Michael Jackson, “Dangerous”, 1991

Michael Jackson DangerousPer molti aspetti, “Dangerous” è l’ultimo grande album di Michael Jackson, quello vero, cioè la superstar capace di mettere d’accordo i compratori di musica più disparati e di vendere copie nell’ordine di decine di milioni in ogni parte del mondo. Oltre trenta milioni di pezzi fu la diffusione di “Dangerous” nei primi anni Novanta, grazie anche a singoli (e videoclip) straordinari quali Black Or White, Remember The Time, Heal The World, In The Closet, Jam, Give In To Me e Who Is It. Il tutto dopo aver rinnovato contratti discografici (con la Sony) e pubblicitari (con la Pepsi) per altri milioni di dollari a palate. Insomma, un uomo dai grandi numeri, Michael Jackson, un personaggio unico, con una storia unica, con una carriera unica per cui mi sento un privilegiato ad aver vissuto il tutto da testimone diretto. Oltre che, si capisce, da appassionato.

Ufficialmente la registrazione di “Dangerous” è iniziata nel giugno ’90, tuttavia già un anno prima s’era parlato d’un album chiamato “Decade”, un doppio che avrebbe dovuto contenere sia hit storiche che nuove canzoni, le prime dai tempi di “Bad” (1987). Il progetto saltò (anche se il concetto di base fu ripescato cinque anni dopo, con “HIStory”) ma Michael partì comunque da quei nuovi brani per realizzare “Dangerous”. Troviamo un assaggio di quelle prime incisioni in “The Ultimate Collection”, cofanetto edito dalla Sony nel 2004: l’inedita Monkey Business e una primitiva – ma interessantissima – versione della stessa Dangerous mostrano uno Jackson di transizione fra gli anni Ottanta che volgevano al termine e i Novanta che stavano per cominciare.

Fu proprio pensando agli anni Novanta, al supporto fonografico che in quel decennio avrebbe soppiantato il vinile, ovvero il compact disc, che “Dangerous” venne concepito. La capienza massima d’un ciddì era di settantasette minuti? Beh, allora Michael l’avrebbe sfruttata appieno, proponendoci un corposo disco da quattordici brani che potevano permettersi il lusso di estendersi in durata fin quando l’autore avesse voluto. Per mettere in pratica i suoi propositi e per dare alle canzoni il massimo della contemporaneità, Michael fece coraggiosamente a meno di Quincy Jones (col quale collaborava fin dal 1978), preferendo avvalersi di due giovani produttori, Bill Bottrell e Teddy Riley. Il risultato è musicalmente incredibile e tuttora impressionante: un avanzato mix di funk, pop, rap, dance, ballate, rock, elettronica e sampling che avrebbe contribuito enormemente a riscrivere i codici della musica leggera.

“Dangerous” offre ritmiche funky a volontà fin dall’iniziale Jam, e poi con le successive Why You Wanna Trip On Me, In The Closet e She Drives Me Wild, mentre con Remember The Time torna a suoni pop più ortodossi, in quella che resta una delle mie canzoni preferite. Al funk ipnotico di Can’t Let Her Get Away si contrappone la grande ballata di Heal The World, una delle pietre miliari del canzoniere jacksoniano, assieme alla successiva Black Or White, edita come singolo apripista. Segue la tenebrosa ma suadente Who Is It, dove il nostro canta alcune parti col registro più basso della sua voce. Impreziosita dalla chitarra di Slash dei Guns N’ Roses, ecco Give In To Me, una rock-ballad da brividi. Segue quindi il pop un po’ spiritual e un po’ tribale di Will You Be There, altro brano famoso (e controverso), seguìto a sua volta dal pop-gospel di Keep The Faith. Dopo la toccante Gone To Soon, che tristemente può riferirsi anche allo stesso Michael, il finale dell’album è affidato a Dangerous: tutt’altra cosa rispetto alla versione già citata sopra, qui siamo in presenza d’un funk secco e notturno, alquanto robotico, per una canzone di forte impatto.

Differenziandosi parecchio dal precedente “Bad” e mostrandoci un Michael Jackson finalmente adulto, “Dangerous” è la chiara fonte d’ispirazione per tutto ciò che il cantante ha pubblicato da quel momento in poi. Insomma, si tratta d’un autentico spartiacque nella carriera del nostro. Sarebbe stato comunque difficile per Michael Jackson ripersi dopo una trilogia di album così strabilianti – “Thriller”, “Bad” e “Dangerous”, pieni di canzoni che sono entrate nella storia – e i suoi successivi guai giudiziari ne hanno minato la credibilità come uomo ma certamente non hanno intaccato la sua immensa eredità artistica.

-Mat

(originariamente pubblicato il 18 gennaio 2010)

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Guns N’ Roses, “Chinese Democracy”, 2008

guns-n-roses-chinese-democracy-immagine-pubblica-blogDopo ripetuti ascolti & lunghe meditazioni, sono finalmente pronto a scrivere su questo blog d’un disco che attendevo da anni. Premetto che è davvero un’impresa rischiosa recensire in pochi minuti un album ideato e registrato in dieci lunghi anni. Eppure, quando la maggior parte degli appassionati (fra cui il sottoscritto) pensava che questo disco fosse soltanto una chimera da parte d’un capriccioso divo del rock, ecco che nel novembre del 2008 questo album così atteso fa la sua comparsa nelle rivendite.

Stiamo parlando di “Chinese Democracy”, il quinto album da studio dei Guns N’ Roses, che giunge a quindici anni dal precedente “The Spaghetti Incident?”, il quale, peraltro, è un album di sole cover. Tuttavia, dopo tutto questo tempo, la stessa formazione dei Guns è cambiata innumerevoli volte, tanto che già a fine anni Novanta era il solo Axl Rose a condurre il gruppo, dopo aver fatto piazza pulita degli altri componenti originali. Gli è rimasto accanto il solo Dizzy Reed (entrato in pianta stabile nella formazione dei Guns N’ Roses durante le registrazioni di “Use Your Illusion”), mentre gli altri componenti hanno dato vita ad altri progetti, il più fortunato dei quali è di sicuro quello legato ai Velvet Revolver di Slash con Scott Weiland.

E’ proprio la sola presenza di Axl Rose in “Chinese Democracy” ad aver scatenato il maggior numero di critiche attorno al progetto. In realtà, a ben vedere, sono sempre più le band che negli ultimi anni si sono riformate senza uno o più membri originali. E così, tanto per fare un esempio, se i Queen non solo hanno fatto a meno di John Deacon ma addirittura anche di Freddie Mercury, non vedo perché Axl Rose – che comunque resta l’unico titolare del marchio Guns N’ Roses – non possa dilettarsi a fare musica utilizzando quel marchio glorioso (e lucroso, diciamolo pure).

Bisogna infine considerare, e questo è un aspetto assai più interessante, che una volta ascoltato “Chinese Democracy” e paragonatolo al recente “Libertad” (l’ultimo disco dei Velver Revolver, una band che conta tre ex Guns su cinque fra le sue file, tra cui Slash) si ha la netta sensazione che se c’era un genio fra i Guns N’ Roses originali, che guidava il gruppo in una certa direzione dandogli un sound caratteristico, beh quel genio non poteva che essere Axl Rose. “Chinese Democracy” è un album curatissimo, prodotto ed arrangiato magnificamente, con una presenza massiccia di chitarra (in alcuni brani vengono addirittura accreditati cinque chitarristi!) ma non privo di sontuose partiture orchestrali e di effetti elettronici d’ogni sorta. E’ anche un album molto generoso, grazie ai suoi oltre settanta minuti di durata.

Fatta questa premessa, passiamo a vedere più da vicino le quattordici canzoni che compongono il tanto atteso e più volte rimandato “Chinese Democracy”.

1) Si parte con l’omonima Chinese Democracy, una coinvolgente e movimentata canzone hard rock, ricca di chitarre taglienti e di voci sovrapposte; un brano che pur non rinnegando lo stile più duro dei Guns fa abilmente sfoggio di sonorità moderne. Come molte altre canzoni di questo album, Chinese Democracy non era sconosciuta ai fan: Axl e compagni l’avevano infatti eseguita durante gli ultimi tour della band, ma qui il livello è decisamente superiore.

2) Il successivo Shackler’s Revenge è un teso e robotico hard rock, sulla falsariga di Oh My God, il primo brano dei Guns dell’era post-Slash a vantare una pubblicazione ufficiale, nell’ormai lontano 1999. Shackler’s Revenge si segnala per le interessanti stratificazioni multiple della voce di Axl.

3) Better resta a mio avviso il migliore dei quattordici brani di “Chinese Democracy”; anch’esso era noto ai fan, giacché circolava in rete almeno dal 2006, in una forma pressoché uguale a questa versione definitiva. Ciò non toglie che l’ascolto di Better, una dura ma al tempo stesso melodica e accattivante canzone rock, sia un’esperienza esaltante e illuminante sulle doti vocali e artistiche di Axl Rose. Ogni volta che sento Better mi prende l’irrefrenabile voglia di alzare il volume!

4) Anche la successiva Street Of Dreams era nota ai fan, giacché da tempo circolava su internet, anche se col nome The Blues. Qui abbiamo un deciso cambio d’atmosfera, rispetto ai tre ruggenti brani iniziali: siamo infatti alle prese con una magnifica ballata guidata dal piano, molto vicina allo stile dei Queen, dove Axl fa sfoggio di grande espressività emozionale.

5) Ad un primo ascolto, If The World potrebbe lasciare disorientati per quanto sia distante dal più tipico sound dei Guns N’ Roses: chitarre in stile flamenco e una strisciante base per lo più pre-progammata fanno da suadente tappeto sonoro ad una prestazione vocale condotta sul registro più alto. In realtà If The World è un’altra ottima canzone che, se pubblicizzata a dovere, potrebbe diventare anche una hit single non indifferente.

6) La maestosa There Was A Time segna l’episodio più epico di “Chinese Democracy”: lunga ballata rock, prossima ai sette minuti, è figlia di canzoni del glorioso passato dei Guns come November Rain e Civil War. Molto coinvolgente, con diversi cambi melodici e un lungo ed emozionante assolo centrale di chitarra, There Was A Time è una delle migliori realizzazioni marcate Guns N’ Roses.

7) Così come la precedente There Was A Time, anche questa Catcher In The Rye era pressoché nota ai fan nella sua versione definitiva, che vagava nella rete da alcuni anni. Tuttavia quella prima versione di Catcher In The Rye si avvaleva d’un ospite prestigioso: Brian May, lo storico chitarrista dei Queen. A quanto pare, è solo poco prima della pubblicazione ufficiale di “Chinese Democracy” che Axl ha fatto sostituire le parti strumentali di May (risalenti, si dice, al 1999!) con quelle dei suoi fidi chitarristi che compongono i redivivi Guns N’ Roses. Chi scrive è un vecchio appassionato dei Queen e questa collaborazione Rose-May avrebbe fatto la sua ulteriore felicità, tuttavia la canzone in sé resta tale e quale: una grandiosa ballata rock da stadio. Peccato per il finale, che affoga fra le troppe sovraincisioni e una cacofonia che forse Axl avrebbe potuto risparmiare per economizzare la buona idea di fondo.

8-9) Con l’arrembante Scraped torniamo a ritmi rock più furiosi: qui abbiamo un altro derivato di Oh My God per un teso hard rock interessante ma non troppo esaltante. Decisamente migliore è la successiva Riad N’ The Bedouins, sorta di moderna Immigrant Song di ledzeppeliniana memoria, questa canzone fonde piacevolmente bene la potenza del rock duro con linee melodiche ed accattivanti. Leggendo il testo, vi si può trovare qualche cenno alle dispute legali ed artistiche fra Axl Rose e i suoi ex compagni di gruppo.

10) Dolente ma al tempo stesso irresistibilmente epica, Sorry ci riporta sul campo delle ballate, con una canzone degna dei fasti di Don’t Cry. Al brano partecipa anche Sebastian Bach, la voce degli Skid Row, ma la sua presenza è francamente inutile in quanto Axl risplende in tutto il suo carisma.

11-12) Il paranoico lamento di I.R.S. è forse l’unica idea modesta di “Chinese Democracy”: non che sia una brutta canzone, ma la sua lagnosità e i suoi monotoni cambi d’atmosfera non la rendono simpatica. Ben più interessante è la seguente Madagascar, che anch’essa può disarmare al primo ascolto. Axl inizia a cantare con tono sofferto su una base pre-programmata… in effetti questa è la canzone più elettronica dell’intero disco – anche grazie ad una sezione centrale ricca di voci campionate, in particolare quella di Martin Luther King – ma mentre il pezzo procede entra la tipica strumentazione rock. E’ una canzone complessa, Madagascar, che ha bisogno di qualche ascolto in più per farsi apprezzare, tutt’altra cosa rispetto alla versione dal vivo, nota ai fan, che girava in internet qualche anno fa.

13) Con This I Love siamo alle prese con l’ultima ballata proposta in questo disco… ma che ballata! Fra le cose più appassionate e struggenti mai pubblicate a nome Guns N’ Roses, questa canzone è la testimonianza lampante della maturità artistica raggiunta da Axl Rose (che firma questa gemma da solo) e del suo talento di autore raffinato. This I Love è fra i principali motivi che dovrebbero giustificare i soldi spesi per l’acquisto di “Chinese Democracy”.

14) La conclusiva Prostitute è un altro brano molto interessante: per metà ballata, per metà rock, con innesti di pop pre-programmato ma anche di musica sinfonica. Molto bella tutta la parte vocale di Axl, che, partendo da un tono pacato e quasi commosso, si fa più dura e incisiva in prossimità dei ritornelli. Infine, la frase ‘ask yourself why I would prostitute myself to live with fortune and shame’ dovrebbe spiegare da sola perché Axl si è preso tutto questo tempo per pubblicare quest’album così ambizioso e complesso.

Un album che, pur essendo ambizioso, non è certamente quel capolavoro che ci si poteva attendere dopo questa lunga gestazione. No, forse “Chinese Democracy” non sarà mai ricordato come un capolavoro ma come un ottimo disco di moderno rock sì. E in questo Axl Rose non avrebbe potuto fare francamente di meglio; non solo ha dimostrato una grande maturità artistica ma, se ce ne fosse ancora bisogno, ha testimoniato ancora una volta la sua eccezionale versatilità canora. La musica di oggi ha ancora bisogno d’un personaggio come Axl Rose, con o senza Slash e gli altri. Bentornato!

– Mat

Michael Jackson

(FILES) US pop star and entertainer MichNon l’ho mai negato e non devo certo vergognarmene: a me Michael Jackson è sempre piaciuto. Voglio dire, la sua musica e il suo innegabile talento visionario. Per me, Michael rimane un personaggio legato all’infanzia, agli anni Ottanta, quando rimanevo incantato davanti alla tivù nel vedere i suoi celebri videoclip: Thriller, Beat It, Billie Jean, Dirty Diana, Bad, Smooth Criminal e altri. Però è stato nei Novanta che ho iniziato a comprare i suoi dischi, anche se in quel periodo m’è un po’ crollato il mito per via dei tanti scandali – veri o presunti – che hanno accompagnato il nostro fino a poco tempo fa.

Personaggio fra i più eccentrici, carismatici e controversi che la dorata industria del pop-rock abbia mai proposto al grande pubblico, Michael Jackson s’è conquistato nello spazio di pochi anni, e con una manciata di album, un posto di diritto nella storia della musica ma anche del costume e della cultura, influenzando e stregando più d’una generazione. Insomma, piaccia o meno, la presenza di Michael Jackson fa parte del nostro vissuto quotidiano e ci vorrà un bel po’ di tempo prima di poterci scordare di lui.

La storia artistica di Michael Joseph Jackson, nato in Indiana (USA) nel 1958, parte veramente da lontano, quasi quanto la sua stessa vita biologica: infatti a cinque anni già canta nei Jackson 5, un gruppo perlopiù vocale composto da altri quattro fratelli, che entro pochi anni inizierà ad incidere per una major discografica, la celeberrima e prestigiosa Motown.

Il nostro è un autentico bambino prodigio, canta, balla e dà spettacolo che è una meraviglia e in breve tempo cresce anche la sua consapevolezza d’artista: sarà proprio lui, a metà anni Settanta, a volersi slegare dalla Motown perché sentiva il bisogno di svincolarsi dalle imposizioni di manager e produttori. E così, a parte il fratello Jermaine Jackson (sentimentalmente legato alla figlia di Barry Gordy, boss della Motown), i Jackson passano alla Columbia (in seguito acquistata dalla potente Sony), aggiungono un altro fratello, Randy, e l’avventura riparte sotto il nome di The Jacksons.

L’avventura discografica dei Jacksons proseguirà fra enormi successi fino al 1984, quando i sei figli maschi di casa Jackson (ve ne sono altri tre di figli, tre femmine, fra cui la famosa Janet) pubblicheranno l’album “Victory” e ne celebreranno i fasti con un imponente tour mondiale. Nel frattempo Michael ha avuto modo d’oscurare non solo i suoi fratelli ma anche ogni altra star musicale del tempo, grazie allo straordinario successo di “Thriller” (1982), tuttora l’album più venduto di sempre. Ma, a ben vedere, già nel 1979, con l’uscita del suo album solista “Off The Wall”, il nostro ottiene uno strepitoso successo di critica e pubblico (l’album vende dieci milioni di copie in tutto il mondo, mica noccioline…), imponendosi con due grandiosi singoli danzerecci, Rock With You e Don’t Stop ‘Til You Get Enough, e una toccante ballata, She’s Out Of My Life.

Nel corso degli Ottanta, dopo il successo planetario di “Thriller”, Michael Jackson diventa quel re del pop che tuttora molti ricordano come tale, pubblicando l’album “Bad” (1987) e singoli famosi come The Way You Make Me Feel, Man In The Mirror, Bad, Dirty Diana e Smooth Criminal. Inoltre, scrive con Lionel Richie la famosissima We Are The World per un imponente progetto benefico al quale prendono parte le maggior stelle del pop-rock americano del periodo.
Diversi videoclip di Michael figurano celebrità hollywoodiane quali John Landis, Martin Scorsese, Dan Aykroyd e Eddie Murphy, e lui stesso avrà modo di cimentarsi occasionalmente col cinema, in particolare col film musicale di “Moonwalker” (1988).
Impressionante anche la lista di chi, nel corso degli anni, ha suonato e cantato al suo fianco: Stevie Wonder, Paul McCartney, Freddie Mercury, Diana Ross, Barry Gibb, Mick Jagger, i Toto, Quincy Jones, Slash, Eddie Van Halen, Steve Stevens e altri ancora.

Arrivano gli anni Novanta e per Michael Jackson arrivano anche altri successi, come testimoniato dall’album “Dangerous” (1991) e dai suoi singoli estratti: Black Or White, Heal The World, Remember The Time, Jam e In The Closet sono tutti scalatori di classifiche internazionali. Tuttavia sarà proprio a cavallo degli Ottanta e dei Novanta che il grande pubblico prende più a chiacchierare della vita privata di Michael che della sua carriera artistica: il cantante, infatti, si è sottoposto a svariati interventi chirugici ed estetici, che, di fatto, l’hanno trasformato in un altro. Il suo nome figurerà così più sui tabloid scandalistici che sulle riviste musicali, grazie ad una serie di manie, fobie e stranezze che Michael manifesterebbe in privato e talvolta anche in pubblico.

Nel 1993, infine, la botta finale: Jackson viene accusato e processato per molestie a minori. Processi che si ripeteranno altre volte fino ad anni recenti, con grande attenzione mediatica in tutto il mondo. Qualcosa di vero deve pur esserci ma una colpevolezza effettivamente provata non s’è mai prodotta… per quanto mi riguarda, mi rifiuto di credere che uno come Michael Jackson – che tuttora resta la stella della musica che più ha donato in beneficenza – ha violentato un solo bambino.

Nel frattempo la sua musica va avanti, anche se la sua immagine, e quindi la sua credibilità, sono notevolmente compromesse: nel 1995, dopo un chiacchieratissimo matrimonio (durato poco più di un anno) con Lisa Marie Presley, la figlia del celeberrimo Elvis, Michael pubblica il doppio “HIStory”, metà raccolta antologica e metà nuovo album, che riscuote dappertutto un enorme successo. Non così potrà dirsi di “Invincible” (2001) che, dopo l’ottimo singolo You Rock My World, non farà più parlare di sè, divenendo quindi il primo vero flop di Jackson. Seguirà quindi una marea imbarazzante di raccolte e ristampe curate dalla Sony che dura tuttora.

Nel 2009 Michael dovrebbe pubblicare un atteso nuovo album, supportandolo con un tour a suo nome e, forse, con un altro come componente dei redivivi Jacksons. Staremo a vedere… era quello che avevo scritto in quel tardo pomeriggio di novembre, mentre ora, ad agosto, la realtà è ben diversa. Purtroppo. Non sono riuscito ad aggiornare questo post, non ne ho voglia. Ci riproverò in futuro.

– Mat

(ultimo aggiornamento: 20 agosto 2009)

Guns N’ Roses, “Use Your Illusion II”, 1991

guns-n-roses-use-your-illusion-iiDopo aver dato alle stampe il loro primo album, il fortunato & celebrato “Appetite For Destruction” (1987), i Guns N’ Roses tornarono in studio per dargli un degno seguito. Ma le cose andarono inaspettatamente per le lunghe, sia a causa dei noti problemi di droga e sia a causa delle tensioni fra i membri dell’irrequieta band americana; ma anche per un’indiscutibile maturazione artistica dei Guns che, partiti da un robusto ma poco innovativo hard rock, iniziarono a cimentarsi con il punk, le ballate, dei lunghi brani in stile progressive, ma anche blues, country e cover di lusso, oltre che ovviamente rock duro & puro. Il tutto introducendo in studio una serie di strumenti che non s’erano sentiti in “Appetite For Destruction”, ingaggiando un nuovo batterista, ovvero il tosto Matt Sorum dei Cult (quello originario dei Guns, Steven Adler, partecipò comunque ad alcune sedute), più un sesto componente di fatto, ovvero il tastierista/polistrumentista Dizzy Reed, oltre che una serie di preziosi collaboratori, sia in veste di coautori di canzoni che in veste di musicisti/cantanti. Insomma, una formazione dei Guns N’ Roses molto allargata a partire dagli ‘storici’ Axl Rose, Izzy Stradlin’, Slash e Duff McKagan.

Tutto questo trambusto risultò esplosivamente positivo e se i fan e gli ammiratori dei Guns N’ Roses dovettero attendere quattro anni per mettere le mani sul secondo album della band, furono però ricompensati di tanta attesa con un doppio appuntamento, ovvero i due volumi del seguito di “Appetite For Destruction”, “Use Your Illusion I” e “Use Your Illusion II”, pubblicati in simultanea nel 1991 e volati, rispettivamente, al 2° e al 1° posto della classifica americana degli album. Sono due corposi dischi della durata di settantaminuteppassa ciascuno, per un totale di trenta brani. Qui ne vediamo brevemente gli ultimi quattordici, cioè l’intero album “Use Your Illusion II” (che detto fra noi è l’album che preferisco fra i due volumi).

1) Si comincia con uno dei brani più imponenti ed epici dei Guns N’ Roses, la grandiosa ballata rock di Civil War: con una durata prossima agli otto minuti, Civil War ci offre un’eccellente prova vocale da parte di Axl, magnifici assoli di Slash (comunque tutte le parti di chitarra qui sono sue) ed un finale accelerato che testimonia ancora una volta la grande versatilità raggiunta da questa band in così pochi anni di carriera. Il copyright di Civil War è datato 1990 e non a caso è l’unico brano pubblicato nel progetto “Use Your Illusion” ad avvalersi di Steven Adler, sbattuto fuori durante le sedute d’incisione per via della sua debilitante tossicodipendenza.

2-3) Se in Civil War non abbiamo tracce di Izzy Stradlin’, nella successiva 14 Years ce lo ritroviamo alla chitarra ritmica e alla voce solista, con Axl relegato ai cori e al piano. Per il resto, 14 Years è una buona canzone di rock vivace e stradaiolo. Yesterdays è invece un brano molto disteso e melodico: non esattamente una ballata ma quasi, con passaggi ariosi sia per quanto riguarda le parti vocali che per quelle chitarristiche.

4) A seguire troviamo la celeberrima cover di Knockin’ On Heaven’s Door, fra i pezzi più popolari dei Guns N’ Roses. Ho sempre preferito la versione originale, quella ben più minimale di Bob Dylan, tuttavia questa maestosa reinterpretazione gunsiana è molto spettacolare e praticamente suona come se fosse una composizione degli stessi Guns.

5) La successiva Get In The Ring suona in tutta evidenza come un pezzo live: probabilmente è stata ritoccata in studio, tuttavia questo rock tirato offre un reale coinvolgimento col pubblico contro tutti i detrattori della band americana (gli insulti, sia da parte di Axl che di Duff – che spesso qui cantano all’unisono – si sprecano).

6-7) A dispetto del titolo, Shotgun Blues è un’altra sortita dei nostri in ambiti sonori più punkeggianti. Per quanto mi riguarda, non trovo niente d’eccezionale in Shotgun Blues, anche se suona inconfondibilmente come una potente canzone dei Guns N’ Roses. Più blueseggiante (almeno in certe sezioni) è proprio la successiva Breakdown, una lunga canzone rock, sostenuta ma mai troppo aggressiva. Non male ma niente di speciale, ad essere sinceri.

8) Ben più coinvolgente è il brano che segue, Pretty Tied Up, introdotto da un insolito sitar. Musicalmente si tratta d’un altro bel rock stradaiolo, mentre il testo affronta alcuni aspetti dell’essere una decadente rockstar.

9) Di livello decisamente superiore è invece Locomotive, lungo brano firmato dal duo Rose/Slash. Caratteristica saliente di questo pezzo medio-veloce sono le avvolgenti parti di chitarra, sia soliste che ritmiche, tutte comunque suonate da Slash. Altra ideale colonna sonora per un viaggio in auto (ma anche per una corsa in treno, a giudicare dal titolo), Locomotive è uno dei pezzi migliori fra quelli inclusi nel progetto “Use Your Illusion”.

10) Scritta dal solo Duff McKagan – che canta pure diverse sezioni soliste – e dedicata a Johnny Thunders, So Fine è una deliziosa ballata rock unita ad una sezione più veloce col piano in evidenza, col tutto che ricorda ancora una volta le tipiche sonorità dei Queen, una band che viene comunque ringraziata nelle note interne ai libretti.

11) Coi suoi nove minuti e venti, Estranged è la canzone più lunga e ambiziosa presente su “Use Your Illusion II”, quasi l’equivalente di November Rain su “Use Your Illusion I”: si tratta comunque d’un eccezionale brano di rock progressive, composto dal solo Axl Rose e stilisticamente debitore dei più famosi gruppi rock inglesi degli anni Settanta, Led Zeppelin in primis.

12) Pubblicato come primo estratto dell’intero progetto “Use Your Illusion”, You Could Be Mine si segnala come uno dei pezzi più tosti e coinvolgenti mai proposti dai Guns. All’epoca anticipata nella colonna sonora del film “Terminator 2”, You Could Be Mine è una trascinante e potente cavalcata hard rock, caratterizzata da splendide parti di chitarra (una solista e ben due ritmiche) e da una grandissima prova vocale da parte di Axl, col tutto sorretto magistralmente dalla batteria di Matt. Fra i miei pezzi rock preferiti, la massiccia You Could Be Mine!

13) A seguire abbiamo una versione alternativa della stessa Don’t Cry presente in “Use Your Illusion I”, soltanto che Axl ricanta parte del testo (in pratica tutto tranne i ritornelli). Per il resto è la stessa magnifica ballata che abbiamo già visto nel primo volume.

14) Più che una canzone dei Guns, la conclusiva My World è un’escursione estemporanea del solo Axl Rose in territori rap e industrial. In effetti non c’entra nulla col resto dell’album che abbiamo appena visto, tuttavia il cantante ha il buon gusto di farla durare poco più d’un minuto, dilettandosi con l’amico Johann Langlie a suonare tastiere, batteria e campionamenti vari.

– Mat

Michael Jackson, “HIStory”, 1995

michael-jackson-history-immagine-pubblicaMi è sempre piaciuto Michael Jackson e, per quanto riguarda la sua smerdata vita privata, ho sempre provato il più grande disinteresse. Piaccia o no, nessuno può negare che Michael è un grandissimo professionista ed un abile uomo di spettacolo, che possiede una delle voci più belle che si siano mai sentite, che è uno strepitoso ballerino e che ha realizzato alcune delle canzoni più divertenti e coinvolgenti che siano mai state registrate. Senza contare, infine, che con la sua arte, Michael Jackson ha pesantemente influenzato il corso della musica moderna.

Fatta questa premessa, passo a recensire quello che è l’album multiplo più venduto della storia, vale a dire”HIStory”, edito dalla Sony nel 1995: una raccolta di quindici successi solisti del periodo ’79-’91 ed un nuovo album, composto anch’esso da quindici canzoni.

1) “HIStory Begins”, il primo ciddì, comincia subito alla grande, con quella che è forse la migliore canzone di Michael Jackson, cioé Billie Jean, tratta dal celeberrimo album “Thriller” (1982). Mi vergogno quasi a recensirla perché è strafamosa… comunque Billie Jean è un’eccellente fusione di ritmi pop e funk, con un’atmosfera leggermente notturna, felpata e carica di mistero, forte d’un ritornello assolutamente memorabile.

2-3) Segue un’altra canzone ben nota, The Way You Make Me Feel, tratta dall’album “Bad” (1987): un’irresistibile cavalcata pop con un ritmo che, nonostante il suo essere sintetico, conserva tutto l’innato calore della musica nera. Poi è la volta del primo singolo estratto dall’album “Dangerous” (1991), vale a dire Black Or White: fusione di stili quali rock, pop e rap, questa leggera canzone rivela ad un attento ascolto diversi piani di lettura sonora.

4-5) Segue il brano migliore tratto dall’album “Off The Wall” (1979), il contagioso disco-funk di Rock With You, a mio avviso una delle migliori canzoni mai proposte dal nostro. Le fa seguito un’altra selezione da “Off The Wall”, la delicata e struggente She’s Out Of My Life, una malinconica e minimale ballata, con Michael che si prodiga in un canto molto commovente.

6-7) Il sentimentalismo viene però spazzato dall’incalzante ritmo d’un altro pezzo strafamoso, Bad, tratto dall’album omonimo: anche qui, alzi la mano chi non conosce questo tirato brano pop-funk. Segue un’altra canzone estratta da “Bad”, la splendida I Just Can’t Stop Loving You, arcinota ballata che vede il nostro duettare con Siedah Garrett, sua collaboratrice in quel periodo.

8-9) Ancora una canzone presa da “Bad”, ancora una delle mie preferite, Man In The Mirror: un brano dall’atmosfera straordinaria, con Michael che ci regala una prestazione vocale da brividi… il finale del pezzo, poi, col suo intenso gospel, è assai emozionante. Segue un’altra famosissima canzone, la danzereccia Thriller, tratta ovviamente dall’album omonimo: anche qui, chi è che non se la ricorda… anche nel video, con il nostro che ballava attorniato dagli zombi? Da antologia il rap orrorifico eseguito dall’attore Vincent Price, con tanto di diabolica risata finale.

10-11) Altri due estratti da “Thriller” in sequenza: il primo è quel fantastico connubio fra pop e rock che è Beat It, i cui ritmo & melodia indimenticabili, impreziositi dall’assolo chitarristico di Eddie Van Halen, fanno di questa canzone uno dei vertici artistici di Michael Jackson. Il secondo è The Girl Is Mine, un divertente e divertito duetto col mitico Paul McCartney. Ho sempre trovato deliziosa The Girl Is Mine e il fatto che sia cantata da due degli artisti che più apprezzo me la rende ancora più piacevole.

12-13) Ecco sopraggiungere il ritmo campionato di Remember The Time, tanto secco quanto avvolgente: questa canzone è sempre stata la mia preferita fra quelle contenute nell’album “Dangerous”. Altro classico, stavolta un classico disco, con Don’t Stop ‘Til You Get Enough, tratta da “Off The Wall”: un chiaro invito a ballare che sembra rubato da Michael ai suoi fratelli, The Jacksons. E’ una bella canzone Don’t Stop, dove il nostro canta perlopiù in falsetto, anche se forse è un po’ troppo estesa per un ascolto al di fuori d’una pista da ballo.

14) Le fa seguito un altro numero danzereccio, Wanna Be Startin’ Something, che è il brano d’apertura di “Thriller”: un po’ troppo ripetitivo e dal suono breakdance irrimediabilmente datato (la voce di Michael è però al top), Wanne Be è comunque un brano divertente, cavallo di battaglia negli spettacoli dal vivo del nostro.

15) Chiude questa entusiasmante carrellata nel passato musicale di Michael Jackson una splendida ballata guidata dalla chitarra acustica, Heal The World: probabilmente il brano più apprezzato dell’album “Dangerous”, questa è un’altra di quelle strafamose canzoni che caratterizzano la storia artistica di Jackson… inutile recensirla più di tanto!

16) Ed ora passiamo al secondo ciddì, chiamato appropriatamente “HIStory Continues”, che costituisce in pratica il quarto album solista del Michael Jackson adulto. Si parte col selvaggio pop-funk di Scream, un duetto del nostro con la sorella Janet Jackson: primo singolo estratto da “HIStory”, la canzone è una dura accusa a tutti coloro che (a torto o a ragione questo non lo so) hanno tormentato la vita privata di Michael. Scream è comunque interesante per la tessitura sonora che la forma: diversi elementi campionati fanno di questo pezzo qualcosa che va ben oltre la semplice canzonetta R ‘n’ B di turno.

17-18) Segue un altro singolo, la scarna e percussiva They Don’t Care About Us: è forse l’ultimo vero grande singolo proposto finora da Michael Jackson, accompagnato da un videoclip altrettanto potente. Poi troviamo finalmente una canzone più delicata, l’atmosferica Stranger In Moscow, anch’essa edita come singolo, dove la morbida voce cantilenante di Michael ritrova tutta la sua dimensione.

19) I ritmi più duramente funky tornano a marcare con la successiva This Time Around, dove Michael riadotta uno stile vocale più serrato ed arrabbiato. Lo supporta, a metà del pezzo, il rap di Notorious B.I.G. (che di lì a poco verrà assassinato), mentre il ritornello alquanto corale si segnala come uno dei più coinvolgenti di questa seconda parte dell’album.

20-21) Segue un altro singolo estratto da questo monumentale progetto, l’ambientalistica Earth Song: si tratta d’una potente ballata che ha qualche reminiscenza di Man In The Mirror… è un brano che tuttavia mi è sempre piaciuto poco. Si ritorna alle sonorità più funky con la secca D.S., altro interessante crossover fra musica nera e rock, grazie alla partecipazione di Slash, a quel tempo ai suoi ultimi giorni nei Guns N’ Roses.

22-23) Ancora funk, sebbene dai toni più morbidi, con la successiva Money, dove il canto di Michael si districa agevolmente fra più tonalità. Poi è la volta di Come Together, nota canzone dei Beatles che il nostro aveva già proposto nella colonna sonora del film “Moonwalker” (1988): è una cover pregevole che vede un Jackson perfettamente a suo agio.

24-25) Segue la romantica You Are Not Alone, scritta da R.Kelly ed edita anch’essa come singolo. A mio avviso è una delle migliori ballate di Michael Jackson e, non so perché, mi sembra un perfetto tema natalizio; da segnalare, comunque, la grande performance vocale del nostro su questo pezzo. Segue a sua volta la commovente Childhood, presente anche nella colonna sonora del film “Free Willy 2”: fanno riflettere le parole di questa delicata ballata, scritta da Michael stesso… ‘hai mai visto la mia infanzia?’… ‘prima di giudicarmi prova ad amarmi’… Non aggiungo nulla.

26-27) Successivamente troviamo un’altra accusa di Michael contro i suoi detrattori, stavolta quelli della carta stampata, con un pezzo intitolato appropriatamente Tabloid Junkie: addirittura il nostro campiona alcuni spezzoni di servizi giornalistici televisivi, quali la nota leggenda che ‘il cantante Michael Jackson dorme in una camera ossigenata’ (una camera iperbarica). Musicalmente parlando, Tabloid Junkie è un’altra sortita verso la musica funk, così come la successiva 2 Bad, un pezzo teso dove ha una particina rap il noto campione di basket (almeno a quel tempo, oggi non so…) Shaquille O’Neal.

28-29-30) Chiudono il tutto tre canzoni che, per un motivo o per l’altro, non ho mai ascoltato abbastanza, ovvero, in sequenza, HIStory, Little Susie e Smile. Se quest’ultima è un tributo a Charlie Chaplin (la musica di questa lenta e gentile ballata è sua), la prima è un confuso crossover fra pop epico – con tanto di campionamento d’un lavoro di Modeste Mussorgsky – e funk tirato, Little Susie è un brano tetro e teatrale che sfrutta anch’esso (specie nella lunga introduzione) campionamenti tratti da varie fonti audio.

Spero che questo lungo excursus nella musica di Michael Jackson possa contribuire un pochino a rivalutare un grande protagonista dei nostri tempi che negli ultimi anni è stato messo in ombra dai tanti scandali che hanno costellato la sua vita.
Nota conclusiva, per i più fanatici e per quelli che, come me, vanno a leggersi la lista di tutti i musicisti coinvolti nel disco. E’ davvero imponente la mole di quelli presenti sui due cd di “HIStory”… oltre ai nomi già citati sopra, troviamo infatti: lo storico produttore Quincy Jones, i tastieristi James Ingram, David Paich, Greg Phillinganes, Steve Porcaro, Jimmy Jam, Terry Lewis (questi ultimi due sono anche dei celebri produttori) e Glen Ballard, i chitarristi Steve Lukather, Tim Pierce, Nile Rodgers e Michael Thompson, i bassisti Louis Johnson, Nathan East e Guy Pratt, i batteristi Jeff Porcaro, Omar Hakim e Steve Ferrone, il percussionista Paulinho Da Costa e i fiatisti Jerry Hey e Larry Williams.

– Mat

Guns N’ Roses, “Oh My God”, 1999

guns-n-rose-oh-my-god-singolo-colonna-sonoraOh My God è la prima canzone ufficialmente pubblicata dai Guns N’ Roses dell’era post-Slash. Originariamente pensata per l’album “Chinese Democracy”, Oh My God è invece finita sulla colonna sonora del film “End Of Days” (1999), un discreto action-horror con un irriducibile Arnold Schwartzenegger come attore protagonista.

Fondendo elementi hard rock con sonorità industrial e jungle, Oh My God è un brano nervoso e tirato che si discosta notevolmente dal sound abituale dei Guns.

Riconoscibilissima, comunque, la voce dell’unico componente storico della band, il cantante Axl Rose, mentre fra i chitarristi figura Dave Navarro, ex membro dei Jane’s Addiction e dei Red Hot Chili Peppers.

Forse ai fan storici dei Guns N’ Roses questa Oh My God non sarà piaciuta… ma a me sì. Dimostra come Axl Rose sia un artista che non ha il timore di sperimentare sonorità nuove, pur mantenendo integro lo stile delle sue creazioni.

– Mat

Guns N’ Roses

guns-n-roses-immagine-pubblica-blogHo sempre considerato i Guns N’ Roses come i cuginetti sporchi e cattivi dei Queen. Del resto il cantante della band californiana, Axl Rose, è un fan dichiarato dei Queen, tanto che nell’aprile ’92 i Guns N’ Roses hanno partecipato al Freddie Mercury Tribute allo stadio di Wembley. Nel 2006, inoltre, parlando di quel famigerato “Chinese Democracy” che sembrava non dovesse mai vedere la luce, Axl ha dichiarato che alcune sonorità del disco ricordano i Queen; inoltre parte del lavoro è stata prodotta da Roy Thomas Baker, geniale produttore dei Queen negli anni Settanta, mentre lo stesso Brian May – il chitarrista della band inglese – ha suonato in alcune nuove (?) canzoni dei redivivi Guns.

Iniziamo però dal principio, in California, a metà degli anni Ottanta, quando dalla fusione di due gruppi, gli Hollywood Rose e i L.A. Guns, nascono i Guns N’ Roses. Se questo nuovo nome fonde quelli precedenti dei due gruppi, il nome Guns N’ Roses riassume perfettamente anche la formula musicale della band: un suono duro, potente, ma al tempo stesso romantico e melodico.
Nel corso degli anni, la formazione dei GNR ha subìto diversi cambiamenti ma i quattro membri originali hanno sempre fatto la differenza e creato uno stile inconfondibile: il chitarrista Slash (quello con l’immancabile cilindro nero in testa), il chitarrista e cantante Izzy Stradlin’, il bassista Duff McKagan e quindi Axl Rose.

Se escludiamo gli EP, i live e le compilation, i Guns N’ Roses ci hanno lasciato solamente quattro album: il primo, pubblicato nel 1987, è “Appetite For Destruction”, uno dei dischi hard rock più venduti ed osannati di tutti i tempi. Contiene brani famosi come Sweet Child Of Mine, Paradise City e Welcome To The Jungle, che è anche il primo singolo dei Guns.

Nel frattempo i nostri hanno modo di rivelare tutto il loro talento anche nelle performance dal vivo, diventando in breve tempo delle autentiche rockstar internazionali. Ma le vite a dir poco turbolenti dei vari membri dei Guns N’ Roses e le forti personalità interne alla band hanno fatto in modo che i lavori in studio siano discontinui e prolungati nel tempo. E così il nuovo album del gruppo, “Use Your Illusion”, vede la luce solo nel 1991, anche se suddiviso in due dischi distinti, “UYI I” e “UYI II”. Entrambi i lavori contengono brani da favola, come Don’t Cry (una lenta da brividi), November Rain (oltre otto minuti di lunghezza, un capolavoro di canzone che sembra rubata ai Queen…), la tosta You Could Be Mine (anche nella colonna sonora di “Terminator 2”), la cover dylaniana di Knockin’ On Heaven’s Door (uscita l’anno prima come colonna sonora del film “Giorni di Tuono”), la superba Civil War, la stradaiola Dust N’ Bones, la cover di Paul McCartney, Live And Let Die, e altri brani consistenti che spediscono i due dischi rispettivamente al 2° e al 1° posto della classifica americana riservata agli album.

A fronte dello straordinario successo di vendite in tutto il mondo, le tensioni interne alla band sembrano però raggiungere un punto di rottura: durante le fasi d’incisione dei due dischi, viene cacciato il batterista Steven Adler, sostituito da Matt Sorum dei Cult, e entra un sesto componente, il tastierista Dizzy Reed. Inoltre, i due “Use Your Illusion” sono tuttora gli ultimi album dei Guns N’ Roses a contenere canzoni originali. Nel successivo capitolo, “The Spaghetti Incident?” (1993), infatti, i nostri proporranno soltanto delle cover, seppur grandiose ed eseguite col loro stile inconfondibile. Tra queste la bellissima Since I Don’t Have You (un brano doo-wop degli anni Cinquanta), la tostissima Ain’t It Fun dei Dead Boys e la stradaiola Black Leather dei Sex Pistols.

L’anno dopo, nel ’94, i Guns N’ Roses pubblicano un’altra cover, Sympathy For The Devil, uno dei brani più belli dei Rolling Stones, per la colonna sonora del film “Intervista Col Vampiro”, ma quando Slash viene a sapere che Axl ha fatto sostituire alcune sue parti di chitarra con quelle suonate da un suo amico, Slash se ne va mettendo quindi fine alla storia dei Guns N’ Roses. O almeno così pare… nel ’95 la band prova a tornare in studio ma i rapporti sono ormai deterioratissimi e Slash preferisce utilizzare le nuove canzoni (o almeno quelle che aveva scritto lui) per una sua nuova band, Slash’s Snakepit, che pubblicherà due album nel corso degli anni Novanta.

I Guns come gruppo sembrano finiti ma nel 1997 Axl Rose, ormai il solo membro originale rimasto, nonché titolare legale del nome Guns N’ Roses, resuscita la band con nuovi musicisti e torna in studio per incidere un nuovo disco. Si tratta di quel benedetto “Chinese Democracy” di cui sopra, più volte rimandato e infine edito nel novembre 2008. Unica nuova uscita precendente, nel 1999, quando una nuova canzone, l’aggressiva Oh My God, viene inclusa nell’ennesima colonna sonora, “End Of Days”, un film con Arnold Schwartzenegger.

Axl, sempre a nome Guns N’ Roses, continua a fare tour (è stato anche a Milano nell’estate del 2006) mentre tre Guns ‘storici’, ovvero Slash, Duff e Matt Sorum hanno dato vita ai Velvet Revolver con Scott Weiland dei disciolti Stone Temple Pilots.
Checché se ne dica, i Guns N’ Roses hanno rappresentato nel bene e nel male l’ultimo vero grande gruppo rock. Dopo di loro ci sono stati i Nirvana… ma questa è un’altra storia.

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