The Cure, “The Head On The Door”, 1985

the-cure-the-head-onthe-door-1985Pubblicato per la prima volta nel 1985, “The Head On The Door” è il primo disco dei Cure che ho avuto modo d’ascoltare, verso la fine degli anni Novanta, quando iniziavo a interessarmi non solo a questa band inglese ma anche a tutta quella scena musicale britannica che, partita dall’esplosione punk del 1977, ha poi virato verso territori più dark se non proprio gotici. In quegli ultimi anni del Ventesimo secolo, infatti, scoprivo i Joy Division e i loro naturali successori, i New Order, ma anche i vari StranglersBauhaus, Siouxsie And The Banshees, The DamnedSisters Of Mercy e The Mission, toccando quindi le coste australiane con band quali The Church e Nick Cave & The Bad Seeds.

Non tutti mi sono piaciuti, o non tutti ho continuato ad ascoltare in seguito, ma alcuni di loro, quali appunto i Cure, mi sono rimasti nel cuore. Così come ci è rimasto questo “The Head On The Door”, uno dei loro lavori più accessibili e pop, quello che mi ha fatto innamorare di tutta una scena musicale e che ha dato avvio alla mia passione per l’universo sonoro di Robert Smith, autore, cantante, chitarrista, produttore e inconfondibile immagine pubblica dei Cure, una band ormai storica, che calca le scene dai tardi anni Settanta e che ancora oggi riempie gli stadi di tutto il mondo. Li ho visti una volta, a Roma nel 2002, in un concerto all’Olimpico tra i più belli (tutte le hit storiche e i brani più amati dai fan) e generosi (3 ore di durata) ai quali io abbia mai assistito.

Avevo già pubblicato qualcosa su “The Head On The Door” nelle precedenti incarnazioni di questo blog, esattamente il 20 aprile del 2007 e il 1° febbraio del 2008. Per chi non conosce il contenuto dell’album e vuol saperne qualcosa di più, ripeto brevemente quanto scritto allora. Si parte col travolgente pop rock di In Between Days, appena 3 minuti di chitarre rotolanti e squillanti che sfidano chiunque a restare immobili, si continua con quello che resta uno dei miei pezzi preferiti dei Cure, Kyoto Song, forte d’un arrangiamento tanto gotico quanto maestoso, e quindi con The Blood, un coinvolgente brano pop rock che infonde un veloce arrangiamento in stile flamenco alle venature più dark tipiche dei Cure, con Six Different Ways, brano più pop che sembra uscito dalle sessioni dell’album precedente, “The Top” (1984), e quindi con Push, altro brano travolgente, coi primi 2 minuti tiratissimi e praticamente strumentali, e forte di una delle migliori prove vocali mai offerte da Smith.

La successiva The Baby Screams ricorda un po’ i New Order (e la cosa non è infrequente nella produzione artistica dei Cure di quel periodo) anche se, una volta che Smith inizia a cantare, si è inconfondibilmente in presenza d’una canzone dei Cure. A seguire c’è Close To Me, uno dei loro pezzi più famosi, riproposto nel 1990 in un remix (con tanto di divertente videoclip che riprendeva l’originale del 1985 nel punto in cui finiva) che ha ridato nuova popolarità sia alla canzone che alla band stessa. A entrambe le versioni, tuttavia, ho sempre preferito la successiva – nella scaletta di “The Head On The Door” – A Night Like This, arricchita da un insolito assolo di sax: dopo 30 anni continua a restare un brano di grande atmosfera, epico e intenso, perfettamente bilanciato fra quelle sonorità irresistibilmente pop e quella sensibilità peculiarmente dark che hanno reso celebri i Cure.

Viene quindi il turno di Screw, breve funky dall’andamento saltellante e robotico che sembra più che altro introdurre il brano finale, Sinking, secondo me il migliore del disco. Con quel ritmo medio-lento che sembra andare alla deriva, le tastiere eteree, il basso pulsante e la voce più unica che rara di Smith, Sinking è una delle canzoni più memorabili dei nostri, quella che segna lo stile maturo dei Cure, uno stile che verrà sviluppato ulteriormente in tutti gli altri dischi della band, da “Kiss Me Kiss Me Kiss Me” del 1987 in poi, trovando compimento definitivo con l’album “Bloodflowers”, quindici anni dopo “The Head On The Door”.

Anche “The Head On The Door”, infine, è stato ripubblicato in edizione deluxe con disco bonus contenente inediti e rarità del periodo. Tra il 2006 e il 2010, infatti, Robert Smith ha curato di persona le ristampe di tutti gli album dei Cure usciti nel primo decennio d’attività della band, cioè tutti i dischi compresi tra “Three Imaginary Boys” (1979) e “Disintegration” (1989), passando anche per “Blue Sunshine” (1983), frutto di quell’estemporanea ma riuscita collaborazione tra Smith e Steven Severin dei Siouxsie And The Banshees chiamata The Glove. Magari di tutto questo avremo modo di parlare in un prossimo post.

-Mat

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The Cure, “Bloodflowers”, 2000

the-cure-bloodflowers-immagine-pubblica-blogUno dei dischi che più amo fra quelli usciti nel decennio che ormai volge al termine è “Bloodflowers”, undicesimo album da studio dei Cure. Dopo averlo comprato & ascoltato un’infinità di volte, ho avuto una specie di disinteresse per la carriera successiva del gruppo di Robert Smith, perché in molti sensi giudico “Bloodflowers” un lavoro definitivo, il punto d’arrivo d’una splendida avventura iniziata con “Three Imaginary Boys” (1979).

Non a caso, “Bloodflowers” è l’ultimo album dei Cure uscito per la storica Fiction Records, l’etichetta che li aveva lanciati oltre ventanni prima. Un album anticommerciale, “Bloodflowers”, prevalentemente lento, sofferto ma melodico, pieno di rimpianti e di sentimenti depressogeni, eppure ricco di visioni poetiche e d’invocazioni d’amore, nonché di voglia di cambiamento – pur se accettando la realtà del mondo per quella che è. Un album, “Bloodflowers”, pubblicato all’inizio d’un nuovo secolo, il 2000, e giunto nelle rivendite senza l’accompagnamento di videoclip promozionali, né singoli estratti, un lavoro da prendere così com’è, lo si odia o lo si ama, non si scende a compromessi.

Per molti aspetti, ritengo “Bloodflowers” il miglior lavoro dei Cure, l’album della definitiva maturità, un album piacevolmente deluso, un set di nove canzoni che ci trasportano alla deriva, fra la tranquillità della vita domestica e il tumultuoso flusso di coscienza, a metà fra il sonno e la veglia. Nove canzoni dove la band si prende tutto il tempo che vuole, con lunghe introduzioni e ampi passaggi strumentali intermedi, raggiungendo agilmente i cinque, i sette o addirittura gli undici minuti di durata.

La genesi di “Bloodflowers” ha un inizio preciso: 21 aprile 1998, giorno del trentanovesimo compleanno di Robert Smith, cantante, chitarrista e grande anima dei Cure. E’ in quel giorno che Robert compone fra le mura di casa il primo brano di “Bloodflowers”, un pezzo dolente & rabbioso, chiamato per l’appunto 39, dove il musicista ammette che il fuoco si è quasi spento, nonostante nella sua vita non avesse fatto altro che alimentare quel fuoco. Per altre idee musicali da destinare al nuovo album, Smith sembrerà fare anche ricorso alla celebre Burn, scritta per la colonna sonora de “Il Corvo”, rallentando la musica & estendendone i confini fino a renderla più eterea.

Ad ogni modo, di lì a poco il buon Robert darà vita – con gli altri componenti della band, il cui contributo sarebbe ingiusto ignorare – alle altre canzoni del primo album dei Cure per il nuovo secolo: delle gemme di grande bellezza quali l’amabilmente desolata The Last Day Of Summer, la romantica e toccante There Is No If… (la canzone più corta dell’album, con quattro minuti scarsi), l’ipnotica ma dolcissima The Loudest Sound, la stessa Bloodflowers, una drammatica e intensa dichiarazione d’amore, fre le più belle canzoni dei Cure in assoluto. E poi l’epico dark-rock di Watching Me Fall (ben undici minuti & passa di durata!), la sognante Out Of This World, posta efficacemente come brano d’apertura, e le più convenzionalmente pop-rock Maybe Someday e Where The Birds Always Sing, comunque ben diverse dagli episodi più smaccatamente pop dei Cure anni Ottanta e Novanta.

Per me “Bloodflowers” è un disco magnifico, un capolavoro che ascolto sempre con grande trasporto & con immutato interesse. Spesso mi fa dimenticare che i Cure hanno fatto altri dischi dopo di questo.

– Mat

I concerti più memorabili

Paul McCartney live roma 2003Se in questo 2008 che ormai volge alla fine ho stabilito il mio record personale di dischi acquistati, non ho però assistito a nessun concerto di particolare rilevanza. Un po’ per mancanza di soldi, un altro po’ per pigrizia e molto per via del fatto che i miei artisti preferiti non hanno dato concerti in Italia. E così, sia come augurio per l’anno che verrà e sia per guardarmi indietro con piacevole nostalgia, ecco una breve lista dei concerti che più mi hanno emozionato negli ultimi anni, con qualche sintetico commento da parte del sottoscritto.

Eric Clapton: dal vivo a Pesaro nel marzo del 2001 con una band cazzutissima. Anche se ora ritengo il buon Eric un sopravvalutato, questo fu un concerto bellissimo e senza nessun calo di forma e/o stile.

The Cure: dal vivo a Roma nell’estate del 2002, per quasi tre ore di musica dove la band di Robert Smith ha spaziato senza risparmiarsi dalle canzoni di “Three Imaginary Boys” ai brani più recenti (per l’epoca) di “Bloodflowers”. Grandissimi!

Depeche Mode: dal vivo a Bologna nell’ottobre 2001, in un concerto esaltante del tour di “Exciter” che la sera prima aveva fatto tappa a Milano. Una band in formissima alle prese con un repertorio che ho cantato dalla prima all’ultima canzone. Apprezzai anche l’esibizione del gruppo di supporto, i Fad Gadget.

Genesis: dal vivo a Roma nell’estate 2007, in occasione del Telecomcerto gratuito del 14 luglio che ha attirato ben 500mila persone. La formazione includeva tre membri originali – Phil Collins, Tony Banks e Mike Rutherford – più due storici collaboratori, Daryl Stuermer (chitarra) e Chester Thompson (batteria). Uno dei più maestosi spettacoli che ho avuto il privilegio di gustare.

Steve Hackett: dal vivo a Pescara nel marzo 2007, fu un graditissimo aperitivo acustico prima del grande concerto romano dei Genesis. Ne ho parlato QUI.

Scott Henderson: dal vivo a Orsogna (Chieti) nell’agosto del 2006 vidi in azione uno dei più abili e impressionanti chitarristi che io abbia mai avuto il piacere d’ascoltare. Eccezionalmente bravi anche i due musicisti che quella sera accompagnarono Scott sul palco: Kirk Covington alla batteria e John Humphrey al basso.

Paul McCartney: dal vivo a Roma, lungo il suggestivo sfondo dei Fori Imperiali, nel maggio del 2003, in occasione del primo Telecomcerto gratuito (nella foto sopra). Questo è stato forse il concerto più emozionante della mia vita, se la batte alla pari con un altro che vedremo fra poco…

The Mission: dal vivo a Roma nell’autunno del 2005, in una formazione che purtroppo includeva il solo Wayne Hussey fra i componenti storici della band inglese; la scelta dei pezzi e la loro esecuzione furono comunque memorabili.

Peter Murphy: dal vivo a Roma nell’estate 2005, in uno dei posti peggiori che io abbia mai visitato per ascoltare della musica dal vivo. Ma l’emozione di aver visto cantare a un metro da me il leader dei Bauhaus, il piacere di avergli stretto la mano, e i suoi autografi sulle copertine dei miei dischi hanno ben ripagato i soldi spesi per il biglietto e il viaggio.

The Police: dal vivo a Torino nell’ottobre del 2007… strepitosissimi! Ne ho parlato abbondantemente QUI.

Prince: dal vivo a Milano il 31 ottobre 2002 per un concertone che riportava il folletto di Minneapolis in terra italiana dopo dieci anni buoni d’assenza, stavolta per promuovere l’album “The Rainbow Children”. Ci andai da solo, contro tutti & tutto, e ne valse la pena alla grandissima, fosse solo per il fatto di averlo visto suonare e cantare Purple Rain a pochi metri da me!

David Sylvian: dal vivo a Roma nel settembre 2007 in uno dei posti più splendidi dove ho potuto ascoltare della musica live, l’Auditorium della Conciliazione, a pochi passi dal Cupolone. Tanti i pezzi tratti dal recente “Snow Borne Sorrow” (2005) ma anche tante piacevoli escursioni nel suo passato solista. Ospite d’eccezione, alla batteria, il fratello Steve Jansen.

Roger Waters: dal vivo a Roma nel giugno 2002 con una band grandissima di musicisti e coriste. Tre ore in compagnia di una leggenda alle prese con delle canzoni che sono entrate nella storia. Ho detto tutto. Permettetemi di chiudere questo post su toni di nostalgia dolceamara… mi sento fortunatissimo ad aver avuto l’opportunità di applaudire da vicino tutti questi grossi calibri, rimpiango però di non aver mai visto dal vivo Miles Davis, Freddie Mercury e i Clash.

– Mat

Stripped, nuovo libro sui Depeche Mode

depeche-mode-libro-stripped-immagine-pubblicaE’ uscito da poco “Stripped”, un nuovo libro biografico sui Depeche Mode, scritto da Jonathan Miller. E’ un bel librone di oltre seicento pagine che ripercorre la storia di questo celebre gruppo inglese, dai primi anni fino al suo più recente capitolo discografico, l’album “Playing The Angel” (2005).

Ieri sera, mentre mi trovavo nel solito centro commerciale dalle mie parti, ho avuto modo di dargli un’occhiata ravvicinata e di leggermi qualcosina. Ci sono innanzitutto un sacco di belle foto, compresa una del 1969 dove, in una classe scolastica di bambini, si vedono sorridenti Vince Clarke e Andy Fletcher, futuri fondatori della band. Ma i dettagli biografici e musicali sono tantissimi: ad esempio, non sapevo che sul finire degli anni Ottanta, mentre i Depeche Mode completavano l’album “Violator”, Andy fu costretto a ricoverarsi alla Priory, una celebre clinica inglese che ha ospitato diverse rockstar, a causa di una profonda depressione. E lì ha incontrato un altro ospite illustre: ‘c’era anche quel tipo eccentrico dei Cure‘ ha detto Fletcher… chi, Robert Smith?

La cosa però che più mi ha colpito sono stati i dettagli musicali: ad esempio, non sapevo affatto che il breve interludio chitarristico che si ascolta in “Violator”, fra Enjoy The Silence e Policy Of Truth, sia stato suonato da Dave Gahan, il cantante del gruppo. Così come il fatto che la stessa Policy Of Truth abbia avuto una lunga evoluzione, col suo celebre riff aggiunto solo verso la fine.

Insomma, da bravo appassionato dei Depeche Mode, credo proprio che la lettura di questo “Stripped” sia per me necessaria. Sono stato tentato dal comprarmi il librone ma i suoi ventidue euro necessari per portarmelo a casa mi hanno un po’ fatto passare la voglia. Vedremo più in là, magari sotto Natale…

(che poi, perlamiseria, devo ancora comprarmi la benedetta enciclopedia su David Bowie scritta qualche anno fa da Nicholas Pegg)

– Mat

The Glove, “Blue Sunshine”, 1983

the-glove-blue-sunshine-the-cure-siouxsie-and-the-bansheesE’ stata davvero una bella sorpresa, per me, l’ascolto di “Blue Sunshine”, l’unico album accreditato a The Glove, una sigla che cela i nomi di Robert Smith dei Cure e Steven Severin dei Siouxsie And The Banshees. Semplicemente non credevo che fosse così bello, ecco!

Sapevo da anni di questo disco, un album più sperimentale e dal sapore psichedelico, ma è solo dopo la sua recente ristampa in formato deluxe che ho deciso di comprarmene una copia, sul finire dell’anno scorso.

La storia di quest’inedito progetto musicale dovrebbe essere nota ai fan dei Cure – ne ho già parlato nel post biografico sui Cure e in questa recensione – tuttavia qualche breve cenno di riepilogo ci sta bene: nel corso del 1983 i Cure non se la passavano affatto bene e Robert Smith – voce, chitarra e mente creativa del noto gruppo inglese – tentò di formare una nuova band, stavolta un duo, con un musicista che apprezzava anche umanamente e che aveva gusti artistici in comune, Steven Severin, per l’appunto, bassista dei Banshees nonché componente centrale dell’altro noto gruppo inglese. L’idea però non piaceva a Chris Parry, manager dei Cure verso il quale il buon Robert aveva ancora degli stretti obblighi contrattuali: e così il perfido Parry proibì a Smith di cantare più di due canzoni che avrebbero formato il primo album dei Glove.

Fu così che Severin & Smith, per ridurre al minimo le influenze altrui sul proprio lavoro, ricorsero per il ruolo di cantante ad una totale sconosciuta, tale Jeannette Landray, all’epoca ragazza di Budgie, il batterista dei Banshees. Jeannette cantò quindi in ben sei delle dieci composizioni Severin/Smith, dato che due restavano strumentali e altre due venivano cantate da Smith. In realtà nelle versioni dimostrative delle canzoni, messe su nastro ad uso privato, la voce di Robert Smith si sente forte & chiara non solo nei brani successivamente affidati a Landray ma anche in quei due che infine sono stati editi come strumentali. Questo materiale, più qualche altra ghiotta chicca, è stato inserito nel ciddì aggiuntivo alla recente riedizione di “Blue Sunshine”: insomma, dal 2006 è finalmente possibile non soltanto ascoltare la versione rimasterizzata di “Blue Sunshine” con tanto dei brani che apparivano solo sui lati B dei singoli, ma anche di avere un’idea precisa di quello che sarebbe stato l’album con Smith come unico cantante. Ora torniamo però al disco così come venne inteso per la pubblicazione nel lontano 1983…

Col minimo supporto di qualche musicista esterno – fra cui Andy Anderson, all’epoca batterista dei Cure – il duo Severin/Smith scrisse, arrangiò, suonò e produsse quest’album tanto peculiare che è “Blue Sunshine” e che adesso vedremo brano dopo brano.

Si comincia con Like An Animal (scelta anche come primo singolo), una delle sei canzoni cantate dall’impassibile e bassa voce della Landray: ritmo veloce, musica molto percussiva e strumentazione avvolgente in quella che è una sorta d’anticipazione più elettronica di In Between Days, il brano d’apertura del curiano “The Head On The Door”. Al termine di Like An Animal possiamo ascoltare alcuni secondi di The Man From Nowhere, brano strumentale non accreditato che ricompare in altri punti dell’album come breve raccordo fra le canzoni.

Decisamente più rilassata è la successiva Looking Glass Girl, una canzone dalle atmosfere sognanti ed epiche; a mio avviso è uno dei momenti più belli di questo disco. Un andamento più sensuale ci viene invece offerto da Sex-Eye-Make-Up, un brano che sarebbe stato perfetto in un album di Siouxsie And The Banshees, così come la seguente Mr. Alphabet Says sarebbe stata perfetta in un album dei Cure di quel periodo: quest’ultimo infatti è uno dei due brani qui presenti affidati alla voce più unica che rara di Robert Smith; la musica è alquanto tetrale, una sorta di piccola marcia dove a farla da padrone sono il piano, i violini e la viola.

La riflessiva ma calda sonorità di A Blues In Drag rappresenta invece il primo dei due momenti strumentali inclusi in “Blue Sunshine”; una bella prova A Blues In Drag, ricorda un po’ alcune sonorità del bowiano “Low” ma dal retrogusto più ottimista. Con Punish Me With Kisses, edita come secondo singolo, ritroviamo la voce della Landray in quella che pare una versione più lenta e sognante di Ceremony dei Joy Division; in effetti la somiglianza è più evidente nella seconda parte della canzone e sul finale… a ben guardare (o meglio, sentire…) la musica di Robert Smith è molto debitrice nei confronti del sound dei Joy Division e della sua successiva incarnazione, i New Order

This Green City è una sognante ma propulsiva composizione, molto adatta mentre si guida in un paesaggio d’aperta campagna avvolto dalla foschia. Questo è uno dei brani in cui si avverte maggiormente la nostalgia della voce di Smith… con lui This Green City avrebbe guadagnato cento punti! Segue Orgy, un brano più tribale, anzi dalle sonorità alquanto orientaleggianti. Non è una cattiva canzone, tuttavia è quella che meno apprezzo in quest’album.

Con l’etnico e sinuoso techno-pop di Perfect Murder ritroviamo il buon Robert alla voce in quello che è un pezzo molto rappresentativo del sound complessivo dell’album: orientamento pop, attenzione alle melodie, uso di strumenti poco convenzionali, commistione di stili sonori e un vivace spruzzo di psichedelia. La strumentale e conclusiva Relax può suggerire tutto fuorché il significato del suo titolo: il suo sovrapporsi di strumenti, vocii & effetti d’ogni sorta in sequenza circolare e vagamente minacciosa (una specie di Revolution 9 dei Beatles mi viene da pensare) sembra più che altro la musica d’un vecchio film dell’orrore.

A chi fosse interessato all’acquisto di “Blue Sunshine”, consiglio caldamente la ristampa in doppio ciddì del 2006, che oltre a contenere (come già detto) una versione demo dell’intero disco cantato da Robert Smith, include anche altri inediti interessanti, i lati B dei singoli – fra i quali l’avvolgente Mouth To Mouth, presente anche nella versione cantata da Smith – e alcune versioni estese e/o remixate degli stessi singoli. Insomma, per una volta tanto un lavoro veramente completo a proposito d’un disco che non dispiacerà affatto ai veri fan dei Cure e dei Banshees.

– Mat

The Cure

the-cureGià mi sono occupato dei Cure nelle pagine virtuali di questo blog, recensendo alla bellemmeglio alcuni loro album (e di altri mi piacerebbe parlare in futuro). Però non ho mai dedicato un post biografico al noto gruppo dark-pop inglese: ecco quindi un punto della situazione, con la speranza di aver rimediato decentemente.

Fin dagli esordi nella seconda metà degli anni Settanta, quando la band si chiamava ancora The Easy Cure, la formazione dei nostri subiva continui cambi che la trasformò da quartetto a quintetto, fino a diventare un trio, fra il ’78 e il ’79. E’ per l’appunto come trio che il gruppo, perso ‘Easy’ e diventato ufficialmente The Cure, debutta professionalmente al principio del 1979 col singolo Killing An Arab, seguìto qualche mese dopo dall’album “Three Imaginary Boys”. Già allora il capo indiscusso dei Cure era il cantante/chitarrista Robert Smith, un tipo assolutamente particolare, un personaggio unico & inconfondibile nel panorama musicale, l’anima stessa dei Cure in tutti questi anni d’attività. All’epoca, tuttavia, i Cure avevano un manager-padrone chiamato Chris Parry che molto influì sulla vicenda storica & artistica del gruppo: già scopritore dei Jam di Paul Weller, Parry consolidò grazie al successo in classifica di questi ultimi la sua posizione nella casa discografica Polydor, sebbene si fece sfuggire i Clash. Non così avvenne coi Cure, quindi, che mise sotto contratto e che distribuì per un’etichetta nuova di zecca in seno alla stessa Polydor, la Fiction Records, che pubblicherà le nuove uscite dei nostri fino al 2004.

Non ho mai imparato tutti i nomi dei componenti dei Cure che via via hanno condiviso con Smith i palcoscenici di mezzo mondo e gli studi di registrazione più blasonati, tuttavia nel 1982, dopo aver dato alle stampe altri tre album, alquanto darkettoni se non proprio gotici, ovvero “Seventeen Seconds” (1980), “Faith” (1981) e il ben più celebrato “Pornography” (1982), i Cure di fatto si sciolgono dopo essere venuti alle mani fra loro. Tensioni interne, uso di droghe, un successo che sembrava scemare, il rapido cambio dello scenario musicale seguìto all’esplosione del fenomeno punk nel 1977, le pressioni da parte di Parry affinché i Cure diventassero più appetibili commercialmente… insomma un’atmosfera non certo salubre & rilassata per un personaggio sensibile & creativo come Smith.

Tuttavia, convinti ancora una volta da Parry, i Cure risorgono entro quel fatidico 1982, seppur con una formazione ridotta a duo, vale a dire lo stesso Smith col fido Lol Tolhurst: il risultato sono due singoli dall’appeal appositamente più commerciale e cioè la danza sintetica di The Walk e il melodico funk-pop di Let’s Go To Bed. I due brani ottengono il risultato sperato in classifica, spazzando anche l’immagine dark della band, ma di lì a poco Smith rinnega quella svolta, coi due componenti del gruppo che prendono strade separate per cercare di schiarirsi le idee.

Robert Smith intensifica così i suoi rapporti d’amicizia e professionali con Siouxsie And The Banshees diventando un membro di quel gruppo a tutti gli effetti. Passa un altro po’ di tempo e Smith e il bassista di questi ultimi, Steven Severin, provano a formare un nuovo gruppo dato che pure i Banshees attraversano brutte acque. L’inedito progetto del duo Smith/Severin adotta quindi il nome di The Glove ma Chris Parry, pur sempre legato contrattualmente a Smith, non gradisce il sodalizio del suo protetto con Severin e gli proibisce di cantare più di due canzoni nel primo (e unico) album dei Glove, l’interessante “Blue Sunshine”, edito nel 1983. In effetti la voce di Smith è assolutamente unica & perfettamente riconoscibile: Parry voleva continuare ad associare quella voce ad un unico marchio, The Cure per l’appunto, e così sarà.

Dopo aver realizzato un album da studio coi redivivi Banshees, “Hyaena” (1984), Smith abbandona quindi il gruppo di Siouxsie e rifonda i Cure. In realtà la rinascita della band avviene già sul finire dell’83, con l’irresistibile singolo The Lovecats, seguìto dall’album “The Top” nel 1984. Non è un capolavoro, “The Top”, ma di sicuro è l’album che incanala una volta per tutte i Cure (guidati da Smith con chi via via lo affiancherà in studio e sui palchi) verso una rinascita artistica che li porta a sfornare una serie di album memorabili: l’eccitante “The Head On The Door” nel 1985, l’ambizioso “Kiss Me Kiss Me Kiss Me” nel 1987, lo splendido “Disintegration” nel 1989, il superlativo “Wish” nel 1992, l’ecclettico “Wild Mood Swings” nel 1996 e lo straordinario “Bloodflowers” nel 2000.

In mezzo raccolte antologiche, dischi dal vivo, album di remix, reinterpretazioni, tributi, progetti umanitari e una sfilza invidiabile di singoli fantastici: da Boys Don’t Cry del ’79 a Friday I’m In Love del ’92, passando per Jumping Someone Else’s Train, Charlotte Sometimes, The Hanging Garden, In Between Days, Close To Me, A Night Light This, Why Can’t I Be You?, Just Like Heaven, Lullaby, Lovesong, Pictures Of You, High e A Letter To Elise. Impossibile non menzionare Burn, pubblicata nella colonna sonora del film “Il Corvo” (1994), meno riuscita ma sempre interessante l’elettronica Wrong Number del ’97. Discorso a parte merita “Bloodflowers“, uscito nel 2000 come ultimo album d’inediti per la Fiction, al quale dedicherò un post tutto suo più avanti.

Nel 2001 viene quindi pubblicata una nuova antologia (la terza) dei Cure, “Greatest Hits”, contenente due pezzi nuovi del tutto trascurabili, Cut Here e Just Say Yes. Seguono un ottimo cofanetto in quadruplo ciddì con lati B dei singoli e rarità, “Join The Dots” (2004), e le ristampe di tutti gli album del gruppo del periodo 1979-1987 con tanto di dischi aggiuntivi di materiale raro e/o inedito (un’operazione personalmente condotta da Smith). Nel 2002 la band se ne va in tour, passando pure in Italia, precisamente allo Stadio Olimpico di Roma: un estasiato Mat, accompagnato dall’altrettanto estasiato Brother Luca, è presente! Intanto i Cure firmano per una nuova etichetta, la Geffen, che pubblica quindi nel 2004 il primo album omonimo dei nostri, quasi come a voler simboleggiare un nuovo inizio, seguìto quattro anni dopo da un nuovo disco, “4.13 Dream”.

– Mat

(aggiornato il 19 ottobre 2009)

Siouxsie & The Banshees, “Twice Upon A Time/The Singles”, 1992

siouxsie-and-the-banshees-twice-upon-a-timeQuesto post riguarda la seconda raccolta dei singoli dei Siouxsie And The Banshees, chiamata appropriatamente “Twice Upon A Time”, anche perché è il seguito di quel “Once Upon A Time” che abbiamo già visto in un altro post.

Riprendiamo quindi la storia dell’affascinantinquietante Siouxsie Sioux e dei suoi Banshees – Steven Severin, Budgie e altri che si avvicenderanno con gli anni, fra i quali John McGeoch dei Magazine e Robert Smith dei Cure – dal singolo successivo a Arabian Nights, ovvero Fireworks, pubblicato il 21 maggio 1982.

Scritta e prodotta dal gruppo stesso, la trascinante Fireworks è una delle canzoni che più amo fra le diciotto presenti in questo disco, una canzone dall’arrangiamento tanto gotico quanto irresistibilmente pop, con una prestazione vocale da parte della Sioux veramente notevole. La sua, c’è da dire, è una voce particolarissima & di facile riconoscibilità.

Slowdive, pubblicata su singolo il 1° ottobre, ci presenta un interessante cambiamento di scenario: non so di che cosa stia parlando ma questo pezzo mi fa pensare al sesso… sarà per la squadrata & robusta sezione ritmica o per la voce poco più che sussurrata da parte di Siouxsie… insomma è una roba molto molto fisica, ecco!

La ben più teatrale Melt!, edita su singolo il 26 novembre, rappresenta un altro cambiamento d’atmosfera, per quanto il testo sembra riferirsi ancora alla più fisica delle passioni. A parte tutto, però, ecco che in soli tre singoli, scritti e prodotti dallo stesso gruppo, abbiamo tre canzoni molto diverse l’una dall’altra eppure così identificative dello stile bansheesiano.

Arriva il 1983 e le sorti del gruppo paiono subire una battuta d’arresto: Siouxsie Sioux e il batterista Budgie daranno vita al progetto parallelo The Creatures (in seguito i due diventeranno moglie & marito), mentre Steven Severin, in coppia con Robert Smith, darà vita al progetto The Glove. Pure i Cure in quel periodo stavano per concludere la loro storia e così Robert Smith fu ben felice d’accettare l’invito di Severin ad entrare nella formazione dei redivivi Siouxsie And The Banshees. Il primo frutto di questa rinnovata band è la cover di Dear Prudence, pubblicata su singolo il 23 settembre: ho sempre preferito l’originale dei Beatles, tuttavia i nostri riescono a dare a Dear Prudence una piacevole personalità, a metà fra raffinato pop e dub contaminato.

Il 16 marzo 1984 è invece la volta della distesa ma saltellante Swimming Horses: la novità è che ad affiancare la band dietro la consolle torna un produttore esterno, Mike Hedges. E’ un pezzo che forse richiede qualche ascolto in più, tuttavia ritengo Swimming Horses un ottimo brano.

Pubblicata il 25 maggio e tratta dall’album “Hyaena”, ecco Dazzle, la mia canzone preferita dei Siouxsie And The Banshees. Un pezzo dall’introduzione e dal finale lenti & orchestrali, col corpo centrale epicamente veloce & drammatico. Un capolavoro, secondo la mia trascurabile opinione.

Segue la ben più dark Overground, pubblicata il 19 ottobre: non so se qui Smith sia ancora un Banshee dato che nel 1984 resuscitò i Cure con l’album “The Top”, tuttavia Overground è un brano risalente al primo album dei nostri, “The Scream” (1978), qui riproposto in una nuova versione particolarmente orchestrale.

Il 18 ottobre 1985 è la volta della magnifica Cities In Dust, un altro dei miei brani bansheesiani preferiti. Ottima la prova vocale della Sioux, ottimamente bilanciato l’arrangiamento della canzone fra parti elettroniche preprogrammate e strumentazione effettivamente suonata. Con i suoi effetti orientaleggianti e il ritmo vagamente danzereccio, Cities In Dust è per me un pezzo davvero irresistibile. Da questo punto in avanti, sebbene la produzione & la composizione dei pezzi originali della band siano accreditati alla firma collettiva di Siouxsie And The Banshees, i nostri sono effettivamente un trio composto dalla Sioux, dal marito Budgie e dall’immarcescibile Severin, con ulteriori Banshees di passaggio fra un album/tour e l’altro.

La trascinante Candyman, edita su singolo il 28 febbraio 1986, è stata per me un’altra di quelle canzoni che più s’apprezzano ascolto dopo ascolto. Un buon pezzo, devo dire, anche se qualche anno fa non l’avrei nemmeno pensato.

Con This Wheel’s On Fire, pubblicata il 12 gennaio 1987, siamo al primo estratto d’un album di cover pubblicato dai nostri quell’anno, “Through The Looking Glass”. Non conosco l’originale, scritta da Bob Dylan & Rick Danko, ma trovo molto bella questa canzone… insomma, presa per quella che è pare bella.

Ancora una cover con The Passenger, pubblicata su singolo il 20 marzo: questa volta l’originale la conosco benissimo, è di Iggy Pop ed è strepitosa! La versione bansheesiana è inferiore ma resta una cover molto godibile, perché negarlo.

Anche se fu citata per plagio, la stralunata marcia di Peek-A-Boo è un originale dei nostri pubblicato come singolo l’11 luglio 1988. Non ho mai capito se ho a che fare con un’insulsa canzonetta irritante o con un colpo di puro genio. Non so, ditemi voi…comunque Peek-A-Boo fu un grosso successo negli USA.

La coinvolgente ed eccentrica The Killing Jar suona come la classica canzone da ascoltarsi in santa pace quando si è alla guida. Pubblicato il 23 settembre, questo singolo è l’ultimo a figurare il produttore Mike Hedges, tornato ad accompagnare i nostri fin dal singolo This Wheel’s On Fire.

Tratta dalla prima edizione del Lollapalooza, il noto festival alternativo statunitense concepito da Perry Farrell, ecco una grandiosa versione dal vivo dell’intensa ballata The Last Beat Of My Heart, registrata a Seattle il 28 agosto 1991 (la versione da studio è uscita nel 1988 nell’album “Peepshow”).

Prodotta dal celebre Stephen Hague e pubblicata su singolo il 13 maggio 1991, Kiss Them For Me è uno dei pezzi più conosciuti dei nostri. E’ altresì l’esempio più mirabile della progressiva caccia dei nostri ai quartieri alti delle classifiche… insomma, Kiss Them For Me è una graziosissima canzoncina pop, cantanta dall’ammaliante voce di Siouxsie ma… resta sempre una canzoncina.

Sempre col buon Stephen alla produzione, Shadowtime, il singolo successivo, edito il 5 luglio, sembra fornirci una resa migliore. In effetti la canzone in sé non è male, anzi sembra leggiadra e carica d’un senso di libertà & spazi aperti che ho sempre gradito in musica. Tuttavia credo che sia proprio la fin troppo innocuamente poppeggiante produzione di Hague ad appiattire il tutto.

Con Fear (Of The Unknown), sempre prodotta da Stephen Hague ma pesantemente remixata da Junior Vasquez, siamo invece alle prese con un brano dall’incedere house. L’esperimento è interessante, e anche coraggioso se vogliamo, tuttavia sembra una canzone che non ha niente a che vedere con le altre presenti in questo disco. Forse è un segno che Fear non sia uscita come singolo in patria, la Gran Bretagna, bensì abbia visto la luce altrove.

La conclusiva Face To Face, edita su singolo il 13 luglio 1992, ci riconduce allo spirito originario dei Siouxsie And The Banshees. Quest’ammaliante brano gothic-pop è stato composto dai nostri per la colonna sonora del film “Batman Returns” e si avvale dello stesso compositore scelto dal regista Tim Burton per il suo noto film, ovvero Danny Elfman. Face To Face è un altro di quei pezzi da apprezzare un po’ di più ad ogni ascolto… molto bello il videoclip, inoltre, con una informissima Siouxsie Sioux che fa il verso alla sensuale Catwoman interpretata dalla splendida Michelle Pfeiffer.

– Mat

Siouxsie & The Banshees, “Once Upon A Time/The Singles”, 1981

siouxsie-and-the-banshees-once-upon-a-timeDa tempo volevo parlare d’un altro gruppo new wave inglese che apprezzo particolarmente pur senza esserne un fan: Siouxsie And The Banshees, una band capitanata dalla inquietante ma eccentrica & sensuale Siouxsie Sioux.

Cercherò di descrivere la storia di questo gruppo basandomi sulle due raccolte pubblicate nel 1981 e nel 1992, vale a dire “Once Upon A Time/The Singles” e “Twice Upon A Time/The Singles”, contenenti, per l’appunto, i singoli pubblicati dai Siouxsie And The Banshees dall’agosto ’78 al luglio ’92.

Da quel che ho capito, i Siouxsie And The Banshees nascono nel 1976 come accolita di fan degli impetuosamente nascenti Sex Pistols, tanto che il primo batterista dei Banshees era il famigerato Sid Vicious, di lì a poco nuovo bassista (più scenico che effettivo) degli stessi Pistols. Ma oltre alla Sioux, a Vicious, e a qualcun altro che ora non ricordo, i Banshees vantavano già il bassista Steven Severin, probabilmente il vero motore musicale del gruppo.

I Siouxsie And The Banshees entrano quindi in contatto con la cricca punk più in vista di quel periodo, vale a dire i Sex Pistols, i Clash, i Damned (un altro gruppo che meriterebbe un post tutto suo…) e i Generation X, e se non ricordo male partecipano pure al famigerato Anarchy Tour del dicembre ’76.

Tutto ciò più l’impossibilità di non accorgersi del fascino sconcertante della Sioux, evidentemente, bastarono ai nostri per attirare le attenzioni della Polydor che il 18 agosto 1978 pubblica il singolo Honk Kong Garden. Prodotta dal celebre Steve Lillywhite, la saltellante & ovviamente orientaleggiante Honk Kong Garden mise subito in luce la peculiarità dei Siouxsie And The Banshees e il loro innegabile appeal artistico. Di recente, questo pezzo è stato inserito nel film “Marie Antoinette” di Sofia Coppola: lo si ascolta durante uno degli sfrenati party ai quali partecipa la volubile regina francese.

Tratto dal primo album della band, “The Scream”, ecco invece il secondo singolo, l’arrembante Mirage, pubblicato il 13 novembre; è una canzone che vede già la partecipazione della stessa band alla produzione, sempre con Steve Lillywhite.

Pubblicata il 23 marzo 1979, ecco quindi la viscerale The Staircase (Mystery), una bella canzone che risalta le doti più teatrali & drammatiche dei nostri. Segue l’altrettanto visceralteatrale ma più gotica Playground Twist, edita il 28 luglio e caratterizzata da una superba prova vocale di Siouxsie Sioux, nonché dall’uso del sassofono. Playground Twist è inoltre l’ultimo singolo della band a figurare la formazione Siouxsie Sioux/Steven Severin/John McKay/Kenny Morris.

Accreditata a Siouxsie Sioux/Steve Severin/Kenny Morris/Peter Fenton ecco quindi a settembre la martellante & irresistibile Love In A Void. Accreditata invece ai soli Sioux & Severin, ecco invece Happy House, pubblicata il 7 marzo 1980 e prodotta dai nostri con Nigel Gray, già al lavoro coi Police. È una bella canzone, Happy House, un pop molto artistico che a mio avviso marca l’inizio della fase più convincente della lunga carriera discografica dei Siouxsie And The Banshees.

Il 30 maggio è la volta d’una seconda composizione Sioux/Severin, un’altra bella canzone chiamata Christine, mentre il 28 novembre la Polydor pubblica la distesamente pulsante Israel, che secondo me è una delle dieci canzoni migliori mai registrate dai nostri. Da Israel in poi tutte le canzoni originali dei Sioxusie And The Banshees saranno accreditate secondo questa firma collettiva, mentre la formazione alternerà una schiera notevole di musicisti stabili e ospiti da qui agli anni seguenti, fra i quali Steve Jones dei Sex Pistols, John McGeoch dei Magazine (poi coi Public Image Ltd. di Johnny Rotten) ma soprattutto Robert Smith dei Cure.

Ancora con Nigel Gray alla console, il 22 maggio 1981 segna l’uscita della bella Spellbound, seguita il 24 luglio da un pezzo ancora migliore, Arabian Knights. È proprio sulle note di Arabian Knights, ultimo pezzo contenuto nella raccolta “Once Upon A Time”, che chiudiamo questo primo post dedicato ai singoli dei Siouxie And The Banshees del periodo 1978-1992. Un secondo post arriverà fra qualche giorno.

– Mat

The Cure, “Burn”, 1994

the-crow-soundtrack-the-cure-burnDa bravo fan dei Cure non posso non trovare magnifica la loro Burn, la canzone che apre le tetre danze della colonna sonora de “Il Corvo”, noto film dello sfortunato Brandon Lee.

Una canzone dark, epica, imponente, bella lunga, percussiva, intensa, avvolgente come una notte carica di pioggia & nebbia. La prova vocale di Robert Smith è (come nella maggior parte dei casi) fantastica, il testo è tanto curiano quanto in linea col tema del film. Nel film, Burn la si ascolta quando il fantasma di Lee si trucca e si prepara a diventare quel vendicatore tanto caro agli appassionati della cultura dark.

Burn è stata pubblicata per la prima volta proprio nella colonna sonora de “Il Corvo” (1994) e, in quanto tale, rappresenta uno straordinario inedito nel repertorio dei Cure. Nel 2004, Burn è stata finalmente inclusa in una pubblicazione ufficiale della band, vale a dire il bel cofanetto di lati B ed inediti chiamato “Join The Dots”.

A proposito… buon Halloween a tutti!

– Mat

The Cure, “Kiss Me Kiss Me Kiss Me”, 1987

the-cure-kiss-me-kiss-me-kiss-me-immagine-pubblicaRitengo “Kiss Me Kiss Me Kiss Me”, settimo album da studio dei Cure, il più ambizioso fra quelli pubblicati dal gruppo inglese negli anni Ottanta. Possiamo dividere le diciotto canzoni che ne compongono l’originale doppio elleppì in tre categorie: orecchiabili brani pop-rock più o meno movimentati, lente & imponenti ballate, e cupi brani più atmosferici.

E’ proprio con un maestoso brano d’atmosfera, The Kiss, che inizia il disco: più strumentale che cantato, questo tortuoso brano da sei minuti è caratterizzato da viscerali assoli di chitarra e colpi piuttosto secchi di batteria. Secondo me, si tratta di una delle migliori prove dark dei Cure.

Tutt’altra atmosfera troviamo con la successiva Catch, gradevole e alquanto sonnacchiosa canzoncina pop, pubblicata anche su singolo. Il ritmo si fa decisamente più trascinante con la seguente Torture, una marcia veloce cantata da Robert Smith – da sempre leader indiscusso del gruppo – con intensità notevole. Anzi, a dirla tutta, credo che “Kiss Me Kiss Me Kiss Me” sia l’album che offre le sue migliori prestazioni vocali.

L’orientaleggiante If Only Tonight We Could Sleep ci riporta ad atmosfere più intimiste & rarefatte: davvero un grande brano dark, cupo ma anche sensuale, fra le migliori canzoni dei Cure in assoluto. Le fa seguito l’allegra & scanzonata Why Can’t I Be You?, pubblicata come primo singolo tratto da quest’album: grazie ad un ritmo molto tirato, abbellito dal ripetuto uso dei fiati, ecco una delle prove più vigorose e coinvolgenti della banda Smith.

La deliziosa How Beautiful You Are ne segue l’andamento scanzonatamente melodico, pur rallentando di poco il ritmo: davvero una delle canzoni pop più belle dei Cure (penso che, se l’avessero scelta come singolo, avrebbe fatto una figura migliore di Catch).

Con The Snakepit torniamo alla terza categoria che abbiamo tracciato, quella relativa ai brani più atmosferici: detto in poche parole, qui siamo alle prese con una struttura melodica che sembra imitare bene l’incedere strisciante d’un serpente.

Un brano ammaliante & ipnotico, The Snakepit, seguìto da un altro dal ritmo molto tirato, ovvero Hey You!. Simile nella struttura a Why Can’t I Be You? (ritmo sostenuto & fiati in grande spolvero) tanto che, seppur in una versione rieseguita, Hey You! è stato pubblicato come lato B di quel primo singolo.

Segue quella che è una delle canzoni più belle & amate dai fan dei Cure, la nota Just Like Heaven: un veloce brano pop che sfoggia un arrangiamento impeccabile per tastiere e chitarre, il tutto sostenuto da un’ottima sezione ritmica e condito da un bel testo romantico. Just Like Heaven è stata stampata anche su singolo… ovviamente.

Viene quindi il turno di All I Want, uno dei pezzi che preferisco in questo disco: ancora un brano piuttosto veloce, caratterizzato però da un arrangiamento più rockeggiante e da un testo bizzarro cantato con grande personalità. Gli fa seguito Hot Hot Hot!!!, una divertente canzone funky, pubblicata anche come quarto & ultimo singolo estratto dall’album, sebbene in forma lievemente remixata.

Con la dolce One More Time siamo finalmente alle prese con una splendida ballata: un brano lento, avvolgente, scaldacuore, tipico della produzione più sognante dei Cure & forte dell’ennesima grande prestazione vocale di Robert. Like Cockatoos ci riporta invece in territori più rarefatti & psichedelici; questo è il brano più gotico presente in “Kiss Me Kiss Me Kiss Me” e, per la cronaca, quello che meno apprezzo…

Se Icing Sugar è un’altra sortita dei nostri nelle calde sonorità del funky, la successiva The Perfect Girl è ascrivibile al più tipico degli stili pop dei Cure… uno stile personalissimo, riconoscibile all’istante… forse erano ben poche le band che negli anni Ottanta riuscivano a fare questo genere di canzonette senza risultare banali.

A Thousand Hours, come quella One More Time che abbiamo visto poco fa, è forte invece dell’arrangiamento che preferisco fra i molti adottati dai Cure: ritmo lento dalla batteria ben scandita, tastiere vaporose, piano e chitarre che disegnano contorni indefiniti, col tutto che sembra andare alla deriva. E poi, ancora una volta, una prestazione vocale di Smith da brividi!

Le successive & conclusive Shiver And Shake e Fight sono due canzoni che in qualche modo giudico minori (ma non per questo brutte): Shiver è un rock decisamente tirato, mentre Fight presenta un ritmo più lento ma dall’arrangiamento più duro & marcato. Se i Cure (o chi per loro…) avessero intervallato questi ultimi due brani con gli altri presenti in scaletta, forse la resa complessiva sarebbe stata migliore. Ma sono piccoli nei, qui ripeto che “Kiss Me Kiss Me Kiss Me” è uno degli album migliori dei Cure.

Nel 2006 è stata pubblicata la ristampa de-luxe di “Kiss Me Kiss Me Kiss Me” in doppio ciddì: tutte le diciotto canzoni dell’elleppì originale nel primo disco (la prima stampa in ciddì escludeva un paio di brani per questioni di spazio… all’epoca i supporti in compact disc non disponevano ancora della capacità raggiunta già a metà degli anni Novanta), le stesse diciotto canzoni in versioni alternative nel secondo disco. In pratica, nel secondo ciddì v’è inserito tutto l’album, solo che le canzoni sono o in formato demo (molte delle quali strumentali) o eseguite dal vivo. In particolare, voglio segnalare una grandiosa versione live di Why Can’t I Be You? che sfora gli otto minuti di lunghezza & contiene un testo proporzionalmente più lungo. Insomma, una ristampa imperdibile per ogni vero appassionato dei Cure.