standard per tutti i futuri batteristi pop-rock. Il suo lavoro alla batteria, per quanto non virtuosistico, è sempre stato professionale ed impeccabile, lo documentano i nastri originali dei Beatles conservati negli Abbey Road Studios, parte dei quali pubblicata nel progetto “Anthology”. Inoltre, come cantante, Ringo ha avuto l’opportunità di farsi apprezzare in alcuni dei più amati e scanzonati brani beatlesiani, su tutti Yellow Submarine e With A Little Help From My Friends.

Nel corso degli elettrizzanti ma anche stressanti primi anni della beatlemania, Ringo viene visto come l’uomo normale fra quattro ragazzi altrimenti favolosi, quello attorno al quale il gruppo si stringe per smorzare la tensione, grazie alle sue battute fulminanti (Starr se ne usciva con espressioni incredibili che suscitavano l’ilarità degli altri tre, fra cui ‘it’s been a hard day’s night’ e ‘tomorrow never knows’… vi dicono niente?) e al suo tipico stile rilassato alla peace & love. Starr diventa quindi una sorta di mascotte in seno ai Beatles e non a caso sarà il componente del gruppo più in vista e divertente nei film “A Hard Day’s Night” (1964) e “Help! (1965). Queste sue prime esperienze cinematografiche fecero capire a Ringo che forse avrebbe potuto avere qualcosa da dire anche come attore e non solo come musicista. Infatti, nel momento più difficile dei Beatles, su finire dei Sessanta, Ringo parteciperà come apprezzato attore in diversi film.

Dopo John Lennon, Ringo fu il primo Beatle a prender moglie, sposando nel 1965 Maureen, la sua fidanzata storica: il matrimonio durerà dieci anni e darà tre figli alla coppia, fra cui Zak Starkey, noto batterista anch’egli. Tuttavia il grande amore di Ringo sarà Barbara Bach, una delle più belle ‘bond girl’ mai apparse sullo schermo, che il batterista sposa quindi in seconde nozze nel 1981, dopo averla conosciuta l’anno prima sul set de “Il Cavernicolo”.

Facciamo però un salto indietro: nel 1969 la storia dei Beatles volge al termine e il nostro si guarda ansiosamente attorno per decidere quale strada seguire per il futuro. E così, oltre ad apparire in una grande produzione cinematografica – “The Magic Christian” – accanto ad un’altra grande star, Peter Sellers, Ringo appronta l’album “Sentimental Journey”, una pregevole raccolta di standard degli anni Trenta e Quaranta pubblicata nel marzo 1970. Passa al country di lì a poco, con l’album “Beaucoup Of Blues” (1970), poi proverà anche a fare il regista, dirigendo l’amico Marc Bolan e i suoi T. Rex nel film “Born To Boogie” (1972).

Torna trionfalmente alla musica con l’album “Ringo” (1973), al quale partecipano in vario modo anche gli altri Beatles. L’album, che raggiunge il 2° posto della classifica americana, viene tuttora ricordato come il capolavoro solista di Starr. Nel frattempo, Ringo ha anche modo di farsi notare sul mercato dei singoli, grazie ai grandi successi di It Don’t Come Easy, Photograph e You’re Sixteen. Starr prova a ripetere i fasti di “Ringo” con l’album “Goodnight Vienna” (1974) ma riesce a prendervi parte il solo Lennon e il disco non ottiene lo stesso successo del predecessore. “Goodnight Vienna” fu comunque l’ultimo successo da Top Ten per il nostro, dato che col successivo “Ringo’s Rotogravure” (1976) inizierà un lento declino commerciale ma, sotto certi aspetti, anche artistico.

A metà dei Settanta, infatti, Ringo Starr balzerà agli onori delle cronache più per i suoi bagordi con gli amici John Lennon, Harry Nilsson e Keith Moon che per i suoi meriti musicali. Tuttavia, dopo i disastrosi risultati degli album “Ringo The 4th” (1977) e “Bad Boy” (1978), Ringo preparava un ritorno in grande stile, grazie al supporto degli altri Beatles e rinfrancato dal successo d’un disco per bambini al quale aveva preso parte in quel periodo. Nel novembre 1980 Ringo è a New York, ospite dei Lennon per discutere del prossimo disco del batterista, in programma nell’81. John aveva già scritto per il suo amico quattro nuovi pezzi – fra cui Life Begins At 40 – ma fu soltanto la mano d’uno squilibrato ad impedire ai due di realizzare un disco che, probabilmente, sarebbe stato il trampolino di lancio per una reunion dei Beatles nel corso degli Ottanta.

Anni Ottanta che invece, per Ringo, si trasformano in un progressivo ritiro dalle scene, anche per combattere una volta per tutte il suo alcolismo. Vincerà nell’88, assieme all’amata moglie Barbara, e così sarà nuovamente pronto ad affrontare un nuovo decennio in forma smagliante, con nuovi tour e nuovi dischi. In particolare, Ringo torna a far parlare di sé presso gli appassionati di musica col celebrato progetto “Anthology” (1995-2000) dei Beatles e con il buon album solista “Vertical Man” (1998), al quale presero parte anche George e Paul.

Ringo Starr è stato musicalmente attivo anche in questo decennio, pubblicando finora tre pregevoli album da studio a suo nome – “Ringo Rama” (2003), “Choose Love” (2005) e “Liverpool 8” (2008) che, seppur non riportandolo ai fasti dei primi anni Settanta, lo hanno riabilitato musicalmente nei confronti dei tanti critici che in passato lo avevano stroncato.

Infine, una piccola annotazione… davvero invidiabile la lista di musicisti e cantanti che hanno preso parte, in epoche differenti, ai dischi solisti di Ringo: qui ricordo Quincy Jones, David Gilmour, Elton John, Maurice Gibb dei Bee Gees, Eric Clapton, Steve Cropper dei Blues Brothers, Dave Stewart degli Eurythmics, Ozzy Osbourne, Alanis Morissette, Joe Walsh e Timothy B. Schmit degli Eagles, Ron Wood dei Rolling Stones, Chrissie Hynde dei Pretenders, Willie Nelson e Stephen Stills.

Altre canzoni, altre citazioni musicali

Stevie Wonder Sir Duke immagine pubblicaDopo un post che riportava alcune autoreferenze musicali fra (ex) componenti d’una stessa band, ora vediamo quali brani si riferiscono – più o meno direttamente – a cantanti, gruppi o componenti di band esterne all’artista che canta e/o scrive la canzone.

Citazioni che esplicitano i Beatles si trovano in All The Young Dudes dei Mott The Hoople, Born In The 50’s dei Police, in Ready Steady Go dei Generation X e in Encore dei Red Hot Chili Peppers, mentre i Clash sfottono la beatlemania in un verso dell’ormai classica London Calling. In realtà, nel periodo in cui i Beatles erano attivi e famosi in tutto il mondo, comparvero diverse canzoni di artisti meteore che citavano i quattro per i motivi più disparati: ricordo, ad esempio, una canzone rivolta a Maureen Starkey, prima moglie di Ringo Starr, che doveva ‘trattare bene’ il batterista, ma anche una rivolta a John Lennon, che, secondo il suo autore, s’era spinto troppo oltre con la celebre sparata dei ‘Beatles più famosi di Cristo’. Anche noti artisti italiani hanno citato i Beatles, come Gianni Morandi in C’era Un Ragazzo Che Come Me… e gli Stadio in Chiedi Chi Erano i Beatles.

Alla prematura & sconvolgente morte di Lennon fanno invece riferimento Empty Garden di Elton John, Life Is Real (Song For Lennon) e Put Out The Fire dei Queen, Murder di David Gilmour, ma anche la famosa Moonlight Shadow di Mike Oldfield. John vivo & vegeto viene invece citato da David Bowie nella sua celebre Life On Mars? del 1971… Bowie che a sua volta viene citato – con Iggy Pop – in Trans Europe Express dai Kraftwerk. Esiste tuttavia una canzone chiamata proprio David Bowie, pubblicata dai Phish… che poi, a dire il vero, le citazioni riguardanti Bowie sono molte di più: uno dei più acclamati biografi di David, Nicholas Pegg, dedica alla questione un intero paragrafo nella sua notevole enciclopedia.

Anche i Rolling Stones sono stati oggetto di diverse citazioni, fra le quali le stesse C’era Un Ragazzo Che Come Me…, All The Young Dudes e Ready Steady Go viste sopra, ma anche I Go Crazy dei Queen e She’s Only 18 dei Red Hot Chili Peppers. Il solo Mick Jagger viene invece citato da David Bowie nella sua Drive In Saturday e ritratto in altre canzoni del suo “Aladdin Sane” (1973), mentre i Maroon 5 hanno addirittura creato una Moves Like Jagger.

Billy Squier ci ricorda Freddie Mercury con I Have Watched You Fly, così come ha fatto anche il nostro Peppino Di Capri in La Voce Delle Stelle, mentre a commemorare Kurt Cobain ci hanno pensato Patti Smith in About A Boy e i Cult con Sacred Life. Riferimenti a Elvis Presley si trovano in diverse canzoni di Nick Cave, così come in Angel degli Eurythmics, mentre i Dire Straits lo invocano in Calling Elvis. Nella sua God, John Lennon dice invece di non crederci più, in Elvis, così come in Bob Dylan. Dylan che viene esplicitamente citato in Song For Bob Dylan di Bowie e in Bob Dylan Blues di Syd Barrett ma che tuttavia viene sbeffeggiato in alcuni inediti lennoniani come Serve Yourself.

Citazione-omaggio per Brian Wilson dei Beach Boys da parte dei Tears For Fears in Brian Wilson Said, dove la band inglese rifà anche il verso ad alcuni tipici effetti corali dell’indimenticata surf band americana. Invece al celebre tenore Enrico Caruso hanno reso omaggio, oltre a Lucio Dalla con la struggente Caruso, anche gli inglesi Everything But The Girl con The Night I Heard Caruso Sing. Il grande Duke Ellington ci viene ricordato da Stevie Wonder con la famosa Sir Duke (nella foto in alto, la copertina del singolo), ma il pezzo più impressionante dedicato al duca è di Miles Davis che, con He Loved Him Madly, realizza uno straordinario requiem in stile fusion per il suo idolo musicale. Un altro grande artista nero, Marvin Gaye, ci viene invece malinconicamente ricordato in un successo dei Commodores, Nightshift, mentre trent’anni dopo il giovane Charlie Puth si è fatto notare con una canzone chiamata proprio Marvin Gaye.

A Jonathan Melvoin, tastierista degli Smashing Pumpkins morto d’overdose nel ’96, Prince ha dedicato la bellissima The Love We Make (Jonathan era amico di Prince, giacché questi era stato fidanzato a lungo con sua sorella, Susannah Melvoin). Invece il truce rapper The Notorius B.I.G. è stato omaggiato dalla fortunata I’ll Be Missing You, un duetto fra Puff Daddy e Faith Evans basato sulle note di Every Breath You Take dei Police.

Oltre ai ricordi dolorosi, però, ci sono anche sentimenti d’amicizia e di stima, simpatie, accuse e sfottò… ecco quindi i Police che si fanno beffe di Rod Stewart in Peanuts e i Sex Pistols che, in New York, deridono tutta la scena punk americana che sembra averli preceduti. La scena punk inglese viene invece omaggiata da Bob Marley in Punky Reggae Party, dove il grande artista giamaicano cita i Clash, i Jam e i Damned. I Pink Floyd rimpiangono invece Vera Lynn in Vera, tratta dal loro monumentale “The Wall”. In She’s Madonna, Robbie Williams, oltre a farsi accompagnare dai Pet Shop Boys (citati anch’essi in un altro pezzo di Robbie), esprime il suo apprezzamento per… Madonna. E se Wayne Hussey dei Mission canta la sua vicinanza a Ian Astbury dei Cult in Blood Brother, gli Exploited urlano l’innocenza di Sid Vicious in, appunto, Sid Vicious Was Innocent. Altri riferimenti alla parabola di Sid (e della compagna Nancy Spungen) li possiamo trovare in I Don’t Want To Live This Life dei Ramones e in Love Kills di Joe Strummer. I Sex Pistols in quanto tali sono invece citati in una canzone dei Tin Machine, così come in un’altra di quel gruppo capeggiato da David Bowie viene citata Madonna.

Non è mai stato chiarito da Michael Jackson se la sua Dirty Diana si riferisca all’amica Diana Ross o meno, ma per completezza ci mettiamo anche questa, così come non è chiaro il destinatario di You’re So Vain, il più grande successo di Carly Simon (secondo i più è indirizzata a Mick Jagger che, in realtà, contribuisce ai cori della canzone stessa). Di certo una curiosa immagine di Yoko Ono ci viene invece offerta da Roger Waters nella sua The Pros And Cons Of Hitch Hiking.

Per quanto riguarda gli italiani, mi vengono in mente La Grande Assente di Renato Zero (un omaggio all’amica Mia Martini), No Vasco di Jovanotti (non so se il titolo è esatto, comunque il riferimento è Vasco Rossi) e quella buffa canzone di Simone Cristicchi che cita di continuo Biagio Antonacci.

Quali altri esempi conoscete? Di certo, oltre a quelli che non conosco io, ce ne sono molti altri che ho dimenticato di citare [ultimo aggiornamento, 7 aprile 2011].

Autoreferenze musicali: accuse, rimorsi e nostalgia

George Harrison All Those Years AgoUn altro aspetto della musica che mi ha sempre affascinato riguarda i riferimenti – espliciti o meno – di un artista verso uno o più componenti della sua stessa band. La storia del pop-rock è piena d’esempi, con testi che, da semplici sentimenti di nostalgia per qualcuno che purtroppo non c’è più, vanno ad accuse al vetriolo verso chi non s’è comportato bene per i motivi più disparati. Di seguito riporto quelli che per primi mi sono venuti in mente, riservandomi il diritto d’aggiornare il post in seguito, magari anche col contributo dei lettori.

Partiamo come sempre dai Beatles: già con You Never Give Me Your Money, Paul McCartney si lamentava delle beghe finanziare dell’ultima fase del celebre quartetto. In Two Of Us, invece, Paul ripensa malinconicamente a John Lennon e alla tanta strada che i due hanno fatto insieme. McCartney riuscì comunque a trovare sollievo nella consolatoria Let It Be, dopo i suoi ‘times of trouble’. I riferimenti all’uno o all’altro Beatle sono aumentati dopo lo scioglimento del gruppo: e così abbiamo Ringo Starr che in Early 1970 commenta l’amara fine dei Beatles, George Harrison che sfoga un suo litigio con Paul in Wah Wah, mentre McCartney e Lennon si scambiano accuse, rispettivamente, con Dear Friend e How Do You Sleep?. Altre frecciate da parte di George, verso Paul ma anche John, si trovanon in Living In The Material World. Altre beghe contrattuali e giudiziare in Sue Me Sue You Blues, ancora con Harrison, che tuttavia è l’autore della prima canzone-omaggio a Lennon, All Those Years Ago (nella foto, la copertina del singolo), cosa che anche McCartney farà con la sua Here Today. Invece la morte prematura dello stesso George sarà ricordata da Ringo in Never Without You. Altri riferimenti espliciti ai Beatles in quanto tali si trovano in God di John, in I’m The Greatest di Ringo e in When We Was Fab di George.

In realtà i riferimenti all’uno o all’altro Beatle sono molti di più: ricordo la tesi d’uno studente australiano che affermava come la maggior parte delle canzoni dei Beatles scritte da John e Paul fosse un continuo botta & risposta fra i due: e così, per esempio, se John sceglieva di cimentarsi con la cover di Money (That’s What I Want), Paul rispondeva con la sua Can’t Buy Me Love. Altri riferimenti a McCartney si trovano in You Can’t Do That e Glass Onion, mentre pare che il bassista fosse anche il destinatario di Back Off Boogaloo, uno dei primi pezzi solisti di Ringo, e nella conciliatoria I Know (I Know) di John. E’ un aspetto molto interessante nel canzoniere dei Beatles che meriterebbe un post tutto per sé… per ora andiamo avanti, con esempi presi da altre discografie.

Passando ai Pink Floyd, abbiamo l’arcinota Shine On You Crazy Diamond che ci ricorda Syd Barrett con struggente nostalgia, così come Wish You Were Here e Nobody Home. Ma è dopo la dolorosa defezione di Roger Waters che i componenti dei Floyd iniziano a battersi con le canzoni: e così per un David Gilmour che, rivolgendosi al burbero bassista, canta You Know I’m Right, abbiamo un Waters che replica in Towers Of Faith… ‘questa band è la mia band’. In seguito Gilmour cercherà di essere più conciliante ma Waters seppe solo mandarlo affanculo… è quanto sembra emergere fra le righe di Lost For Words. Altri riferimenti a Barrett e allo stesso Waters si ritrovano in Signs Of Life, brano d’apertura di “A Momentary Lapse Of Reason”.

Risentimenti vari anche in casa Rolling Stones: Mick Jagger e Keith Richards se li sono scambiati a vicenda negli anni Ottanta con, rispettivamente, Shoot Off Your Mouth e You Don’t Move Me. Rabbia verso altri (ex) partner musicali si trovano anche in F.F.F. dei PiL (indirizzata a Keith Levene, solo pochi anni prima affettuosamente ritratto in Bad Baby), in This Corrosion dei Sisters Of Mercy (l’indirizzo è quello di Wayne Hussey), in Fish Out Of Water dei Tears For Fears di Roland Orzabal (il destinatario è ovviamente Curt Smith) e sopratutto in Liar dei Megadeth, ovvero una scarica di pesanti insulti verso l’ex chitarrista Chris Poland.

In casa Queen siamo invece addolorati per la morte di Freddie Mercury: ce lo cantano Brian May con la sua Nothin’ But Blue (alla quale partecipa pure John Deacon) e Roger Taylor con Old Frieds. Ma trasudano tristezza anche Wish You Were Here dei Bee Gees e Knock Me Down dei Red Hot Chili Peppers: nella prima si piange la morte prematura di Andy Gibb, fratello più giovane di Barry, Robin e Maurice, nella seconda si piange invece quella del chitarrista Hillel Slovak. Ancora in casa Chili Peppers, fra l’altro, in Around The World del 1999 viene citato anche il sostituto di Slovak, il più noto John Frusciante.

Sentimenti di rivalsa invece con Don’t Forget To Remember dei Bee Gees, Solsbury Hill di Peter Gabriel, We Are The Clash dei Clash, Why? di Annie Lennox e No Regrets di Robbie Williams: la prima è un monito a Robin Gibb (in quel momento fuori dai Bee Gees), la seconda parla del perché Peter ha deciso di mollare i Genesis, la terza è rivolta da Joe Strummer contro Mick Jones, la quarta è indirizzata a Dave Stewart, partner della Lennox negli Eurythmics, mentre la quinta è rivolta al resto dei Take That, per i quali Robbie non prova ‘nessun rimorso’.

Altri riferimenti più o meno velati ai propri (ex) compagni di gruppo si trovano in Dum Dum Boys di Iggy Pop, Public Image dei PiL, The Winner Takes It All degli Abba, Should I Stay Or Should I Go? dei Clash, The Bitterest Pill dei Jam, In My Darkest Hour dei Megadeth. Ne conoscete degli altri? Sono sicuro che ce ne sono molti ma molti di più!

(ultimo aggiornamento il 2 marzo 2009)