Peter Gabriel

peter-gabriel-immagine-pubblicaNel mio vecchio blog, Parliamo di Musica, avevo già dedicato un post a Peter Gabriel ma ho preferito non trasferirlo qui e scriverne quindi uno nuovo. In effetti si trattava più di una protesta che della storia del celebre cantante inglese, perché ritengo Peter un tantino sopravvalutato. A quanto pare sono uno dei pochi appassionati dei Genesis che non lo rimpiange, avendo nutrito sempre più simpatia per Phil Collins che per lui. Credo che l’era Gabriel dei Genesis (1969-1975) abbia prodotto dei dischi stupendi non per la presunta grandezza del nostro, ma dal contributo di cinque grandi artisti – Gabriel compreso, ovviamente – che hanno fatto un lavoro eccellente finché hanno lavorato insieme. Poi, a giudicare dai due album realizzati dai Genesis prima dell’arrivo di Phil Collins e Steve Hackett, cioè “From Genesis To Revelation” (1969) e “Trespass” (1970), e da quello immediatamente successivo all’abbandono di Peter, vale a dire “A Trick Of The Tail” (1976), mi lascia pensare che la mente più ispirata in seno ai Genesis non fosse certamente Peter Gabriel. Questo confrontando inoltre la produzione post-Gabriel dei Genesis coi lavori solisti di Peter. Voglio dire, non mi pare che i Genesis guidati da Phil Collins abbiano fatto così tanto schifo così come non mi pare che i dischi solisti di Gabriel siano tutti dei capolavori. Fatta questa premessa – spero non troppo contorta – passo più specificatamente alla carriera solista del nostro.

Peter Gabriel, classe 1950, abbandona la band che gli aveva dato una prima notorietà internazionale, i Genesis per l’appunto, nella primavera del ’75, dopo essere stato il maggior ispiratore del primo concept-album del gruppo, lo stupendo “The Lamb Lies Down On Broadway” (1974). Tuttavia, col resto dei Genesis che procede come quartetto incontrando per giunta il maggior successo in classifica fino a quel punto della loro storia col magnifico “A Trick Of The Tail” (1976), Peter si concede un anno sabbatico, in modo da riordinare le sue turbolente idee. Tornerà alla ribalta l’anno successivo, nel 1977, con un indimenticabile singolo,
Solsbury Hill, e un primo album omonimo dalla resa altalenante. Prodotto da Bob Ezrin (già al lavoro con Lou Reed e in seguito coi Pink Floyd), “Peter Gabriel” è comunque un risultato pregevole, suonato da ospiti prestigiosi (cosa che si ripeterà per tutti i dischi successivi di Peter) quali Robert Fripp, Tony Levin e lo stesso Phil Collins, tuttora grande amico del nostro.

Peter Gabriel bissa l’operazione nel ’78, con un secondo album omonimo, stavolta con Robert Fripp anche in veste di produttore. Purtroppo il lavoro si rivela essere il peggiore fra gli album del nostro, tanto che nella sua prima raccolta, “Shaking The Tree” (1990), figureranno brani estratti da ogni album di Peter tranne che da questo. Nel ’78, tuttavia, Peter Gabriel ha la possibilità di riavvicinarisi, almento dal punto di vista umano, ai suoi ex colleghi dei Genesis, comparendo a sorpresa in un bis d’un loro concerto.


Prodotto da
Steve Lillywhite, ecco nel 1980 un terzo album omonimo da parte di Gabriel, quello contenente I Don’t Remember, Games Without Frontiers, Family Snapshot e soprattutto la straordinaria Biko. Per me è questo suo terzo album il migliore della discografia solista di Peter Gabriel, l’unico del quale non potrei mai separarmi, anch’esso forte della partecipazione di ospiti illustri: oltre agli ormai abituali Tony Levin (che suona il basso nelle canzoni e nei concerti di Peter anche oggi) e Robert Fripp, l’album vanta nuovamente Phil Collins ma anche John Giblin, Kate Bush e Paul Weller, all’epoca ancora leader dei Jam. Per quanto bello e importante, c’è da dire che questo disco non ottenne chissà quale successo mentre in quell’anno i Genesis ottenevano il loro primo numero uno nella classifica inglese con l’album “Duke”, un lavoro certamente non commerciale (con Steve Hackett ormai fuori dal gruppo) che non ha nulla da invidiare all’arte di Peter Gabriel.

Il primo vero successo di Peter è considerato invece il suo quarto album, pubblicato nel 1982, l’ultimo della quadrilogia di dischi omonimi, spinto dall’irresistibile singolo di
Shock The Monkey, senza dubbio uno dei pezzi più famosi del nostro. Un bel disco questa quarta fatica di Gabriel, non c’è che dire, con una virata maggiore in direzione della world music (introdotta già in alcune sonorità del suo album precedente) e un’accentuazione delle atmosfere dark. Oltre a Shock The Mokey, voglio ricordare la stupenda San Jacinto, la saltellante I Have The Touch e l’intensa The Rhythm Of The Heat. Il 1982 è un anno importante per Peter Gabriel anche per un altro motivo: organizza la prima edizione del noto festival etnico chiamato WOMAD (World Of Music And Dance), il quale, stentando a lanciarsi nei primi giorni, viene rivitalizzato da un’inaspettata reunion di Peter Gabriel coi Genesis, che eseguono quindi un set tratto da “The Lamb Lies Down On Broadway”.

Sono anni, per il nostro, in cui comincia a cimentarsi in altri territori, quali il cinema e il supporto ad artisti provenienti dal terzo mondo (il senegalese Youssou N’Dour è probabilmente la maggiore scoperta di Peter in questo senso). E così, dopo aver pubblicato un album dal vivo nel 1983, “Plays Live”, Gabriel realizza la colonna sonora d’un film di Alan Parker, “Birdy” (1984), peraltro riciclando alcune basi strumentali già impiegate nei suoi album. Torna col suo quinto album solista soltanto nel 1986, stavolta un disco con un titolo tutto suo, “So”: tuttora il maggior successo commerciale del nostro e molto probabilmente l’album più amato dai suoi fan, “So” vanta brani memorabili come la famosa Sledgehammer, la tenera Don’t Give Up (dove Peter torna a collaborare con Kate Bush), la ritmata Big Time e soprattutto la straordinaria e imponente Red Rain.

Nel 1988 Peter Gabriel torna a cimentarsi con le colonne sonore, stavolta musicando il controverso film “L’Ultima Tentazione di Cristo” di
Martin Scorsese. Pesantemente intrisa di world music e suonata con strumenti e musicisti mediorientali, la celebrata colonna sonora verrà pubblicata nel 1989 col titolo di “Passion”, mentre Peter torna in studio per incidere il suo sesto album da solista. E qui comincia quella lungaggine nella lavorazione d’un disco da parte del nostro che continua tuttora: il risultato finale delle sedute vede infatti la luce solo nel ’92, anche se si tratta d’un buon disco, “Us”, forte del singolo Steam (una rivisitazione del fortunato Sledgehammer) ma anche di Blood Of Eden (un duetto con Sinéad O’Connor, che all’epoca ebbe una storia col nostro), Digging In The Dirt e Come Talk To Me.

Per quanto Peter Gabriel non sia affatto inattivo nella parte restante degli anni Novanta (collabora con altri artisti, incide musiche sperimentali – arrivando a far suonare dei gorilla in studio – realizza suoni e canzoni per opere multimediali, compone colonne sonore, partecipa a lodevoli iniziative umanitarie…), “Us” risulterà il suo unico album da studio pubblicato in quel decennio. Bisognerà infatti attendere il 2002, ben dieci anni dopo, per vederne un seguito nei negozi, vale a dire il deludente “Up”. Non che “Up” sia un brutto disco ma, fin dalla prima volta che l’ho ascoltato, ho avuto la netta impressione di trovarmi alle prese con una raccolta di brani inediti più che un lavoro unitario e compatto. E’ a quel punto che comincio a disaffezionarmi a Peter Gabriel… fa aspettare i fan per dieci anni e poi fa uscire una roba del genere?!

All’epoca il buon Peter promise che i suoi fanatici ammiratori non avrebbero dovuto aspettare tanto per il seguito di “Up”, che sarebbe uscito addirittura nel 2004. Siamo nel 2007… sono già passati cinque anni… confesso che non faccio più parte di quelli che stanno ad aspettare il nuovo ciddì di Peter Gabriel. Oggi come oggi non potrebbe fregarmene di meno.

– Mat

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Roger Waters

roger-waters-the-wall-immagine-pubblica-blogSu Rockol lessi nel marzo 2007 che Roger Waters aveva espresso in un’intervista il desiderio di tornare a fare concerti coi Pink Floyd. In effetti, ce l’auguravamo tutti noi fan floydiani, soprattutto dopo l’entusiasmante esibizione della band riunita in occasione del Live 8, nel luglio 2005. Tuttavia, la recente scomparsa di Richard Wright ha infranto tutti i nostri sogni. La storia dei Pink Floyd viene così consegnata una volta per tutte alla storia. Questa che segue è però la storia di Waters.

George Roger Waters, nato nel settembre 1943, è stato fra i membri fondatori, insieme con Syd Barrett, dei Pink Floyd. Dopo la fuoriuscita di Syd dalla band e l’ingresso di David Gilmour nella formazione, i Pink Floyd sono ascesi ad una popolarità mondiale grazie a dischi indimenticabili come “Atom Heart Mother” (1970), “Dark Side Of The Moon” (1973) , “Wish You Were Here” (1975) e “The Wall” (1979). Waters è stato il vero motore del gruppo: in apparenza era semplicemente il bassista, in realtà era il principale (e, col tempo, l’unico) autore dei testi e l’ideologo della band, la coscienza civile e politica del quartetto. Tuttavia, dopo la realizzazione dei progetti dedicati a “The Wall” (album, tour teatrale, film, seguito discografico con “The Final Cut”), il nostro decide di mollare la band nel 1985. Di lì a qualche anno, Roger sarà impegnato in una lunga e controversa causa legale contro Gilmour per il controllo del marchio Pink Floyd. L’avrà vinta Gilmour che, a nome Pink Floyd, realizzerà due album fra il 1987 e il 1994, mentre il nostro procederà da solo con un’interessante e coraggiosa carriera solista.

In realtà un primo progetto solista di Roger Waters, “The Body”, esce già nel 1970, in coppia col musicista scozzese Ron Geesin, per la colonna sonora dell’omonimo film-documentario sull’anatomia umana. Il primo album solista vero e proprio del nostro, comunque, esce nel 1984: intitolato “The Pros And Cons Of Hitch Hiking”, la stesura originale del disco venne creata dal nostro parallelamente a “The Wall”, nel biennio 1977-78. La realizzazione finale su album è davvero bellissima: suonato da musicisti di gran classe (fra i quali spicca Eric Clapton), “The Pros And Cons” è un lavoro perfettamente in linea con album floydiani come “Animals” (1977), “The Wall” e “The Final Cut” (1983).

Il disco successivo di Waters esce nel 1987, “Radio K.A.O.S.”: condizionato da arrangiamenti volutamente pre-programmati ed elettronici, l’album non riesce ad oscurare il coevo “A Momentary Lapse Of Reason”, dei redivivi Pink Floyd. Roger Waters avrà comunque modo di rifarsi alla grande tre anni dopo, quando realizza un’imponente riproposizione dello show di “The Wall” in occasione della caduta del muro di Berlino. Lo storico concerto, arricchito da nomi quali Van Morrison, Bryan Adams, Sinéad O’Connor, Cyndi Lauper e Scorpions, si tiene nel luglio 1990 nella Potsdamer Platz, nel cuore dell’ex capitale del Reich. Dallo show verranno tratti anche un video e un doppio elleppì.

Il terzo album di Roger Waters, “Amused To Death”, probabilmente il suo lavoro migliore in veste solista, giunge nel 1992, impreziosito da ospiti stellari come Jeff Beck, Don Henley degli Eagles e membri dei Toto. E’ purtroppo l’ultimo album realizzato finora dal nostro. I suoi lavori successivi, ovvero album dal vivo, colonne sonore e raccolte, hanno figurato diverse canzoni nuove ma finora lo straordinario “Amused To Death” rimane l’ultimo vero capitolo discografico di Waters.

In anni recenti, infatti, Roger si è dedicato più intensamente all’attività concertistica, come mai prima nella sua carriera. Ha iniziato a riproporre il repertorio floydiano (e in parte solistico) nel 1999, prima negli USA e poi nel resto del mondo, Italia compresa, dove il sottoscritto era presente, nel 2002 allo stadio Flaminio di Roma. Waters ha anche preso parte al Live Earth organizzato da Al Gore nel 2007, mentre nello stesso periodo ha dato vita ad una serie di concerti che vedevano l’esecuzione integrale di “Dark Side Of The Moon”. Un’operazione che sarà bissata nel 2010 con l’esecuzione integrale di “The Wall” (vedi QUI per i dettagli).

Unica parentesi consistente in fatto di musica registrata in studio, è stata la pubblicazione dell’opera lirica “Ca Ira” (2005), dedicata alla Rivoluzione francese. Un’ulteriore conferma della versatilità e grandiosità di questo Artista che è Roger Waters.

– Mat

(ultimo aggiornamento: 15 maggio 2010)

Prince

prince-immagine-pubblicaPrince Roger Nelson nasce a Minneapolis (Minnesota) il 7 giugno 1958 da genitori musicisti: papà John Nelson è un pianista jazz, mamma Mattie (d’origini indiane) è invece una cantante. Prince, insieme a fratelli e sorelle, è quindi abituato fin da piccolo alla musica: all’età di dieci anni suona già piano, batteria e chitarra. Tuttavia l’armonia in casa Nelson dura poco perché i genitori si separano e il piccolo Prince viene sballottato a destra e a sinistra. Trova l’equilibrio nella musica, fondando il gruppo dei Grand Central, band nella quale militano anche Terry Lewis e Jimmy Jam, in futuro fortunatissimi produttori discografici.

Le ambizioni di Prince, così come la sua esuberante personalità, sono però troppo grandi per restare confinate in un gruppo che, tuttavia, desta l’attenzione della Warner Bros. E’ proprio con la Warner che il ventenne Prince debutta quindi su disco: “For You” esce nel 1978 e contiene già un singolo memorabile, Soft And Wet. L’anno successivo è la volta dell’omonimo album “Prince”, contenente l’altrettanto memorabile I Wanna Be Your Lover ma anche Why You Wanna Treat Me So Bad?, dove il nostro dimostra la sua grande abilità chitarristica. Nell’80 esce “Dirty Mind”, con Prince che perde definitivamente la sua innocenza e diventa quell’artista che oggi tutti conoscono; già la copertina è tutta un programma, mentre i testi, soprattutto Head, sono molto espliciti sessualmente. Altra evoluzione nel 1981, con l’album “Controversy”: in copertina, Prince assume quel look glam e sgargiante che lo caratterizzerà per gran parte degli anni Ottanta ma soprattutto il disco contiene l’omonima Controversy (singolo tra i migliori di Prince), Do Me Baby e un primo esempio di critica sociale nella sua musica, ovvero Ronnie Talk To Russia.

Fin qui, il genio di Minneapolis ha dato prove convincenti della sua abilità polistrumentistica ma anche vocale, dato che spesso tutte le voci che si ascoltano sono sempre sue. Abilità, queste, che torneranno utili spesso & volentieri nel corso della sua lunga discografia, anche se, nel periodo 1982-83, Prince appronta una band di collaboratori più o meno fissi, alla quale darà il nome The Revolution. Il primo frutto di questa collaborazione è l’album “1999”, uscito nell’82: secondo i più, è il primo album importante di Prince, quello nel quale getta le fondamenta dello stile e della musica princiana da qui al futuro. E’ vero comunque che “1999” contiene il primo grande hit del nostro, Little Red Corvette, ma anche l’omonima 1999 e Delirious. Prince è ormai giustamente considerato un astro nascente: apre il tour americano dei Rolling Stones e inizia a scrivere, produrre e suonare canzoni per altri artisti, tra cui The Time, Vanity 6 e Apollonia 6.

Nel 1983 le ambizioni di Prince raggiungono un nuovo stadio: vuole realizzare un film con relativa colonna sonora, una storia parzialmente autobiografica dal titolo “Dreams”. Nel frattempo contatta il regista Albert Magnoli, affida la parte femminile ad Apollonia Kotero e inizia a comporre coi Revolution alcune delle sue canzoni più straordinarie: Let’s Go Crazy, I Would Die 4 U, Baby I’m A Star ma soprattuto quello splendido inno che è Purple Rain. Sarà proprio “Purple Rain” il titolo scelto per il film e la colonna sonora, entrambi editi nell’84. Il film è in parte bello e doloroso, mentre la colonna sonora, il primo album di Prince co-accreditato ai Revolution, è la cosa che più m’interessa: si tratta del primo grande successo mondiale di Prince, il quale diventa un’affermata star internazionale. Il disco, a mio avviso, contiene un solo brano brutto (Darling Nikki, che poco sopporto) con tutti gli altri che sono uno meglio dell’altro. Vi sono anche canzoni incise completamente dal solo Prince, come le stupende The Beautiful Ones e When Doves Cry; quest’ultima, pubblicata anche su singolo, riceve un Grammy come miglior brano del 1984.

Prince e i Revolution, comunque, non dormono sugli allori e tra la promozione del film, del disco e del tour di “Purple Rain” tornano in studio per registrare un nuovo album. “Around The World In A Day” esce così nell’85: sulla scia di “Purple Rain” ha un enorme successo istantaneo ma sul lungo termine le vendite risultano meno significative e l’album riceve diverse critiche. Certo, è un lavoro meno immediato di “Purple Rain” ma il suo gusto psichedelico, quasi beatlesiano, la dice lunga sul talento di un uomo che non si ferma di fronte a nulla, nemmeno alle sicurezze del successo. C’è da dire che “Around The World In A Day” include alcuni dei brani migliori di Prince, quali Paisley Park (dal nome del suo celebre studio/quartier generale di Minneapolis), Pop Life, Condition Of The Heart, America e Raspberry Beret. In questi anni risalta un’altra caratteristica di Prince: la sua strabordante creatività che lo spinge a inserire nuovi brani dappertutto, in particolare nei lati B dei singoli. Spesso i B-side non hanno nulla d’eccezionale, invece quelli di Prince (così come quelli di pochi altri artisti) sono assolutamente meritevoli di stare negli album, ascoltare ad esempio 17 Days per credere. Ma ce ne sono innumerevoli nella storia di Prince, soprattuto nel periodo 1981-1993: per chi volesse andare fino in fondo, consiglio il fondamentale box-set di tre ciddì “The Hits/The B-Sides” del ’93.

Prince e soci tornano alla carica nel 1986 con un nuovo film, “Under The Cherry Moon” (girato in bianco e nero, per lo più a Parigi) e la relativa colonna sonora, “Parade”. Il film viene stroncato e non ottiene la stessa entusiastica risposta di pubblico di “Purple Rain”, mentre “Parade” è riconosciuto come uno dei dischi migliori di Prince, soprattutto perché trainato da uno dei suoi singoli più celebri e amati, Kiss. L’album contiene comunque altri episodi felici come Mountains, Sometimes It Snows In April, Girls & Boys e Life Can Be So Nice. Nella seconda parte dell’86, Prince torna in studio per incidere “Dream Factory”, il suo quarto album coi Revolution, ma le cose non vanno nel verso giusto: i Revolution si sciolgono e ognuno va per la propria strada (il duo femminile Wendy & Lisa otterrà anche un discreto successo negli anni Ottanta), soprattutto Prince che torna ad essere un artista solista finalmente libero di dare sfogo alla sua incredibile creatività. Il genio di Minneapolis produce album (c’è chi dice che li scriva, li canti e li suoni pure) per i Madhouse, Sheila E. (una bravissima percussionista che continua a collaborare con Prince anche oggi) e Jill Jones, collabora segretamente anche con Miles Davis e di questo ne parliamo in seguito. Da solo, il nostro incide un intero album con uno pseudonimo, Camille: l’album contiene otto brani decisamente funky dai testi piccanti ma viene ritirato per motivi ignoti. Prince incide anche un triplo album dal titolo “Crystal Ball” ma la Warner glielo contesta: troppo lungo, che diamine! Prince risponde con un nuovo album, un doppio, “Sign ‘O’ The Times“, pubblicato nella primavera del 1987: anticipato dal superbo singolo omonimo, “Sign ‘O’ The Times” riscuote un grosso successo di vendite e di critica in tutto il mondo ed è tuttora considerato uno dei lavori migliori di Prince. Dal tour internazionale di “Sign ‘O’ The Times” Prince ricava anche l’omonimo film-concerto ma, anche in questo caso, non dorme sugli allori.

Nel corso dell’anno torna in studio e registra il suo album più funky, dal titolo emblematico di “The Black Album“. Infatti la grafica del disco è interamente nera, senza crediti e senza informazioni, le uniche scritte, quelle relative al numero di catalogo, sono stampate in color rosa-pesca. Non è prevista altresì alcuna promozione, niente video e tanto meno interviste (le interviste di Prince sono comunque rare) mentre la Warner stampa il disco e s’appresta a pubblicarlo per il Natale ’87. Anche in questo caso però, all’ultimo momento, il “Black Album” viene ritirato dal mercato: pare che i dirigenti della Warner ma anche lo stesso Prince abbiano manifestato dubbi su testi troppo espliciti sessualmente o troppo duri. Ancora una volta, comunque, il genio di Minneapolis decide d’andare avanti e per la primavera dell’88 fa uscire un nuovo album, “Lovesexy”, uno dei suoi migliori in assoluto, anticipato dal formidabile singolo Alphabet Street. Sempre dell’88 è la colonna sonora del film “Bright Lighs Big City” con Michael J. Fox: vi è inclusa l’inedita Good Love, uno degli otto brani incisi sotto lo pseudonimo di Camille (Prince che canta con la voce accelerata…, altri brani sono finiti in “Sign ‘O’ The Times”, nel “Black Album” e in alcuni singoli del periodo 1987-89, lasciando in archivio la sola Rebirth Of The Flesh).

Nel 1989 esce un nuovo album di Prince, la colonna sonora del celebre “Batman” di Tim Burton, per il quale il nostro scrive le canzoni. Il singolo Batdance vola al 1° posto trascinandovi anche l’album, mentre Prince ha una storia con la protagonista femminile del film, Kim Basinger (addirittura i due partecipano al singolo The Scandalous Sex Suite, titolo che è tutto dire). Non so se lavorare a “Batman” abbia risvegliato la passione per il cinema in Prince ma tant’è che nel 1990 esce il suo terzo film vero e proprio, “Graffiti Bridge”, accompagnato dall’omonima colonna sonora. Il film è il seguito di “Purple Rain” ed è girato dallo stesso Prince come un lungo e patinato videoclip: agli ammiratori di Prince come me il film è piaciuto, meno al grande pubblico e alla critica. La colonna sonora, che figura anche altri artisti (ri)lanciati da Prince (George Clinton, Tevin Campbell, Mavis Staples, The Time, Ingrid Chavez…) contiene ottime canzoni quali Thieves In The Temple, Still Would Stand All Time, The Question Of U e New Power Generation. Nel ’90 esce anche Nothing Compares 2 U, il brano più famoso e fortunato di Sinéad O’Connor, scritto da Prince qualche anno prima per un altro dei suoi protetti, The Family. In quel periodo la O’Connor ha anche una breve relazione con Prince, dopo che questi ebbe pure una storia con Madonna.

Nel 1991 la carriera di Prince riparte con una nuova band, The New Power Generation (o anche NPG), e un nuovo disco, “Diamonds And Pearls”. L’album include dei brani bellissimi e innovativi come il singolo Cream (al 1° posto della classifica USA), la ballata Diamond And Pearls (dove Prince duetta con la sua nuova scoperta, Rosie Gaynes), Money Don’t Matter 2Nite, Gett Off e Thunder, e riscuote un grosso successo internazionale. Tra il ’91 e il ’92 la formazione dei NPG subisce un cambiamento d’organico: la Gaynes se ne va per dedicarsi alla carriera solista e il suo posto è rilevato da Mayte che, seppur meno dotata artisticamente, è una gran bella figliola! Nel ’92, dopo che Prince firma per la Warner il secondo contratto discografico più lauto della storia (lo batte solo Michael Jackson che aveva rinnovato l’anno prima con la Sony), esce l’omonimo album “Prince And The New Power Generation”, contraddistinto da un fantasioso simbolo grafico che celebra l’unione tra uomo e donna, da cui anche il soprannome di “Love Symbol” al disco in questione.

I due album realizzati da Prince coi NPG definiscono un nuovo sound per l’artista di Minneapolis: la sua musica, se possibile, è diventata ancora più black, dato che il rap e i suoni urbani dell’hip-hop la fanno da padroni. Una caratteristica comune a tante altre stelle nere della musica: negli anni Novanta, artisti del calibro di Michael Jackson, Whitney Houston ma anche la grande Aretha Franklin, tanto per fare degli esempi, hanno accentuato i tratti salienti del black sound a discapito del tipico orientamento pop-rock che più piace ai bianchi. Evidentemente, per gli artisti afroamericani, gli anni Novanta hanno rappresentato l’affermazione definitiva della black culture nell’industria discografica di massa, anche a costo d’una parziale contrazione del pubblico bianco.

Nel ’93 la carriera discografica di Prince compie quindici anni: è tempo di celebrazioni e, per l’occasione, escono due stupende raccolte in simultanea chiamate “The Hits 1” e “The Hits 2” che includono i maggiori successi di Prince, più rarità, inediti e il nuovo rockeggiante singolo di Peach. Esce anche un’edizione limitata in tre ciddì chiamata “The Hits/The B-Sides” che include i due compact “Hits 1” e “Hits 2” più un terzo disco contenente rarità e la maggior parte dei tanti lati B dei singoli. Ma c’è anche qualcosa di nuovo, di strano, che coinvolge più da vicino la storia di Prince: l’artista annuncia di voler cambiare nome e per identificarsi utilizza quel Love Symbol apparso sull’album del ’92. La prima cosa che pubblica sotto questo ‘nome’ è un maxi singolo chiamato “The Beautiful Experience” che vede la luce nella primavera del ’94, dopo che Prince si è sposato con Mayte. La Warner, però, lo forza a pubblicare un nuovo album col suo nome storico: esce così, ad agosto, “Come”, un album piuttosto cupo ma certamente tra i più suggestivi di Prince. Seguono tensioni con la casa discografica che, nel novembre di quell’anno, pubblica anche la versione ufficiale del “Black Album”. La protesta di Prince giunge con un album significativamente chiamato “Exodus” (esodo): il disco, edito dalla Edel, è accreditato ai soli New Power Generation ma Prince c’è e si sente… come membro dei NPG è accreditato come Tora Tora e la sua foto è volutamente ritoccata con della sovraesposizione rossa sul volto.

Apparentemente, Prince e la Warner fanno pace e così, nel 1995, esce “The Gold Experience”, un nuovo album di Prince accreditato ufficialmente col noto simbolo grafico: si tratta d’un bel disco che contiene una delle mie canzoni preferite di Prince (o di come volete chiamarlo…), I Hate U. La pace dura però poco, Prince si rifiuta di suonare vecchio materiale nei concerti e inizia a farsi fotografare con la scritta ‘slave’ (schiavo) sulla guancia. Nel corso del ’96, la Warner forza Prince a publicare un nuovo disco: ne viene fuori “Chaos & Disorder”, un album raffazzonato di vecchie registrazioni e scarti. Il singolo, Dinner With Delores, è però carino anche se nel videoclip Prince mostra più volte la scritta ‘slave’ sulla sua guancia. Dopo quest’album, Prince riesce a divincolarsi dalla Warner e firma per la Capitol-EMI, la quale, a fine anno, pubblica un incredibile triplo ciddì, “Emancipation“. Simbolicamente, sulla copertina del disco, oltre al consueto marchio grafico col quale Prince ormai s’identifica, si vedono le sue mani che spezzano le catene. Per me “Emancipation” è un album straordinario, uno dei miglior di Prince: mi piange il cuore vederlo in alcuni centri commerciali alla misera cifra di sette euro… ma tant’è.

Tuttavia, sarà all’incira in questo periodo che smetto di seguire Prince: non per cattiva volontà ma per il fatto che lui continua a pubblicare dischi dopo dischi (il video con pezzi inediti di “The Undertaker”, il balletto “Kamasutra”, la stampa ufficiale di “Crystal Ball” – il triplo album inedito datato 1986 – , un disco acustico chiamato “The Truth”, un album di Mayte dove pare che suoni tutto lui e tanti altri progetti che ci vorrebbe un altro post per elencarli tutti!) mentre la mia enorme curiosità musicale mi porta ad esplorare le discografie di altri artisti. Rimango però affezionato a Prince, altrimenti non sarei qui a parlarne: nel ’98 pubblica un nuovo album, “Newpower Soul”, per la seconda volta accreditato ai soli NPG. Nel ’99 è la volta di “Rave Un2 The Joy Fantastic”, mentre la Warner pubblica una (stavolta convincente) raccolta d’inediti del periodo 1985-93 chiamata “The Vault… Old Friends For Sale”.

Nel 2000 stranamente non esce nulla (o forse sono io che ho perso il conto…) ma nel 2001 viene pubblicato “The Rainbow Children“, dove Prince sembra far pace col suo passato e tornare a quel nome che lo ha reso famoso in tutto il mondo. E’ appunto presentandosi come Prince che ho il piacere d’assistere a un suo concerto il 31 dicembre 2002: parto completamente solo da Pescara, destinazione Milano, lo storico Palatrussardi. Quando Prince ha suonato Purple Rain con la sua chitarra personalizzata ho avuto brividi a mille lungo la schiena… ma andiamo avanti… o meglio, sorvoliamo sulla discografia (…”Musicology”, lo devo dire, esce nel 2004) e giungiamo al marzo 2006 quando il nuovo album di Prince, “3121” giunge nei negozi e di lì a poco conquista la vetta della classifica americana, un risultato che non si ripeteva dai tempi della colonna sonora di “Batman”.

Prince conferma il suo buon momento anche nel 2007 con l’album “Planet Earth” e un’incredibile serie di ventuno concerti a Londra che hanno riportato il suo nome, quello vero e noto in tutto il mondo, in tutte le principali pagine – vere o virtuali – dei giornali musicali. Prince, insomma, sopravviverà al decennio restando credibile e senza perdere nulla del suo fascino e del suo carisma. Non potrà dirsi la stessa cosa nel decennio successivo, e precisamente il 21 aprile del 2016: una notizia scioccante scuote il mondo, Prince è morto! Dopo un’altra morte illustre, quella di David Bowie avvenuta soltanto tre mesi prima, l’inaspettata morte del folletto di Minneapolis segna a suo modo un’epoca. Di lui si continuerà a parlare per molti decenni ancora.

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