Nine Horses, “Snow Borne Sorrow”, 2005

david-sylvian-nine-horses-immagine-pubblica-blogSono sempre stato un grande ammiratore di David Sylvian e così, dopo essermi deliziato con una sua rinnovata collaborazione con Ryuichi Sakamoto chiamata “World Citizen” (un ‘ep’ pubblicato nel 2004), corsi tutto entusiasta a comprare il successivo progetto sylvianiano, un’altra rinnovata collaborazione. Stavolta col batterista Steve Jansen, già nei Japan e in seguito in diversi altri album legati al fratello David; dato che a registrazioni già avviate si unì al progetto un terzo componente, il tastierista tedesco Burnt Friedman, si decise di dare un nome a quest’inedito trio: Nine Horses, dal titolo d’una raccolta di poesie il cui autore ignoro ma che piace a David. E così con “Snow Borne Sorrow” – questo il titolo dell’opera prima dei Nine Horses – il buon Sylvian non solo realizzò uno dei suoi lavori più dinamici dai tempi di “The First Day” (l’ennesima collaborazione, in quel caso con Robert Fripp e datata 1993) ma di fatto produsse uno dei dischi migliori della sua straordinaria carriera.

Dopo aver letto solo recensioni entusiastiche, come ho detto mi fiondai a comprare “Snow Borne Sorrow”; ricordo benissimo anche il periodo – la vigilia del Natale 2005 – e il fatto che il commesso del negozio mi assicurò che si trattava addirittura del disco migliore di David Sylvian dai tempi di “Secrets Of The Beehive” (1987). Tuttavia, al primo ascolto, non è che mi fece chissà quale impressione… certo, le canzoni si facevano via via più belle mentre l’album procedeva, ma che diamine, chissà cosa mi aspettavo! E invece, tempo qualche altro ascolto, in uno stato mentale certamente più disposto dopo gl’inevitabili bagordi natalizi, ecco che mi si apre un mondo: questo “Snow Borne Sorrow”, per cui David Sylvian s’è anche tolto lo sfizio di pubblicarlo sotto pseudonimo, è davvero un disco bellissimo, il migliore dopo la sublime sequenza solista di “Brilliant Trees” (1984), “Gone To Earth” (1986) e “Secrets Of The Beehive”. Un album che sintetizza magnificamente l’incrocio fra sonorità jazzistiche, d’avanguardia e sperimentali – il tutto con una spruzzata di world music – tentato dal nostro fin da quando ha messo fine ai Japan. Stavolta però la tipica miscela sylvianiana è stata proposta sotto le vesti di sofisticato pop d’autore, a tutto vantaggio della musica e per la gioia dell’ascoltatore.

In “Snow Borne Sorrow” non c’è una sola canzone brutta o trascurabile, anche grazie ad una produzione impeccabile: dal tetro ma solenne incedere del brano iniziale, Wonderful World, edito come singolo apripista, al caldo sentimentalismo della conclusiva The Librarian, passando per l’elegante pop-rock di Darkest Birds, il pacato pulsare notturno di The Banality Of Evil (inserito anche nella colonna sonora del film con Jim Carrey “The Number 23”), la sofisticata e corale Atom And Cell, la riflessiva A History Of Holes (il brano che più amo, nonché uno dei miei preferiti nel canzoniere di David), l’elettronico cullare di Snow Borne Sorrow, la meravigliosa ballata di The Day The Earth Stole Heaven e il piacevole dinamismo elettronico di Serotonin.

Come sempre nei migliori lavori di David Sylvian, anche qui il buon Sakamoto ci ha messo lo zampino, suonando il piano in due brani, ma anche i molti altri collaboratori hanno fatto la loro parte, soprattutto i musicisti impegnati ai fiati. Per quanto riguarda le tematiche, diversi testi riflettono la separazione di David dalla moglie Ingrid Chavez, ma in modo meno ossessivo rispetto a “Blemish” (2003), tuttora l’ultimo album pubblicato da Sylvian a suo nome. In questo 2009 dovremmo poterne apprezzare il seguito, che spero vivamente somigli a questo superlativo “Snow Borne Sorrow”.

– Mat

Annunci

Japan, “Gentlemen Take Polaroids”, 1980

japan-gentlemen-take-polaroids-immagine-pubblicaEcco uno di quegli album dei quali volevo parlare fin da quando ho iniziato a scrivere sul blog… però poi, si sa, passa oggi & passa domani… ma comunque eccolo qui senza più indugi, “Gentlemen Take Polaroids”, il disco capolavoro pubblicato dai Japan nell’ormai lontano 1980.

“Gentleman Take Polaroids” segna al contempo un punto d’arrivo e un punto di partenza nella vicenda artistica & umana dei nostri: è il primo album distribuito dalla Virgin (mentre i primi tre – “Adolescent Sex”, “Obscure Alternatives” e “Quiet Life” – erano usciti per la Hansa) ma è anche l’ultimo che vede la formazione dei Japan in quintetto.

Vale a dire il leader David Sylvian, il fratello batterista Steve Jansen, quel mago di bassista di Mick Karn, il tastierista d’origini italiche Richard Barbieri e il chitarrista Rob Dean, che lascerà quindi i Japan di lì a poco.

Proseguendo sulla strada stilistica già magnificamente tracciata dal precedente “Quiet Life”, in quest’album Sylvian e compagni giungono alla completa maturazione artistica, proponendoci otto lunghi brani perfettamente bilanciati fra sonorità funky, techno-pop, sperimentali, ambient e di raffinato pop d’autore, grazie a perle quali Swing, Methods Of Dance (forse la canzone dei Japan che più mi regala emozioni), Gentlemen Take Polaroids, Taking Islands In Africa (prima delle tante & notevoli collaborazioni fra David Sylvian e Ryuichi Sakamoto), Burning Bridges e Nightporter. Più trascurabili ma assolutamente indispensabili nell’economia dell’album sono la pulsante My New Career e l’esotica cover di Ain’t That Peculiar di Marvin Gaye.

Evidenti influenze in “Gentlemen Take Polaroids” sono le musiche prodotte da David Bowie durante il suo periodo berlinese e il morbido & sensuale soul-pop dei Roxy Music: tuttavia le composizioni scritte da David Sylvian, e affidate a quell’ottima band che all’epoca erano i Japan, brillano di luce propria grazie ad uno stile che già a quel punto della loro carriera era diventato un marchio di fabbrica. Inconfondibile, del resto, la bellissima voce di David, alla quale fa da grandioso contrappunto l’eccezionale lavoro al basso di Mick.

Nel 2003 la Virgin ha ristampato gli album dei Japan e di David Sylvian compresi fra il periodo 1980-1991 in eleganti confezioni cartonate ed impreziosite da alcuni brani aggiunti. Per quanto riguarda “Gentlemen Take Polaroids”, oltre a una diversa posa dell’immagine glam di David in copertina, figurano in aggiunta due suggestivi brani ambient del periodo, gli strumentali The Experience Of Swimming e The Width Of A Room, oltre che un ottimo remix della sakamotiana Taking Islands In Africa.

Un’ultima curiosità: sul retro copertina delle primissime stampe dell’album, nel 1980, al posto di Burning Bridges figurava la struggente ballata Some Kind Of Fool, poi scartata all’ultimo momento per mix insoddisfacente (ed infatti era presente la non accreditata Burning Bridges). Il brano originale resta tuttora inedito, anche se David Sylvian lo ha proposto nella sua eccellente raccolta “Everything And Nothing” (2000) dopo averne ricantato tutta la parte vocale.

– Mat

David Sylvian, “Secrets Of The Beehive”, 1987

david-sylvian-secrets-of-the-beehive-immagine-pubblica‘Settembre è di nuovo qui’ canta serenamente David Sylvian nel brano che apre quello che molto probabilmente è il suo album da studio più bello ed emozionante, “Secrets Of The Beehive”, pubblicato dalla Virgin nel 1987.

Un album che oggi, primo settembre, sono andato a riascoltarmi subito con grande piacere: questo è uno dei miei dischi preferiti e settembre è uno dei miei mesi preferiti. Una combinazione pressoché perfetta, anche se il disco non è di facile recensione. Posso solo dire d’averci provato, ecco.

Il brano che abbiamo appena citato è, appunto, September, poco più d’un minuto per piano e voce, quella calda e bellissima di David. L’orchestrazione discreta è invece opera di quel mago degli arrangiamenti e delle ambientazioni sonore che risponde al nome di Ryuichi Sakamoto. Anzi, il riuscito connubio Sylvian-Sakamoto si ripete per tutte le altre tracce di “Secrets”.

Dopo la poesia minimale di September, troviamo The Boy With The Gun, un grande brano melodico che mette in risalto il nuovo approccio voluto da Sylvian per la sua musica dell’epoca: un sound più acustico, più suonato e pulito ma al tempo stesso più lieve, quasi minimale.

La successiva Maria è un pezzo decisamente dark, quasi gotico: la voce profonda di Sylvian – in alcuni casi raddoppiata – e la tetra atmosfera sonora resa da Sakamoto creano uno dei brani più suggestivi dell’intera discografia di David. Segue la splendida ed elegante Orpheus, semplicemente una delle canzoni più belle di Sylvian e, di fatto, uno dei vertici espressivi di quest’album. E’ un brano di gran classe, all’epoca edito anche su singolo, che forse giustifica da solo l’acquisto di “Secrets Of The Beehive”.

Poi è la volta d’un altro brano d’atmosfera, The Devil’s Own, una lenta filastrocca scandita dal piano. Anche qui siamo in presenza di una delle canzoni più suggestive del nostro, una canzone dalla quale è difficile non farsi ammaliare. La successiva When Poets Dreamed Of Angels è un pezzo d’immensa classe che unisce gli umori intimisti, comuni a tutto il disco, col flamenco, la cui chitarra è qui affidata al bravissimo Phil Palmer (è quello che suona quegli strabilianti assoli nella Con il nastro rosa di Lucio Battisti, per capirci).

Se con Mother And Child siamo ancora in presenza d’una filastrocca – principalmente acustica – con la successiva Let The Happiness In troviamo un lungo brano meditabondo, caldo e disteso, dall’effetto cullante con l’impiego in bella mostra delle percusioni di Steve Jansen (il fratello di David, già nei Japan e presente anche in altri brani di “Secrets”). La conclusiva Waterfront è una struggente & indimenticabile canzone per voce – David – e piano – Ryuichi – sostenuta dal sapiente e mai invadente uso dell’orchestra, sempre a cura di Ryuichi.

Fin qui, la splendida versione su elleppì di “Secrets Of The Beehive”, mentre in ciddì (negli anni Ottanta, per lanciare il nuovo supporto, vi s’inserivano brani aggiuntivi) è inclusa un’ulteriore perla: la rilettura di Forbidden Colours, brano che il duo Sylvian-Sakamoto aveva già realizzato nel 1983. Forbidden Colours è in assoluto una delle mie canzoni preferite e la versione originale non si tocca: tuttavia, questa del 1987, col suono minimale ricreato dal trio Sylvian-Sakamoto-Jansen è, come dicevo, un’autentica perla.

Se volete procurarvi il ciddì di “Secrets Of The Beehive” con Forbidden Colours state però attenti alla ristampa: in quella recente del 2003 non è inclusa; al suo posto figura l’ugualmente bella Promise (The Cult Of Eurydice), un B-side tratto da uno dei singoli. Mi chiedo perché la casa discografica non abbia incluso entrambe le canzoni, dato che ce n’era tutto lo spazio… mah, misteri insondabili del marketing discografico.

Ryuichi Sakamoto

ryuichi-sakamoto-immagine-pubblicaHo conosciuto quel geniale ed eclettico artista giapponese che risponde al nome di Ryuichi Sakamoto grazie ai dishi di David Sylvian, dato che il cantante inglese s’è avvalso spesso e volentieri del talento creativo di Sakamoto. A dire il vero, fino ad una decina d’anni fa, ignoravo bellamente che Forbidden Colours, il pezzo più famoso di Sylvian e uno dei brani che amo di più, fosse in realtà una canzone di Sakamoto cantata da David.

Ryuichi Sakamoto, classe 1952, è probabilmente la più grande star musicale del Giappone e uno dei migliori compositori di colonne sonore. Numerose le sue collaborazioni con famosi artisti internazionali, fra i quali, oltre al già citato David Sylvian (e ai suoi progetti quali Japan e Nine Horses), troviamo Iggy Pop, i PiL, Caetano Veloso, Youssou N’Dour, Arto Lindsay e gli Aztec Camera.

Mago del pianoforte e delle tastiere, Ryuichi Sakamoto ha debuttato discograficamente nel 1978 con gli Yellow Magic Orchestra, un trio techno-pop giapponese del quale ha fatto parte fino allo scioglimento del gruppo stesso, nei primi anni Novanta. Nel frattempo, oltre ad aver realizzato diversi e celebrati album solisti (qui cito la trilogia composta da “Neo Geo” del 1987, “Beauty” del 1989 e “Heartbeat” del 1991), ha musicato numerose e fortunate colonne sonore, fra le quali “Furyo” (la sopracitata Forbidden Colours è parte di questa colonna sonora), “L’Ultimo Imperatore”, “Un Té nel Deserto” e “Femme Fatale”. Ha anche recitato da attore, sia in alcuni degli stessi film che ha musicato (in “Furyo” è accanto a David Bowie) e sia in parti minori, quali il video di Rain, una canzone di Madonna datata 1992.

Insomma, davvero un artista – un artista nel vero senso della parola – completo, questo Ryuichi Sakamoto, un personaggio in continuo fermento creativo che non ha mai rinunciato a sperimentare con i suoni e le immagini.

John Lydon, in arte Johnny Rotten

john-lydon-johnny-rotten-pil-sex-pistolsForse l’essere troppo schietti & diretti non paga sempre, ma se c’è un campione di anticonformismo che, come John Lennon, ha trasferito pienamente la sua personalità nella propria arte, questo è John Lydon.

Classe 1956, Lydon nasce a Londra da genitori d’origini irlandesi e vent’anni dopo è già un’icona inconfondibile nel panorama musicale: si fa chiamare Johnny Rotten e fronteggia la band più strafottente del mondo, i Sex Pistols. Con loro pubblica un solo disco, il fondamentale “Never Mind The Bollocks“, poi se ne va nel gennaio ’78 mentre i Pistols sono in tour negli USA. John entra subito in causa con Malcolm McLaren, il manager-mentore-ideatore dei Pistols, una causa che durerà per tutti gli anni Ottanta, visto che McLaren si rifiuta di dargli i soldi che gli spettano e gli proibisce l’uso del nome Rotten, in quanto un marchio di fabbrica all’interno dei Pistols, secondo McLaren ed i suoi legali.

Il nostro, con grande dignità, recupera allora il suo nome originale, si unisce ad un autentico genio della chitarra – quel Keith Levene scacciato dai Clash – e fonda così i Public Image Ltd. Questa formidabile accoppiata realizza nel giro di soli tre anni alcuni dei dischi più immaginifici e senza compromessi che io abbia mai sentito: “First Issue” (1978), “Metal Box” (1979) e “Flowers Of Romance” (1981); nei primi due contribuisce al lavoro l’inventiva del bassista Jah Wobble (e si sente), ma è l’alchimia Lydon-Levene che fa la differenza. Alchimia che, poveri noi, finisce di funzionare nel 1983, quando i due prendono strade separate a causa delle divergenze artistiche e dei problemi di droga di Levene: il risultato è comunque il pregevole “This Is What You Want, This Is What You Get” (1984). Sempre nel 1983, inoltre, Johnny debutta come attore in una produzione cinematografica italiana, “Copkiller”, dove recita al fianco di Harvey Keitel.

Tornando alla musica, nell’autunno 1985 la formazione ufficiale dei PiL è ridotta al solo John Lydon: il cantante prosegue il suo cammino, come è sempre stato nel suo stile, e si unisce al celebre bassista-produttore Bill Laswell, col quale aveva già lavorato qualche tempo prima, quando John partecipò al singolo di Africa Bambaataa, World Destruction. Laswell coadiuva le idee di Lydon aggiungendovi uno scenario stellare: Steve Vai, Ginger Baker e Ryuichi Sakamoto sono alcuni dei musicisti che suonano (e come suonano!) nel nuovo album dei PiL, uscito nel 1986 e chiamato “Album” (l’edizione in ciddì si chiama “Compact Disc”, quella su cassetta… “Cassette”).

John Lydon ricrea però una formazione dei Public Image Ltd. nel 1987: con John McGeoch (già nei Magazine e poi con Siouxsie And The Banshees) e Allan Dias forma un sodalizio artistico di buon livello che giunge fino al ’93, realizzando gli album “Happy?” (1987), “9” (1989) e “That What Is Not” (1992). I tempi cambiano, il rock giunge alla sua storicizzazione, il panorama musicale degli anni Novanta diventa sempre più deprimente, i Sex Pistols acquisiscono lo status di pilastri della storia del rock. L’inevitabile reunion giunge nel 1996 col tour “Filthy Lucre” e sarà ripetuta nel 2002 con un’altra serie di concerti. Nel frattempo John Lydon pubblica un’autobiografia (dagli anni giovanili al periodo come frontman dei Pistols) nel ’94 e un coraggioso album solista nel ’97, “Psycho’s Path”, seguìto da una formidabile raccolta nel 2005.

Tuttavia, contrariamente alle aspettative, il signor Rotten non si dedicherà (più) a un nuovo progetto solista, bensì a una grande operazione nostalgia che – dopo averlo riportato a capo dei Sex Pistols per un tour mondiale fra il 2007 e il 2008 – ha coinvolto anche i PiL al termine del 2009. Reclutati nuovamente Lu Edmonds e Bruce Smith (già nella band nella seconda metà degli anni Ottanta, rispettivamente alla chitarra e alla batteria) e il nuovo acquisto Scott Firth, al basso, i Public Image Ltd. hanno realizzato due nuovi album tra il 2012 e il 2015, intervallati oltre dall’attività concertistica anche dalla rinnovata autobiografia di John, “Anger Is An Energy”, della quale aspettiamo ancora l’edizione italiana. Intanto, tra il 2016 e il 2017 hanno visto la luce le riedizioni deluxe da quattro ciddì dei due album storici più amati dei PiL, ovvero il “Metal Box” e “Album”.

– Mat

(ultimo aggiornamento: 16 marzo 2017)