Nine Horses, “Snow Borne Sorrow”, 2005

david-sylvian-nine-horses-immagine-pubblica-blogSono sempre stato un grande ammiratore di David Sylvian e così, dopo essermi deliziato con una sua rinnovata collaborazione con Ryuichi Sakamoto chiamata “World Citizen” (un ‘ep’ pubblicato nel 2004), corsi tutto entusiasta a comprare il successivo progetto sylvianiano, un’altra rinnovata collaborazione. Stavolta col batterista Steve Jansen, già nei Japan e in seguito in diversi altri album legati al fratello David; dato che a registrazioni già avviate si unì al progetto un terzo componente, il tastierista tedesco Burnt Friedman, si decise di dare un nome a quest’inedito trio: Nine Horses, dal titolo d’una raccolta di poesie il cui autore ignoro ma che piace a David. E così con “Snow Borne Sorrow” – questo il titolo dell’opera prima dei Nine Horses – il buon Sylvian non solo realizzò uno dei suoi lavori più dinamici dai tempi di “The First Day” (l’ennesima collaborazione, in quel caso con Robert Fripp e datata 1993) ma di fatto produsse uno dei dischi migliori della sua straordinaria carriera.

Dopo aver letto solo recensioni entusiastiche, come ho detto mi fiondai a comprare “Snow Borne Sorrow”; ricordo benissimo anche il periodo – la vigilia del Natale 2005 – e il fatto che il commesso del negozio mi assicurò che si trattava addirittura del disco migliore di David Sylvian dai tempi di “Secrets Of The Beehive” (1987). Tuttavia, al primo ascolto, non è che mi fece chissà quale impressione… certo, le canzoni si facevano via via più belle mentre l’album procedeva, ma che diamine, chissà cosa mi aspettavo! E invece, tempo qualche altro ascolto, in uno stato mentale certamente più disposto dopo gl’inevitabili bagordi natalizi, ecco che mi si apre un mondo: questo “Snow Borne Sorrow”, per cui David Sylvian s’è anche tolto lo sfizio di pubblicarlo sotto pseudonimo, è davvero un disco bellissimo, il migliore dopo la sublime sequenza solista di “Brilliant Trees” (1984), “Gone To Earth” (1986) e “Secrets Of The Beehive”. Un album che sintetizza magnificamente l’incrocio fra sonorità jazzistiche, d’avanguardia e sperimentali – il tutto con una spruzzata di world music – tentato dal nostro fin da quando ha messo fine ai Japan. Stavolta però la tipica miscela sylvianiana è stata proposta sotto le vesti di sofisticato pop d’autore, a tutto vantaggio della musica e per la gioia dell’ascoltatore.

In “Snow Borne Sorrow” non c’è una sola canzone brutta o trascurabile, anche grazie ad una produzione impeccabile: dal tetro ma solenne incedere del brano iniziale, Wonderful World, edito come singolo apripista, al caldo sentimentalismo della conclusiva The Librarian, passando per l’elegante pop-rock di Darkest Birds, il pacato pulsare notturno di The Banality Of Evil (inserito anche nella colonna sonora del film con Jim Carrey “The Number 23”), la sofisticata e corale Atom And Cell, la riflessiva A History Of Holes (il brano che più amo, nonché uno dei miei preferiti nel canzoniere di David), l’elettronico cullare di Snow Borne Sorrow, la meravigliosa ballata di The Day The Earth Stole Heaven e il piacevole dinamismo elettronico di Serotonin.

Come sempre nei migliori lavori di David Sylvian, anche qui il buon Sakamoto ci ha messo lo zampino, suonando il piano in due brani, ma anche i molti altri collaboratori hanno fatto la loro parte, soprattutto i musicisti impegnati ai fiati. Per quanto riguarda le tematiche, diversi testi riflettono la separazione di David dalla moglie Ingrid Chavez, ma in modo meno ossessivo rispetto a “Blemish” (2003), tuttora l’ultimo album pubblicato da Sylvian a suo nome. In questo 2009 dovremmo poterne apprezzare il seguito, che spero vivamente somigli a questo superlativo “Snow Borne Sorrow”.

– Mat

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Bowie a Berlino

thomas-jerome-seabrook-libro-bowie-immagine-pubblicaNegli Usa è fresco di stampa “Bowie In Berlin: A New Career In A New Town”, un libro di Thomas Jerome Seabrook che documenta il celebre periodo berlinese di David Bowie.

Come tutti i grandi fan di David sanno, Bowie si traferì con Iggy Pop a Berlino nel 1976, dopo un periodo di dissolutezze a Los Angeles. Lì diede vita ad alcuni dei suoi album più famosi e immaginifici – “Low” e “Heroes” ma anche “The Idiot” e “Lust For Life” sotto il nome di Iggy Pop. Ad accompagnarlo in studio però non c’era il solo Iggy, bensì un’indiviabile squadra di talenti, fra cui Brian Eno, Robert Fripp, Carlos Alomar e Tony Visconti.

Il periodo berlinese di David Bowie è un argomento che mi ha sempre affascinato e spero vivamente che questo nuovo libro venga presto tradotto anche per il mercato italiano. Anche se, porcalamiseria, devo ancora procurarmi l’imponente enciclopedia bowiana curata da Nicholas Pegg

– Mat

Album interi eseguiti dal vivo

pink-floyd-the-wall-liveNegli ultimi anni s’è diffusa fra le band più disparate l’iniziativa di eseguire integralmente dal vivo un album considerato un classico. Ha fatto molta notizia, per esempio, la recente riproposizione di “Berlin” da parte di Lou Reed, così come “Dark Side Of The Moon” eseguito da Roger Waters. Ma, a proposito di Pink Floyd, fu forse proprio la nota band inglese a cimentarsi per prima con l’esecuzione live di tutte le canzoni d’un loro album: già nel lontano 1977, Waters e soci eseguivano integralmente “Wish You Were Here” e “Animals”, culminando con la trasposizione teatrale di “The Wall” fra il 1980 e il 1981 (foto).

E’ notizia di questi giorni che Van Morrison eseguirà dal vivo il suo classico del 1968, “Astral Weeks”, mentre i Mission hanno salutato per l’ultima volta (o almeno così hanno detto…) i loro fan con l’esecuzione integrale di ben quattro album – “Gods Own Medicine” (1986), “The First Chapter” (1986), “Children” (1988) e “Carved In Sand” (1990) – in altrettante serate concertistiche speciali.

Operazione interessante da parte dei Cure qualche anno fa: in una serie di concerti – poi immortalata in un divudì chiamato “Trilogy” – hanno riproposto in sequenza gli album “Pornography” (1982), “Disintegration” (1989) e “Bloodflowers” (2000).

Se non ricordo male, un po’ di anni fa anche Brian Wilson ha riproposto integralmente “Pet Sounds” (1966), comunque di sicuro i Sonic Youth hanno eseguito dal vivo tutti i brani del loro classico, “Daydream Nation”, datato 1988. Anche per quanto riguarda i Simple Minds, qualche mese fa avevo letto che i componenti originali della band si sarebbero riuniti per eseguire dal vivo nella sua totalità l’album “New Gold Dream” del 1982.

Anche i Depeche Mode potrebbero rientrare nel tema di questo post: nel corso del loro “Devotional Tour” del 1993-94 arrivavano ad eseguire tutte le canzoni presenti nell’album “Songs Of Faith And Devotion”, seppure mai tutte nella stessa sera e non in ordine d’apparizione su disco.

In definitiva, trovo molto interessante questa pratica di riproporre un album intero di fronte al proprio pubblico di appassionati: è la testimonianza più lampante di come un concerto rock possa evitare di ridursi ad un mero jukebox dal vivo nel quale scorrono via l’uno dopo l’altro i successi maggiori e le canzoni più recenti. E poi è l’ennesima testimonianza dello storicizzarsi della (cosiddetta) musica leggera: in futuro si eseguiranno dischi pop-rock come “Sgt. Pepper” così come oggi si esegue per intero il “Requiem” mozartiano.

Per quanto mi riguarda, infine, mi piacerebbe tantissimo se a David Bowie venisse in mente di rirproporre dal vivo, tutto in una serata, gli album della sua trilogia berlinese: “Low”, “Heroes” e “Lodger”, magari portandosi appresso Brian Eno e Robert Fripp. Sarebbe a dir poco magnifico!

– Mat

Peter Gabriel, “Peter Gabriel”, 1980

hs_PG3_UMGI_Vinyl-12_Gatefold_6mmSpine_OUT_RI_AUG10.inddNel corso del weekend ho avuto modo di riascoltarmi con gran piacere i tre album di Peter Gabriel che più amo: gli omonimi del 1980 e del 1982, e “So” del 1986. Il ‘ripasso’ m’è sembrato così un’ottima occasione per scrivere un post su uno di questi dischi, in tal caso l’album “Peter Gabriel” del 1980, celebre per i singoli I Don’t Remember, Games Without Frontiers e la magnifica Biko.

Dopo i suoi primi due album solisti, pubblicati nel 1977 e nel ’78, l’ex cantante dei Genesis si ripresentò nel 1980 con quello che fino ad allora era il suo lavoro più organico, coraggioso e in definitiva dal maggior riscontro commerciale. Insomma, l’album dove Peter Gabriel gettò le fondamenta del suo tipico stile musicale, divenendo in pochi anni quell’artista carismatico e dalle sonorità peculiari che tutti gli appassionati conoscono, famosissimo tuttora. Vediamo quindi questo lavoro traccia dopo traccia, per un totale di dieci pezzi.

Scandita dalla secca batteria di Phil Collins in tempo medio, l’iniziale Intruder ci svela già le principali caratteristiche dell’album: grande enfasi su tamburi e percussioni, scarni arrangiamenti dove la versatile voce del nostro si staglia su una base di piano o più frequentemente di sintetizzatore, chitarre taglienti (quasi sempre in sottofondo) e atmosfera complessiva piuttosto dark.

La ritmata No Self Control si segnala soprattutto per la grande prova vocale di Peter: in effetti, per chi ama quest’artista, la canzone suona inconfondibilmente gabrieliana. La chitarra, qui suonata da uno dei più assidui collaboratori del nostro, David Rhodes, è più evidente così come la batteria di Phil, mentre alla voce di Kate Bush sono affidati alcuni cori.

Start è un breve brano sintetizzato arricchito dal sassofono di Dick Morissey; in realtà siamo alle prese con l’introduzione della canzone successiva, la potente I Don’t Remember, che resta una delle mie preferite nel repertorio di Peter Gabriel. Molto coinvolgente e potente la batteria di Jerry Marotta, con le parti di basso (grandiose) affidate ad un altro collaboratore di lunga data, Tony Levin. Tre i chitarristi presenti in I Don’t Remember (e si sente!): il già citato Rhodes, Dave Gregory degli XTC e l’inconfondibile Robert Fripp. Da segnalare, infine, la grande prova vocale di Peter.

Family Snapshot è il brano dell’album che più ricorda i trascorsi di Peter nei Genesis: basata su un vero fatto di cronaca nera, la canzone inizia lenta per solo piano (suonato dallo stesso Gabriel) & voce; in seguito l’arrangiamento s’arricchisce col basso di John Giblin, gli effetti tastieristici di Larry Fast e il sax di Morissey, mentre in sottofondo batteria & percussioni iniziano a scaldarsi; il tutto quindi esplode in una sorta d’arrembante corsa per poi stemperarsi sul finale in una sequenza davvero molto emozionante. Anche in questo caso mi sembra che si possa parlare senz’ombra di dubbio di una delle migliori canzoni di Gabriel.

La successiva And Through The Wire è la canzone che più s’avvicina ad una classica performance pop-rock e forse per questo motivo suona paradossalmente come il brano meno riuscito dell’album. Da segnalare, comunque, la partecipazione alla chitarra del grande Paul Weller, all’epoca ancora nei Jam.

Games Without Frontiers è un’altra delle mie canzoni preferite fra quelle del Gabriel solista. In questo caso la parte chitarristica e quella percussiva sono magistralmente concatenate, con tutti gli effetti sovraincisi a rendere questo pezzo ancora più interessante, compresa un’altra partecipazione vocale della Bush e il coro fischiettato da Peter stesso con Steve Lillywhite e Hugh Padgham, rispettivamente produttore e tecnico del suono di questo disco.

Forse l’unico punto debole del lavoro che stiamo esaminando, Not One Of Us non è certo una brutta canzone ma è forse un pezzo un po’ sfocato, salvato più che altro da un vigoroso arrangiamento. Molto più interessante mi sembra la successiva Lead A Normal Life, un brano minimale di grande suggestione atmosferica: perlopiù strumentale, l’uso del piano circondato da lievi effetti percussivi ricorda un po’ le colonne sonore create da Vangelis.

La conclusiva Biko è invece una delle pietre miliari nella discografia gabrieliana: un omaggio al leader antiapartheid Stephen Biko – ucciso dalla corrotta polizia sudafricana nel settembre 1977 – ma anche uno straordinario canto di protesta, scandito da un lento ma minaccioso schema percussivo, da lontane & lancinanti tessiture di chitarra e da un emozionante & coinvolgente coro finale. Un brano indimenticabile, Biko, imponente & solenne, di certo uno dei vertici creativo-espressivi della musica degli anni Ottanta.

– Mat

David Bowie (seconda parte)

david-bowie-immagine-pubblicaRiprendiamo la storia dell’immenso David Bowie, dopo aver tracciato la sua vita fra gli anni 1967-1979 col post precedente.

L’avvento degli anni Ottanta segna un profondo cambiamento nell’arte bowiana: se da una parte la frequenza degli album del nostro sarà parecchio ridimensionata, dall’altra si registrerà una notevole espansione dei suoi interessi verso il cinema e la realizzazione di colonne sonore, oltre che una mole considerevole di collaborazioni (musicali e non) con altri artisti famosi, mentre al termine del decennio Bowie sarà preso da una nuova smania di sperimentazione.

Ma andiamo con ordine e partiamo dal 1980. E’ l’anno che riporta David Bowie dov’era stato spesso nel decennio precedente, vale a dire al 1° posto della classifica inglese, grazie al robusto album “Scary Monsters” e all’eccezionale singolo Ashes To Ashes. Se la collaborazione con Brian Eno è terminata col precedente “Lodger” (1979), in “Scary Monsters” ritroviamo comunque Tony Visconti (però al suo ultimo atto con Bowie per quanto riguarda il resto degli anni Ottanta) e Robert Fripp, che contribuiscono a modellare un album ottimamente bilanciato fra sonorità più commerciali & accessibili e incessanti sperimentazioni sonore (ma anche visuali, dato che David dirige pure lo stupefacente video di Ashes To Ashes).

Il 1981 non porta nessun nuovo album bowiano ma segna una collaborazione importante, quella del nostro con i Queen, per il celeberrimo hit di Under Pressure. E’ la prima d’una serie di illustri collaborazioni che continueranno nel corso del decennio con artisti del calibro di Bing Crosby, Mick Jagger, Iggy Pop, Tina Turner, Giorgio Moroder, Pat Metheny e altri. Nello stesso periodo, inoltre, Bowie è molto attivo in ambito cinematografico: qui ricordo i film “I Ragazzi dello zoo di Berlino” (1982), “Miriam Si Sveglia a Mezzanotte” (1983), “Furyo” (1983), “Labyrinth” (1986), “Absolute Beginners” (1986), “L’Ultima tentazione di Cristo” (1988), ma anche svariate colonne sonore, oltre che in alcuni dei film citati anche per “Il Bacio della Pantera” (1982), “The Falcon & The Snowman” (1985, con la bellissima This Is Not America), “When The Wind Blows” (1986), “Pretty Woman” (1990) e altri.

Gli album musicali veri e propri firmati da David Bowie negli anni Ottanta sono invece soltanto tre: il fortunatissimo “Let’s Dance” (1983, contenente i grandiosi singoli China Girl e Let’s Dance e prodotto dal nostro col leggendario Nile Rodgers), il discusso “Tonight” (1984, in realtà un buon disco di pop-rock) e il debole “Never Let Me Down” (1987). Sul finire del decennio, Bowie torna alla musica come parte integrante d’una nuova band, i Tin Machine, coi quali firma due album eponimi di rock alternativo fra il 1989 e il ’91. Formati dal nostro con Reeves Gabrels e i fratelli Hunt e Tony Sales, i Tin Machine non riusciranno però a catalizzare l’attenzione sperata e negli anni Novanta David Bowie tornerà a firmate dischi a suo nome. Ecco quindi gli album “Black Tie White Noise” (1993), “1. Outside” (1995, della cui genesi ho già parlato qui), “EAR THL ING” (1997) e “…Hours” (1999): tutti lavori che forse non aggiungono molto a quello che David Bowie ha già espresso artisticamente (per quanto alcuni di essi ci mostrano un uomo perfettamente a suo agio coi moderni stili musicali) ma che senza dubbio contribuiscono a definire un personaggio che non ha mai subìto cali di popolarità.

Se, nei Novanta, David Bowie continua ancora a cimentarsi in diverse esperienze cinematografiche – qui ricordo i ruoli d’attore nei film “Basquiat” (1996, dove interpreta Andy Warhol) e “Il Mio West” (1998, dove recita con Leonardo Pieraccioni!), la colonna sonora “The Buddha Of Suburbia” (1994) – anche la sua vita privata ed i suoi affari subiscono importanti modifiche: sposa la bellissima modella Iman (che gli darà una figlia, mentre un primo figlio di David era nato dal suo precedente matrimonio) e quota in borsa i suoi diritti & proventi editoriali. Inoltre, e qui Bowie dimostra ancora una volta tutta la sua versatilità artistica, organizza diverse esposizioni dei quadri dipinti da lui.

L’avvento del Terzo millennio saluta il caro David Bowie come uno splendido sessantenne che si permette d’incidere quando vuole discreti album – finora “Heathen” (2002) e “Reality” (2003) – e di essere sempre riconosciuto come una leggenda vivente ed uno degli artisti più influenti che la storia della musica possa annoverare fra le sue pagine.
Per quanto mi riguarda, David Bowie è uno di quegli artisti che mi piacciono sempre di più e la sua musica la ascolto spesso & volentieri, a casa o in viaggio: sono intenzionato a completare la collezione dei suoi dischi (mi trovo a buon punto, però!) e a saperne di più sulla sua straordinaria carriera acquistando la monumentale enciclopedia bowiana scritta da Nicholas Pegg. Insomma, è solo una questione di soldi!

– Mat

Peter Gabriel

peter-gabriel-immagine-pubblicaNel mio vecchio blog, Parliamo di Musica, avevo già dedicato un post a Peter Gabriel ma ho preferito non trasferirlo qui e scriverne quindi uno nuovo. In effetti si trattava più di una protesta che della storia del celebre cantante inglese, perché ritengo Peter un tantino sopravvalutato. A quanto pare sono uno dei pochi appassionati dei Genesis che non lo rimpiange, avendo nutrito sempre più simpatia per Phil Collins che per lui. Credo che l’era Gabriel dei Genesis (1969-1975) abbia prodotto dei dischi stupendi non per la presunta grandezza del nostro, ma dal contributo di cinque grandi artisti – Gabriel compreso, ovviamente – che hanno fatto un lavoro eccellente finché hanno lavorato insieme. Poi, a giudicare dai due album realizzati dai Genesis prima dell’arrivo di Phil Collins e Steve Hackett, cioè “From Genesis To Revelation” (1969) e “Trespass” (1970), e da quello immediatamente successivo all’abbandono di Peter, vale a dire “A Trick Of The Tail” (1976), mi lascia pensare che la mente più ispirata in seno ai Genesis non fosse certamente Peter Gabriel. Questo confrontando inoltre la produzione post-Gabriel dei Genesis coi lavori solisti di Peter. Voglio dire, non mi pare che i Genesis guidati da Phil Collins abbiano fatto così tanto schifo così come non mi pare che i dischi solisti di Gabriel siano tutti dei capolavori. Fatta questa premessa – spero non troppo contorta – passo più specificatamente alla carriera solista del nostro.

Peter Gabriel, classe 1950, abbandona la band che gli aveva dato una prima notorietà internazionale, i Genesis per l’appunto, nella primavera del ’75, dopo essere stato il maggior ispiratore del primo concept-album del gruppo, lo stupendo “The Lamb Lies Down On Broadway” (1974). Tuttavia, col resto dei Genesis che procede come quartetto incontrando per giunta il maggior successo in classifica fino a quel punto della loro storia col magnifico “A Trick Of The Tail” (1976), Peter si concede un anno sabbatico, in modo da riordinare le sue turbolente idee. Tornerà alla ribalta l’anno successivo, nel 1977, con un indimenticabile singolo,
Solsbury Hill, e un primo album omonimo dalla resa altalenante. Prodotto da Bob Ezrin (già al lavoro con Lou Reed e in seguito coi Pink Floyd), “Peter Gabriel” è comunque un risultato pregevole, suonato da ospiti prestigiosi (cosa che si ripeterà per tutti i dischi successivi di Peter) quali Robert Fripp, Tony Levin e lo stesso Phil Collins, tuttora grande amico del nostro.

Peter Gabriel bissa l’operazione nel ’78, con un secondo album omonimo, stavolta con Robert Fripp anche in veste di produttore. Purtroppo il lavoro si rivela essere il peggiore fra gli album del nostro, tanto che nella sua prima raccolta, “Shaking The Tree” (1990), figureranno brani estratti da ogni album di Peter tranne che da questo. Nel ’78, tuttavia, Peter Gabriel ha la possibilità di riavvicinarisi, almento dal punto di vista umano, ai suoi ex colleghi dei Genesis, comparendo a sorpresa in un bis d’un loro concerto.


Prodotto da
Steve Lillywhite, ecco nel 1980 un terzo album omonimo da parte di Gabriel, quello contenente I Don’t Remember, Games Without Frontiers, Family Snapshot e soprattutto la straordinaria Biko. Per me è questo suo terzo album il migliore della discografia solista di Peter Gabriel, l’unico del quale non potrei mai separarmi, anch’esso forte della partecipazione di ospiti illustri: oltre agli ormai abituali Tony Levin (che suona il basso nelle canzoni e nei concerti di Peter anche oggi) e Robert Fripp, l’album vanta nuovamente Phil Collins ma anche John Giblin, Kate Bush e Paul Weller, all’epoca ancora leader dei Jam. Per quanto bello e importante, c’è da dire che questo disco non ottenne chissà quale successo mentre in quell’anno i Genesis ottenevano il loro primo numero uno nella classifica inglese con l’album “Duke”, un lavoro certamente non commerciale (con Steve Hackett ormai fuori dal gruppo) che non ha nulla da invidiare all’arte di Peter Gabriel.

Il primo vero successo di Peter è considerato invece il suo quarto album, pubblicato nel 1982, l’ultimo della quadrilogia di dischi omonimi, spinto dall’irresistibile singolo di
Shock The Monkey, senza dubbio uno dei pezzi più famosi del nostro. Un bel disco questa quarta fatica di Gabriel, non c’è che dire, con una virata maggiore in direzione della world music (introdotta già in alcune sonorità del suo album precedente) e un’accentuazione delle atmosfere dark. Oltre a Shock The Mokey, voglio ricordare la stupenda San Jacinto, la saltellante I Have The Touch e l’intensa The Rhythm Of The Heat. Il 1982 è un anno importante per Peter Gabriel anche per un altro motivo: organizza la prima edizione del noto festival etnico chiamato WOMAD (World Of Music And Dance), il quale, stentando a lanciarsi nei primi giorni, viene rivitalizzato da un’inaspettata reunion di Peter Gabriel coi Genesis, che eseguono quindi un set tratto da “The Lamb Lies Down On Broadway”.

Sono anni, per il nostro, in cui comincia a cimentarsi in altri territori, quali il cinema e il supporto ad artisti provenienti dal terzo mondo (il senegalese Youssou N’Dour è probabilmente la maggiore scoperta di Peter in questo senso). E così, dopo aver pubblicato un album dal vivo nel 1983, “Plays Live”, Gabriel realizza la colonna sonora d’un film di Alan Parker, “Birdy” (1984), peraltro riciclando alcune basi strumentali già impiegate nei suoi album. Torna col suo quinto album solista soltanto nel 1986, stavolta un disco con un titolo tutto suo, “So”: tuttora il maggior successo commerciale del nostro e molto probabilmente l’album più amato dai suoi fan, “So” vanta brani memorabili come la famosa Sledgehammer, la tenera Don’t Give Up (dove Peter torna a collaborare con Kate Bush), la ritmata Big Time e soprattutto la straordinaria e imponente Red Rain.

Nel 1988 Peter Gabriel torna a cimentarsi con le colonne sonore, stavolta musicando il controverso film “L’Ultima Tentazione di Cristo” di
Martin Scorsese. Pesantemente intrisa di world music e suonata con strumenti e musicisti mediorientali, la celebrata colonna sonora verrà pubblicata nel 1989 col titolo di “Passion”, mentre Peter torna in studio per incidere il suo sesto album da solista. E qui comincia quella lungaggine nella lavorazione d’un disco da parte del nostro che continua tuttora: il risultato finale delle sedute vede infatti la luce solo nel ’92, anche se si tratta d’un buon disco, “Us”, forte del singolo Steam (una rivisitazione del fortunato Sledgehammer) ma anche di Blood Of Eden (un duetto con Sinéad O’Connor, che all’epoca ebbe una storia col nostro), Digging In The Dirt e Come Talk To Me.

Per quanto Peter Gabriel non sia affatto inattivo nella parte restante degli anni Novanta (collabora con altri artisti, incide musiche sperimentali – arrivando a far suonare dei gorilla in studio – realizza suoni e canzoni per opere multimediali, compone colonne sonore, partecipa a lodevoli iniziative umanitarie…), “Us” risulterà il suo unico album da studio pubblicato in quel decennio. Bisognerà infatti attendere il 2002, ben dieci anni dopo, per vederne un seguito nei negozi, vale a dire il deludente “Up”. Non che “Up” sia un brutto disco ma, fin dalla prima volta che l’ho ascoltato, ho avuto la netta impressione di trovarmi alle prese con una raccolta di brani inediti più che un lavoro unitario e compatto. E’ a quel punto che comincio a disaffezionarmi a Peter Gabriel… fa aspettare i fan per dieci anni e poi fa uscire una roba del genere?!

All’epoca il buon Peter promise che i suoi fanatici ammiratori non avrebbero dovuto aspettare tanto per il seguito di “Up”, che sarebbe uscito addirittura nel 2004. Siamo nel 2007… sono già passati cinque anni… confesso che non faccio più parte di quelli che stanno ad aspettare il nuovo ciddì di Peter Gabriel. Oggi come oggi non potrebbe fregarmene di meno.

– Mat

The Police

the-police-2007-stewart-copeland-sting-andy-summersI Police sono sempre stati uno dei miei gruppi rock preferiti. Qui vedrò di tracciarne brevemente la storia, cercando di contenere il mio entusiamo da fan. La band nasce nel gennaio 1977, quando il batterista Stewart Copeland (americano, classe 1952) inizia a suonare col bassista Sting (inglese, classe 1951). Entrambi provenivano da esperienze musicali diverse: il primo era reduce dall’avventura col gruppo progressive dei Curved Air, mentre il secondo da una band di jazz-fusion senza contratto chiamata Last Exit. Dopo aver trovato un chitarrista, Henri Padovani (corso, classe 1952), Stewart chiama la nuova formazione The Police, in omaggio al mestiere di suo padre, agente dell’FBI.

Nel corso dell’anno i Police debuttano discograficamente con un singolo autoprodotto, Fall Out / Nothing Achieving, distribuito dall’etichetta indipendente Illegal Records, di proprietà dei fratelli Copeland (Miles, il manager dei Police, Ian e quindi Stewart). Sulle prime i Police cercano d’inserirsi nella nascente scena punk inglese, e del resto la musica che propongono è esattamente di quel tipo. Tuttavia la band non sarà mai ritenuta credibile da parte dell’ambiente punk, sia perché troppo tecnicamente abile e sia perché troppo vecchia anagraficamente. Forse anche per questo, Stewart e soci decidono di accettare la proposta di Mike Howlett, reduce della band progressive dei Gong, di formare un nuovo gruppo. Nascono così gli Strontium 90, un interessante connubio fra punk, fusion e rock che vede quindi coinvolti Howlett (basso e voce), Sting (basso e voce), Copeland (batteria) e Andy Summers (chitarra). Gli Strontium 90 non andranno da nessuna parte ma l’esperienza non risulterà invana per i nostri: i Police riformati includeranno un secondo chitarrista, proprio quell’Andy Summers (inglese, classe 1942), con un passato nei New Animals di Eric Burdon.

La formazione dei Police a quattro dura un solo mese, anche perché fra Padovani e Summers non c’è assolutamente confronto tecnico. E così il chitarrista corso se ne va per unirsi ad altre formazioni punk, mentre i Police assumono così la loro definitiva (e storica) formazione a trio.
Dopo aver firmato per la A&M/Polydor, nel 1978 i Police debuttano anche su album, con “Outlandos d’Amour”, anticipato dal singolo Roxanne. Se in un primo momento Roxanne incontra qualche difficoltà (anche per via del suo testo equivoco che non ne farà una facile scelta nelle programmazioni radiofoniche), l’album conquisterà un incoraggiante sesto posto nella classifica britannica.

La consacrazione dei Police in patria avviene comunque l’anno dopo, nell’ottobre 1979, quando il loro secondo album, “Reggatta De Blanc”, conquista la vetta della classifica inglese. Anche i singoli estratti dall’album vanno forte, soprattutto Message In A Bottle e Walking On The Moon, entrambi al primo posto nella classifica inglese riservata ai singoli. I Police replicano il successo nel 1980, con l’album “Zenyatta Mondatta” e il singolo Don’t Stand So Close To Me, entrambi al primo posto nelle rispettive classifiche. Tale crescendo di popolarità viene incrementato nel 1981, con l’album “Ghost In The Machine” (1° in patria e 2° negli USA) e i singoli Invisible Sun (al 2° posto) e Every Little Thing She Does Is Magic (al 1° posto), tutti lavori che, per la prima volta, prendono definitivamente le distanze dalle origini punk del gruppo.

Nel 1982 i Police e Sting in veste solista partecipano alla colonna sonora del thriller “Brimstone & Treacle”, film nel quale recita lo stesso Sting. A fine anno, comunque, la band torna in studio per preparare un nuovo disco. Chiamato “Synchronicity”, il quinto (e finora ultimo) album da studio dei Police viene pubblicato nel giugno ’83: in poco tempo conquista la vetta delle classifiche britannica e americana, anche perché supportato da quattro singoli indimenticabili come Every Breath You Take (1° in UK e USA), Wrapped Around Your Finger, Synchronicity II e King Of Pain.
I Police hanno così raggiunto la consacrazione definitiva, ma sul più bello – una volta completato il Synchronicity Tour, ai primi del 1984 – Sting decide di mettere la parola fine alla gloriosa band. In realtà il gruppo tornerà in studio fra l’85 e l’86 con l’intenzione di registrare una raccolta composta da nuove versioni dei vecchi successi. Il lavoro non viene però condotto a termine, coi Police che registrano fra tensioni e malumori solo due nuove versioni, Don’t Stand So Close To Me e De Do Do Do, De Da Da Da. Per giunta, solo la nuova Don’t Stand So Close To Me sarà inclusa nella raccolta antologica “Every Breath You Take/The Singles” (1986), mentre il rifacimento di De Do Do Do, De Da Da Da resta tuttora inedito.

E’ l’ultimo atto della carriera discografica dei Police, dopodiché i tre membri del gruppo procederanno ognuno per conto proprio: Andy Summers, dopo aver stretto un sodalizio artistico col chitarrista Robert Fripp già nel 1982, pubblicherà il suo primo album solista nel 1987, “X Y Z”; Stewart Copeland pubblicherà un primo album nel 1985, “The Rhythmatist”, ma si dedicherà principalmente alla realizzazione di colonne sonore; Sting, come tutti sappiamo, diventerà un’affermata rockstar mondiale già a partire dal suo primo album solista, “The Dream Of The Blue Turtles”, uscito nel 1985.

Tuttavia, i rapporti fra i tre musicisti non saranno mai recisi del tutto, e così, se Sting e Summers avranno modo di colllaborare in diverse occasioni, la band al completo si riunisce per un mini concerto privato nel 1992, in occasione delle seconde nozze di Sting. Poi ancora – e stavolta pubblicamente – nel marzo 2003, per l’insediamento dei Police nella Rock And Roll Hall Of Fame di New York (dove eseguirono Roxanne, Message In A Bottle e Every Breath You Take) e quindi nel febbraio 2007 a Los Angeles, in occasione della cerimonia di premiazione dei Grammy Awards. Non sarà però un’esibizione isolata dato che la partecipazione ai Grammy del 2007 segnerà invece il preludio di una reunion concertistica che ha condotto i Police negli stadi di tutto il mondo (compreso il Delle Alpi di Torino, con un Mat presente). Il fortunatissimo tour della reunion del gruppo – che milioni di fan attendevano con grande trepidazione – si è infine concluso a New York nell’autunno del 2008.

David Bowie, “Heroes”, 1977

david-bowie-heroes-immagine-pubblica-blogEccoci al secondo capitolo della trilogia di album che David Bowie ha realizzato in collaborazione con Brian Eno tra il 1977 e il 1979. Qualche post fa si è parlato di “Low“, uscito nel ’77, mentre oggi è la volta di “Heroes”, pubblicato nello stesso anno. Come già detto, nel ’76 Bowie si traferisce a Berlino e qui dà vita al suo periodo artistico più sperimentale e immaginifico: “Heroes” è l’album della trilogia che più risente dell’atmosfera berlinese, essendo l’unico dei tre ad essere stato realizzato completamente nella storica città tedesca, all’epoca segnata ancora dal muro divisorio tra Est e Ovest.

Bowie si affida allo stesso team col quale aveva creato il precedente “Low”: il grande Tony Visconti alla produzione, gli ottimi Carlos Alomar (chitarra), George Murray (basso) e Dennis Davis (batteria e percussioni), un chitarrista d’eccezione che è quel mago di Robert Fripp e, ovviamente, il re delle ambientazioni sonore, quel genio di Brian Eno. Anche “Heroes”, come “Low”, è suddiviso in due parti: sul lato A dell’elleppì originale troviamo le canzoni più ‘convenzionali’ (anche se questo termine poco si addice all’arte di Bowie), sul lato B troviamo invece le composizioni più sperimentali. Ma adesso passiamo alle singole tracce di “Heroes”.

L’album inizia con un botto, una canzone potente e incalzante chiamata Beauty And The Beast: quando l’ascoltai per la prima volta capii immediatamente da dove provenivano tutti i suoni new-wave e dark dei miei artisti preferiti. Basta già la sola Beauty And The Beast per accorgersi di quanto Bowie (grazie anche ai suoi preziosi collaboratori) si trovasse avanti rispetto ai suoi colleghi e/o rivali del tempo.

La successiva Joe The Lion è un altro bel pezzo movimentato ma quello che segue è il pezzo forte dell’album, l’omonima Heroes. Penso che la conosciate un po’ tutti, è davvero una delle canzoni più famose e più belle di Bowie: potente e melodica al tempo stesso, struggente e sperimentale in equal misura, senza dubbio uno dei vertici artistici del nostro (la versione su singolo è un edit di tre minuti e mezzo, mentre questa raggiunge i sei minuti).

Poi i ritmi rallentano con la bella e dolente Sons Of The Silent Age, che mi sembra una attualizzazione disincantata di Life On Mars? (stupenda canzone del 1971, pubblicata sull’album “Hunky Dory”). La successiva Blackout è una grande canzone che, come l’iniziale Beauty And The Beast, prefigura il sound che la musica pop-rock assumerà di lì a qualche anno. Grandissima e basta. Con V-2 Schneider entriamo nel lato più sperimentale di “Heroes”: un pulsante ritmo elettronico ci porta in una dimensione nuova che Bowie ci fa esplorare per la prima volta nella sua discografia; come in tante altre volte tra i solchi della trilogia berlinese, qui la voce di David è usata come un puro strumento.

Poi è la volta d’una sequenza interessantissima e superba, ovvero tre brani ambient nel quale Brian Eno sembra farla da padrone (anche se Bowie c’è e si sente… si sente eccome!): sono l’inquietante Sense Of Doubt, l’orientaleggiante Moss Garden e la dolente Neukoln (dal nome di un sobborgo berlinese all’epoca piuttosto degradato). Tre brani d’atmosfera bellissimi, collegati tra loro, con Bowie e Eno che ci prendono per mano e ci portano in territori all’epoca del tutto inesplorati.

Un viaggio emozionante che infine ci conduce in Arabia. L’ultimo brano del superlativo “Heroes” è infatti The Secret Life Of Arabia, che ci riporta ad una forma-canzone più abituale: un suadente ritmo funky-esotico, con una grande prova vocale di David… davvero una delle gemme artistiche del nostro.

Tra “Low” e “Heroes” non saprei veramente dire quale dei due sia il migliore: senza dubbio però stiamo parlando di due capolavori, tra i cinque dischi più belli mai realizzati da David Bowie (e imperdibili per tutti i veri fanatici del rock). Su “Heroes” posso aggiungere solo che la presenza di Eno è più evidente (ed infatti lui ottiene più crediti compositivi, tra cui la coautorialità con Bowie del brano Heroes) rispetto a “Low”: una collaborazione che si farà ancor più fitta nell’atto finale di questa trilogia, l’album “Lodger” (1979).