Wayne Shorter, “Adam’s Apple”, 1966

wayne shorter adam's apple immagine pubblicaDecimo album da leader per Wayne Shorter, “Adam’s Apple” è uno di quei dischi che ho scelto per caso e acquistato a scatola chiusa, senza cioè conoscerne prima una sola nota. Insomma, una volta entrato in negozio con l’intenzione di comprarmi un disco, non ho saputo resistere a una ristampa del 2013 d’un classico della Blue Note uscito originariamente nel 1966. Anche perché l’album vanta due dei miei musicisti preferiti, ovvero il pianista Herbie Hancock e ovviamente il sassofonista Wayne Shorter, qui esclusivamente alle prese col sax tenore.

Registrato anch’esso come tanti altri capolavori del jazz allo studio di Rudy Van Gelder, “Adam’s Apple” figura cinque composizioni originali, tutte scritte dallo stesso Shorter, e una magnifica reinterpretazione di 502 Blues (Drinkin’ And Drivin’), originariamente firmata da Jimmy Rowles. Tutti i brani sono stati incisi il 24 febbraio ’66 – tranne quella Adam’s Apple che dà il titolo al disco, messa su nastro tre settimane prima – e tutti sono eseguiti da un quartetto composto dai già citati Wayne Shorter e Herbie Hancock e quindi dal bassista Reggie Workman e dal batterista Joe Chambers.

La prima facciata del nostro vinile è caratterizzata soprattutto dall’avvolgente latineggiare di Adam’s Apple e di El Gaucho, intervallati comunque dal romantico incedere di 502 Blues. Invece Footprints, l’ammaliante brano che apre il lato B, è forse più noto nella versione incisa da Miles Davis sul finire di quello stesso 1966: sono due registrazioni magistrali, non c’è che dire, ma questa originale di Shorter (lui che comunque compare nella versione davisiana assieme ad Hancock) è quella che preferisco perché più essenziale e in qualche modo più ordinata di quella che figura su “Miles Smiles” (1967). Oltre a figurare un bellissimo assolo iniziale da parte di Wayne, inoltre, la Footprints shorteriana vanta un raro (almeno qui) ma notevole assolo di Workman, per quanto non molto esteso.

Teru è invece una di quelle sopraffini ballad jazzistiche che sembrano suonate in punta di piedi, tanto sono lievi e delicate, quasi che non si volesse disturbare troppo chi ascolta. Il conclusivo Chief Crazy Horse deve qualcosa allo stile compositivo/esecutivo che John Coltrane aveva introdotto col suo quartetto storico qualche anno prima in certi suoi brani dal sentore più blues; da qualche parte, inoltre, avevo letto che Chief Crazy Horse era proprio un esplicito omaggio a Coltrane. Ad ogni modo è un brano che forse non spicca per originalità ma che resta tuttavia un’esperienza d’ascolto interessante, soprattutto per il gran lavoro di Joe Chambers.

Album senza fronzoli, brioso e melodico a un tempo, suonato da quattro musicisti in stato di grazia, “Adam’s Apple” non può non piacere; dovrebbe risultare più che gradito anche a chi si avvicina all’arte di Wayne Shorter per la prima volta. Un disco godibile in quanto tale, indipendentemente dalle etichette, dalle epoche e dalle recensioni.

-Mat

John Coltrane, Johnny Hartman e quel bel disco del ’63

John Coltrane And Johnny Hartman immagine pubblicaCominciamo con un po’ di aggettivi. Romantico, senza dubbio. E anche sentimentale, caldo, rilassato & rilassante, consolante, persino alleviante. Indimenticabile, probabilmente. Indispensabile, forse. A tutti questi aggettivi, infine, ne aggiungo un ultimo, il definitivo: bello. Perché quello di cui si sta parlando, ovvero un disco chiamato semplicemente “John Coltrane And Johnny Hartman”, è proprio questo: un disco bello.

Registrato in un solo giorno, il 7 marzo 1963, ai celebri studi di registrazione di Rudy Van Gelder, in New Jersey, “John Coltrane And Johnny Hartman” segna l’incontro tra il cantante Johnny Hartman e il quartetto storico di John Coltrane, in un disco tanto atipico per la produzione coltraniana – è infatti il solo album di Coltrane ascrivibile al sottogenere “vocal jazz” – quanto impossibile da ignorare se si è amanti, come me, della musica del celeberrimo sassofonista americano.

Disco di sole ballate, scelte in quel Grande Canzoniere Americano che ancora oggi continua a intrigare pubblico e soprattutto artisti (vedi il recente “Triplicate” di Bob Dylan, tanto per citare l’ultimo album d’una serie ormai lunga), “John Coltrane And Johnny Hartman” sostanzialmente figura la voce di Hartman – inevitabilmente baritonale e confidenziale, da vero crooner, per l’appunto – accompagnata da un John Coltrane Quartet forse mai così delicato e misurato.

Si comincia con They Say It’s Wonderful, un classico firmato da Irving Berlin, per quindi procedere con l’amabile Dedicated To You, a ancora con My One And Only Love, dove la voce di Hartman entra dopo ben due minuti, quindi con quella Lush Life con cui Coltrane si cimentava almeno dai suoi anni con la Prestige, con una You Are Too Beautiful che addirittura si concede il lusso di fare a meno del sax di Coltrane, e per concludersi infine col delicato latineggiare di Autumn Serenade. Sei brani per poco più di una mezzora di musica, all’insegna di quel “less is more” che si adatta perfettamente a questo disco così piacevole.

Pubblicato dalla Impulse!, prodotto da Bob Thiele e registrato, come si è detto, nei Van Gelder Studios, in “John Coltrane And Johnny Hartman” è ovviamente il sassofonista a giocare in casa, eppure la presenza del buon Hartman si sente eccome, tanto che in certi momenti si può essere indotti a pensare che John Coltrane, McCoy Tyner, Jimmy Garrison e Elvin Jones si siano qui limitati a vestire i panni della band di supporto del cantante. Non è così, ovviamente, perché “John Coltrane And Johnny Hartman” è l’inevitabile somma delle parti, dove ognuno degli artisti in gioco ha splendidamente contribuito con il proprio stile e la propria sensibilità a un disco davvero unico.

-Mat

John Coltrane, “A Love Supreme”, 1965

John Coltrane A Love SupremeOriginariamente apparso sul blog Parliamo di Musica il 25 aprile 2007, il post che segue è stato scritto  e riscritto più volte, ripensato, rimesso tra le bozze e infine ripubblicato nel 2009, quando il blog si chiamava già Immagine Pubblica. E anche questa nuova revisione… beh, l’ho iniziata lo scorso febbraio e mi sono deciso a pubblicarla soltanto adesso, dopo ulteriori aggiunte, limature e riconsiderazioni.

In verità vi dico: per recensire a dovere un capolavoro come “A Love Supreme”, il disco più famoso e celebrato di John Coltrane, non basterebbe un blog intero. Inoltre, critici e saggisti infinitamente migliori di me hanno dedicato ben più d’un articolo – per non dire un libro, come nel caso di Ashley Kahn – a questo che rappresenta non soltanto un caposaldo indiscusso della musica jazz ma anche della musica stessa. Un disco, per usare un solo aggettivo, davvero imprescindibile. A voler semplificare ai minimi termini la storia artistica di John Coltrane, di fatto, si potrebbe tranquillamente parlare di un prima e di un dopo questo album tanto ispirato (e ispirante).

Per quanto mi riguarda, “A Love Supreme” è uno dei dischi più belli che io abbia mai avuto il piacere di ascoltare. E anche di collezionare, giacché ormai ho quasi perso il conto delle copie/versioni in mio possesso: l’anno scorso sono andato a comprarmi pure “A Love Supreme: The Complete Master”, ovvero una Super Deluxe Edition da tre ciddì pubblicata nel novembre 2015 in occasione del cinquantenario dell’opera originale. Riedizioni a parte, tuttavia, bisogna ammettere che “A Love Supreme” è un disco bello in quanto tale, per come suona e per le emozioni che suscita in chi l’ascolta, indipendentemente da ogni considerazione critica, culturale o storica che dir si voglia. Un vero e proprio oggetto d’arte che mi sento di consigliare spassionatamente a qualsiasi amante di musica: un disco così non può che arricchirgli la vita.

Pubblicato nel febbraio 1965 dalla Impulse!, “A Love Supreme” è un lavoro intriso di grande spiritualità, concepito dal suo autore come un omaggio a Dio, il quale gli ha fatto ritrovare la retta via dopo molti anni difficili, resi ancora più tormentati dalla dipendenza dall’eroina. L’album è in pratica una suite di quattro parti – Acknowledgement, Resolution, Pursuance e Psalm – eseguita da McCoy Tyner al pianoforte, Jimmy Garrison al basso, Elvin Jones alla batteria e ovviamente John Coltrane col suo inimitabile sax tenore. Un quartetto, quindi, radunatosi allo studio di registrazione di Rudy Van Gelder la sera del 9 dicembre 1964, per realizzare in una manciata di nastri quest’autentico capolavoro che è “A Love Supreme”.

Una manciata di nastri alla quale è stata aggiunta un’altra succulenta porzione il giorno dopo, il 10 dicembre, quando il quartetto è stato ampliato con due musicisti invitati dallo stesso Coltrane, per vedere che cosa un sestetto avrebbe potuto aggiungere al concept originale. Ma andiamo per ordine, ed iniziamo dai quatto movimenti della suite “ufficiale” suonati dal quartetto “ufficiale” in quello storico 9 dicembre 1964.

“A Love Supreme” comincia con un pezzo davvero splendido, Acknowledgement, dagli oltre sette minuti & mezzo di durata: gioia per le orecchie e ristoro per l’anima, grazie al caldo errare del sax, all’elegante performance pianistica e alla spumeggiante batteria, mentre il basso in bell’evidenza chiude il brano dopo il solo contributo vocale del disco, una sorta di mantra dove John ripete per un minuto la frase che dà il titolo al disco. Un jazz assai dinamico caratterizza invece il successivo Resolution, dove il piano si ritaglia uno spazio tutto suo, tanto brioso quanto delicato, mentre i fraseggi sassofonistici seguono uno schema sonoro d’assoluta libertà, caldo come sempre. La durata del brano s’aggira anch’essa sui sette minuti & mezzo.

Pursuance si avvia con un rocambolesco assolo ad opera del sempre ottimo Elvin Jones: dopo un minuto e mezzo, capitanato dall’inconfondibile sax del nostro, ecco che entra il resto della band al gran completo. Anche in questo caso il piano si ritaglia uno spazio tutto per sé, cimentandosi in una sequenza assolutamente deliziosa; il sax resta però il grande protagonista, con fraseggi veloci e coinvolgenti. Il finale del brano – che complessivamente oltrepassa i dieci minuti di durata – è affidato, in successione, ad un rutilante assolo di batteria e a un disteso assolo di basso. A sette minuti dalla fine ci troviamo in presenza dell’ultima parte di “A Love Supreme”, la riflessiva Psalm: padrone assoluto della scena è il mistico sax di Coltrane, ma Jones non si rende affatto comprimario, regalandoci un suggestivo supporto ritmico basato sui timpani.

Come già detto, la sera successiva a questa che resta comunque la registrazione definitiva di “A Love Supreme”, Coltrane aggiunse due musicisti al suo quartetto: il sassofonista Archie Shepp e il bassista Art Davis. Quest’inedito sestetto – comprendente quindi due sax tenori, due bassi, un piano e una batteria – incise delle versioni alternative di alcuni brani che vennero però scartate dalla prima edizione dell’album (ma già nelle note originali del disco, Coltrane ringraziava Shepp e Davis per il loro contributo, augurandosi di poter tornare a collaborare in un futuro prossimo).

Nonostante una qualità audio non proprio eccelsa, queste take alternative di Acknowledgement costituiscono una straordinaria testimonianza sonora che rende ancora più ammirevole il lavoro che Coltrane e i suoi collaboratori realizzarono complessivamente in quei due giorni al Van Gelder Studio. Le due take di Acknowledgement incise dal sestetto sono sensibilmente più lunghe (oltre i nove minuti di durata) e spiccano per l’inedito scambio frasistico fra i rispettivi tenori di Coltrane e Shepp, quest’ultimo soprattutto in funzione ritmica, facendo così da contrappunto agli svolazzi melodici del leader.

Per quanto riguarda l’attività dal vivo, “A Love Supreme” è stata eseguita nella sua interezza soltanto una volta, durante la partecipazione (per due serate) del John Coltrane Quartet al noto festival jazz di Antibes, sulla Costa azzurra. Datata 25 luglio 1965, l’esibizione è stata remasterizzata, restaurata della sua introduzione parlata da parte del conduttore del festival e quindi ufficializzata per la prima volta nel catalogo coltraniano con la bella riedizione Deluxe di “A Love Supreme” del 2002 (che è l’edizione che consiglio a chiunque). Se il quartetto è lo stesso che aveva già inciso “A Love Supreme” in studio, in questo concerto l’improvvisazione dei quattro musicisti si concede ancora più libertà, con un Coltrane già proiettato verso quella dimensione free che caratterizzerà la seconda e purtroppo brevissima parte della sua vita. Il grande musicista morì infatti nel luglio ’67, quando non aveva ancora compiuto il suo quarantunesimo anno d’età.

– Mat

Cannonball Adderley, “Somethin’ Else”, 1958

cannonball-adderley-somethin-else-miles-davisE’ da un paio d’autunni che continuo a rimandare un post dedicato a “Somethin’ Else”, probabilmente l’album più famoso di Cannonball Adderley. Autunni perché questo disco così delizioso comincia proprio con Autumn Leaves, che in effetti adoro associare alla stagione autunnale. E allora, considerando i miei tempi dilatati tra un post e l’altro, ho pensato che forse era il caso di mettersi all’opera su questo post, prima che giunga l’inverno e passi del tutto anche la voglia di condividere le mie impressioni musicali coi lettori di questo modesto blog.

Allora, “Somethin’ Else” è un album di Cannonball Adderley s’è detto poco fa; in realtà si tratta d’un lavoro che il celebre altosassofonista ha realizzato col preziosissimo supporto d’un altro celebre collega, il trombettista Miles Davis, ovvero uno dei miei artisti preferiti. Ma “Somethin’ Else” non sarebbe quello che è se all’epoca delle registrazioni, datate 9 marzo 1958, non v’avessero preso parte altri leggendari jazzmen: il pianista Hank Jones, il batterista Art Blakey, il bassista Sam Jones e il produttore Alfred Lion, fondatore della Blue Note, la prestigiosa etichetta per la quale uscì “Somethin’ Else”.

Insomma, come tutti i capolavori della musica contemporanea, pure “Somethin’ Else” è il frutto pressoché perfetto d’un’unione di personaggi dallo spiccato talento individuale che, messi assieme, realizzano un disco sopraffino, godibilissimo anche oggi, dopo oltre mezzo secolo dalla sua prima edizione. Del resto, si sa, i classici non hanno tempo, ignorano le mode, e questo “Somethin’ Else” è davvero qualcos’altro.

Cinque i brani presenti sul disco (3 standard e 2 composizioni originali), più un brano aggiunto nelle recenti ristampe del quale parleremo poi. Ora passiamo ad una piccola analisi track-by-track di “Somethin’ Else”, chiarendo fin da subito che sarà molto gradìta ogni vostra utile aggiunta tra i commenti.

Autumn Leaves
Ecco, a me basterebbero anche soltanto gli 11 minuti di Autumn Leaves per giustificare la presenza di “Somethin’ Else” nella mia collezione di dischi. Originariamente scritto da Joseph Kosma e diventato col tempo uno standard del jazz, il brano è qui reinterpretato in modo semplicemente e irresistibilmente grandioso. Al baldanzoso incedere iniziale del piano di Hank – sorretto dal basso di Sam e dalla batteria di Art – si sovrappongono all’unisono gli strumenti di Cannonball e Miles, finché dopo 52 secondi il solo Miles – con la sua caratteristica tromba sordinata – introduce il tema portante, così piacevolmente malinconico, scandito dallo swingare in tempo medio del trio Jones/Jones/Blakey. In seguito si ascolteranno prima un assolo dello stesso Adderley e poi un continuo alternarsi di assoli tra Davis e Hank Jones, i quali procederanno così fino alla lunga chiusura del brano (a partire da 8’57”, grazie a un passaggio bellissimo) che riprende – anche se più sommessamente – il baldanzoso tema iniziale. Insomma, nell’economia complessiva di questa versione di Autumn Leaves, il brano è certamente più una creazione di Miles Davis (con uno straordinario Hank Jones) che di Cannonball Adderley, ma all’epoca il nostro altosassofinista era ancora poco esperto nella conduzione d’un gruppo jazz, e del resto faceva ancora parte del gruppo dello stesso Miles. Per cui fu ben felice, credo, di lasciarsi guidare dal suo leader in un album che contribuì una volta per tutte a solidificare il nome di Julian “Cannonball” Adderley tra gli appassionati di musica. Ad ogni modo, questa Autumn Leaves è davvero splendida, senza dubbio fra le cose migliori che io abbia mai sentito.

Love For Sale
Scritta da quel genio di Cole Porter e interpretata negli anni da molti altri artisti (tra i quali segnalo Aretha Franklin con una versione superba), Love For Sale può essere tranquillamente inserita in qualsiasi “best of” di Miles Davis, anche se, come sappiamo, questa versione è accreditata all’Adderley solista. In effetti il carismatico trombettista tornò di lì a poco in studio – precisamente il 26 maggio – col suo gruppo (con tanto di Cannonball nei ranghi) per una “sua” versione, che però restò inedita fino al 1975. La versione di “Somethin’ Else” resta però superiore, francamente indimenticabile: dalla lenta ma elegante introduzione di piano, il brano si vivacizza con un alternarsi di assoli – nell’ordine – di tromba, di alto sax, di tromba, di piano (breve) e infine di tromba finché il tutto sfuma.

Somethin’ Else
Il brano che dà il titolo all’album, scritto proprio da Miles Davis, è uno swing vivace e piacevolmente sostenuto, che inizia con un irresistibile botta e risposta tra gli strumenti di Miles e di Cannonball. Seguiranno gli assoli veri e propri – prima Davis e poi Adderley – e quindi uno ad opera di Hank Jones; quest’ultimo, però, viene anticipato e infine seguìto da altri gioiosi scambi di fraseggi del duo Miles/Cannonball. Il tutto in 8 minuti di durata che scorrono via che è una bellezza.

One For Daddy-O
Secondo e ultimo brano originale in programma, One For Daddy-O è stato invece scritto dal fratello di Cannonball, quel Nat Adderley che spesso e volentieri legò la sua vicenda artistica con quella dell’illustre consanguineo. Dal passo felpato e sicuro di sé, One For Daddy-O è un brano che trovo sempre piuttosto sfuggevole: sì, insomma, riesce a fregarmi, a partire da quell’irriverente scambio tra sezione fiati e piano che si ascolta all’inizio (per poi riproporsi alla fine). Il primo assolo è stavolta affidato proprio a Cannoball, seguìto dal reciproco alternarsi di due assoli a testa per Miles e Hank. Alla fine del brano si ascolta distintamente la voce di Miles che, rivolgendosi al produttore, gli chiede: “era questo quello che volevi, Alfred?”. Ad ogni modo, One For Daddy-O ci regala altri 8 minuti di letizia sonora.

Dancing In The Dark
Scritta dal duo Schwartz/Deitz, questa memorabile ballata ha l’onore di chiudere un album altrettando memorabile. Unica esecuzione in programma a non figurare Miles Davis, la romantica Dancing In The Dark è una vetrina melodica per il sax alto di Cannonball, sorretto dalla puntuale eleganza del trio Jones/Jones/Blakey.

Bangoon
Gioioso e movimentato, noto anche come Alison’s Uncle, questo brano è stato aggiunto come bonus nelle recenti riedizioni remaster di “Somethin’ Else”. Scritto da Hank Jones e registrato nella stessa seduta del 9 marzo 1958, Bangoon non venne però inserito nell’edizione originale di “Somethin’ Else” e restò in archivio per oltre ventanni. Il suo ascolto è comunque interessante perché, oltre ai “consueti” assoli di Miles, Cannoball e Hank, troviamo una grande prova solistica di Art Blakey, la cui batteria si rende sempre più protagonista a partire da 3’50”.

Volendo chiudere un post che forse s’è dilungato pure troppo, aggiungo un ultimo commento personale: “Somethin’ Else”, album registrato al celebre studio allestito da Rudy Van Gelder a Hackensack, alle porte di New York, è un capolavoro che non mi stanco mai d’ascoltare, perfetto sia con lo stereo di casa che in auto. Ah, davvero ultimissima considerazione: in tutto il disco, il pianista Hank Jones esegue in maniera eccellente la sua funzione, ovvero quella di fare da cuscinetto tra sezione fiati e sezione ritmica. Un gigante, il buon Hank.

– Mat

John Coltrane, “A Love Supreme – Deluxe Edition” (1965, 2002)

john coltrane a love supreme deluxe edition 2002Se è vero che di questi tempi la musica non ha più niente di nuovo da dire, è altrettanto vero che mai come in questo decennio s’era vista una tale fioritura di ristampe di album storici. Spesso impreziositi da brani aggiuntivi e/o inediti, presentati in lussuose confezioni, per non parlare della resa sonora, di solito migliorata o curata dai difetti delle edizioni precedenti.

Fra le tante, succose ristampe che sono andato a comprarmi negli ultimi anni, la più recente è quella di “A Love Supreme”, il classico di John Coltrane, del quale mi sono già occupato in un post precedente. Questa Deluxe Edition, edita dalla Verve nel 2002, è formata da due ciddì: l’uno con l’album originale del ’65 e l’altro con l’unica esibizione integrale dal vivo di “A Love Supreme” più ghiotte take alternative.

Come sappiamo, l’album originale è stato eseguito dal quartetto storico di Coltrane, ovvero McCoy Tyner (pianoforte), Jimmy Garrison (basso), Elvin Jones (batteria) e, ovviamente, lo stesso John col suo inimitabile sax tenore. “A Love Supreme” così come lo conosciamo è stato registrato nello studio di Van Gelder la sera del 9 dicembre 1964, in poche ma ispiratissime take. In realtà, la sera successiva, Coltrane aggiunse due musicisti al suo quartetto che a quel punto divenne un sestetto: il noto sassofonista Archie Shepp (un allievo di John) e il bassista Art Davis. Quest’inedita formazione – comprendente quindi due sax tenori, un piano, una batteria e due bassi – incise versioni alternative di alcuni brani che vennero però scartate dalla prima edizione dell’album (comunque, già nelle note originali del disco, Coltrane ringraziava Shepp e Davis per il loro contributo).

Ciò che rende davvero allettante la Deluxe Edition è proprio l’inclusione di due take alternative – entrambe per Acknowledgement – registrate in quel 10 dicembre 1964 in cui John Coltrane aveva sperimentato col sestetto. Si tratta quindi di una performance che è rimasta ufficialmente inedita per ben trentasette anni e che, nonostante una qualità audio non eccelsa, costituisce una straordinaria testimonianza sonora che rende ancora più ammirevole il lavoro che Coltrane e i suoi collaboratori realizzarono in quei giorni al Van Gelder Recording Studio. Le due take di Acknowledgement incise dal sestetto sono sensibilmente più lunghe (oltre i nove minuti di durata) e spiccano per l’inedito scambio frasistico fra i rispettivi sax tenori di Coltrane e Shepp (quest’ultimo soprattutto in funzione ritmica, contrappuntando gli svolazzi melodici del leader).

La Deluxe Edition comprende inoltre anche una take alternativa di Resolution (leggermente più lunga) e un’altra sfumata – forse per qualche errore – a poco più di due minuti dall’inizio di quello stesso titolo. Entrambe sono state incise dal quartetto la sera del 9 dicembre ’64.

Infine, qualche parola sull’esibizione dal vivo: “A Love Supreme” è stata eseguita nella sua interezza in una sola occasione, durante la partecipazione (per due serate) del John Coltrane Quartet al noto festival jazz di Antibes, sulla Costa azzurra. L’esibizione – datata 25 luglio 1965 – è stata rimasterizzata, restaurata della sua introduzione parlata da parte del conduttore francese del festival e quindi ufficializzata nel catalogo coltraniano proprio con questa bella riedizione. Se il quartetto è lo stesso che aveva già inciso “A Love Supreme” in studio, in questo concerto l’improvvisazione dei musicisti si concede ancora più spazio, con un Coltrane già proiettato verso quella dimensione free che caratterizzerà la seconda (e purtroppo ultima) parte della sua carriera.

Segnalo, per chiudere, un libro che penso proprio sia il caso di comprare, la storia di “A Love Supreme” curata da Ashley Kahn, dalla quale sono stati tratti preziosi contributi per il libretto della Deluxe Edition.

– Mat