Roger Waters, “The Pros And Cons Of Hitch Hiking”, 1984

roger waters the pros and cons of hitch hiking immagine pubblicaRoger Waters ha recentemente annunciato l’uscita del suo primo album da venticinque anni a questa parte, “Is This The Life That We Really Want?”. Se l’è presa decisamente comoda e, da quel poco che ho sentito, credo proprio che me la prenderò comoda anch’io nell’acquistarlo. E così, un po’ deluso, sono andato a riascoltarmi un suo disco che mi è sempre piaciuto, “The Pros And Cons Of Hitch Hiking” del 1984, che è stato il suo primo vero album solista.

Pubblicato un anno dopo “The Final Cut“, “The Pros And Cons” ne condivide gran parte dei musicisti: tolti gli altri due membri dei Pink Floyd, ci sono quasi tutti infatti, a cominciare da quel Michael Kamen che pure in questo caso si è diviso tra i ruoli del direttore d’orchestra, del pianista e del produttore dell’album (assieme allo stesso Waters). Tra gli altri musicisti coinvolti, voglio comunque ricordare il grande batterista Andy Newmark, il percussionista Ray Cooper, il sassofonista David Sanborn e – ciliegina sulla torta – un certo Eric Clapton, qui impegnato con una chitarra solista che non fa rimpiangere troppo David Gilmour, seppure i due vantino stili sensibilmente diversi.

In “The Pros And Cons Of Hitch Hiking”, inoltre, Roger Waters ha riutilizzato alcuni schemi di chitarra ritmica presi pari pari da “The Final Cut” e ciò nonostante “The Pros And Cons” è un lavoro coevo a “The Wall“. Nel 1978, infatti, Waters propose ai Pink Floyd di scegliere tra due cicli di canzoni che aveva appena composto, “The Pros And Cons Of Hitch Hiking” e “The Wall”, per l’appunto, specificando che quello che non avrebbero scelto sarebbe poi diventato un suo progetto solistico. Come tutti sappiamo, i Floyd scelsero “The Wall” (con tutto ciò che ne è conseguito) e così Waters realizzò in solitaria “The Pros And Cons”, seppure sei anni dopo. In seguito, Gilmour sostenne che i Pink Floyd avessero messo mano anche a “The Pros And Cons”, lasciando così intendere che l’album non fosse tutta farina del sacco di quel bassista ormai diventato acerrimo rivale.

Ad ogni modo, è fin troppo evidente, anche all’ascolto più superficiale, la stretta somiglianza tra tre opere – “The Wall”, “The Final Cut” e “The Pros And Cons Of Hitch Hiking” – registrate in contesti e situazioni differenti eppure così simili tanto a livello tecnico quanto espressivo. Non vorrei però soffermarmi ulteriormente sulle analogie tra questi tre parti della mente watersiana a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta; preferisco concludere invece sulle peculiarità del singolo album oggetto di questo post.

“The Pros And Cons Of Hitch Hiking” è l’ennesima delle opere concettuali di Roger Waters, il cui tema stavolta è incentrato su un sogno notturno della durata di circa quaranta minuti (che poi è la durata dell’album); sogno nel quale vengono soppesati i pro e i contro dell’autostop, ovvero gli alti e i bassi delle relazioni sentimentali, tra reciproci tradimenti, ricordi, frustrazioni, timori e speranze per il futuro. Sogno che non manca di tramutarsi in incubo in diversi momenti della narrazione. Quest’ultima è resa non soltanto attraverso la musica ma anche per mezzo dei caratteristici effetti ambientali tanto cari ai Pink Floyd e ai loro fan: voci di adulti e di bambini, di uomini e di donne, urla, stridii, traffico, auto di grossa cilindrata che sfrecciano, e ovviamente l’immancabile televisore in sottofondo.

C’è da dire che un album così lo si apprezza di più se ascoltato in cuffia, anziché con le casse. E’ comunque un disco prodotto e suonato magnificamente, con le canzoni tutte collegate tra loro, con alcune parti che si ripetono nella più classica della variazione sul tema, in modo che il tutto suoni più come una suite che una collezione di canzoni a sé stanti (due di queste sono tra le più belle che io abbia mai sentito, ovvero Go Fishing e Every Stranger’s Eyes), ed è infine l’ultimo dei suoi album in cui Roger Waters non soltanto suona effettivamente il basso ma canta alla grande, così come aveva fatto in “The Wall” e in “The Final Cut” e come non farà più già a partire da “Radio K.A.O.S. (1987). Per tutti questi motivi, in definitiva, “The Pros And Cons Of Hitch Hiking” è un disco che mi ha sempre emozionato.

-Mat

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Pink Floyd, “The Final Cut”, 1983

pink floyd the final cut immagine pubblicaDa molti anni volevo scrivere un post su “The Final Cut”, l’ultimo album dei Pink Floyd con Roger Waters ancora in formazione, ma non ho mai trovato lo spunto adatto, nonostante si tratti d’un disco che possiedo e ascolto almeno dal 1995. In quella metà degli anni Novanta mi meravigliavo di come un disco come “The Final Cut” fosse pressoché sconosciuto non solo tra gli appassionati del rock ma anche tra gli appassionati degli stessi Pink Floyd. Eppure mi sembrava un gradissimo disco, degno seguito di “The Wall” (1979), o se non altro molto ma molto superiore ai due album che i Pink Floyd avevano realizzato in seguito, vale a dire “A Momentary Lapse Of Reason” (1987) e “The Division Bell” (1994).

Non è certamente un lavoro facile, “The Final Cut”, così decisamente poco pop, al quale certamente non giovò né l’assenza d’un singolo trainante (Not Now John, per quanto magnifica, non ha certamente lo stesso appeal di Another Brick In The Wall Pt. 2) e né la sofferta decisione in seno alla band di non intraprendere il consueto tour internazionale di concerti di supporto all’album. Nonostante tutto ciò, in quel lontano 1983, “The Final Cut” volò al primo posto della classifica degli album più venduti in molti Paesi, tra cui l’Italia; dieci anni dopo e dell’album sembrava non ricordarsene più nessuno.

Sulla scia dell’enorme successo di “The Division Bell” e della relativa tournée, la EMI tuttavia provvide a ridistribuire nel corso del 1994 tutti gli album dei Pink Floyd con audio remasterizzato e con grafica riveduta ed ampliata. Tra questi titoli figurava anche “The Final Cut”, ovviamente, e così io ne approfittai qualche tempo dopo per portarmene a casa una copia dopo che dell’album ne avevo sentito parlare in modo fantomatico nei primi anni Novanta, quando scoprii il fenomeno “The Wall” (disco e film) e mi appassionai così definitivamente ai Pink Floyd.

Un grandissimo disco, come ho già scritto sopra, un requiem per il sogno del dopoguerra, come lo indicò Roger Waters – l’autore di tutti i brani – nei crediti stessi dell’album, un requiem ad opera di Roger Waters ed eseguito dai Pink Floyd. Ecco un’importante distinzione: un’opera d’un solista eseguita da un gruppo. Gruppo che a quel punto aveva già perso un pezzo importante, vale a dire Richard Wright, fatto fuori da Waters col tacito consenso degli altri praticamente già durante la registrazione di “The Wall”. A questo punto si può obiettare che “The Final Cut” non sia un disco dei Pink Floyd ma piuttosto il primo vero album solista di Roger Waters. Io non la penso (più) così: ora che la vicenda umana & artistica di questa illustre band inglese è stata ampiamente storicizzata – e basta pensare che il suo primo album, “The Piper At The Gates Of Dawn”, è stato pubblicato la bellezza di cinquanta anni fa – un disco come “The Final Cut” E’ un disco dei Pink Floyd allo stesso modo in cui “The Piper” (scritto al novanta per cento da Syd Barrett) e “Momentary Lapse” (scritto al novanta per cento da David Gilmour) SONO dischi dei Pink Floyd. Tre lavori enormemente differenti, “The Piper At The Gates Of Dawn”, “The Final Cut” e “A Momentary Lapse Of Reason”, registrati in tre differenti epoche storiche da tre diverse incarnazioni della stessa band. Un’unica grande, irripetibile storia per uno dei pochi, veri, grandi gruppi musicali capaci di andare a fondo nei nostri sentimenti di ascoltatori e appassionati.

Per quanto riguarda il contenuto più strettamente musicale di “The Final Cut”, questo disco sofferto, solenne, sinfonico (le orchestrazioni sono ad opera del compianto Michael Kamen, accreditato inoltre alla produzione al fianco di Waters, con Gilmour fuori dai giochi per la prima e unica volta nella storia floydiana) eppure toccante e realmente da brividi, vanta alcune delle canzoni più belle del repertorio dei Pink Floyd, gemme come The Gunner’s Dream, come The Fletcher Memorial Home e come la stessa The Final Cut. Personalmente ho sempre amato molto anche l’iniziale The Post War Dream, la successiva Your Possible Pasts (anche per via del modo in cui i due brani sono collegati tra loro tramite i caratteristici effetti sonori ambientali così tanto cari ai Pink Floyd e ai loro ascoltatori) e la già citata Not Now John, l’unica canzone movimentata dell’album, oltre che l’unica a riservare una parte cantata anche per Gilmour.

Mi rendo ben conto che ci sarebbero tante altre cose da dire su “The Final Cut”, eppure sono già contento di quel poco che ho scritto finora; se non altro ho finalmente colmato una lacuna in questo modesto blog: un disco così non potrebbe mai mancare nella mia collezione, e parlarne qui mi sembrava un dovere.

-Mat

Pink Floyd, “A Momentary Lapse Of Reason”, 1987

pink-floyd-a-momentary-lapse-of-reason-immagine-pubblica-blogDedicandogli un post una decina di anni fa, rivalutai un disco che altrimenti avevo considerato decisamente trascurabile. Si tratta di “A Momentary Lapse Of Reason”, l’album che resuscitò i Pink Floyd dopo il sofferto abbandono di Roger Waters nel 1985.

Contestualizzato nella gloriosa storia della band inglese, “Momentary Lapse” è certamente un lavoro minore, tuttavia, preso per quello che è, cioè un album di professionale pop-rock di fine anni Ottanta, risulta essere un ascolto molto godibile. C’è da dire che il nome Pink Floyd è in questo caso un semplice marchio: ridotta ufficialmente a duo – David Gilmour e Nick Mason – ma praticamente un trio col ritrovato Richard Wright (cacciato durante la lavorazione di “The Wall”), la formazione è qui composta da Gilmour con una bella schiera di preziosi collaboratori, con Mason e Wright che hanno suonato qua e là dove più serviva il loro tocco (e serviva poco, a quanto pare).

Da questo punto di vista si dovrebbe considerare “A Momentary Lapse Of Reason” un disco solista di David Gilmour e non un’opera dei Pink Floyd. Detto fra noi, dopo anni di discussioni con fan e ammiratori floydiani, tutto ciò è un discorso che non mi riguarda più. Voglio dire, Pink Floyd o David Gilmour, quello che ormai m’interessa è soltanto la musica; ed è di quella che parleremo vedendo questo “Momentary Lapse” più da vicino.

L’inizio dell’album, affidato allo strumentale Signs Of Life, è molto sorprendente: siamo su una barca al largo d’un fiume, sentiamo gli scricchiolii del legno e i remi che si tuffano in acqua e poi si sollevano. Ricordo che all’epoca, quando sentii per la prima volta questo suono, in macchina di mio zio con lo stereo a tutto volume, anche se ero un bambino rimasi incantato! Poi il brano prosegue con un scambio di fraseggi fra chitarra elettrica (così tipicamente gilmouriana) e sintetizzatore, in un’atmosfera sonora che ricorda vagamente la prima parte di Shine On You Crazy Diamond.

La successiva Learning To Fly, primo singolo estratto, è un gradevole ma robusto pop-rock, scandito dalla calda voce di Dave, dai cori femminili e dai placidi assoli di chitarra, con un bell’interludio in cui par di viaggiare fra le nuvole. Un’ottima canzone da ascoltare mentre si è alla guida… forse ancora meglio se si è in volo. Le voci che si sentono a metà del pezzo sono infatti gli istruttori che conversano con Mason e Gilmour, all’epoca alle prese con vere lezioni di pilotaggio aereo.

Mentre Learning To Fly sfuma, ecco subentrare il minaccioso ringhiare (elettronico) d’un cane, che ci porta all’ancora più minacciosa introduzione del terzo brano, The Dogs Of War. Se il testo di questa canzone è un maldestro tentativo di Gilmour d’eguagliare i temi antiguerra che Waters ha espresso tanto bene in opere come “The Wall” (1979) e “The Final Cut” (1983), la musica è davvero coinvolgente: un possente rock-blues con tanto di voce cattiva & graffiante, cori femminili in bella mostra, assoli di sax e batteria pestante.

La successiva One Slip è una delle canzoni che più m’esaltano fra quelle contenute in questo disco, specie se mi trovo al volante su una strada ampia con vista spaziosa. Scritta da Gilmour con Phil Manzanera (chitarrista dei Roxy Music, che ha collaborato a più riprese con Dave nel corso degli ultimi trent’anni, fino al recente “Rattle That Lock“), One Slip presenta un ritmo medio-veloce scandito da una bella batteria e dalle inconfondibili linee di basso di Tony Levin, frequente collaboratore di Peter Gabriel (ascoltare le gabrieliane Red Rain o I Don’t Remember per gli opportuni confronti). Molto bella tutta la parte vocale di Gilmour, alle prese con un testo interessante.

Di bene in meglio con On The Turning Away, probabilmente la vetta artistico-espressiva raggiunta in “A Momentary Lapse Of Reason” e senza dubbio il pezzo più tipicamente floydiano offertoci qui. Siamo infatti alle prese con una calda ballatona rock (anche se l’atmosfera complessiva mi pare decisamente invernale, soprattutto nella prima parte) sullo stile di Comfortably Numb. Qui il buon Dave si prodiga nei suoi celeberrimi assoli e, se suonata ad alto volume, On The Turning Away è sempre portatrice di grandi emozioni.

A parte la sua rimbombante introduzione, un po’ prolissa, Yet Another Movie è un’altra delle mie favorite presenti qui. Un’atmosfera decisamente più dark delle precedenti, vagamente inquietante, anche nel testo: trovo molto suggestiva la frase ‘the vision of an empty bed’, dopo la quale Dave urla ed entra un placido ma sofferto assolo nelle nostre orecchie. A metà della sua durata, il pezzo si fa più imponente, la batteria assume un ritmo più veloce e l’assolo di Gilmour diventa inconfondibilmente straziante. Poi il tutto torna alla fase dark iniziale, come se avessimo assistito ad una reazione tanto violenta negli intenti quanto impotente nell’agire. Una gran bella atmosfera, fra le cose migliori mai create da David Gilmour, secondo me. La conclusione dell’intensa Yet Another Movie è affidata ad un breve strumentale per chitarra e sintetizzatore, Round And Round, per un’appendice forse inutile.

La successiva A New Machine è il pezzo in scaletta che meno amo: poco più d’un minuto dove ascoltiamo l’aggressiva voce di Gilmour distorta elettronicamente. Il tutto, più che altro, serve da introduzione al brano successivo, Terminal Frost, seguìto a sua volta da una ripresa della stessa A New Machine; infatti il brano in questione è diviso in Part 1 e Part 2 ed è appunto intervallato da Terminal Frost, il secondo e ultimo strumentale in programma. Suona quasi come una composizione di Vangelis in chiave rock, con tanto di assoli di chitarra e di sax; l’atmosfera complessiva è buona, forse avrebbe giovato di una durata inferiore.

Sorrow, brano conclusivo dell’album, è invece un massiccio e ombroso pezzo rock, con un memorabile assolo di chitarra introduttivo, dal tono decisamente cupo. Cantato da Dave con efficace impassibilità, Sorrow è diventato un classico negli ultimi due tour mondiali dei Pink Floyd, così come Learning To Fly, tuttavia la sua atmosfera epicamente sconsolata lo integra meglio nel repertorio storico del gruppo, mentre Learning To Fly suona come una mera divagazione pop.

Prodotto dallo stesso David Gilmour con Bob Ezrin, storico co-produttore di “The Wall”, come già detto “A Momentary Lapse Of Reason” si avvale di preziosi collaboratori, fra i quali troviamo il già citato Tony Levin (suona il basso nella maggior parte delle canzoni), i batteristi Jim Keltner e Carmine Appice, John Halliwell dei Supertramp al sax, il chitarrista Michael Landau, il tastierista Patrick Leonard (noto ai fan di Madonna per aver prodotto alcuni dei suoi album migliori) e lo stesso Bob Ezrin, sempre alle tastiere.

Di recente, quasi trent’anni dopo la sua prima edizione, “A Momentary Lapse Of Reason”, è stato ristampato in vinile dopo opportuna remasterizzazione. Non ho avuto modo di ascoltarlo, per cui non saprei dire quanto suoni meglio rispetto alla mia edizione in ciddì degli anni Ottanta. Sono però convinto che sia di una resa sonora superiore. Anche in questo caso, sono tentato dall’acquisto. Strano, nevvero?

-Mat (settembre 2007 / gennaio 2017)

Pink Floyd, “Wish You Were Here”, 1975

pink-floyd-wish-you-were-hereEdito su Parliamo di Musica il 16 maggio 2007, ripubblicato il 21 febbraio successivo quando il blog si chiamava già Immagine Pubblica e infine revisionato il 19 settembre 2008, il post che segue narra d’un disco che mi affascina da molto tempo prima, diciamo pure da quel giorno dell’estate 1992 in cui l’ascolto della copia in ciddì che mi aveva prestato lo zio paterno mi fece restare a bocca aperta per la sorpresa ma anche per lo smarrimento. Non avevo mai ascoltato nulla di simile!

Sofisticato, cervellotico, malinconico, eppure sognante e decisamente indimenticabile, “Wish You Were Here” è l’album dei Pink Floyd che più amo. Formato da soli cinque lunghi brani, è il disco che segna lo spartiacque nella storia dei nostri, ponendosi a metà tra tutto ciò che aveva portato al successo planetario di “Dark Side Of The Moon” del 1973 e i controversi anni dominati dalla figura di Roger Waters, che seguiranno con l’album “Animals” del 1977 fino all’abbandono del gruppo da parte dello stesso, nel 1985.

“Wish You Were Here” comincia subito alla grande, con quello che è in assoluto uno dei brani migliori dei Pink Floyd, Shine On You Crazy Diamond: dura tredici minuti & mezzo eppure me ne basterebbero anche i primi quattro, cioè tutta quella parte strumentale che sembra accompagnare le fasi d’un allunaggio e dove i magnifici strati di tastiere di Richard Wright fanno da sfondo al malinconico ma brillante assolo di chitarra di David Gilmour. Ecco, mi bastano questi quattro minuti di musica per classificare questo disco come uno dei più belli che io abbia mai ascoltato. Shine On You Crazy Diamond procede però in tutto il suo splendore, passando per altri due memorabili assoli di chitarra, una toccante parte cantata da Waters e due assoli di sax suonati da Dick Parry in rapida successione.

Il tutto sfuma nell’inquietante introduzione del brano successivo, Welcome To The Machine, dove un pulsante rumore di macchine industriali ci dà il benvenuto ad una canzone tanto triste quanto bella, lunga oltre sette minuti e cantata da Gilmour. Lo strumento maggiormente in rilievo è il sintetizzatore (e qui bisogna dar atto ai Pink Floyd di essere fra i precursori della musica elettronica), accompagnato dal fantastico arpeggio di due chitarre all’unisono. Infine, un rumore di portelli che si chiudono e un elevatore che ci conduce rapido al piano superiore, dove i portelli si aprono nel bel mezzo d’una festa.

Con Have A Cigar siamo invece alle prese con un robusto rock-blues, il cui testo è una stoccata al mondo del music business. In Have A Cigar è riposta tutta la disillusione di Waters (è lui, il bassista, a scrivere i testi di questo disco) verso i lustrini dello star-system, un tema che verrà ulteriormente approfondito negli album successivi del gruppo, “Animals” (1977) e soprattutto “The Wall” (1979). Da segnalare la bella prova vocale di Roy Harper, mentre nel 2011 è stata distribuita anche un’inedita versione del pezzo in cui Harper si alterna al microfono con lo stesso Waters.

Una volta passato il momento di rabbia e sarcasmo, subentra così la struggente nostalgia di Wish You Were Here, una superlativa ballata che di sicuro è una delle canzoni pop rock più conosciute e amate di sempre. Da antologia le due chitarre – una arpeggiata e suonata come se stesse provenendo da una radio, e una impegnata col dolce assolo – che si incrociano nella parte iniziale del brano, prima che entri la voce solista di Gilmour, alle prese con un testo assai poetico e carico d’immagini memorabili (un testo che in verità meriterebbe un post tutto suo).

La sognante melodia di Wish You Were Here svanisce infine nel vento, sostituita dalla tetra prima parte della ripresa di Shine On You Crazy Diamond. Lunga dodici minuti & mezzo, tale ripresa esplora le possibilità sonore introdotte dal brano iniziale, con un intermezzo rock più veloce (prima comunque della parte cantata, sempre ad opera di Waters) e una successiva sequenza decisamente blues, il tutto sorretto dall’ottima batteria di Nick Mason. Il lungo finale, che inizia a tre minuti e venti dal termine del brano, è un dolente blues condotto dalla tastiera di Wright.

Con tutta la sua tematica dell’assenza (non solo quella di Syd Barrett, il “crazy diamond” del brano in questione, ma anche l’assenza di umanità – o di anima, se si preferisce – nei rapporti interpersonali), assenza simboleggiata anche nelle suggestive immagini realizzate da Storm Thorgerson per la grafica dell’album, “Wish You Were Here” è uno dei dischi più belli di sempre. E forse è anche il più bel disco dei Pink Floyd.

-Mat

Pink Floyd, “Atom Heart Mother”, 1970

pink-floyd-atom-heart-mother-1970Come forse sanno tutti gli appassionati di musica, lo scorso novembre è uscito un sontuosissimo (e carissimo) cofanetto dei Pink Floyd chiamato “The Early Years” e comprendente tutta una serie di materiale audio/video d’archivio, più o meno inedito, risalente al periodo compreso tra il 1965 (anno della formazione della band) e il 1972 (quindi prima del successo planetario & eterno di “Dark Side Of The Moon”, che è del ’73). Pur amando enormemente i Pink Floyd, e comunque terrorizzato dal prezzo, ho deciso che per il momento posso benissimo fare a meno dei 27 (sì, ventisette!) dischi contenuti in “The Early Years”, anche perché molti di loro sono in realtà divuddì e bluray che io, conoscendomi, vedrei/ascolterei due volte al massimo.

Sono però rimasto con una certa voglia e così, visto che si parla degli anni 1965-72, sono andato a ricomprarmi – in un vinile fresco di ristampa – l’album di quel periodo che ho sempre preferito, ovvero “Atom Heart Mother”. Celebre per l’immagine bucolica della copertina, con la mucca al pascolo che si volta sospettosa verso il fotografo, questo disco ha una genesi curiosa che merita d’essere raccontata. Per farlo, parto da un mio vecchio post, originariamente apparso sul blog Parliamo di Musica il 28 giugno 2007.

Siamo alla fine del 1969, quando un bel giorno David Gilmour se ne esce con una serie di accordi alla chitarra che poi annota come Theme For An Imaginary Western. Il brano piace ai due principali autori dei Pink Floyd dell’epoca, il bassista Roger Waters e il tastierista Richard Wright, che si mettono così ad espandere l’idea originale del collega; espansione che porta il brano a 20 minuti di durata e al nome cambiato in The Amazing Pudding. E’ con questo titolo che i Floyd lo eseguono live per la prima volta, durante un concerto parigino del gennaio 1970. Tuttavia, non sapendo bene che farne d’una lunga suite del genere, e con l’approssimarsi d’un tour in USA, i nostri commissionano a Ron Geesin delle partiture orchestrali da sovraincidere al loro nastro.

Musicista e compositore di stampo classico, Geesin aveva già lavorato con Waters per la bizzarra colonna sonora d’un documentario sul corpo umano. E così, giungendo sull’orlo dell’esaurimento nervoso, il buon Ron aggiunge archi, ottoni, cori e quant’altro a quest’insolito brano che assume infine il nome di Atom Heart Mother (nome che, a quanto pare, viene scelto da Roger dopo aver letto casualmente dell’applicazione d’un pacemaker). Per quanto fatto, a Ron spetta il credito di coautore di Atom Heart Mother coi quattro Floyd, ma pare che si sia risentito del fatto che il brano sia infine uscito come un pezzo dei Pink Floyd e non come una collaborazione paritaria Floyd-Geesin. Ciò nonostante, la band aveva pronta l’intera facciata A del suo prossimo album, così ora non restava che comporre le canzoni del lato B.

E così i tre autori del gruppo – Waters, Wright e Gilmour – creano rispettivamente If, Summer ’68 e Fat Old Sun, tre canzoni sognanti e melodiche. Viene anche ripescato e riadattato un singolare brano eseguito con strumentazione non convenzionale, primo capitolo d’un progetto abbandonato che doveva descrivere la giornata d’un hippy, “The Man”: essendo il primo brano, riguardava il momento del risveglio e della colazione, e da qui il titolo di Alan’s Psychedelic Breakfast che, forse per scherzo, viene posto a chiusura dell’album (credo proprio che altri brani di “The Man” siano stati inclusi nel cofanettone di cui sopra, magari avremo modo di parlarne in futuro).

Volendo descrivere brevemente la musica contenuta in “Atom Heart Mother”, iniziamo col dire che l’omonima suite che apre le danze è suddivisa in 6 parti. Con quel tema western alla Ennio MorriconeFather’s Shout è quella che preferisco, mentre Breast Milky è più quieta ma molto corale, con la musica che diventa più imponente quando entra la puntuale batteria di Nick Mason. La terza parte, Mother Fore, è invece un tipico blues floydiano (episodi simili li ritroveremo negli album “Meddle” e “Wish You Were Here”), mentre Funky Dung prima riprende il tema di Father’s Shout e poi diventa un alienante delirio psichedelico. E se Mind Your Throats Please conduce ancora al tema iniziale, la sesta ed ultima parte, Remergence, è puro rock floydiano con tanto di lungo assolo consolatorio da parte di Gilmour (col coro westerneggiante che entra a 2 minuti dalla fine).

Voltando lato troviamo il primo brano cantato da un componente del gruppo, Roger Waters, alle prese con la dolce If, una canzone meditabonda e di grande atmosfera, dal testo autobiografico poco più che sussurrato. Le fa seguito la ben più briosa Summer ’68, scritta e cantata da Richard Wright: inevitabilmente guidata dal piano e dalle tastiere, questa canzone ha delle reminescenze dei Beach Boys ed in un certo modo riporta il sound dei Pink Floyd ai primi anni del gruppo, quando era guidato dal genio visionario e fanciullesco di Syd Barrett. La successiva Fat Old Sun, ad opera di David Gilmour, è invece la canzone che meno preferisco di “Atom Heart Mother”; Gilmour stesso espresse in seguito la sua insoddisfazione per questa pigra ballata – perlopiù acustica – che, comunque, irrita più per la sua lunga durata che per la sua poca ispirazione.

Eccoci infine al brano conclusivo d’un album tanto peculiare, quell’Alan’s Psychedelic Breakfast che senza dubbio resta uno dei pezzi più curiosi mai proposti dai Pink Floyd. Suddivisa in tre parti – Rise And Shine, Sunny Side Up e Morning Glory – la colazione psichedelica di Alan, che sembra svolgersi a Los Angeles, figura degli autentici rumori di latte versato e poi bevuto, masticazione di cereali (un po’ animalesca, a dire il vero), pancetta che cuoce sui fornelli e un rubinetto che gocciola virtualmente all’infinito nel solco d’uscita dell’elleppì, il tutto accompagnato da compiaciute musichette eseguite dai nostri.

Che dire, io una roba del genere l’ho sentita solo dai Pink Floyd, e dopo tanti anni continua ancora a piacermi, tanto da averne acquistato una seconda copia. Avevo però una scusa: mia figlia, attratta dalla celebre mucca in copertina, mi aveva praticamente fatto fuori la mia vecchia copia in ciddì. Insomma, un disco così, con una copertina così, dovevo proprio ricomprarmelo. Con buona pace del cofanettone da 27 dischi che, almeno per ora, può decisamente aspettare.

-Mat

Pink Floyd, “The Division Bell”, 1994

Pink Floyd The Division BellDi recente ho avuto modo di riascoltare più volte “The Division Bell”, l’album che nel 1994 segnò il ritorno dei Pink Floyd dopo un’assenza discografica di ben sei anni. E’ uno di quei rari dischi che migliorano con il passare degli anni, che diventano più belli e interessanti mentre anche noi cresciamo con loro.

Mi è così venuto in mente qualche spunto per scrivere un nuovo post, soltanto che in seguito mi sono ricordato di aver già scritto qualcosa al riguardo. Curiosando nei miei “archivi”, infatti, ho ritrovato un post su “The Division Bell” datato 18 settembre 2008. Lo ripropongo qui, con le dovute aggiunte e considerazioni dell’ultim’ora.

“The Division Bell” è sostanzialmente una riflessione sul tempo che passa e, a tal proposito, ricordo benissimo quando il disco arrivò nei negozi, in quell’ormai lontana primavera del ’94: si piazzò subito in vetta alla classifica italiana e fu forse l’ultimo grande album rock da studio a raggiungere una tale posizione privilegiata. Un album che comprai subito con grande emozione ma che non mi conquistò ai primi ascolti: erano troppo recenti le mie scoperte dei grandi capolavori floydiani degli anni Settanta – “Dark Side Of The Moon” (1973), “Wish You Were Here” (1975) e “The Wall” (1979) – per lasciarmi ammaliare da un album di maturo pop-rock, anche un po’ dimesso, dove non c’era traccia del mio idolo floydiano più grande, Roger Waters.

Come accennavo sopra, tuttavia, il trascorrere degli anni, ma anche lo smaliziarsi dei miei gusti musicali, hanno fatto sì che apprezzassi “The Division Bell” per quel che è, un ottimo disco realizzato da grandi musicisti, e che lo inquadrassi nella giusta prospettiva storica: il secondo album del post-Waters, oltre che il primo album dei Pink Floyd con un’effettiva partecipazione di Richard Wright dai tempi di “Animals” (1977), per cui l’equazione alla fine regge. Di fatto, un lavoro nel quale s’avverte maggiormente l’apporto creativo d’un vero gruppo, a differenza del precedente “A Momentary Lapse Of Reason” (1987), buono ma in pratica un disco solista di David Gilmour.

“The Division Bell” inizia pigramente con Cluster One, uno strumentale dai suggestivi rimandi al glorioso passato dei nostri; è un brano di classe scritto da Wright e Gilmour che ben introduce tutto il lavoro e ci dà l’indizio che se i nostri non hanno ritrovato la vera creatività hanno almeno recuperato l’ispirazione migliore. Figlio degli episodi più ruggenti di “The Wall”, ecco l’epico hard blues di What Do You Want From Me?, mentre Poles Apart è un brano più leggero ma dall’ampia struttura progressiva che, grazie ad un immaginifico interludio (un po’ tetro, c’è da dire), ci presenta appropriatamente il brano in due versioni diverse, una in forma di ballata e una più veloce. Bellissima, bisogna aggiungere, tutta la parte vocale di Dave.

Seconda collaborazione Wright-Gilmour per un altro strumentale di classe, Marooned è senza dubbio fra le perle di quest’album: un rock lento, sofferto e dolente, che regalò ai Pink Floyd un Grammy come miglior pezzo strumentale dell’anno; sempre molto emozionante, per me, resta l’ingresso della batteria di Nick Mason a due minuti e ventisei dall’inizio, quando mi viene una voglia incontrollabile di alzare il volume. Ispirata alla caduta del muro di Berlino del 1989, ecco invece la melodia struggente di A Great Day For Freedom, una ballata dal ritornello solenne guidata principalmente dal piano. Tra gli undici brani di “The Division Bell”, quest’ultimo resta però quello che preferisco di meno e in tutti questi anni non sono riuscito a cambiare idea.

Discorso inverso per la successiva Wearing The Inside Out, una morbida ballata dai toni chiaroscurali, un brano molto elegante cantato da Richard Wright e abbellito dal sax, che con gli anni ho imparato ad apprezzare sempre più. L’irresistibile carica pop-rock di Take It Back resta invece il momento più leggero del disco, giustamente pubblicato anche su singolo. Gli fa immediato seguito – grazie ad un mix d’incroci e dissolvenze di grande effetto – Coming Back To Life, un’altra delle perle di quest’album. Due brani carichi di eco che posti così in sequenza rappresentano uno degli episodi più melodici e accattivanti dell’intera discografia dei nostri.

Ancora qualche reminiscenza da “The Wall” con l’intensa Keep Talking, una canzone dall’atmosfera più dark edita anche su singolo. Molto bella la prestazione vocale di Gilmour (in grande spolvero anche sulle chitarre), soprattutto quando s’incrocia con le parti delle coriste. Dal sapore country (country inglese, non americano…), ecco Lost For Words, forse il pezzo qui presente che suona più come una canzone solista di David Gilmour che un’opera dei Pink Floyd. Una buona canzone comunque, molto gradevole.

La conclusiva High Hopes è senza dubbio la canzone migliore di “The Division Bell”, oltre che la più lunga, coi suoi quasi otto minuti di durata. Brano meditabondo, oscuro, imponente, pieno di nostalgia per un passato più puro che ora non c’è più, High Hopes è anche il brano che cita il titolo dell’album (un riferimento a certe sedute del parlamento inglese scandite dal suono di una campana) ma pure di quello che sarà il suo seguito vent’anni dopo, “The Endless River“. Molto belle sono anche tutte le parti di chitarra in High Hopes, di grande impatto sull’ascoltatore come in ogni album dei nostri, per non dire della voce di Gilmour, mai così cavernosa. Più la ascolto, più ci penso e più mi convinco che sia proprio questa la canzone più bella in assoluto dei Pink Floyd, con buona pace di Comfortably Numb e Wish You Were Here.

Da menzionare, infine, la presenza di alcuni degli elementi che hanno aiutato i signori Gilmour, Mason e Wright a realizzare “The Division Bell”, fra ritorni e nuove collaborazioni: la produzione di Bob Ezrin, le orchestrazioni di Michael Kamen, il basso di Guy Pratt, il sax di Dick Parry e una buona dose di parole scritte dalla giornalista Polly Samson (attuale signora Gilmour).

-Mat

The Wall Live 2010

roger-waters-the-wall-immagine-pubblica-blogRoger Waters non ne vuole proprio più sapere di tornare in studio d’incisione e dare quindi un seguito all’ormai lontano “Amused To Death”… eppure il bassista dei Pink Floyd è tutt’altro che pigro!

Nel corso di questo 2010, Roger tornerà infatti alla carica con un ambizioso progetto dal vivo: la riproposizione integrale di “The Wall”, il classicone floydiano datato 1979.

Il sito di Waters – finalmente aggiornato – rivela tutti i particolari del tour che riproporrà “The Wall” a partire dal prossimo 15 settembre. Si partirà dall’Air Canada Centre di Toronto, per poi proseguire in tutte le maggiori città stutunitensi fino al 13 dicembre.

Unica nota dolente, però, è proprio il fatto che “The Wall” è (almeno finora) un avvenimento tutto nordamericano, dato che restano esclusi Europa, Giappone e Sudamerica. Sono però convinto che, se il tour avrà successo e Roger se la sentirà, potremo sentire & vedere “The Wall” anche da noi, ma ovviamente solo nel 2011.

Va bene così, sono comunque contento che uno dei miei più grandi idoli musicali torni in grande stile col disco che più lo ha reso celebre nel mondo (come dimenticare, fra l’altro, il concertone di Berlino del luglio 1990?). E voglio anche azzardarmi con le previsioni: avremo presto una nuova stampa dell’album “The Wall” (magari con contenuti speciali come brani inediti e/o alternativi) e finalmente il video ufficiale coi concerti del 1980-81.

Ad ogni modo, rimando tutto al sito ufficiale di Waters, oltre che ad alcuni miei vecchi scritti: la genesi di “The Wall”, la recensione dell’album originale, tutto ciò che ne è seguito, e il doppio live edito dalla EMI nel 2000.

– Mat

Un po’ di questo, un po’ di quello

federico-fellini-immagine-pubblica-blogE’ proprio da un bel po’ che non scrivevo niente di nuovo su questo mio blog, ultimamente trascurato come non mai. Un ciddì di John Coltrane che ho preso pochi giorni fa e un album dei Genesis che ho riascoltato con particolare trasporto mi hanno fatto tornare la voglia di parlare di musica su Immagine Pubblica. Per quanto, temo, ho bisogno ancora di qualche giorno per ritrovare l’ispirazione necessaria per scrivere qualche post decente.

Inoltre, credo d’aver finalmente visto tutti i film diretti da Federico Fellini (nella foto, mentre esprime un parere sul sottoscritto), per cui vorrei aggiornare il discorso di questo post. Ho anche riletto con gran gusto “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino, mentre proprio ieri sera ho finito di leggere “La banda dei brocchi” di Jonathan Coe, un libro che avevo preso alcuni mesi fa ma che era rimasto a contemplare granelli di polvere sul comodino. Ecco, mi piacerebbe anche parlare di questi due libri.

In effetti mi piacerebbe sprecare un po’ di parole per tanti altri argomenti, qui sul blog: la triste morte di Michael Jackson, ovviamente, una tragedia che mi ha colpito enormemente (più di quanto mi sarei aspettato, a dire il vero); l’imminente ripubblicazione degli album dei Beatles; alcune recensioni su dischi di Miles Davis, Nina Simone, Queen, Depeche Mode, Roger Waters, David Sylvian, The Style Council, Tears For Fears, Bee Gees, The Cult e Donald Fagen. Oltre che, come detto, Coltrane e i Genesis. Insomma, tutta gente della quale – in un modo o nell’altro – abbiamo già parlato qui su Immagine Pubblica. Il fatto è che mi sto accorgendo che, gira & rigira, nonostante ascolto veramente di tutto – spaziando fra le discografie degli artisti più disparati – ascolto quasi sempre gli stessi nomi: dopo ventanni buoni d’ascolti ho ormai capito quali musiche le mie orecchie apprezzano di più. Forse dovrei passare con più convinzione alla classica o alla lirica per allargare ulteriormente i miei orizzonti, perché credo che in fatto di jazz e soprattutto di pop/rock ho ormai individuato ciò che cerco.

E così – tornando per l’ennesima volta a quelli che restano fra i miei preferiti di sempre, i Beatles – lasciatemi concludere questo post con un breve aneddoto circa gli album remasterizzati che saranno pubblicati dopodomani (il fatidico 9/9/09): a quanto pare, i capoccioni della EMI hanno anche eliminato alcuni errori presenti nelle canzoni dei Beatles, errori che sono ormai entrati a far parte di quelle canzoni, sono stati studiati (e in certi casi pure apprezzati) e quindi storicizzati come parte del contesto culturare/tecnologico di quegli anni. Ecco, tanto per fare un esempio, che sullo sfumare del riverbero finale di A Day In The Life (tratta dall’album “Sgt. Pepper”) m’abbiano eliminato quello scricchiolio di sedia che a me comunque piace lo stesso, ecco dicevo, a me fa un po’ incazzare! Non sono mica poi così bendisposto a sborsare un paio di centinaia di euro per un catalogo che, con la scusa di volermi proporre un lavoro più nitido dal punto di vista sonoro, finisce col restituirmi una versione perfettina e asettica d’un gruppo che perfettino e asettico non è mai stato. La curiosità è tanta, in definitiva… ma pure i dubbi. Vedremo… anzi, no, sentiremo.

– Mat

Diamo un voto ai dischi dei Pink Floyd

pink-floyd-classifica-immagine-pubblica-blogSul bel blog dell’amico Silvano ho trovato – QUI – un interessante sondaggio sui Pink Floyd: si tratta di dare un voto da 1 a 10 per ogni album da studio e dal vivo pubblicato ufficialmente dal celeberrimo gruppo inglese fra il 1967 e il 2000 (sono escluse le raccolte e la colonna sonora del film “Zabriskie Point”). Il post di Silvano ha risvegliato la mia voglia di parlare di musica e così, invece di lasciare un semplice commento, ho pensato di provare a dire la mia con questo post. Premetto che da sempre i Pink Floyd sono uno dei miei gruppi preferiti, perciò è difficile da parte mia dare giudizi spassionati sui loro dischi: come per la lista delle canzoni dei Beatles, non sono sempre sicurissimo delle mie valutazioni. Questo post è un modo, più che altro, di fissare certi punti e di tentare di razionalizzare (anche col vostro aiuto, se vorrete) certe preferenze. Tutti i dischi sono presentati di seguito in rigoroso ordine cronologico.

“The Piper At The Gates Of Dawn” (1967)
Brani celebri: Astronomy Domine, Interstellar Overdrive
Formazione: Syd Barrett, Nick Mason, Roger Waters, Richard Wright
Matvoto: un lavoro segnato dallo stile di Syd, diverso da tutto ciò che i nostri hanno realizzato in seguito (ma anche diverso dal materiale solista barrettiano). Un debutto coi fiocchi in piena era psichedelica, fra tanti altri eccitanti debutti discografici. 8/10.

“A Saucerful Of Secrets” (1968)
Brani celebri: Set The Controls For The Heart Of The Sun, A Saucerful Of Secrets
Formazione: Syd Barrett, David Gilmour, Nick Mason, Roger Waters, Richard Wright
Matvoto: un album di transizione, con Syd presente solo in alcuni brani e Dave non ancora ben integrato nel gruppo. Non mancano però le belle canzoni. 7/10

“Music From The Film More” (1969)
Brani celebri: Green Is The Colour, The Nile Song
Formazione: David Gilmour, Nick Mason, Roger Waters, Richard Wright
Matvoto: colonna sonora d’un oscuro film psichedelico, interessante per certe anticipazioni sulla musica futura della band. Tuttavia non risulta un ascolto particolarmente esaltante. 6/10

“Ummagumma” (1969)
Brani celebri: Grantchester Meadows, Sysyphus, più selezione dal vivo
Formazione: David Gilmour, Nick Mason, Roger Waters, Richard Wright
Matvoto: il primo doppio album dei Pink Floyd, un elleppì di materiale dal vivo e un elleppì con inediti da studio. Tanto bello il primo disco quanto discutibile il secondo (non ho mai capito se sia una genialata o una porcheria, mi piacerebbe dedicargli un post prima o poi). Nel dubbio, complessivamente… 7/10.

“Atom Heart Mother” (1970)
Brani celebri: Atom Heart Mother, If
Formazione: David Gilmour, Nick Mason, Roger Waters, Richard Wright
Matvoto: il primo grande capolavoro floydiano. Ne ho ampiamente parlato in un post. 10/10.

“Meddle” (1971)
Brani celebri: One Of These Days, Echoes
Formazione: David Gilmour, Nick Mason, Roger Waters, Richard Wright
Matovoto: contiene alcuni degli episodi più salienti della discografia floydiana ma le buone idee non sono equamente ripartite fra le canzoni. 8/10.

“Obscured By Clouds” (1972)
Brani celebri: Free Four, Stay
Formazione: David Gilmour, Nick Mason, Roger Waters, Richard Wright
Matvoto: colonna sonora del film “La Vallée”, seguito filmico di “More”. Un lavoro deboluccio, eppure anticipatore anch’esso dei futuri percorsi floydiani. 5/10.

“Dark Side Of The Moon” (1973)
Brani celebri: Money, Time, Breathe, The Great Gig In The Sky, Us And Them
Formazione: David Gilmour, Nick Mason, Roger Waters, Richard Wright
Matvoto: anche in questo caso ne ho già parlato. Un capolavoro, senza dubbio. Il mio voto non è il massimo solo perché – secondo me – pecca un po’ d’artificiosità. 9/10.

“Wish You Were Here” (1975)
Brani celebri: Shine On You Crazy Diamond, Wish You Were Here
Formazione: David Gilmour, Nick Mason, Roger Waters, Richard Wright
Matvoto: ho già parlato anche di quest’altro capolavoro. 10/10.

“Animals” (1977)
Brani celebri: Sheep, Dogs
Formazione: David Gilmour, Nick Mason, Roger Waters, Richard Wright
Matvoto: un ottimo album che ha avuto la sfortuna, se così si può dire, di essere stato pubblicato fra due capolavori più grandi di esso. Cercherò di parlarne più dettagliatamente in futuro. 8/10

“The Wall” (1979)
Brani celebri: Another Brick In The Wall, Comfortably Numb, Run Like Hell, Mother
Formazione: David Gilmour, Nick Mason, Roger Waters, Richard Wright
Matvoto: se mi costringessero a valutare una sola opera dei Pink Floyd col termine di capolavoro non avrei dubbi: è questo. 10/10.

“The Final Cut” (1983)
Brani celebri: Not Now John, The Final Cut, The Gunner’s Dream
Formazione: David Gilmour, Nick Mason, Roger Waters
Matvoto: un album sottovalutato (perché molto più watersiano che floydiano… e non mi sembra manco questo gran difetto…), in realtà uno dei dischi più belli, potenti e toccanti e io possa vantare nella mia collezione di dischi. Ne parlerò più dettagliatamente in futuro. 9/10

“A Momentary Lapse Of Reason” (1987)
Brani celebri: Learning To Fly, On The Turning Away
Formazione: David Gilmour, Nick Mason, Richard Wright
Matvoto: il primo capitolo della storia floydiana del post-Waters. Ne ho già parlato. 7/10

“Delicate Sound Of Thunder” (1988)
Brani celebri: selezione dal vivo
Formazione: David Gilmour, Nick Mason, Richard Wright
Matvoto: primo vero album dal vivo nella discografia floydiana (ma Roger non c’è più e si sente). Preso per quello che è, questo live doppio non è certamente cattivo però, nella grande discografia del gruppo, è totalmente trascurabile. 6/10

“The Division Bell” (1994)
Brani celebri: High Hopes, Keep Talking, Coming Back To Life
Formazione: David Gilmour, Nick Mason, Richard Wright
Matvoto: un disco di alto livello del quale, anche in questo caso, ci siamo già occupati. 8/10.

“Pulse” (1995)
Brani celebri: selezione dal vivo
Formazione: David Gilmour, Nick Mason, Richard Wright
Matvoto: eccellente sintesi dal vivo del tour floydiano da supporto a “The Division Bell”. Ottima l’idea d’includere l’esecuzione integrale di “Dark Side Of The Moon” che la band effettuava in quei concerti. 8/10

“Is There Anybody Out There?: The Wall Live 1980-1981” (2000)
Brani celebri: selezione dal vivo
Formazione: David Gilmour, Nick Mason, Roger Waters, Richard Wright
Matvoto: un doppio ciddì da urlo, ampiamente discusso qualche tempo fa. 10/10.

– Mat

Pink Floyd, “The Wall Live 1980-81”, 2000

pink-floyd-the-wall-live-1980-1981Sempre a proposito di album dal vivo, Miles Davis non è certamente il solo ad aver pubblicato dei live coi controcazzi: fra di essi c’è infatti un epocale doppio album dal vivo dei Pink Floyd, lo straordinario “Is There Anybody Out There? / The Wall Live 1980-81”, edito nel 2000 in occasione del ventennale del celebre “The Wall“.

Un fantastico doppio album che andai a comprare quasi subito, optando per la più costosa ma più bella ‘limited edition’, ovvero i due ciddì cofanettati in una lussuosa confezione cartonata (nella foto). Si tratta della rappresentazione integrale che i Pink Floyd diedero del loro capolavoro, fra il 1980 e il 1981, in quattro selezionate arene fra gli USA e l’Europa: partita dalla Los Angeles Sports Arena nel febbraio ’80, la rappresentazione dal vivo di “The Wall” continuò per un anno per concludersi quindi alla Wastfallenhande di Dortmund (Germania) nel febbraio ’81. Le altre due arene erano il Greater Nassau Coliseum di New York (febbraio ’80) e la celebre Earl’s Court di Londra (agosto ’80 e giugno ’81).

Se il limite principale di un’opera come “The Wall” stava nei suoi sofisticati effetti sonori, di difficile riproposizione in un contesto dal vivo (tanto che si fece abbondante ricorso a nastri di effetti che, manovrati dal tecnico James Guthrie, entravano fra le canzoni quando dovevano entrare), è anche vero che questi concerti fornivano la storia in musica della versione originariamente concepita da Roger Waters. Un’opera dalla lunghezza prossima alle due ore e bastevole a riempire tre elleppì; come sappiamo, invece, “The Wall” venne ridotto fino a rientrare in due canonici vinili ma dal vivo l’opera non perse nulla della sua forza, includendo anche alcune canzoni che – sempre per motivi di spazio & tempo – erano state scartate dall’edizione discografica.

Personalmente continuo a preferire la classica versione da studio di “The Wall”, un disco che reputo pressoché perfetto, tuttavia devo ammettere che diverse canzoni contenute in questo “Is There Anybody Out There?” suonano decisamente meglio nella loro esecuzione dal vivo. C’è da dire, però, che il prodotto audio finale è un magistrale taglia-e-cuci dei momenti migliori della spettacolare versione live di “The Wall”, anche all’interno delle canzoni stesse, pe cui, per fare un esempio, può essere che il cantato (o parte di esso) di una canzone sia stato inciso in Germania nel 1981 mentre gli assoli di chitarra possono risalire ad un concerto americano dell’anno prima. Il risultato finale è comuque meraviglioso e ci offre la miglior rappresentazione sonora possibile dei Pink Floyd in azione dal vivo con “The Wall”, in quello che fu l’ultimo tour di Waters in seno alla band, nonché l’ultimo tour dei Pink Floyd come quartetto.

Fatte queste debite introduzioni e precisazioni, addentriamoci ora in una breve disanima traccia dopo traccia del contenuto di “Is There Anybody Out There?” così come è stato pubblicato dalla EMI nel 2000.

  1. MC: Atmos: introduzione dello show da parte del presentatore Gary Yudman, il quale dà il benvenuto al pubblico inglese dell’Earl’s Court (in realtà, come già detto, questa non è l’esibizione integrale di un preciso concerto ma un montagio audio coi momenti migliori dell’intero tour).
  2. In The Flesh?: irrompe brutalmente mentre il buon Yudman sta dando le ultime noiose raccomandazioni al pubblico. E’ però una versione un po’ fiacca, nettamente inferiore alla In The Flesh? incisa in studio.
  3. The Thin Ice: anch’essa non riesce ad eguagliare la bellezza della versione da studio; David Gilmour è fin troppo impassibile (sia alla voce che alla chitarra) mentre il canto di Roger tradisce un po’ d’emozione. Insomma, l’inizio di questo disco lascia un po’ a desiderare…
  4. Another Brick In The Wall, Part 1: questa versione riesce invece ad emozionare alla stessa maniera del pezzo originale, anzi la dimensione dal vivo risalta ancor di più la sua maestosa atmosfera dark.
  5. The Happiest Days Of Our Lives: abbastanza fedele all’originale da studio, con tanto di effetto d’elicottero in avvicinamento.
  6. Another Brick In The Wall, Part 2: rende giustizia al duetto vocale fra Roger e Dave (mentre il mix da studio favoriva Dave) e inoltre annovera ulteriori passaggi strumentali, molti dei quali chitarristici.
  7. Mother: oltre ad essere più lenta, estesa ed atmosferica rispetto alla versione da studio, è addirittura migliore di quella, grazie soprattutto ad un lungo ed emozionante assolo di chitarra centrale.
  8. Goodbye Blue Sky: praticamente identica alla versione da studio.
  9. Empty Spaces: leggermente più lunga nella parte cantata, con Roger che recita il testo originariamente concepito, con il tutto che si raccorda al brano successivo come un’unica sequenza.
  10. What Shall We Do Now?: rock martellante e suggestivo, scartato dall’album del ’79 (tanto che la precedente Empty Spaces – che di fatto ne costituiva l’introduzione – venne riscritta) ma sempre presente negli spettacoli dal vivo di “The Wall”, così come nella versione filmica di Alan Parker.
  11. Young Lust: piuttosto fedele alla versione da studio anche se possiamo apprezzarne quell’attacco iniziale che su disco si perdeva a causa della sua sovrapposizione alla precedente Empty Spaces.
  12. One Of My Turns: ricalca fedelmente la versione da studio ma si avverte benissimo la performance dal vivo di quest’altra magnifica canzone.
  13. Don’t Leave Me Now: fra i pezzi meno adatti ad essere riproposti dal vivo, la sequenza finale è forse più vivace della versione in studio.
  14. Another Brick In The Wall, Part 3: appena più accelerata, questa versione è anch’essa più accattivante rispetto alla versione da studio.
  15. The Last Few Bricks: non è una canzone inedita (così come pubblicizzò la EMI nel 2000) ma un interessante medley strumentale fra The Happiest Days, Young Lust e Empty Spaces. Oltre ad estendere lo spettacolo, questa sequenza dava anche più tempo agli operai d’innalzare il (finto) muro di mattoni fra il pubblico e la band.
  16. Goodbye Cruel World: leggermente più lunga ma fedele all’originale, quando Roger finiva di cantarla, due operai sul palco fissavano l’ultimo mattone del muro, che andava proprio a nascondere il volto del bassista. A questo punto dello spettacolo finiva la prima parte della rappresentazione e in questo caso giunge a conclusione il primo ciddì.
  17. Hey You: qui la band suona ormai dietro quel muro che la separa dal pubblico. Si tratta di una versione piuttosto fedele alla magnifica canzone originale, con la presenza del pubblico che contribuisce un po’ ad alleviarne il senso di sconforto.
  18. Is There Anybody Out There?: almeno nella sequenza iniziale, quella più dark dove Roger chiede se ‘c’è qualcuno là fuori [oltre il muro]?’, siamo alle prese col nastro della versione da studio mentre il pubblico grida & risponde all’insistente domanda. La seconda parte, invece, presenta dal vivo il bel duo di chitarre acustiche mentre tutti gli altri effetti sono anch’essi pre-registrati.
  19. Nobody Home: fra i brani più introspettivi e commoventi dei Pink Floyd, questa versione dal vivo veniva salutata dal pubblico ogni volta che da una finestrella del muro spuntava Waters seduto tutto solo nella sua (finta) camera d’albergo. Anche qui siamo in presenza di numerse parti pre-registrate (orchestra, televisione in sottofondo e schiamazzi vari) ma il canto dal vivo di Roger resta intenso ed appassionato.
  20. Vera: anche quest’altro toccante numero è registrato dal vivo solo per metà ma il canto di Roger pone tutto nella giusta prospettiva.
  21. Bring The Boys Back Home: fedele all’originale in studio, anche perché la base e il coro sono gli stessi, con la voce di Waters in maggior evidenza.
  22. Comfortably Numb: non solo una delle canzoni più belle dei Pink Floyd ma anche una delle canzoni più belle del mondo, questa versione ci permette di apprezzarne appieno tutta l’intensità rock, soprattutto nell’assolo finale di Gilmour, portato a conclusione e non sfumato come nella versione da studio. Per il resto l’orchestra è pre-registrata, l’esecuzione è alquanto fedele ma l’emozione di ascoltare questo capolavoro è sempre grandissima. Da pelle d’oca!
  23. The Show Must Go On: fra le cose più interessanti di questo “The Wall Live”, giacché possiamo apprezzarne il testo integrale – cantato da Dave – che sul disco del ’79 veniva notevolmente abbreviato.
  24. Mc: Atmos: sempre la sola voce del presentatore Yudman, stavolta con un ridicolo effetto di nastro rallentato, che annuncia quella che – secondo la trama della rappresentazione – era un ‘ gruppo surrogato’ giacché Pink stava male in albergo. E’ qui che i Pink Floyd rientrano in scena – ponendosi davanti al muro – con quel discusso abbigliamento in stile nazista.
  25. In The Flesh: se l’iniziale In The Flesh? risulta opaca rispetto alla versione da studio, questa è invece molto più convincente e riesce a non far rimpiangere troppo quella su disco.
  26. Run Like Hell: introdotta da una sarcastica arringa di Roger agli spettatori, questa versione è superiore a quella ben più nota da studio ed è più convincente di qualsiasi altra esecuzione di Run Like Hell che i Pink Floyd del dopo-Waters hanno proposto nei loro concerti. Da brividi il rabbioso scambio di versi – di fatto un duetto – fra Dave e Roger, con la musica tesa, tirata e incalzante. Fra i momenti culminanti di questo disco, sette minuti di puro godimento!
  27. Waiting For The Worms: pur piuttosto fedele all’originale, non riesce tuttavia a riprodurne la totale drammaticità della versione da studio.
  28. Stop!: breve interludio per piano e voce, anch’esso fedele all’originale.
  29. The Trial: il brano più teatrale dei Pink Floyd, in una versione leggermente estesa ma alquanto fedele, con Roger ad interpretare magnificamente tutti i personaggi di questo processo (mentre sul muro venivano proiettate quelle magnifiche sequenze animate di Gerald Scarfe che poi sarebbero state reimpiegate nel film di Parker) al termine del quale – accolto da un boato del pubblico – viene abbattuto il muro.
  30. Outside The Wall: una versione più lunga e molto meno scarna di quella apparsa su disco, al termine della quale un sensibilmente soddisfatto Waters ringrazia e saluta il pubblico e i dodici componenti del gruppo (sì… i quattro Floyd più altrettanti musicisti aggiuntivi, più i quattro coristi) fanno i dovuti inchini alla folla.

Descrivendo alla bellemmeglio queste trenta canzoni, ho citato diverse volte lo spettacolo visuale che faceva parte integrante del concerto: nel 2000 Roger Waters impedì una pubblicazione anche in formato video di “The Wall Live 1980-81” ma pare che in questo 2009 dovrebbe veder la luce anch’esso. Se non altro, qualche mese fa lessi che Roger stava visionando alcuni filmati per poi scegliere le sequenze migliori… speriamo bene! Per il resto, a chi volesse arricchire questa lettura con ulteriori dettagli, consiglio quest’altro post.
In conclusione, dunque, chi ama quel capolavoro di “The Wall” non potrà non apprezzare anche questa magnifica versione dal vivo: la consiglio perciò caldamente a tutti gli appassionati floydiani. Un annetto fa la versione standard del live è stata deprezzata per la categoria ‘special price’, per cui quale occasione migliore per colmare una tale eventuale lacuna?

– Mat