David Gilmour, “Rattle That Lock”, 2015

David Gilmour Rattle That LockRestando ancora nell’orbita Pink Floyd, oggi vorrei occuparmi d’un disco recente del quale volevo parlare già da qualche mese. Si tratta di “Rattle That Lock” di David Gilmour, pubblicato dalla Columbia nello scorso settembre. E’ un album del quale il nostro sta ancora curando la promozione con l’inevitabile tournée internazionale, visto che ha già annunciato nuove date italiane (tra cui un paio nella storica location degli scavi di Pompei) per quest’estate.

Devo però ammettere di non essere stato particolarmente impressionato da questo “Rattle That Lock”, già a partire da questo titolo abbastanza impronunciabile per chiunque non sia di madrelingua inglese. Il primo singolo estratto, inoltre, chiamato proprio Rattle That Lock, non mi sembra nemmeno un pezzo riconducibile a David Gilmour: la prima volta che l’ascoltai, in radio, senza nemmeno sapere chi ne fosse l’interprete, pensai che stessi sentendo qualche canzone anni Ottanta a me sconosciuta, qualcosa che avesse a che fare col sound dei Roxy Music. E in effetti è proprio uno dei Roxy Music, il chitarrista Phil Manzanera, il collaboratore principale di Gilmour in questa sua ultima fatica discografica, per cui le mie prime impressioni non erano del tutto infondate. Inoltre nel pulsante brano Rattle That Lock, un pop-rock piacevolmente stradaiolo, più che in ogni altro pezzo dell’album, la voce del nostro appare decisamente più spenta (un po’ “sfiatata”, se vogliamo); ecco perché a un primo ascolto non riuscii a ricondurre a David Gilmour la canzone che stavo ascoltando.

Il resto del disco, tuttavia, presenta a mio avviso episodi ben più significativi di Rattle That Lock, come le tre ballate A Boat Lies Waiting (memore di alcuni dei momenti più quieti di “The Division Bell”), Faces Of Stone (più dolente) e In Any Tongue (forse il pezzo più floydiano di tutti e forse, non a caso, il pezzo migliore del disco). Ma è tutto ciò che “Rattle That Lock” ha di buono da offrire, secondo la mia modestissima opinione, con il resto dell’album che ci offre canzoni in cui il nostro prova a mischiare goffamente il suo caratteristico sound con sonorità più jazzate (Dancing In Front Of Me e soprattutto The Girl In The Yellow Dress), oltre a strumentali che non suonano propriamente compiuti (il roxymusichesco Beauty e l’iniziale e placido 5 A.M., il cui tema viene poi ripreso nel conclusivo And Then…). Non si distingue particolarmente neanche Today, un robusto pop-rock venato di reggae edito come secondo singolo estratto dall’album, anch’esso con qualche eco di troppo proveniente dalla musica da classifica degli anni Ottanta.

Devo tuttavia ammettere che forse questo “Rattle That Lock” è uno di quei rari dischi che migliorano ascolto dopo ascolto, magari anche anno dopo anno, per cui devo dirvi che riascoltato oggi – in occasione di tale recensione – mi è sembrato migliore di quanto l’avessi trovato all’indomani del mio acquisto nel giorno della sua uscita. Fra vent’anni, del resto, un disco come “Rattle That Lock” potrebbe benissimo essere considerato un classico e noi avremo modo di riparlarne sotto tutt’altra luce.

Menzione finale, prima di terminare il post, per i musicisti che hanno suonato nell’album: sono per lo più “vecchie” conoscenze nell’opera gilmouriana, come il già citato Phil Manzanera (produzione, chitarra e tastiere varie), Guy Pratt (basso), Andy Newmark (batteria), Jon Carin e Jools Holland (pianoforti), Polly Samson (testi e voce), Robert Wyatt (corno), David Crosby & Graham Nash (voci… sì, proprio quelli di C. S. N. & Y.) e Zbigniew Preisner (orchestrazioni).

-Mat

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Syd Barrett, “The Madcap Laughs”, 1970

syd-barrett-the-madcap-laughs-immagine-pubblicaSono sempre stato un fan dei Pink Floyd e col tempo sono arrivato a ‘coprire’ anche i vari episodi solistici. Per quanto riguarda Syd Barrett ho voluto strafare: cinque/sei anni fa sono andato a comprarmi il cofanetto “Crazy Diamond” (1993), contenente i suoi due soli album da solista, “The Madcap Laughs” e “Barrett”, editi entrambi nel 1970, e “Opel” (1988), una raccolta d’inediti e versioni alternative. Qui vedremo nel dettaglio il primo album barrettiano, “The Madcap Laughs”, che secondo me è il più riuscito nella breve carriera discografica di Syd.

Dopo aver caldeggiato la sua dipartita dai Pink Floyd, il manager di Syd Barrett ne ha forzato pure il ritorno in sala d’incisione all’indomani del suo abbandono della celebre band inglese. Dato che aveva composto lui la maggior parte del primo album dei Pink Floyd, “The Piper At The Gates Of Dawn” (1967), i boss della casa discografica credevano che l’unico vero talento nella band fosse Syd Barrett e non gli altri tre. E ciò nonostante i problemi mentali di Syd fossero evidenti & ben noti: mi sono sempre chiesto perché si è riportato Barrett in studio, per ben due album, nonostante quel ragazzo che all’epoca aveva ventidue anni non stesse affatto bene. Tuttavia, col senno di poi, ammetto che è stato un bene per noi appassionati di musica, è stato un piacere ascoltare anche quel poco che Syd Barrett ha prodotto al di fuori della sua già breve esperienza coi Pink Floyd.

E così, mentre gli stessi Pink Floyd – Roger Waters, Nick Mason, Richard Wright e il sostituto barrettiano David Gilmour – si trovavano alle prese col secondo album, “A Saucerful Of Secrets”, il nostro tornò ai celebri Abbey Road Studios della EMI il 13 maggio 1968, col manager Pete Jenner in qualità di produttore. Vennero messe su nastro Swan Lee e Late Night; poi il 14 fu la volta di Lanky (Part 1), Lanky (Part 2), Golden Hair (basata su un poema di James Joyce) e Rhamadan (tuttora ufficialmente inedita). Ma già a quel punto le sedute di registrazione di “The Madcap Laughs” mostrarono quel carattere sporadico che di fatto fece slittare la pubblicazione del disco ai primi del 1970.

E così dopo alcune sedute di sovraincisioni e rifacimenti fra maggio e giugno, il duo Barrett-Jenner tornò in studio solo il 20 luglio per incidere Clowns And Jugglers. Le sedute ripresero quindi solo nell’aprile 1969, con Malcolm Jones come produttore e sempre ad Abbey Road: l’11 vennero messe su nastro nuove versioni di alcuni dei brani già visti, ma soprattutto si incisero canzoni nuove, quali la splendida Opel (inspiegabilmente rimasta inedita per quasi ventanni), Love You, No Good Trying e Terrapin. Il 17 aprile Syd portò in studio il batterista degli Humble Pie, Jerry Shirley, e il bassista Willie Wilson (al fianco di Dave Gilmour nei Jokers Wild, prima che Dave sostituisse lo stesso Syd nei Pink Floyd) per registrare No Man’s Land e Here I Go.

Il 3 maggio altri musicisti entrarono in studio con Barrett, ovvero i tre componenti dei Soft Machine – il batterista Robert Wyatt, il bassista Hugh Hopper e il tastierista Mike Ratledge – per incidere sovraincisioni su alcuni brani già messi su nastro. Tuttavia, dopo un altro giorno di ritocchi, le sedute giunsero ad un altro stop.

A quel punto furono assunti come produttori addirittura due dei Pink Floyd, ovvero Gilmour e Waters: e così, in una manciata di sedute fra giugno e luglio, si rimise mano a Clowns And Jugglers che divenne Octopus e che venne pubblicata come primo singolo a dicembre, a Golden Hair e si registrarono nuove composizioni chiamate Wouldn’t You Miss Me (in seguito reintitolata Dark Globe), Long Gone, She Took A Long Cold Look At Me, Feel and If It’s In You.

E fu così che, a parte la pubblicazione del singolo Octopus (sul lato B c’era Golden Hair), la pubblicazione di “The Madcap Laughs” trovò finalmente soddisfazione nel gennaio 1970. Insomma, oltre un anno & mezzo dopo le prime sedute di registrazione del maggio 1968.

Quando m’apprestai ad ascoltare la musica di Syd Barrett per la prima volta mi aspettavo una roba molto psichedelica, un po’ come il materiale di “Piper At The Gates Of Dawn” dei Pink Floyd, invece scoprii con una certa sorpresa che si trattava d’uno stralunato & scheletrico blues, spesso eseguito in modo alquanto impassibile. Un blues alla Syd Barrett, oserei dire, un tipo di musica che in effetti può essere ascoltata solo nella produzione di questo eccentrico artista.

Comunque, delle tredici canzoni contenute in “Madcap Laughs”, le mie preferite restano l’iniziale Terrapin (adoro la sua sciatta semplicità acustica), la briosa Love You, la stradaiola No Man’s Land, la supplica acustica di Dark Globe, l’autoreferenziale Here I Go, l’arrembante Octopus, l’ipnotica ma consolatoria Golden Hair. Passabili il lieve rock di No Good Trying, la cupa Long Gone e la conclusiva & meditabonda Late Night, unica produzione presente in “Madcap” accreditata a Pete Jenner e unica registrazione inclusa risalente al 1968. Decisamente meno riuscite mi sembrano l’approssimativa She Took A Long Cold Look (ad un certo punto si sente Syd che gira il foglio sul quale erano scritte le parole che stava cantando!), Feel (che forse con qualche altro tentativo – quella qui inclusa è addirittura la prima take – poteva diventare una bella canzone) e If It’s In You (che presenta una falsa partenza stonata e prosegue poi con diversi errori d’esecuzione). Mi sorprende che queste ultime tre canzoni siano state prodotte in una sola giornata da due maniaci delle produzioni curate & raffinate, ovvero i colleghi Dave Gilmour e Roger Waters…

Su “Opel” si possono trovare anche tre canzoni scartate da “The Madcap Laughs” – Opel (11 aprile 1969), Swan Lee (28 maggio 1968) e Lanky (Part 1) (14 maggio 1968) – e alcune versioni alternative dei brani già visti. Ulteriori versioni alternative sono apparse nel 1993 nelle ristampe in ciddì di “Opel” e dello stesso “The Madcap Laughs”. Magari più in là dedicherò un apposito post ad “Opel”, così come al seguito dell’album che abbiamo visto qui, “Barrett”.

– Mat