Queen, “A Day At The Races”, 1976

queen, a day at the races, immagine pubblica blogTra tutti gli album dei miei amati Queen, “A Day At The Races” resta quello che probabilmente ho ascoltato di meno. Meno d’una decina di volte di sicuro, considerando che ne posseggo una copia in vinile da oltre vent’anni e che nel 2011 ne ho riacquistata un’altra, in formato ciddì (remasterizzata e con brani aggiunti). Eppure niente, quella tra me e questo disco è una storia d’amore mai nata. Come per il formato mp3, insomma. E come per lo sport del calcio, fra le altre cose. Sto divagando, lo so.

“A Day At The Races” non può certo essere considerato un brutto disco, e se non altro contiene una delle canzoni più belle & rappresentative dei Queen, quella Somebody To Love che ormai dovrebbero conoscere anche gli animali domestici. Le altre canzoni, però, il modo in cui sono state incise e perfino la loro sequenza nell’album non mi hanno mai convinto appieno. “A Day At The Races” è per me il classico disco che un fan compra tanto per completare la collezione. Tolta Somebody To Love – che ho comunque sul primo “Greatest Hits” dei Queen – e tolta Tie Your Mother Down – alla quale ho sempre preferito la scatenata versione dal vivo a Wembley nel 1986 – potrei in definitiva anche farmi derubare delle mie due copie di “A Day At The Races” che forse non me ne accorgerei nemmeno.

Seguito un po’ sbiadito di “A Night At The Opera“, col quale condivide titolo (entrambi sono i titoli originali di altrettanti film dei Fratelli Marx) e veste grafica, “A Day At The Races” contiene inoltre quella che considero una delle canzoni più brutte dei Queen, ovvero Drowse, scritta dal batterista Roger Taylor (per me l’autore meno dotato tra i componenti della band, anche se a partire dagli anni Ottanta ha avuto modo di migliorarsi parecchio), mentre brani come You And I e The Millionaire Waltz mi hanno sempre lasciato indifferente. In tutte le altre canzoni ho sempre trovato un qualcosa d’artificioso che, a ben pensarci, mi ha fatto storcere il naso fin dalla prima volta che ho ascoltato questo disco, a metà anni Novanta.

Perfino quella che viene considerata una delle canzoni più belle e suggestive di Freddie Mercury, ovvero You Take My Breath Away (per certi aspetti anticipatrice del “Barcelona” che verrà), non mi ha mai appagato del tutto. Forse è un problema di produzione: con “A Day At The Races”, infatti, per la prima volta un disco dei Queen è stato prodotto da essi stessi, rinunciando a quel Roy Thomas Baker che aveva contribuito non poco al successo di “A Night At The Opera”. Ecco, secondo me i Queen non erano pronti par far tutto da soli; tant’è vero che dopo “A Day At The Races” si autoprodussero il solo “News Of The World” (dal sound più fresco, in effetti) e già con “Jazz” tornarono a chiedere i servigi del buon Baker. In seguito, pur cambiando produttore altre volte, quello della completa autoproduzione fu un esperimento che i Queen non ripeterono più.

Magari potrei aggiungere altro all’oggetto di questo post, il successo in classifica o qualche aneddoto curioso, ma in fondo a che pro? È un disco che ho ascoltato poco, come detto all’inizio, e che non è mai stato di mio gradimento. Resto comunque in attesa spasmodica di “Bohemian Rhapsody“, il biopic sui Queen diretto dal controverso Bryan Singer: uscito in gran parte del mondo ai primi del mese, in Italia verrà distribuito nelle sale a partire dal 29 novembre. In America, nonostante le critiche non sempre positive da parte degli “addetti ai lavori”, il film è già un successo. E tutto questo, c’è da giurarlo, rilancerà in classifica gran parte delle raccolte e degli album dei Queen; magari anche il mio ben poco amato “A Day At The Races”.

-Matteo Aceto

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Queen, “Jazz”, 1978

queen jazz immagine pubblicaTra i lavori più belli e gioiosi dei Queen, “Jazz” è tutto fuorché un disco jazz. Il titolo dell’album sta infatti per “chiacchiericcio”, “cicaleccio” o una roba del genere (vallo a capire, lo slang inglese), e musicalmente parlando è un panciuto pentolone pieno di ingredienti – rock ovviamente, e anche hard, ma pure blues, funk, e l’inevitabile pop – cucinati secondo una ricetta che solo i Queen sapevano preparare e condire.

E così, accanto a canzoni ormai davvero popolari come le scoppiettanti Bicycle Race e Don’t Stop Me Now, troviamo ballate malinconiche come Jealousy e In Only Seven Days, escursioni metalliche come Dead On Time e Let Me Entertain You (a quel tempo appropriato brano d’apertura dei concerti dei Queen), un Brian May che a livello autoriale passa da momenti pensosi come Leaving Home Ain’t Easy ad altri ben più faceti come Fat Bottomed Girls, e addirittura un Freddie Mercury che canta in arabo, nel sorprendente Mustapha, brano d’apertura dello stesso “Jazz”.

“Jazz” che, dopo un periodo di autogestione in cui i Queen avevano prodotto da soli due dischi di transizione come “A Day At The Races” (1976) e “News Of The World” (1977), sanciva il ritorno del produttore Roy Thomas Baker, un uomo al fianco dei Queen praticamente dagli esordi e artefice non secondario del disco più celebrato della band inglese, “A Night At The Opera” (1975). E, lasciatemelo dire, con Baker “at the controls”, la differenza si sente eccome!

Dopo di lui, i Queen assunsero Mack, un produttore tedesco che mantennero alla console fino alla metà degli anni Ottanta. Questo è però un altro capitolo della storia e, decisamente, un altro sound. Infine, per concludere, un aneddoto che mi pare divertente: uscito sul finire del 1978, “Jazz” venne recensito dal New Musical Express, celebre rivista musicale inglese che in quegli anni aveva abbracciato la causa del punk, con queste parole: “un disco buono da regalare a qualche parente sordo a Natale”. Un disco che arrivò al secondo posto della classifica britannica (nulla potendo contro il successo planetario del film “Grease” e della relativa colonna sonora): evidentemente, di parenti sordi, i sudditi britannici ne avevano parecchi.

-Matteo Aceto

Queen, “A Night At The Opera”, 1975

Queen A Night At The Opera immagine pubblica blogMi resta difficile stabilire quale disco dei Queen possa essere considerato il loro capolavoro assoluto. Senza dubbio, tra i fan, un album come “A Night At The Opera” è sempre stato in pole position tra i possibili candidati. E’ anche il primo album dei Queen ad essere stato riproposto in edizione deluxe, in occasione di uno dei suoi decennali (il 2005, se non erro), e questo forse dice qualcosa sull’importanza che la band e/o la casa discografica gli attribuivano all’interno della discografia ufficiale dei Queen. Eppure “A Night At The Opera” non rientra tra i miei preferiti; in tutti questi anni l’avrò ascoltato dieci volte sì & no.

Iniziamo da una caratteristica fondamentale: “A Night At The Opera” è l’album che contiene Bohemian Rhapsody, che forse è davvero la canzone più bella dei Queen. Un pezzo formidabile, una specie di suite dove rock e opera si fondono in maniera strepitosa, che probabilmente rappresenta al meglio lo stile eclettico & potente a un tempo dei Queen. Nel 2000 venne inserita al primo posto in una classifica delle canzoni più belle del Novecento; certo, ricordo anche un’altra classifica che attribuiva a Imagine tale privilegio, ma il fatto che Bohemian Rhapsody possa competere con la canzone più rappresentativa di John Lennon lascia pensare.

Prossima ai sei minuti grazie ai suoi cambi di tempo e d’atmosfera, Bohemian Rhapsody è una canzone che, quando non mi fa venire la pelle d’oca, mi fa scendere una lacrimuccia. Ad ogni modo, ogni suo ascolto è per me un’esperienza sempre emozionante, e forse solo per questo dovrei metterla al primo posto tra i brani queeniani che più amo. Non così posso dire dell’album che la contiene. Il primo motivo è che mentre sta sfumando il suono del gong che la conclude, sento già sovrapporsi il fastidioso inno nazionale inglese che chiude l’album; sì insomma, God Save The Queen mi rovina l’atmosfera, avrei preferito decisamente che “A Nigth At The Opera” terminasse proprio con quel gong che sancisce la fine di Bohemian Rhapsody. Sarebbe stata una chiusura magnifica!

L’album vanta tuttavia un’apertura magnifica, la dura Death On Two Legs, dove un inviperito Freddie Mercury ne dice di tutti i colori a quel manager che per la sua avidità stava portando i Queen sull’orlo dello scioglimento. Freddie non fa alcun nome ma il manager in questione si riconobbe talmente tanto in quel testo che portò la band in tribunale, vincendo pure la causa! Questa però è un’altra storia.

Tornando al contenuto musicale, tra quelli che reputo i due vertici assoluti di “A Night At The Opera”, ovvero Death On Two Legs e Bohemian Rhapsody, troviamo quanto segue: tre innocue canzoncine dall’atmosfera retrò (Lazing On A Sunday Afternoon, Good Company e Seaside Rendezvouz, piacevoli ma un po’ fini a sé stesse), una ruggente rock ballad (I’m In Love With My Car) che però non mi ha mai esaltato (sarà che la canta il batterista Roger Taylor, mentre con Freddie sarebbe stata tutta un’altra cosa), un secondo singolo di successo (You’re My Best Friend), un po’ beatlesiano, molto amato dai fan ma che, per quanto mi riguarda, non rientra tra i miei preferiti (quel monotono saltellare del piano elettrico che scandisce tutto il pezzo non m’è mai suonato gradito, ecco), altre cavalcate in chiave heavy (Sweet Lady), un’escursione nel country (’39) forse un po’ troppo artificiosa, e una lunga escursione di rock progressive (The Prophet’s Song) decisamente troppo artificiosa. Spicca su tutte queste canzoni una ballata che ha trovato però nell’esecuzione dal vivo la sua vera dimensione, ovvero la celebre Love Of My Life, delicata e toccante, per quella che resta una delle canzoni più belle dei nostri.

Album potente ma raffinato, barocco ma non privo d’ironia, a tratti eccessivo ma tutto sommato divertente, “A Night At The Opera” resta per produzione (Roy Thomas Baker con gli stessi Queen), esecuzione (una menzione speciale va al chitarrista Brian May) ed inventiva da studio di registrazione quanto di meglio i Queen ci hanno mai offerto dal loro debutto con “Queen” (1973) almeno fino a “A Day At The Races” (1976). Trascinato da un singolo fenomenale come Bohemian Rhapsody, che conquistò la vetta della classifica inglese dei singoli in quel lontano autunno del 1975, anche “A Night At The Opera” si piazzò al primo posto della rispettiva classifica riservata agli album.

-Matteo Aceto

Queen, "Queen", 1973 (2011 Digital Remaster)

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Mi fa una certa impressione maneggiare un disco dei Queen datato 2011 ed etichettato dalla Universal, dopo tanti anni in cui ho ascoltato i lavori del celebre gruppo inglese stampati dalla EMI. Come ho già scritto in altro post, il 2011 segna infatti il quarantennale dei Queen, i quali hanno quindi siglato un accordo con la Universal che ripubblicherà entro settembre i loro quindici album da studio, coi primi cinque titoli che sono già stati pubblicati lo scorso aprile. Ed è proprio al primo di questi titoli, l’eponimo “Queen”, che voglio dedicare il post di oggi.

L’album venne registrato a bocconi e ritagli di tempo tra il 1971 e il ’72, in diversi studi di Londra e con diversi produttori (tra cui Roy Thomas Baker) e tecnici del suono (tra cui David Hentschel), e quindi pubblicato dalla EMI soltanto nel luglio 1973, mentre Freddie Mercury e soci si accingevano già a prepararne il seguito, ovvero il ben più ambizioso “Queen II“. Insomma, nel momento in cui “Queen” vedeva finalmente la luce, l’album stesso suonava già superato; ad ogni modo resta una preziosissima testimonianza che documenta i primi due anni di attività dei Queen, formati da Brian May (chitarra, piano e voce), Roger Taylor (batteria e voce), John Deacon (basso) e quindi Freddie Mercury (voce e piano). Una formazione che però dimostra già tutto il suo valore, in grado di proporre subito grandi canzoni come My Fairy King (una delle loro migliori, secondo il mio modesto parere), Liar e Great King Rat, meticolosamente in bilico tra hard rock, progressive e un originalissimo stile teatrale che giungerà alla definitiva maturazione con l’album “A Night At The Opera“.

In “Queen” figurano inoltre felici fusioni sonore come Doing All Right (tra folk e hard rock) e Jesus (tra rock e gospel), nonché avveniristici esperimenti sonori come Modern Times Rock ‘N’ Roll (sorta di hardcore punk ante litteram, cantata da Roger) e suggestive ballate come The Night Comes Down. Come primo singolo venne invece scelto il brano stesso che apre l’album, ovvero il rock stradaiolo di Keep Yourself Alive, sul cui lato B figurava lo strisciante hard-blues di Son And Daughter, ottava canzone in scaletta sul disco.

Senza poi contare, mi viene da aggiungere come ultima considerazione, che in “Queen” Freddie Mercury è già Freddie Mercury e Brian May è già Brian May: ovvero un cantante straordinario abbinato ad un chitarrista straordinario. Nei successivi diciotto anni di carriera comune, questi due signori potranno soltanto diventare via via più bravi, disco dopo disco, accompagnati da due eccellenti partner, i già citati Taylor e Deacon.

Per quanto riguarda infine il materiale aggiuntivo di questa edizione 2011 Digital Remaster del primo album dei Queen, il “Bonus EP” che forma il secondo ciddì contiene sei canzoni: una è la delicata Mad The Swine che era già apparsa in un B-side del 1991, originariamente scartata dall’originale album “Queen”, mentre le altre cinque costituiscono il demo che venne inciso dal gruppo nel corso del suo primo contatto con uno studio di registrazione professionale, ovvero il De Lane Lea di Londra, nel dicembre 1971. In quell’occasione i Queen, ancora senza alcun contratto discografico, incisero Keep Yourself Alive, The Night Comes Down (che a parte un lieve remix finì dritta dritta sull’album così com’era), Great King Rat, Jesus e Liar, producendosi da soli e avvalendosi del tecnico residente, Louis Austin.

L’audio di queste cinque canzoni proviene direttamente dall’acetato di prova conservato da Brian May, con tanto di fruscìo da puntina; ma la definizione audio è davvero notevole, così come tutto il resto di questo “Queen” 2011 Digital Remaster, per cui è qui possibile ascoltare al meglio, come mai prima d’ora, il primo capitolo di questa affascinante storia che è la vicenda artistica dei Queen. Consigliato a tutti i veri fan del gruppo: impossibile fare a meno di una riedizione così.

– Matteo Aceto

Queen: storia e discografia

queenQueen si formarono nel 1970 a Londra, dalle ceneri degli Smile, gruppo più o meno progressive dove già militavano Brian May (chitarra, piano e voce) e Roger Taylor (batteria e voce). Con l’arrivo di Freddie Mercury (voce e piano), la band cambiò quindi nome in Queen. Nel corso del ’71, infine, entrò un bassista in pianta stabile, il mite ma affidabile John Deacon, e finalmente i Queen poterono avviare il loro corso musicale.

Tutti e quattro i componenti del gruppo iniziarono a comporre nuove canzoni, ripescandone alcune dal periodo degli Smile e alcune dal periodo di Freddie con gli Ibex e i Wreckage, le sue formazioni precedenti. Intanto i Queen firmarono per la EMI che, soltanto nel luglio ’73, si decise a pubblicare il primo album della band, l’omonimo “Queen“, anticipato dal singolo Keep Yourself Alive. Problemi con le tempistiche nei giorni di registrazione, errori di gioventù da parte del management e una certa diffidenza dei discografici ad aprire le porte a un gruppo chiamato Queen (in slang inglese ‘queen’ sta per ‘checca’), fecero apparire nei negozi un album che era già superato, sia dai concorrenti della band che dalle stesse doti compositive dei propri membri.

L’album successivo, il ben più ambizioso “Queen II“, segnò infatti una decisa maturazione dello stile dei nostri verso quella tipica sonorità che caratterizzerà la vita artistica di Freddie Mercury e compagni, ovvero un rock epico e teatrale, tanto melodico quanto potente. Forte d’un singolo da Top Ten come Seven Seas Of Rhye, “Queen II” riscuoterà un incoraggiante successo in patria, anche grazie alla qualità delle sue canzoni, fra le quali ricordo White Queen, Father To Son, Ogre Battle e The March Of The Black Queen. Farà comunque meglio il terzo album della band, sempre del 1974, l’eclettico e variegato “Sheer Heart Attack“, che spinto dall’imprevisto successo del singolo Killer Queen (2° posto in Gran Bretagna) si piazzò al 2° posto della classifica inglese. Questo terzo album dei nostri contiene inoltre classici come Stone Cold Crazy, Now I’m Here, In The Lap Of The Gods (Revisited) e Brighton Rock.

Il botto per i Queen giunse però nel ’75, grazie al successo di due prodotti artistici sensazionali: il singolo Bohemian Rhapsody e l’album “A Night At The Opera“, entrambi giunti al 1° posto nelle rispettive classifiche inglesi. L’album, il cui titolo è preso da un film dei Fratelli Marx, contiene anche You’re My Best Friend, I’m In Love With My Car e Death On Two Legs ed è riconosciuto dai critici come il capolavoro dei Queen.

La band replicò i fasti nel ’76 col singolo Somebody To Love (2° in patria) e l’album “A Day At The Races” (dal titolo sempre preso da un film dei Marx e ugualmente al 1° posto in classifica) ma poi dovette fare i conti con una scena rock notevolmente cambiata. L’esplosione del fenomeno punk in Inghilterra, fra il ’76 e il ’77, mette infatti in discussione i cosiddetti dinosauri del rock, cioè quelle band come Led Zeppelin, Genesis, Pink Floyd e gli stessi Queen, che avevano spinto i confini tracciati dal rock ‘n’ roll verso un’opera più complessa e dalle notevoli qualità artistiche. In un modo o nell’altro un po’ tutte le band suddette riusciranno a passare indenni ma saranno costrette a modificare non poco i propri stili sonori. I Queen ne vennero fuori più che dignitosamente, grazie ad un album auto-prodotto come “News Of The World” (1977), forte di due hit storiche come We Are The Champions e We Will Rock You, accoppiate insieme in un unico, formidabile singolo. Il ’77 si ricorda anche come l’anno in cui uscì un primo atto solista da parte d’un componente dei Queen, ovvero Roger Taylor col singolo I Wanna Testify, mentre un paio d’anni prima Mercury e May avevano partecipato alla realizzazione d’un singolo per il misconosciuto cantautore Eddie Howell.

Nel 1978 i Queen ritrovarono il produttore Roy Thomas Baker – col quale avevano realizzato il fortunato “A Night At The Opera” – e pubblicarono “Jazz“, un disco fantasioso e compatto che si issò al 2° posto della classifica di casa. Impreziosito da autentiche perle quali Bicycle Race, Don’t Stop Me Now, Jealousy, Fat Bottomed Girls e Let Me Entertain You, “Jazz” resta tuttora uno degli ascolti più accattivanti nella discografia dei Queen.

Se il ’79 non vide nei negozi nessun nuovo disco da studio dei Queen (uscì però “Live Killers”, un potente doppio elleppì dal vivo), nel 1980 si vedranno ben due nuovi album nelle rivendite: “The Game”, contenente singoli strafamosi come la rockabilly Crazy Little Thing Called Love (edita già durante il ’79) e la funky Another One Bites The Dust, e “Flash Gordon“, colonna sonora elettro-ambient dell’omonimo film. Sono due lavori notevoli che esaltarono per una volta sia critica che pubblico, soprattutto “The Game” che raggiunse la vetta della classifica su entrambe le sponde dell’Atlantico. Anche sul versante live i Queen si dimostrarono in gran forma, suonando con successo praticamente ovunque e divenendo campioni d’incassi soprattutto in Giappone e in Sudamerica. Per suggellare questo momento d’oro ma anche per festeggiare i loro dieci anni d’attività comune, i Queen pubblicarono quindi “Greatest Hits” (1981) e si tolsero lo sfizio di collaborare con David Bowie, realizzando un singolo da 1° posto in classifica, la superlativa Under Pressure. Nello stesso 1981, inoltre, uscì il primo album d’un Queen solista, ancora Roger Taylor, col suo “Fun In Space”.

Per quanto riguardava il nuovo album dei Queen, invece, la band pensò bene d’esplorare le sonorità più funky e disco accennate nel precedente “The Game”: ne nacque così “Hot Space“, l’album che più si discosta dallo stile abituale dei nostri. Pubblicato nel 1982, “Hot Space” suscitò molte proteste anche da parte dei fan storici, perché sacrificava gli aspetti più rock e heavy dei Queen a favore di arrangiamenti più elettronici e danzerecci. Nonostante “Hot Space” riuscisse a salire fino al 4° posto in classifica e ad agguantare un disco d’oro, l’esperienza scottò gli stessi Queen che per un periodo di tempo preferirono separarsi in modo da dedicarsi ai vari progetti solisti. In particolare, Brian May organizzò una grande jam session con Eddie Van Halen che nel corso dell’83 si tradusse in un mini album chiamato “The Starfleet Project”, accreditato a Brian May & Friends. Freddie Mercury collaborò invece con altri artisti, fra cui Billy Squier, Michael Jackson, Rod Stewart, Giorgio Moroder e iniziò ad incidere il suo primo album solista, “Mr. Bad Guy“, che vedrà la luce solo nel 1985. Più concretamente, Roger Taylor pubblicò nel 1984 il suo secondo album solista, “Strange Frontier”, mentre John Deacon, solitamente il componente meno prolifico dei Queen, collaborò, nel corso degli anni Ottanta, con The Immortals, Errol Brown degli Hot Chocolate, Elton John e Minako Honda.

Nell’estate del 1983 i Queen ebbero però modo di ricostituirsi e di tornare in sala di registrazione: a fine anno uscì quindi lo straordinario singolo di Radio Ga Ga (al 1° posto in molti Paesi europei), seguìto nel febbraio ’84 dal robusto “The Works“, undicesimo album da studio dei nostri, che riportò meritatamente i Queen al vertice della classifica inglese, anche grazie ad altri tre bei singoli come I Want To Break Free, It’s A Hard Life e Hammer To Fall. Dopo un altro periodo di pausa nel 1985 – interrotto solo dalla trionfale apparizione al Live Aid e dall’uscita del potente singolo One Vision – i Queen tornarono alla grande nell’86 con l’album “A Kind Of Magic“, ancora un numero uno nella classifica di casa. L’album, in parte colonna sonora del film “Highlander”, figura celebri pezzi come A Kind Of Magic, Who Wants To Live Forever, Princes Of The Universe e Friends Will Be Friends e venne supportato da un entusiastico e fortunato tour in giro per l’Europa, purtroppo ricordato come l’ultimo tour dei Queen.

Il 1987 vide i componenti della band tornare ad occuparsi delle proprie carriere soliste, specialmente Freddie e Roger: se il primo realizzò su singolo la cover di The Great Pretender e prese a collaborare col soprano Montserrat Caballé per quello che sarà l’album “Barcelona” (1988), il secondo diede addirittura vita ad una band parallela, The Cross, nella quale assunse il ruolo di cantante e chitarrista ritmico. Il primo album dei Cross, “Shove It”, uscì quindi entro l’anno e figurava una canzone cantata dallo stesso Mercury, Heaven For Everyone (più tardi recuperata dai tre Queen superstiti come omaggio a Freddie). Anche Brian May iniziò a registrare del materiale solista, parte del quale figurerà nel suo primo album, “Back To The Light” (1992), ma perlopiù preferirà collaborare con altri artisti, fra i quali ricordo Black Sabbath, Steve Hackett, Holly Johnson dei Frankie Goes To Hollywood, Def Leppard, Extreme, Chris Thompson, Billy Squier e altri. In realtà in quegli anni il versatile chitarrista dei Queen visse un difficile periodo personale culminato con la morte dell’amato padre e col sofferto divorzio dalla moglie.

Il nuovo album dei Queen, “The Miracle“, giunse finalmente nel maggio ’89 e volò direttamente al 1° posto della classifica inglese, supportato da due singoli potenti e memorabili come I Want It All e Breakthru. In realtà il successo dell’album sarà tale da spingere la EMI ad estrarne altri tre singoli, The Invisible Man, Scandal e la stessa The Miracle. Tuttavia alcune dichiarazioni di Freddie alla stampa e il fatto che i Queen non intrapresero nessun tour per supportare il nuovo disco diedero il via alle prime illazioni che volevano il cantante vittima d’una misteriosa malattia, molto probabilmente l’AIDS. Sarà proprio così, purtroppo, ma le reali condizioni di salute di Mercury – che peggioreranno progressivamente – saranno avvolte da un assoluto riserbo fino al giorno prima della sua morte. Freddie preferì infatti concentrarsi sull’unica cosa che gli dava la forza di andare avanti e di esorcizzare la paura: la composizione di nuova musica. Perciò, quando “The Miracle” era ancora in fase promozionale con singoli e videoclip, i Queen già tornarono in studio per dargli un seguito.

La gestazione del nuovo album risulterà più laboriosa del previsto, sia per la carenza dell’apporto di John Deacon e sia soprattutto per le condizioni fisiche di Mercury, sempre più affaticato e debilitato. Ciononostante la band realizzò un capolavoro, quello che secondo me è il loro album migliore, “Innuendo“, il quale raggiunse la vetta della classifica inglese (così come il singolo omonimo edito poco tempo prima) all’indomani della sua pubblicazione, avvenuta nel febbraio ’91. Un album straordinario “Innuendo”, del quale ricordo le canzoni The Show Must Go On, I’m Going Slightly Mad, Headlong e These Are The Days Of Our Lives.

A dieci anni dal primo “Greatest Hits”, ecco quindi “Greatest Hits II”, pubblicato nell’ottobre ’91 e contenente i successi dei Queen del periodo 1981-1991. E’ il primo disco che comprai di persona (avevo da poco preso il mio primo stereo), il ciddì che mi farà presto appassionare alla musica dei Queen, portandomi all’acquisto di tutti i loro album nel giro d’un paio d’anni. Purtroppo, però, il 24 novembre Freddie Mercury morì nella sua villa vittoriana di Kensington, dopo aver dato ufficialmente l’annuncio sulle sue vere condizioni di salute il giorno prima, per mezzo del manager dei Queen, Jim Beach. La causa della morte di Freddie è stata una polmonite dovuta alle carenze di difese immunitarie… AIDS bastardo!

Il cordoglio per la scomparsa della voce rock più bella di tutti i tempi e per uno dei maggiori entertainer del Ventesimo secolo fu grande in tutto il mondo. Diversi esponenti del pop-rock e del metal angloamericano – Elton John, David Bowie, George Michael, Metallica, Guns N’ Roses, Paul Young, Robert Plant, Liza Minnelli e altri – omaggeranno la figura e l’arte di Freddie in un grandioso concerto svoltosi allo stadio di Wembley nell’aprile 1992, organizzato dai tre Queen superstiti come evento benefico per raccogliere fondi da devolvere alla ricerca contro l’AIDS. Lo stesso Freddie, nel suo testamento, diede l’avvio alla creazione del Mercury Phoenix Trust, un ente per la raccolta di fondi contro la terribile malattia, gran parte dei quali messi a disposizione dagli stessi crediti autoriali delle sue canzoni.

Dopo il Freddie Mercury Tribute dell’aprile ’92, i membri dei Queen procederanno da soli, con Brian May che finalmente pubblicò il suo primo disco solista vero e proprio, il già citato “Back The Light”, edito nel luglio di quell’anno e seguìto, nel ’94, da “Happiness?” di Roger Taylor (dopo aver dato alle stampe altri due album a nome The Cross), lavori discografici dedicati entrambi all’amico scomparso. Un tributo più consistente a Freddie giunse però nel ’95, vale a dire il quindicesimo album da studio dei Queen, il discusso “Made In Heaven“. Il primo album post-Mercury s’avvalse ancora dell’arte del compianto cantante, giacché raccoglieva in una nuova forma tutte quelle canzoni che, per un motivo o per l’altro, erano state escluse dagli album del gruppo nel periodo 1980-1991. Gli inediti veri e propri, tuttavia, erano soltanto cinque: la riflessiva It’s A Beautiful Day, la gospeliana Let Me Live, la struggente Mother Love, la movimentata You Don’t Fool Me e la commovente A Winter’s Tale.

Un disco che mi soddisfò appena, “Made In Heaven”, ma che comunque comprai e accettai come parte della storia discografica dei Queen. La maggior parte di tutto quello che è venuto subito dopo, come antologie d’ogni sorta, remix, cofanetti, album live, dischi e tournée con altri cantanti e bassisti, nonché canzoni vendute alla pubblicità, o mi ha lasciato indifferente o mi ha deluso come fan. La mia passione per la musica dei Queen, almeno fin dove è potuto arrivare Freddie Mercury, è rimasta tuttavia inalterata dopo tutti questi anni. E di questo non posso che essere grato anche ai signori May e Taylor.

Guns N’ Roses

guns-n-roses-immagine-pubblica-blogHo sempre considerato i Guns N’ Roses come i cuginetti sporchi e cattivi dei Queen. Del resto il cantante della band californiana, Axl Rose, è un fan dichiarato dei Queen, tanto che nell’aprile ’92 i Guns N’ Roses hanno partecipato al Freddie Mercury Tribute allo stadio di Wembley. Nel 2006, inoltre, parlando di quel famigerato “Chinese Democracy” che sembrava non dovesse mai vedere la luce, Axl ha dichiarato che alcune sonorità del disco ricordano i Queen; inoltre parte del lavoro è stata prodotta da Roy Thomas Baker, geniale produttore dei Queen negli anni Settanta, mentre lo stesso Brian May – il chitarrista della band inglese – ha suonato in alcune nuove (?) canzoni dei redivivi Guns.

Iniziamo però dal principio, in California, a metà degli anni Ottanta, quando dalla fusione di due gruppi, gli Hollywood Rose e i L.A. Guns, nascono i Guns N’ Roses. Se questo nuovo nome fonde quelli precedenti dei due gruppi, il nome Guns N’ Roses riassume perfettamente anche la formula musicale della band: un suono duro, potente, ma al tempo stesso romantico e melodico.
Nel corso degli anni, la formazione dei GNR ha subìto diversi cambiamenti ma i quattro membri originali hanno sempre fatto la differenza e creato uno stile inconfondibile: il chitarrista Slash (quello con l’immancabile cilindro nero in testa), il chitarrista e cantante Izzy Stradlin’, il bassista Duff McKagan e quindi Axl Rose.

Se escludiamo gli EP, i live e le compilation, i Guns N’ Roses ci hanno lasciato solamente quattro album: il primo, pubblicato nel 1987, è “Appetite For Destruction”, uno dei dischi hard rock più venduti ed osannati di tutti i tempi. Contiene brani famosi come Sweet Child Of Mine, Paradise City e Welcome To The Jungle, che è anche il primo singolo dei Guns.

Nel frattempo i nostri hanno modo di rivelare tutto il loro talento anche nelle performance dal vivo, diventando in breve tempo delle autentiche rockstar internazionali. Ma le vite a dir poco turbolenti dei vari membri dei Guns N’ Roses e le forti personalità interne alla band hanno fatto in modo che i lavori in studio siano discontinui e prolungati nel tempo. E così il nuovo album del gruppo, “Use Your Illusion”, vede la luce solo nel 1991, anche se suddiviso in due dischi distinti, “UYI I” e “UYI II”. Entrambi i lavori contengono brani da favola, come Don’t Cry (una lenta da brividi), November Rain (oltre otto minuti di lunghezza, un capolavoro di canzone che sembra rubata ai Queen…), la tosta You Could Be Mine (anche nella colonna sonora di “Terminator 2”), la cover dylaniana di Knockin’ On Heaven’s Door (uscita l’anno prima come colonna sonora del film “Giorni di Tuono”), la superba Civil War, la stradaiola Dust N’ Bones, la cover di Paul McCartney, Live And Let Die, e altri brani consistenti che spediscono i due dischi rispettivamente al 2° e al 1° posto della classifica americana riservata agli album.

A fronte dello straordinario successo di vendite in tutto il mondo, le tensioni interne alla band sembrano però raggiungere un punto di rottura: durante le fasi d’incisione dei due dischi, viene cacciato il batterista Steven Adler, sostituito da Matt Sorum dei Cult, e entra un sesto componente, il tastierista Dizzy Reed. Inoltre, i due “Use Your Illusion” sono tuttora gli ultimi album dei Guns N’ Roses a contenere canzoni originali. Nel successivo capitolo, “The Spaghetti Incident?” (1993), infatti, i nostri proporranno soltanto delle cover, seppur grandiose ed eseguite col loro stile inconfondibile. Tra queste la bellissima Since I Don’t Have You (un brano doo-wop degli anni Cinquanta), la tostissima Ain’t It Fun dei Dead Boys e la stradaiola Black Leather dei Sex Pistols.

L’anno dopo, nel ’94, i Guns N’ Roses pubblicano un’altra cover, Sympathy For The Devil, uno dei brani più belli dei Rolling Stones, per la colonna sonora del film “Intervista Col Vampiro”, ma quando Slash viene a sapere che Axl ha fatto sostituire alcune sue parti di chitarra con quelle suonate da un suo amico, Slash se ne va mettendo quindi fine alla storia dei Guns N’ Roses. O almeno così pare… nel ’95 la band prova a tornare in studio ma i rapporti sono ormai deterioratissimi e Slash preferisce utilizzare le nuove canzoni (o almeno quelle che aveva scritto lui) per una sua nuova band, Slash’s Snakepit, che pubblicherà due album nel corso degli anni Novanta.

I Guns come gruppo sembrano finiti ma nel 1997 Axl Rose, ormai il solo membro originale rimasto, nonché titolare legale del nome Guns N’ Roses, resuscita la band con nuovi musicisti e torna in studio per incidere un nuovo disco. Si tratta di quel benedetto “Chinese Democracy” di cui sopra, più volte rimandato e infine edito nel novembre 2008. Unica nuova uscita precedente, nel 1999, quando una nuova canzone, l’aggressiva Oh My God, viene inclusa nell’ennesima colonna sonora, “End Of Days”, un film con Arnold Schwartzenegger.

Axl, sempre a nome Guns N’ Roses, continua a fare tour (è stato anche a Milano nell’estate del 2006) mentre tre Guns ‘storici’, ovvero Slash, Duff e Matt Sorum hanno dato vita ai Velvet Revolver con Scott Weiland dei disciolti Stone Temple Pilots.
Checché se ne dica, i Guns N’ Roses hanno rappresentato nel bene e nel male l’ultimo vero grande gruppo rock. Dopo di loro ci sono stati i Nirvana… ma questa è un’altra storia. (