Notiziole musicali #6

Sting e ShaggyNon compro un disco dallo scorso 1° dicembre. E questa, secondo me, è già una notizia. Un po’ inquietante, per i miei standard, ma conto di rifarmi presto, al massimo entro marzo. Il 23 di quel mese, infatti, sarà disponibile il sesto capitolo della “Bootleg Series” che la Sony ha dedicato e sta dedicando a Miles Davis. Si tratta d’un quadruplo ciddì contenente alcuni concerti europei del 1960 che testimoniano l’ultima collaborazione dal vivo tra Miles Davis e John Coltrane. Il nuovo titolo si chiamerà appropriatamente “The Final Tour: The Bootleg Series Vol. 6” e, sebbene contenga del materiale già precedentemente disponibile, c’è da credere che offrirà una qualità audio notevolmente superiore a quanto finora già ascoltato di quelle leggendarie esibizioni.

Insomma, il 23 marzo non è molto lontano, considerando inoltre che meno di un mese dopo, e precisamente il 21 aprile, sarà la volta del Record Store Day 2018. Ecco, diciamo che mi sto tenendo buono per questi due succosi appuntamenti. Nel frattempo, la produzione di “Bohemian Rhapsody“, il tanto atteso biopic sui Queen del quale si parla ormai da oltre un decennio, ha avuto modo di licenziare il regista Bryan Singer e di sostituirlo con Dexter Fletcher. Se del primo sapevo poco, del secondo so ancora meno; resto comunque ancora incuriosito da questo film, che dovrebbe debuttare nelle sale a dicembre.

Un’altra notizia che mi pare interessante è quella del ritorno degli Smashing Pumpkins, al lavoro su un nuovo album assieme al celebre (e celebrato) produttore Rick Rubin. Stavolta è della partita anche il chitarrista originario della band americana, James Iha, per cui potremmo davvero sentirne delle belle. Chissà. Intanto, anche Sting è tornato in studio negli scorsi mesi, pronto per dare probabilmente un seguito all’album “57th & 9th” del 2016. Tra i suoi collaboratori, oltre al produttore Martin Kierszenbaum, ci sarà anche Shaggy… ricordate, quello di Boombastic? Sting e Shaggy (nella foto) che, fra l’altro, si esibiranno prossimamente nel corso del Festival di Sanremo.

Nel frattempo, Roger Waters ha annunciato che ad aprire il suo concerto che terrà a Hyde Park (Londra), il prossimo 6 luglio, ci sarà anche Richard Ashcroft. L’ex Pink Floyd e l’ex The Verve… due dei miei cantanti/musicisti preferiti. Mi farebbe davvero piacere vederli assieme per uno o due brani. Chissà anche in questo caso. Ci terremo aggiornati.

-Matteo Aceto

The Smashing Pumpkins, “Mellon Collie And The Infinite Sadness”, 1995

Smashing Pumpkins Mellon CollieProbabilmente, alla generazione prima della mia, il nome The Smashing Pumpkins non dirà molto, così come quasi sicuramente, alla generazione successiva alla mia, quello stesso nome risulterà pressoché sconosciuto. Gli Smashing Pumpkins sono stati infatti un fenomeno generazionale, segnando indelebilmente la colonna sonora di chi come me negli anni Novanta era un adolescente, o comunque un ragazzo sotto ai trent’anni.

Non sono mai stato un fan della band di Billy Corgan, tuttavia conoscevo diverse persone tra amici e compagni di classe che amavano questi Smashing Pumpkins. Per quelli della mia generazione, di fatto, era impossibile ignorarli: avevamo un po’ tutti almeno un fratello o una sorella o un cugino o un amico o un compagno di classe o un vicino di casa che andava pazzo per gli Smashing Pumpkins. Inoltre, per quelli come me che compravano regolarmente riviste musicali quali “Tutto – Musica e Spettacolo” o anche “Rockstar” era praticamente impossibile non imbattersi in articoli (spesso elogiativi) riguardanti questi tizi di Chicago. Piacessero o no, chi seguiva con interesse la musica negli anni Novanta sapeva benissimo chi fossero gli Smashing Pumpkins e che avessero fatto almeno un disco che aveva segnato indelebilmente quel confuso decennio: “Mellon Collie And The Infinite Sadness”.

Pubblicato nell’autunno ’95 sotto forma di monumentale doppio ciddì con la bellezza di ventotto canzoni, “Mellon Collie And The Infinite Sadness” acquisì subito lo status di capolavoro del rock, tant’è vero che tuttora fa bella mostra di sé nella prestigiosa (?)  lista dei 500 dischi più importanti di sempre censiti dal magazine Rolling Stone. Tanto clamore e tutti questi elogi mi portarono a un passo dall’acquisto del disco; tuttavia, all’epoca, un ciddì costava trentacinquemila lire, mentre un doppio poteva arrivare anche a settantamila. Ora non ricordo che “Mellon Collie” costasse tutti quei soldi, ma certamente – trattandosi d’un doppio – superava le cinquantamila lire, un cifra davvero molto alta per uno studentello delle superiori com’ero io a quel tempo. Passai la mano e, di fatto, persi la curiosità per gli Smashing Pumpkins; tornai ad interessarmene più concretamente nel 1998, quando la band tornò con l’album “Adore”, anticipato dal singolo Ava Adore (di cui andai subito a comprarmene una copia). Era però un altro sound, era già un’altra epoca e si trattava inoltre di un’altra band.

Se infatti “Mellon Collie And The Infinite Sadness” consacrò gli Smashing Pumpkins, al tempo stesso ne rappresentò anche quell’apogeo dopo del quale c’è l’inevitabile discesa. Finiti gli anni Novanta, insomma, ed erano finiti gli stessi Smashing Pumpkins: problemi di ego, i soliti problemi di droga (ci scappò pure un morto), defezioni e cambi di sonorità sancirono il definitivo declino della band. Band che provò a risollevarsi nel decennio successivo con nuovi dischi e nuove formazioni, senza tuttavia convincere nessuno. Questa però è un’altra storia, ed io mi sto dilungando fin troppo.

Ho comprato per la prima volta la mia bella copia di “Mellon Collie” soltanto nel 2015, giusto venti anni dopo quella prima sensazionale pubblicazione nel bel mezzo degli anni Novanta. E’ un album che, lo ammetto, non sono mai riuscito ad ascoltare per intero, cioè dalla prima alla ventottesima traccia: di solito sento il primo disco, e qualche giorno dopo vado a sentirmi anche l’altro. Non saprei dire se sia un album buono o cattivo, se sia bello o brutto, se mi piaccia oppure no; so soltanto dire che “Mellon Collie And The Infinite Sadness” rappresenta per me un disco irresistibile, contenente almeno tre canzoni – Tonight, Tonight e To Forgive e Galapogos – che ascolterei dalla mattina alla sera. Il resto dei brani, scritti quasi tutti dal solo Corgan, è un mix non sempre riuscito di dure escursioni rock e di curiosi ibridi pop. Un ascolto complessivo che mi lascia sempre meravigliato e dubbioso in egual misura. Sono stati dei grandi oppure no, questi Smashing Pumpkins? E questo che resta il loro manifesto artistico è un capolavoro di disco oppure no? L’ardua sentenza la lascio ai posteri.

-Matteo Aceto

Altre canzoni, altre citazioni musicali

Stevie Wonder Sir Duke immagine pubblicaDopo un post che riportava alcune autoreferenze musicali fra (ex) componenti d’una stessa band, ora vediamo quali brani si riferiscono – più o meno direttamente – a cantanti, gruppi o componenti di band esterne all’artista che canta e/o scrive la canzone.

Citazioni che esplicitano i Beatles si trovano in All The Young Dudes dei Mott The Hoople, Born In The 50’s dei Police, in Ready Steady Go dei Generation X e in Encore dei Red Hot Chili Peppers, mentre i Clash sfottono la beatlemania in un verso dell’ormai classica London Calling. In realtà, nel periodo in cui i Beatles erano attivi e famosi in tutto il mondo, comparvero diverse canzoni di artisti meteore che citavano i quattro per i motivi più disparati: ricordo, ad esempio, una canzone rivolta a Maureen Starkey, prima moglie di Ringo Starr, che doveva ‘trattare bene’ il batterista, ma anche una rivolta a John Lennon, che, secondo il suo autore, s’era spinto troppo oltre con la celebre sparata dei ‘Beatles più famosi di Cristo’. Anche noti artisti italiani hanno citato i Beatles, come Gianni Morandi in C’era Un Ragazzo Che Come Me… e gli Stadio in Chiedi Chi Erano i Beatles.

Alla prematura & sconvolgente morte di Lennon fanno invece riferimento Empty Garden di Elton John, Life Is Real (Song For Lennon) e Put Out The Fire dei Queen, Murder di David Gilmour, ma anche la famosa Moonlight Shadow di Mike Oldfield. John vivo & vegeto viene invece citato da David Bowie nella sua celebre Life On Mars? del 1971… Bowie che a sua volta viene citato – con Iggy Pop – in Trans Europe Express dai Kraftwerk. Esiste tuttavia una canzone chiamata proprio David Bowie, pubblicata dai Phish… che poi, a dire il vero, le citazioni riguardanti Bowie sono molte di più: uno dei più acclamati biografi di David, Nicholas Pegg, dedica alla questione un intero paragrafo nella sua notevole enciclopedia.

Anche i Rolling Stones sono stati oggetto di diverse citazioni, fra le quali le stesse C’era Un Ragazzo Che Come Me…, All The Young Dudes e Ready Steady Go viste sopra, ma anche I Go Crazy dei Queen e She’s Only 18 dei Red Hot Chili Peppers. Il solo Mick Jagger viene invece citato da David Bowie nella sua Drive In Saturday e ritratto in altre canzoni del suo “Aladdin Sane” (1973), mentre i Maroon 5 hanno addirittura creato una Moves Like Jagger.

Billy Squier ci ricorda Freddie Mercury con I Have Watched You Fly, così come ha fatto anche il nostro Peppino Di Capri in La Voce Delle Stelle, mentre a commemorare Kurt Cobain ci hanno pensato Patti Smith in About A Boy e i Cult con Sacred Life. Riferimenti a Elvis Presley si trovano in diverse canzoni di Nick Cave, così come in Angel degli Eurythmics, mentre i Dire Straits lo invocano in Calling Elvis. Nella sua God, John Lennon dice invece di non crederci più, in Elvis, così come in Bob Dylan. Dylan che viene esplicitamente citato in Song For Bob Dylan di Bowie e in Bob Dylan Blues di Syd Barrett ma che tuttavia viene sbeffeggiato in alcuni inediti lennoniani come Serve Yourself.

Citazione-omaggio per Brian Wilson dei Beach Boys da parte dei Tears For Fears in Brian Wilson Said, dove la band inglese rifà anche il verso ad alcuni tipici effetti corali dell’indimenticata surf band americana. Invece al celebre tenore Enrico Caruso hanno reso omaggio, oltre a Lucio Dalla con la struggente Caruso, anche gli inglesi Everything But The Girl con The Night I Heard Caruso Sing. Il grande Duke Ellington ci viene ricordato da Stevie Wonder con la famosa Sir Duke (nella foto in alto, la copertina del singolo), ma il pezzo più impressionante dedicato al duca è di Miles Davis che, con He Loved Him Madly, realizza uno straordinario requiem in stile fusion per il suo idolo musicale. Un altro grande artista nero, Marvin Gaye, ci viene invece malinconicamente ricordato in un successo dei Commodores, Nightshift, mentre trent’anni dopo il giovane Charlie Puth si è fatto notare con una canzone chiamata proprio Marvin Gaye.

A Jonathan Melvoin, tastierista degli Smashing Pumpkins morto d’overdose nel ’96, Prince ha dedicato la bellissima The Love We Make (Jonathan era amico di Prince, giacché questi era stato fidanzato a lungo con sua sorella, Susannah Melvoin). Invece il truce rapper The Notorius B.I.G. è stato omaggiato dalla fortunata I’ll Be Missing You, un duetto fra Puff Daddy e Faith Evans basato sulle note di Every Breath You Take dei Police.

Oltre ai ricordi dolorosi, però, ci sono anche sentimenti d’amicizia e di stima, simpatie, accuse e sfottò… ecco quindi i Police che si fanno beffe di Rod Stewart in Peanuts e i Sex Pistols che, in New York, deridono tutta la scena punk americana che sembra averli preceduti. La scena punk inglese viene invece omaggiata da Bob Marley in Punky Reggae Party, dove il grande artista giamaicano cita i Clash, i Jam e i Damned. I Pink Floyd rimpiangono invece Vera Lynn in Vera, tratta dal loro monumentale “The Wall”. In She’s Madonna, Robbie Williams, oltre a farsi accompagnare dai Pet Shop Boys (citati anch’essi in un altro pezzo di Robbie), esprime il suo apprezzamento per… Madonna. E se Wayne Hussey dei Mission canta la sua vicinanza a Ian Astbury dei Cult in Blood Brother, gli Exploited urlano l’innocenza di Sid Vicious in, appunto, Sid Vicious Was Innocent. Altri riferimenti alla parabola di Sid (e della compagna Nancy Spungen) li possiamo trovare in I Don’t Want To Live This Life dei Ramones e in Love Kills di Joe Strummer. I Sex Pistols in quanto tali sono invece citati in una canzone dei Tin Machine, così come in un’altra di quel gruppo capeggiato da David Bowie viene citata Madonna.

Non è mai stato chiarito da Michael Jackson se la sua Dirty Diana si riferisca all’amica Diana Ross o meno, ma per completezza ci mettiamo anche questa, così come non è chiaro il destinatario di You’re So Vain, il più grande successo di Carly Simon (secondo i più è indirizzata a Mick Jagger che, in realtà, contribuisce ai cori della canzone stessa). Di certo una curiosa immagine di Yoko Ono ci viene invece offerta da Roger Waters nella sua The Pros And Cons Of Hitch Hiking.

Per quanto riguarda gli italiani, mi vengono in mente La Grande Assente di Renato Zero (un omaggio all’amica Mia Martini), No Vasco di Jovanotti (non so se il titolo è esatto, comunque il riferimento è Vasco Rossi) e quella buffa canzone di Simone Cristicchi che cita di continuo Biagio Antonacci.

Quali altri esempi conoscete? Di certo, oltre a quelli che non conosco io, ce ne sono molti altri che ho dimenticato di citare [ultimo aggiornamento, 7 aprile 2011].

Ritorni parziali

alice-in-chainsMai come negli ultimi anni si sono visti ritorni (più o meno illustri) di band attive in un passato più o meno recente. Ha fatto clamore, per esempio, la reunion dei Police nel 2007, generando un fortunatissimo tour mondiale conclusosi lo scorso agosto. La formazione dei Police era quella classica, quella storica di sempre, vale a dire Stewart Copeland, Sting e Andy Summers. Stessa cosa si può dire dei Sex Pistols, che nella formazione originale composta da John Lydon, Steve Jones, Paul Cook e Glen Matlock è tornata a proporre dal vivo il suo punk irriverente in giro per il mondo.

Negli ultimi anni si sono riviste in azione le formazioni originali anche nel caso dei Duran Duran, degli Eagles (vabbé mancava Don Felder ma non se n’è accorto nessuno), dei Genesis formato trio, dei Cream, dei Verve, degli Stone Temple Pilots, ma anche dei Take That (quelli dell’ultima formazione, senza Robbie Williams), delle Spice Girls e addirittura degli Yazoo. Anche la classica formazione a quattro dei Pink Floyd, seppur per il solo evento benefico del Live Eight. Tuttavia non è stato affatto infrequente il caso di nomi celebri che, resuscitati dal passato fra mille clamori, presentavano in realtà solo alcuni dei componenti originali della band, con gli altri a volte rimpiazzati da autentici sconosciuti. E’ il caso dei Supertramp, degli Who, dei Queen, dei Guns N’ Roses, dei Cult, degli Smashing Pumpkins, dei Led Zeppelin, degli INXS e recentemente degli Alice In Chains (nella foto).

E’ proprio di questi giorni, infatti, la notizia che gli Alice In Chains, dopo essersi riformati qualche anno fa per una serie di concerti, stanno per tornare con un nuovo album di materiale inedito, il primo dai tempi dell’album eponimo del 1995: il tutto dopo aver superato lo shock della morte del cantante Layne Staley nel 2002 e l’ingaggio d’un suo sostituto, lo sconosciuto (a me) William Duvall.

Ora, da gran patito di musica ma anche di storia & storiografia, mi chiedo che legittimità abbiano queste reunion parziali, questi acclamati ritorni che figurano due o a volte anche uno solo dei componenti originali di un gruppo. A giudicare da quello che è successo ai Queen – che non solo hanno continuato senza Freddie Mercury rimpiazzandolo con Paul Rodgers, ma hanno serenamente fatto a meno di John Deacon – e dal successo che hanno ottenuto nei loro ultimi tour in giro per il mondo, penso che la differenza la faccia il celebre marchio: non importa chi vi sia dietro, quali musicisti stanno effettivamente suonando sul palco, ciò che conta è la consapevolezza che stiamo assistendo al concerto di un celebre nome del rock.

E così benvengano due Queen originali su quattro, due Who su quattro, due Doors (con buona pace di quelli che dicono che Jim Morrison sia ancora vivo) su quatro, due Smashing Pumpkins su quattro, tre Alice In Chains su quattro, ma anche un solo Guns N’ Roses su cinque. E’ ovvio che fa sempre piacere sentire dal vivo le nostri canzoni preferite anche se nel gruppo ricomposto c’è un solo ‘vecchio’ ma, non so, mi sembra che tutto questo revival sia poco dettato dalla nostalgia. Il vero motivo, secondo la mia modesta opinione, è uno solo, il più classico: i soldi. Unito ad un altro di fondo… la mancanza di coraggio, di andare avanti per la propria strada con progetti solistici che spesso & volentieri hanno molta più dignità di questi ritorni parziali. A questo punto lasciamo pure che Paul McCartney, dopo essersi assicurato Ringo Starr alla batteria, se ne vada in giro con una band facendosi chiamare The Beatles. Non se ne scandalizzerebbe quasi nessuno e gli stadi sarebbero pieni.. beh, forse in quel caso, mascherato & mimetizzato fra la folla urlante, ci sarebbe anche il sottoscritto.

– Mat

Un anno di ritorni, il 2007… e il 2008?

john-lydon-johnny-rotten-pil-sex-pistolsIl 2007 appena trascorso s’è rivelato come l’anno dei grandi ritorni, molti dei quali del tutto inattesi. Solo un anno prima non avrei mai detto che, a distanza di pochi mesi, avrei visto dal vivo due delle mie bande rock preferite, i Genesis (con Phil Collins di nuovo nei ranghi) a Roma, e i Police a Torino… insomma, nei primi mesi del 2006 tutto questo era fantascienza per me!

L’ultima, clamorosa reunion in ordine di tempo è stata quella dei Led Zeppelin (col figlio di John Bonham a sostituire l’illustre genitore, scomparso nell’80), ma grande attenzione da parte della stampa è stata riservata ai ritorni di due celeberrime formazioni pop degli anni Novanta, i Take That (anche se privi di Robbie Williams) e le Spice Girls al gran completo. Grande attenzione da parte degli acquirenti di dischi come il sottoscritto è stata riservata invece agli Eagles che, col loro recente “Long Road Out Of Eden” (l’ho comprato per Natale… lo recensirò presto…), hanno meritatamente conquistato il 1° posto della classifica americana, vale a dire il mercato discografico più importante al mondo.

Nel corso del 2007, tuttavia, sono state parecchie le formazioni che si sono ritrovate insieme dopo molti anni, sia sul palco, sia in studio o in entrambi i casi. Qui mi limito a citare i Sex Pistols – sul palco (nella foto sopra, una rassicurante immagine del loro cantante, quel gran soggettone di Johnny Rotten) – i Verve di Richard Ashcroft – palco e studio – gli Smashing Pumpkins – studio e palco – i James (quelli di Sit Down), i Crowded House (quelli di Don’t Dream It’s Over) – palco e studio – i Jesus And Mary Chain, gli Stooges del selvaggio e carismatico Iggy Pop – studio e palco – e gli Happy Mondays, una band di sballoni proveniente da Manchester particolarmente celebre (in patria) fra gli ultimi anni Ottanta e i primi Novanta.

Pure i Queen, o ciò che ne rimane, ovvero Brian May con Roger Taylor, sono tornati in pista: a dicembre è uscito il singolo Say It’s Not True, sempre con la partecipazione di Paul Rodgers come cantante, mentre per questo 2008 si attende un album completo. Si attendono inoltre i nuovi album dei già citati Verve, dei Cure, dei R.E.M., dei Metallica e, udite udite, di Michael Jackson. Proprio il nome di Michael Jackson potrebbe essere quello più discusso in questo 2008… dovrebbe intraprendere un tour per sanare i suoi debiti e, per farlo, potrebbe resuscitare addirittura i Jacksons, la sua storica band con i fratelli. Personalmente sono molto curioso, nel frattempo a febbraio uscirà una lussuosa riedizione del suo classicissimo, l’album “Thriller” datato 1982.

Insomma, musicalmente anche questo 2008 promette bene… spero che si avranno altre piacevoli sorprese! A questo punto, per quanto mi riguarda, ora aspetto una sola reunion… quella dei benedetti Pink Floyd… ma, sia ben chiaro, senza Roger Waters non ne voglio sapere alcunché!

Buon anno a tutti, amici blogger & lettori, ci sentiamo nei prossimi giorni. Ciao!

– Mat

Alice In Chains

alice-in-chains-immagine-pubblicaAlice In Chains, un nome che conosco fin dai primi anni Novanta, quando, da poco interessato al rock, leggevo sulle riviste di questa band assieme ad altre che in quegli anni calcavano le scene & dominavano le classifiche angloamericane: Nirvana, Pearl Jam, Soundgarden, Jane’s AddictionThe Stone Roses, Smashing Pumpkins, Red Hot Chili Peppers e altre ancora. Ne sentivo parlare sempre bene, di questi Alice In Chains, e per anni ho mantenuto l’intenzione di ascoltarmi la loro musica come si deve. Ma poi passa oggi e passa domani e così arriva il nuovo decennio, dove la band di Seattle non è più in attività. Acquisto allora la raccolta “Greatest Hits” (2001) che, seppur contenente solo dieci canzoni, mi fa innamorare di quelle sonorità: cupo hard rock, atmosfere tese e taglienti, un senso di rabbia e di desolazione che sembra trasudare da ogni brano. Le canzoni che mi colpiscono all’istante sono Man In The Box (formidabile!), Angry Chair (quasi gotica), Would? (bella potente), I Stay Away (magnifica) e Grind (sporca e tosta).

Il mio entusiasmo è così grande che qualche anno dopo vado anche a comprarmi “Unplugged” (1996), l’esibizione del ’96 che gli Alice In Chains realizzarono per la nota trasmissione di MTV. Bel disco pure questo, non c’è che dire. Nel frattempo, purtroppo, nell’aprile 2002 muore Layne Staley, il tormentato cantante della band (foto sopra), tossicodipendente cronico da anni. Una fine ingloriosa, della quale preferisco non parlare… mi dispiacque molto, davvero.

Più tardi un mio amico mi prestò un mini album degli Alice In Chains, “Jar Of Flies” (1994), un EP contenente sette canzoni, perlopiù acustiche. Gran bel disco anch’esso che m’ispira un’idea diabolica: comprare tutti gli album degli Alice In Chains, che non sono poi molti… “Facelift” (1990), un altro mini chiamato “SAP” (1991), “Dirt” (1992) e l’omonimo “Alice In Chains” (1995). Ci sarebbe anche “Above”, un disco che lo sfortunato Staley ha realizzato come Mad Season in compagnia di altri musicisti della scena rock di Seattle, tra cui Mike McCready dei Pearl Jam.

Poi però scopro l’oggetto delle meraviglie: il cofanetto antologico degli Alice In Chains, “Music Bank” (1999), composto da tre CD e un DVD che ripercorre la carriera audiovisiva dei nostri. Prenderò questo, appena ne avrò la possibilità monetaria, si capisce…

Ora una breve biografia sugli Alice In Chains: la band si forma a Seattle sul finire degli anni Ottanta dall’incontro tra Layne Staley e Jerry Cantrell (chitarrista e principale autore delle canzoni), ai quali si aggiungono di lì a poco il bassista Mike Starr e il batterista Sean Kinney. Il debutto discografico degli Alice In Chains avviene nel 1990 con l’EP “We Die Young” ma nel corso del ’92 la band vede l’abbandono di Kinney, il quale verrà così rimpiazzato da Mike Inez. Gli Alice In Chains riscuoteranno un enorme successo nel corso degli anni Novanta, sia da parte del pubblico (soprattutto quello statunitense) che della critica, tuttavia la loro attività concertistica sarà sempre piuttosto limitata a causa delle precarie condizioni di salute di Layne Staley.

Dopo il fattaccio dell’aprile 2002, ovviamente la band si scioglie (anche se, in pratica, s’era già sciolta molto tempo prima) con Jerry che va avanti come solista. Qualche anno dopo, gli Alice In Chains, nella formazione Cantrell-Starr-Inez, effettueranno una performance per raccogliere fondi a favore delle vittime dell’uragano Katrina e successivamente, nel corso del 2006, daranno vita ad un breve tour con un nuovo cantante, William Duvall… sono stati anche a Milano, nell’estate 2006, in occasione del noto festival Gods Of Metal. Ora, per gli Alice In Chains, si prospetta un ritorno in grande stile per il 2009, con tanto di nuovo album, il primo da quello eponimo del 1995. [ultimo aggiornamento: 19 settembre 2008]