Ivan Graziani, “Rock e Ballate per Quattro Stagioni”, 2017

ivan-graziani-rock-e-ballate-per-quattro-stagioni“Grandissimo”, “artista completo”, “in anticipo sui tempi”, “grande chitarrista”, “mai banale”, “ironico”, “originale” e soprattutto “sottovalutato”. Sono questi i termini con cui la stampa italiana ha ricordato Ivan Graziani a venti anni dalla morte e al cospetto della sua tripla antologia “Rock e Ballate per Quattro Stagioni”, pubblicata dalla Sony meno d’un mese fa e da me acquistata di lì a poco.

Non precisamente un cofanetto, com’è stato scritto un po’ ovunque, la confezione di “Rock e Ballate per Quattro Stagioni” è semplicemente apribile a fisarmonica, dove tre tasche di cartoncino accolgono altrettanti ciddì: i primi due contengono una selezione del meglio di Ivan Graziani del periodo 1976-86, mentre il terzo è la ristampa dell’album “Per Sempre Ivan”, uscito originariamente nel 1999, quando Ivan non c’era già più e che per questo venne realizzato dall’amico Renato Zero a partire dagli inediti nastri originali del cantautore abruzzese.

“Cantautore abruzzese”, ecco una definizione che mi piace e che mi imbarazza a un tempo: mi piace perché io, da conterraneo, ovviamente non posso non compiacermene, e mi imbarazza perché ho praticamente scoperto Ivan Graziani proprio con questa sua nuova raccolta. Certo, il suo nome lo conosco da sempre, canzoni come Firenze (Canzone Triste) o Lugano Addio le conosco da decenni anch’io, eppure mai prima d’ora avevo sentito la necessità d’andarmi a comprare un disco di Ivan o anche soltanto a curiosare qua e là via web sul suo conto.

Inoltre, seppure a chiacchiere apprezzato da tutti, nessuno tra i miei parenti e amici ha mai avuto un disco di Ivan Graziani (o io non me ne sono mai accorto, ipotesi non troppo infondata, in effetti) per cui – incuriosito come ormai mi capita abitualmente da trent’anni a questa parte, e non so mai il perché mi sovvengono, di queste curiosità – ho fatto tutto da me, da bravo autodidatta quale sono sempre stato. Di corsa a comprarsi una raccolta, insomma, che per me resta il modo migliore per scoprire la musica d’un gruppo o d’un solista che sia.

E così oltre a quelle canzoni più popolari che forse un po’ tutti noi conosciamo, come Agnese, come Pigro o le già citate Lugano Addio e Firenze, in “Rock e Ballate per Quattro Stagioni” ho avuto la piacevole sorpresa d’imbattermi in molte altre belle canzoni che conoscevo appena o non conoscevo affatto, come Signora Bionda Dei Ciliegi (davvero magnifica, tanto da chiedermi… ma io in tutto questo tempo dove sono stato?!), come Olanda, come Ugo l’italiano, come Pasqua, come Scappo di casa, come Palla di Gomma, come Signorina, come Fuoco Sulla Collina, come La mia isola, come Fango. Davvero belle, davvero degne di nota, davvero tra le cose migliori mai messe su nastro da un nostro cantautore. E anche le altre che non ho menzionato, mi sembrano via via più belle con gli ascolti ripetuti. Ragion per cui sono anch’io pronto a utilizzare, nei confronti del compianto Ivan Graziani, termini come “grandissimo”, “artista completo”, “in anticipo sui tempi”, “grande chitarrista”, “mai banale”, “ironico”, “originale” e soprattutto “sottovalutato”.

-Mat

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Aspettando i Depeche Mode

depeche-mode-2017-wheres-the-revolutionUscirà domani 3 febbraio il nuovo singolo dei Depeche Mode, Where’s The Revolution, primo estratto dall’album “Spirit“, che verrà pubblicato dalla Sony il prossimo 17 marzo. Li seguo da almeno vent’anni, i Depeche Mode, e se nel giro di poco tempo sono andato a procurarmi tutti i loro album pubblicati dal 1981 al 1993, a partire dal 1997 non mi sono mai perso un’uscita discografica di quella che resta una delle mie band preferite.

Devo pur ammettere, ahimè, che per quanto pregevoli, gli ultimi lavori dei miei beniamini non mi hanno mai esaltato granché. Attendo con una certa curiosità questo “Spirit” di prossima distribuzione, tuttavia ricordo benissimo la sensazione che mi accompagnò quando andai a comprarmi il disco precedente, “Delta Machine” (2013): grande curiosità, per l’appunto, ascolti a ripetizione del bel singolo Heaven, ascolto dell’album ripetuto per un mesetto buono, soprattutto in macchina, e quindi dritto nella collezione a far numero, pressoché inascoltato da quattro anni a questa parte.

Stessa sorte che è toccata ai precedenti “Sounds Of The Universe” del 2009 (nonostante l’acquisto del formato deluxe, un bel cofanettone multiformato in edizione limitata) e “Playing The Angel” del 2005, comunque il migliore tra gli album pubblicati dai nostri dal 2001 in poi. Un anno, quel 2001, in cui non soltanto andai a comprarmi tutto eccitato il poco eccitante “Exciter” e i suoi relativi quattro ciddì singoli ma, soprattutto, ebbi il piacere di ascoltare e vedere dal vivo i Depeche Mode per la prima volta, al palazzetto dello sport di Bologna. E se nel 2004 mi gustai a distanza ravvicinata un dj-set tutto pescarese del solo Andy Fletcher, due anni dopo tornai a vedere la band dal vivo al gran completo, in uno stadio Olimpico strapieno. Fu l’ultima volta che andai a un loro concerto, anche perché attorno al 2010 smisi del tutto di andare a concerti. Non mi divertivo più, ecco. Cominciavo inoltre a sentire il peso degli anni. Essì.

L’ultimo disco dei Depeche Mode che mi sia davvero piaciuto è quindi “Ultra”, pubblicato la bellezza di venti anni fa (mioddio… venti anni fa… sembra ieri…): all’epoca fu l’album del ritorno, dopo che a metà anni Novanta la band venne data per spacciata, dopo il sofferto abbandono di Alan Wilder e i grossi problemi di droga di Dave Gahan. Ma il talento autoriale di Martin L. Gore restò intatto, Dave prese a cantare come mai aveva cantato prima e la band si affidò a un produttore esterno, Tim Simenon (pratica attuata da allora fino ad oggi, con l’inedito James Ford in cabina di regia), il quale effettuò un lavoro tanto difficile quanto egregio. “Ultra” fu un successo sia di critica che di vendite, permettendo rapidamente ai nostri di risalire la china. E il resto è storia recente.

Ecco, volevo proporre una carrellata della discografia dei Depeche Mode da “Delta Machine” del 2013 fino al primo “Speak & Spell” del 1981 ma penso di aver divagato fin troppo. Tornerò presto a scriverne qui, dei dischi dei Depeche Mode, certamente in occasione dell’uscita di “Spirit” il mese prossimo. Se andrò a comprarlo? Ma certamente, miei cari.

-Mat

Gusti musicali geograficamente parlando

ivan-graziani-rock-e-ballate-per-quattro-stagioniPer molti anni, diciamo pure tra il 1988 e il 2008, ho comprato e quindi ascoltato prevalentemente musica inglese. Gruppi da me amatissimi come Beatles, Queen, Police, Pink Floyd, Genesis, Bee Gees, Clash, Depeche Mode e Cure in primis (con tutti i relativi solisti del caso, come ad esempio Paul McCartney, Sting, Phil Collins, eccetera), ma anche Bauhaus, Japan, Cult, New Order (e quindi Joy Division), Tears For Fears, Pet Shop Boys, Smiths, Verve e tutti o quasi i relativi solisti (Peter Murphy, David Sylvian, Richard Achcroft e via dicendo). Per noi parlare poi di David Bowie. Discorsetto bello lungo, insomma.

Tra il 2007 e il 2008, invece, sono stato colto dalla febbre per Miles Davis, statunitense. E quindi via con tutti i suoi dischi (o meglio, con tutti i suoi cofanetti deluxe della Sony), ai quali, di lì a poco, si sono aggiungi nella mia collezione tutti i dischi di John Coltrane, altro illustre statunitense. Allargando un po’ i miei confini, ho iniziato a comprare dischi jazz di musicisti e band d’America, come ad esempio i Weather Report, Wayne Shorter, Herbie Hancock, Chick Corea, tutti nomi che sono andati ad aggiungersi ai vari Michael Jackson, Prince e Stevie Wonder che già avevo in vinili, ciddì e cassette.

E se la black music afroamericana in fondo in fondo m’è sempre piaciuta, in anni più recenti ho avuto modo di apprezzare sempre di più i dischi di Isaac Hayes e soprattutto di Marvin Gaye. Tutta roba americana, ovviamente. Ai quali si sono aggiunti presto i dischi di Simon & Garfunkel (li ho comprati tutti!), del solo Paul Simon (ne ho comprati quattro o cinque), di Bruce Springsteen e soprattutto di Bob Dylan.

Insomma, se la Gran Bretagna la faceva da padrona per quanto riguarda la provenienza artistica dei dischi presenti in casa mia, credo proprio che ormai la fetta sia equamente divisa tra Stati Uniti e Gran Bretagna, e forse i primi sono anche in leggero vantaggio. In questa sorta di duopolio ho però registrato un curioso fatto privato: non so perché e non so per come, ma una mattina mi sono svegliato con la voglia di ascoltarmi i dischi di Lucio Battisti! Dopo qualche acquisto casuale, tanto per scoprire l’artista, ho deciso di fare il grande passo: acquistare l’opera omnia contenente TUTTI  i suoi dischi. L’anno scorso, spinto dalla curiosità, sono invece andato a comprarmi a scatola chiusa un cofanetto da tre ciddì + divuddì di Lucio Dalla, chiamato per l’appunto “Trilogia”. Io che ascolto e che soprattutto compro Lucio Dalla?! Un paio d’anni prima non l’avrei mai detto ed ora eccomi qui, a canticchiare Come è profondo il mare o L’anno che verrà oppure ancora Come sarà con tanto di Francesco De Gregori a dividere il microfono.

De Gregori che pure ha iniziato a incuriosirmi, nonostante un’antipatia per il personaggio che nutro da sempre. Ieri pomeriggio, e qui sto svelando un aspetto davvero inquietante della mia vita privata, avevo preso una copia di “Rimmel” e mi stavo già dirigendo alla cassa. Ho quindi adocchiato una raccolta tripla, fresca d’uscita, di Ivan Graziani e chiamata “Rock e Ballate per Quattro Stagioni“, edita dalla Sony in occasione del ventennale della morte del compianto cantante e chitarrista (nella foto sopra). Ebbene, ho preso una copia di quest’ultima con buona pace del classico di De Gregori.

E così, in conclusione, se una volta i miei ascolti erano concentrati quasi unicamente sulla Gran Bretagna, da un po’ di tempo sono felicemente passato all’America. E ciò nonostante rivolgo più d’un pensiero all’Italia, chissà perché. Ho iniziato anche ad apprezzare e comprare Vasco Rossi. Si attendono ora clamorosi sviluppi.

-Mat

Miles Davis, “Pangaea”, 1975

miles-davis-pangaea-immagine-pubblica-blogRiprendendo un discorso introdotto un paio di post fa con “Agharta“, passiamo quindi a “Pangaea”, l’altro doppio live che è stato tratto dalle due esibizioni che la band di Miles Davis tenne il 1° febbraio 1975 all’Osaka Festival Hall.

Controparte essenziale di “Agharta”, il nostro è un album formato da due sole lunghe composizioni, Zimbabwe e Gondwana, una per ciddì. Dalla durata di ben 41’48”, Zimbabwe inizia con lo stesso frenetico funk che dà avvio alle danze in “Agharta”, con Miles che entra già a 1’17” per il suo primo assolo. Il sax solista di Sonny Fortune entra invece a 5’10”, dopo aver accompagnato l’assolo di Miles in alcuni punti. L’intervento di Sonny, molto bello, anticipa di poco un rallentamento del ritmo che si verifica a 5’44”. Invece a 8’35” parte l’assolo di chitarra di Pete Cosey, avvolgente e stridente, sparato sul canale sinistro dello stereo. Il ritmo accelera a 11’05”, mentre la tromba di Miles rientra a 11’27”; di lì a poco, tuttavia, l’intensità del brano diminuisce, lasciando per brevi tratti il solo basso e le percussioni a condurre le danze. A 16’03” ritroviamo il frenetico funk iniziale, seguìto pochi secondi dopo da una melodia all’unisono da parte di Davis e Fortune; Cosey torna quindi protagonista con la sua abrasiva chitarra a 18’02”, mentre a 18’39” – nel pieno di quell’assolo – il ritmo rallenta ancora una volta. La tromba di Miles annuncia a 21’51” un cambiamento d’atmosfera del brano, che si fa quindi più pacato ma anche più sinuoso e sensuale; un assolo compiuto di Davis inizia così a 23’22”, seguìto a 27’33” dal sax alto di Fortune. Anche il chitarrista ritmico Reggie Lucas si prodiga in un brillante assolo, a 30’29”, mentre il bassista Michael Henderson dà vita ad un possente groove che di fatto sorregge tutta quella sequenza del brano. Cosey torna a farsi sentire a 33’24” con una serie di pigre distorsioni – seguìto a ruota da Lucas – quando la musica placa l’incedere incalzante di poco prima per entrare in una dimensione quasi onirica. A 35’07” Miles puntella con un sommesso assolo alcuni passaggi che portano Zimbabwe a concludersi fra le originali percussioni ad acqua di Mtume.

Il secondo brano in programma, Gondwana, è invece un’opera più d’atmosfera, o anche decisamente dark se vogliamo. Si parte col flauto di Fortune in bell’evidenza, con Henderson, Mtume e il batterista Al Foster a procurargli un lento ma intenso tappeto sonoro, ricco di suggestioni africane. La tromba di Miles sostituisce il flauto di Sonny a 4’51”, per un pacato assolo che si prolunga fino a 9’34”, poco prima d’una notevole riduzione di volume & intensità della musica che si verifica a partire dal decimo minuto. Qui sono gli effetti percussivi di Mtume a farla da padrone, mentre a 14’19” Foster è l’artefice di una lenta ma vigorosa ripresa del ritmo, suggellata a 15’33” dal ritorno della tromba del leader. A 18’12” ha inizio – seppur in modo poco appariscente – il primo intervento da solista di Cosey in Gondwana, che si farà decisamente più incisivo una volta che la musica cambia atmosfera a 19’35”. A quel punto, infatti, il grandioso assolo di Cosey marca una sezione del brano più epica e drammatica che prosegue fino a 25’48”, quando il ritrovato vigore della lunga composizione sembrerà spegnersi ancora una volta. Alcuni fraseggi d’organo da parte di Davis e vivaci percussioni di Mtume daranno poi l’avvio ad una terza parte del brano, sempre dal ritmo medio-lento ma decisamente più incalzante. A 28’11” Davis torna a soffiare pacatamente nella sua tromba, ancora una volta resa tremolante dal wah-wah, mentre la musica torna anch’essa a placarsi. A 30′ esatti, Henderson e Foster suggeriscono una ritmica più jazzata e dinamica, per quanto molto delicata, mentre Miles procede nel suo assolo di grande suggestione. La chitarra di Cosey rientra timidamente a 35’59”, mentre Davis passa all’organo per svariate coloriture di superficie. Questa piacevolmente swingata atmosfera jazz si prolunga – con altri interventi più o meno di coloritura – fino alla conclusione del brano, che termina fra distorsioni e dissonanze a 46’50”.

Come per “Agharta”, anche qui il pubblico giapponese è stato così composto (o forse sconvolto…) che per parte nostra si ha la gradevole sensazione di ascoltare un disco registrato in studio. Tuttavia, il fatto che questa musica straordinaria sia il frutto di una lunga improvvisazione più o meno calcolata sul palco fa sì che “Pangaea” – assieme ad “Agharta” – si traduca in uno dei capitoli dal vivo più eccitanti della sterminata discografia di Miles Davis.

Nel corso del 2015, in occasione del quarantennale di questi due dischi, mi sarei aspettato dalla Sony una riedizione deluxe che potesse comprendere in un unico cofanetto la registrazione integrale di quanto Miles e la sua band fecero sentire il quel di Osaka il 1° febbraio di quattro decenni precedenti. Sono infatti certo che il produttore Teo Macero, per quanto abilissimo come sempre, abbia fatto gli opportuni tagli con tanto di editing creativo per far entrare il tutto in  otto facciate di vinile dell’epoca. Tuttavia, a parte la piccola soddisfazione di leggere che anche uno storico davisiano come Paul Tingen si augurava quello che mi auguravo anch’io, la Sony ha disatteso le nostre aspettative. Ha sì continuato a distribuire dell’interessante materiale per la collana “The Bootleg Series” ma ha proseguito in modo non sempre logico e soprattutto non cronologico. Resto comunque in fiduciosa attesa per il futuro e, nel caso, sapremo tornare sull’argomento.

-Mat (dicembre 2008 / gennaio 2017)

LP, “Lost On You”, 2016

lp-lost-on-you-immagine-pubblica-blogFino a pochi giorni fa non sapevo assolutamente nulla di Laura Pergolizzi, una cantante italoamericana che si fa chiamare semplicemente con le iniziali del suo nome, LP. Non sapevo che era lei l’autrice e l’interprete di due canzoni che ascolto da un po’ di tempo in radio, Lost On You e Other People, due canzoni che ho trovato subito belle e decisamente superiori a tutto il resto che la radio mi ha fatto sentire in questo 2016 oramai alla fine.

E così, se l’altro ieri ho casualmente saputo che Lost On You e Other People sono dovute alla stessa artista, e che quella artista si chiama LP, ieri ho addirittura comprato tutto l’album della cantante, che si chiama proprio “Lost On You” e che è distribuito dalla Sony. Premetto subito che, una volta programmato il mio lettore ciddì sulle tracce 3 e 6, vale a dire Lost On You e Other People, ho ascoltato a ripetizione continua le due canzoni in questione. E in effetti non mi sbagliavo, mi suonano proprio come le cose (nuove) più belle che io abbia mai ascoltato quest’anno.

Con quel suo ritmo morbidamente saltellante, a metà tra un reggae e un country, Lost On You è decisamente irresistibile, e per una volta capisco l’ossessione con la quale è stata trasmessa in radio da un po’ di mesi a questa parte. Comunque non saprei dire se è migliore di Other People, leggermente più propulsiva ma più ammaliante e con un fascino retro che, di fatto, la rivela già come un potenziale evergreen. Insomma, nel complesso, gli otto minuti & mezzo di queste due canzoni bastano da soli a giustificarmi l’acquisto dell’album, un album questo “Lost On You” che comunque comprende altri otto brani, tutti inequivocabilmente pop ma tutti piacevolmente contaminati – chi più chi meno – da soul, gospel ed elettrowave anni Ottanta. Brani non sempre uniformi (e forse è un bene) ma che sono se non altro accomunati dalla piacevole voce di LP, potente e fragile a un tempo, e da una certa coralità ed epicità nelle melodie.

Mi è davvero piaciuto questo “Lost On You”, è proprio brava la nostra LP, così come penso che abbia fatto un buon lavoro anche il produttore esecutivo dell’album, un certo Mike Del Rio del quale ammetto candidamente di non aver mai sentito parlare prima. Brava Laura, spero proprio che non si tratti di una meteora. Non se lo meriterebbe.

-Mat

L’ultimo Natale di George Michael

george-michaelIeri notte, prima di andare a letto, come faccio di consueto, ho dato un’ultima sbirciatina al canale televisivo allnews. La prima notizia che vedo è quella che per ultima avrei immaginato di leggere, soprattutto nel giorno di Natale: è morto George Michael.

Mentre mi apprestavo a scrivere questo post (che è inutile, lo so, ma proprio non riuscivo a far finta di niente), volevo mettere in sottofondo un suo disco ma mi sono accorto con una certa sorpresa di non avere proprio niente di lui. Tanti anni fa avevo una copia in ciddì di “The Final”, la prima raccolta dei Wham!, edita in quello stesso 1986 nel quale George Michael aveva dato il definitivo addio artistico ad Andrew Ridgeley per mettersi in proprio con un singolo come A Different Corner e un album come “Faith”, edito l’anno dopo. Lui che in proprio aveva già fatto tutti gli hit storici dei Wham!, pezzi che conoscono anche i sassi, come Wake Me Up Before You Go-Go, Club Tropicana, The Edge Of Heaven e soprattutto quella Last Christmas che oggi, più che mai, assume un sapore amaro, pensando a questo ultimo Natale vissuto da George Michael. Tristezza che si somma alla tristezza.

Non m’è mai piaciuto granché George Michael da solista, perché secondo me le cose migliori le aveva fatte proprio con i Wham!, in quella spensierata prima metà degli anni Ottanta, quando uscì anche il suo primo singolo a suo nome, quella Careless Whisper che forse forse è proprio la canzone più bella uscita in quel decennio controverso. Eppure aveva una voce fantastica, probabilmente la migliore della sua generazione, l’unica voce che sia riuscita a “rifare” quella di Freddie Mercury in una strepitosa versione live di Somebody To Live eseguita con gli stessi Queen orfani di Freddie. In quei primi anni Novanta si era fantasticato d’un suo possibile passaggio proprio in seno ai Queen, a occupare il posto di quel cantante scomparso poco prima e che era uno dei suoi riconosciuti punti di riferimento musicali.

Ipotesi suggestiva, ma George ha avuto il buon gusto di non provarci. Anche perché in quegli anni il nostro aveva ben altro per la testa. In primo luogo un lungo braccio di ferro con la Sony, la casa discografica madre che l’aveva acquisito all’alba degli anni Ottanta con un contratto capestro che, di fatto, lo costrinse ad anni di silenzio discografico davvero lunghi per una pop star. Diversi personaggi dello spettacolo, se non ricordo male anche un certo Steven Spielberg, accorsero in suo aiuto, finché nel 1996 non ci fu la rinascita artistica con la Virgin e l’album “Older”, grande successo di quell’anno, così come il singolo apripista Jesus To A Child. In secondo luogo c’era l’omosessualità da rivelare al mondo intero, cosa che avrebbe scioccato il suo pubblico e anche l’opinione pubblica mondiale, dato che George Michael era visto (e giustamente) come un figaccione che sicuramente (credevamo tutti noi con una certa invidia) andava a letto con una donna diversa ogni sera.

Certo i tempi erano cambiati, la seconda metà degli anni Novanta non era certo la prima metà degli anni Ottanta: se l’avesse rivelato allora, la sua omosessualità, George Michael avrebbe visto la sua carriera fatta a pezzi per sempre. Eppure ha saputo gestire il tutto con grande intelligenza, anche dopo quel famoso “incidente” nel bagno d’una discoteca di non so più quale posto in America. Una canzone (e forse anche di più il suo video) come Outside mise subito le cose nella giusta prospettiva e la carriera del nostro poté procedere con ancora più autorevolezza.

Poi, per quanto mi riguarda, quelle canzoni che George Michael continuò a proporre tra la fine degli anni Novanta fino ai tempi più recenti non riuscivano proprio a interessarmi. Quella grandissima voce alle prese con quelle canzonette danzerecce che soltanto una come Madonna non si vergogna di propinare! Mah, vabbè, contento lui, pensavo.

Ed ora eccomi qui, in un mondo senza George Michael, così come la mia collezione di dischi è senza i suoi album. Che posso dire… che mi dispiace sinceramente.

-Mat

Miles Davis, “Bitches Brew”, 1970

miles-davis-bitches-brew-immagine-pubblicaRiconosciuto dai critici, dagli studiosi e dai semplici appassionati come uno dei lavori più importanti e innovativi nella sterminata discografia di Miles Davis, “Bitches Brew” è l’album del celebre trombettista statunitense che più mi ha affascinato. Ne ho tre differenti edizioni, tanto per dire.

Originariamente pubblicato come doppio vinile nell’ormai remoto 1970, “Bitches Brew” appartiene al cosiddetto periodo elettrico di Miles Davis, quando cioè, verso il 1967, il nostro iniziò ad avvalersi in studio e dal vivo di soli strumenti amplificati elettricamente. Proseguendo poi sulla strada tracciata dal bellissimo “In A Silent Way” (1969), Miles Davis divenne praticamente l’esponente più in vista di quel sottogenere di jazz chiamato fusion. Ora, ci sarebbe da dire che tali etichette hanno dato vita ad innumerevoli controversie: che cosa s’intende per fusion? La fusione, per l’appunto, tra jazz e rock? Siamo sicuri che Miles amasse il rock? Siamo sicuri che il rock sia una forma d’arte musicale superiore? E poi, alla luce di dischi davisiani come “In A Silent Way”, “Bitches Brew” e “On The Corner” (1972), ha ancora senso parlare di jazz? E che cosa s’intende propriamente per jazz?

Non voglio dilungarmi ulteriormente su queste annose questioni che, per quanto mi riguarda, lasciano il tempo che trovano. M’importa davvero poco delle etichette, così come del parere dei critici. Mi interessano molto di più le considerazioni storiche, e la storia ci dice che dopo quarantasei anni stiamo ancora ascoltando “Bitches Brew”, nonostante tutto. Ed è solo a proposito di questo, dell’album in quanto tale, che m’interessa scambiare opinioni coi lettori di questo modesto blog.

Registrato negli studi della Columbia di New York in soli tre giorni dell’agosto 1969, “Bitches Brew” uscì quindi nell’aprile seguente, dopo che il produttore di quelle magnifiche sedute, Teo Macero, fece tutto il lavoro di editing creativo che i sei nuovi brani necessitavano, distribuendoli infine nelle quattro facciate d’un bel doppio vinile. Un lavoro imponente, “Bitches Brew”, che all’epoca divenne il pezzo più venduto del catalogo davisiano e che tuttavia alcuni critici sottovalutarono: Miles aveva infatti trovato una formula sonora che travalicava gli angusti confini del jazz per addentrarsi in territori sonori poco sperimentati, spiazzando praticamente tutti.

Le lunghe composizioni presenti in “Bitches Brew” ci offrono una musica calda, pulsante e pastosa, irresistibilmente funky e contaminatissima, spesso eseguita con tre tastiere, due batterie, due bassi e vari effetti postproduttivi di loop e cambi d’atmosfera. E’ un tipo di musica, questa, che mi ha colpito fin da subito, grazie a brani dalla resa – sia sonora che atmosferica – fantastica quali l’iniziale Pharaoh’s Dance (che coi suoi 20 minuti & passa riempie da solo una prima facciata di vinile), la stessa Bitches Brew (anch’essa, coi suoi quasi 27 minuti, riempie un’intera facciata), Spanish Key, John McLaughlin (che prende il nome dal noto chitarrista, presente nelle sedute), Miles Runs The Voodoo Down e la conclusiva Sanctuary, quest’ultima più lenta e meditabonda.

Imponente anche la schiera di collaboratori che Miles portò con sé in studio, grossi calibri, come sempre accadeva in quegli anni, tra cui Wayne Shorter (sax soprano e autore di Sanctuary), Bennie Maupin (clarinetto basso), Joe Zawinul (piano elettrico, nonché autore di Pharaoh’s Dance), Larry Young (piano elettrico), Chick Corea (piano elettrico), il già citato John McLaughlin (chitarra), Dave Holland (basso), Harvey Brooks (basso elettrico), Lenny White (batteria), Jack DeJohnette (batteria), Don Alias (batteria, conga).

Sul finire degli anni Novanta, la Columbia ha ristampato gli album di Davis con bei libretti illustrativi e brani aggiunti per ogni titolo: in questo caso abbiamo come settimo numero in programma Feio, un’atmosferica e misteriosa composizione di Shorter registrata il 28 gennaio 1970 negli stessi studi e rimasta inedita. Lunga quasi 12 minuti, Feio figura più o meno gli stessi musicisti citati sopra, ma con la partecipazione del celebre batterista Billy Cobham e del percussionista Airto Moreira. Per i più fanatici (come il sottoscritto) è stata invece approntata un’edizione in cofanetto da quattro ciddì intitolata “The Complete Bitches Brew Sessions”, contenente i sette brani visti finora più tutta una serie d’interessanti registrazioni effettuate fra gli ultimi mesi del ’69 e i primi del ’70.

Per quelli ancora più esaltati (come il sottoscritto, of course), nel 2010 alla Sony hanno pensato bene di distribuire una “super deluxe edition” in occasione del quarantennale di “Bitches Brew” contenente una ristampa in doppio vinile ad imitazione dell’originale del 1970, quattro ciddì contenenti – oltre alle inevitabili ripetizioni di quanto già visto sopra – anche qualche inedito dell’epoca e un gustoso live del ’70, oltre che tutta una serie di inserti editoriali che sono pur sempre meglio delle sciarpe, delle spille e delle sottocoppe che negli ultimi anni hanno ridicolmente accompagnato alcune delle ristampe più illustri dei dischi pop e rock.

Comunque lo si voglia prendere, e qui concludo nonostante io non abbia speso una sola parola tanto per la sua copertina quanto per tutto l’artwork in generale (mi piacerebbe dedicare un post ad hoc sull’argomento “copertine di dischi”, un giorno o l’altro) “Bitches Brew” resta un indiscutibile capolavoro nella vasta discografia di Miles Davis, un album monumentale che non smette di colpire e incantare.

-Mat (maggio 2008 – dicembre 2016)

Il mio Miles Davis

miles-davisNell’acquistare ogni disco che suscitava il mio interesse non ho badato (quasi mai) a spese. Contrariamente all’opinione comune, sborsare una ventina di euro per un ciddì non mi sembra una follia, come se l’edizione fresca di stampa d’un qualsiasi libro non ci alleggerisse di altrettanti soldini (e nonostante un’IVA decisamente più bassa). Eppure, chissà perché, non sento nessuno lamentarsi del caro-libri, se non a settembre, nei confronti dei libri di testo scolastici. Per me è una follia spendere 600 euro per un telefono, ecco il punto, senza parlare di chi spende allegramente 30mila euro per il più fesso degli status symbol: l’automobile.

Qualche follia, però, l’ho fatta anch’io, in particolare per i dischi di Miles Davis, probabilmente l’artista per cui ho speso più soldi. “Colpa” anche di quelle magnifiche edizioni Sony uscite tra il 1996 e il 2007, quei cofanetti da quattro, cinque, sei o addirittura sette ciddì con la rilegatura laterale in metallo che li tiene a mo’ di libro. Io non mai ho saputo resistere e, nel giro di pochi anni, sono andato a comprarmeli tutti, questi cofanetti deluxe, comprese le ristampe “economiche” riproposte di recente con le sole custodie cartacee. Dannata Sony, hai stampato e ristampato di tutto, bastava che recasse il nome Miles Davis sopra! E io ci sono cascato in pieno, facendo la gioia dei vostri geni del marketing! Ma me ne sono pentito? NO.

Anche la Warner Bros, che ha avuto Miles Davis sotto contratto nei suoi ultimi cinque anni di vita (1986-1991), ci è andata giù abbastanza pesantemente. Mi pubblica un costoso cofanetto da 20 (venti!) ciddì contenente tutte le sue esibizioni al Montreux Jazz Festival? Ebbene, io sono andato a comprarmelo! E le incisioni Blue Note? Le Capitol? Le Prestige? Tutte, prese tutte! La mia debolezza sentimentale, tuttavia, è per le etichette di proprietà della Sony, ovvero quelle che coprono gli anni d’incisione 1955-1985, un trentennio tondo tondo di musica straordinaria che, per quanto mi riguarda, rappresenta la più bella avventura musicale del secondo dopoguerra, seconda forse a quella dei Beatles.

Ecco, volevo scrivere un post più biografico su Miles Davis, in questo 2016 che segna il novantesimo anniversario della nascita e il venticinquesimo della morte, e non scrivendo dei dischi. Almeno non ora. Però, a ben vedere, i dischi sono l’unica cosa che posso vantare a proposito dell’universo di Miles Davis giacché, per questioni anagrafiche, ho iniziato a interessarmi all’arte e alla figura del celeberrimo trombettista soltanto molti anni dopo la sua morte.

A breve mi piacerebbe ripubblicare quanto scritto sulle precedenti incarnazioni di questo modesto blog; i miei “archivi segreti” contengono cinque post originariamente pubblicati tra il maggio 2008 e il maggio 2009, più l’abbozzo d’un sesto. Con le dovute revisioni, vorrei riproporli qui nelle settimane prossime, non perché particolarmente memorabili ma perché forse non saprei fare di meglio. Sarà inoltre un’occasione per lasciarmi ispirare nello scrivere qualche nuovo post. Ad ogni modo, mi riserverò una “milesdavizzazione” di Immagine Pubblica che forse ho rinviato anche troppo, un po’ come la “freddiemercuryzzazione” degli scorsi mesi. Tra un post e l’altro, come sempre, avremo comunque modo di parlare d’altro.

-Mat

Prince, “4ever”, 2016

prince-4everChe Prince non sia più di questo mondo mi fa ancora impressione. Che nella compilation postuma che la Warner Bros si appresta a pubblicare, chiamata “4ever” con tipico stile princiano, ci sia scritto “Prince Rogers Nelson 1958-2016” è un qualcosa che trovo ancora un tantino sconvolgente.

Mi ci sono voluti anni per metabolizzare il lutto di Michael Jackson, figuriamoci per quanto ne avrò con David Bowie, Glenn Frey e lo stesso Prince, tutti venuti a mancare in questo a dir poco inquietante 2016. Ma tant’è… è la vita, bellezza, e ne facciamo tutti parte.

Dal disco-funk di Soft And Wet (1978) al rock di Peach (1993), in quaranta brani la nuova antologia “4ever” dedicata Prince presenta una cavalcata trionfale di successi e momenti memorabili di quello che – ormai pacificamente – possiamo definire l’epoca d’oro di Prince come artista di fama internazionale. Gli anni della Warner Bros, per l’appunto, che proprio nel 1993 volsero polemicamente al termine con Prince che preferì addirittura cambiare nome pur di svincolarsi da quello che riteneva un contratto capestro, stipulato quando aveva a mala pena venti anni d’età.

Dopo la Warner, Prince non ha certamente smesso di far pubblicare i suoi dischi, appoggiandosi per la distribuzione a un po’ tutte le altre etichette controllate dalle major del disco, dalla EMI alla Sony, passando per la Arista e addirittura la Motown (entrambe sotto l’egida Universal), con risultati artistici quasi mai all’altezza delle aspettative ma pur sempre degni d’attenzione, finché non ha trovato un nuovo accordo con mamma Warner, ridefinito nel corso del 2014.

Ed è proprio per effetto di tale accordo che oggi stiamo qui a parlare di questa nuova raccolta, “4ever” (che comunque un pezzo inedito lo contiene, Moonbeam Levels, inciso nel 1982 a quanto pare), e dei classici album di Prince di nuovo in LP. Insomma, si potrebbe facilmente accusare la Warner di sciacallaggio, come in effetti alcuni non hanno mancato di fare, ma tutto ciò che sta uscendo in questo 2016 e che uscirà almeno fino a tutto il 2017 è frutto del trattato di pace Prince-WB stipulato due anni fa.

Non credo che andrò a comprarmi “4ever” – a parte il brano inedito, del quale confesso di non saperne un bel nulla, gli altri diciannove brani li ho già nelle precedenti antologie e negli album di quel periodo – a meno che non si presenti con una grafica particolare o sotto forma di “lussuoso” cofanetto. Sono tuttavia interessato all’annunciata riedizione di “Purple Rain” del 2017, finalmente ufficializzata, anche se non se ne conosce ancora il contenuto, né il mese esatto di pubblicazione. Avremo certamente modo di tornare sull’argomento. Anche perché il sospetto ormai è fondato: Prince acquisirà sempre più importanza col passare degli anni. Non sarà facile dimenticalo, anzi… ci mancherà enormemente.

-Mat

Freddie Mercury, “Mr. Bad Guy”, 1985

Freddie Mercury Mr Bad GuyIl post che segue comparve per la prima volta sul mio blog Parliamo di Musica, da anni inattivo, in un pomeriggio dell’ormai lontano 21 ottobre 2006. Riscosse subito un grande “successo” tra i miei lettori abituali, anche quando lo riproposi nella seconda versione del blog, una volta assunta la definitiva denominazione di Immagine Pubblica, circa un anno dopo. Un “successo” dovuto non tanto alle presunte qualità d’analisi musicale di quel post, quanto al fatto che si trattava (e si tratta) di una delle cose più buffe e, mi auguro, più divertenti che io abbia mai scritto come blogger. Iniziava esattamente così…

Oggi voglio raccontarvi di un’avventura musicale durata anni: la mia caccia ad un disco che, all’epoca dei fatti, era fuori produzione. Il disco in questione è “Mr. Bad Guy”, il primo album solista di Freddie Mercury.

La storia inizia nell’autunno 1993, quando avevo da poco acquistato la raccolta postuma del nostro, “The Freddie Mercury Album” (1992). In quei giorni, Italia 1 omaggia il secondo anniversario della scomparsa di Mercury con uno speciale che, purtroppo, riesco a perdermi. Il giorno dopo, a scuola, mentre un prof menava la sua trita lezione, un compagno di classe, Mirko, fan duro dei Queen come me, mi dice: ‘Hai visto lo speciale su Freddie, ieri sera?’. Io: ‘Cazzo, no, sono stato ad un ricevimento e il timer del videoregistratore non m’è partito’ [già all’epoca avevo evidentissimi problemi con la tecnologia]. E lui: Ma tu ce l’hai “Mr. Bad Guy”?. Io: ‘Sì, quella canzone sta sul Freddie Mercury Album’. Lui: ‘No, non la canzone, l’album, il primo disco solista di Freddie’. Io: ‘Cooomeeee?! Ha fatto un disco che si chiama “Mr. Bad Guy”???’. Mirko: ‘Sì, ne ha parlato ieri lo speciale, è uscito nel 1985 e c’è anche una canzone bellissima, I Was Born To Love You‘. Io: ‘E tu ce l’hai?!’. Lui: ‘No, sono stato a “Concerto” [negozio di dischi a Chieti, ha chiuso molti anni fa] e mi hanno detto che ne avevano tre copie e che le hanno vendute in due giorni. Comunque il disco è fuori produzione…’.

Da quel giorno ho una missione: trovare questo “Mr. Bad Guy”, costi quel che costi!! Quel pomeriggio stesso, dopo aver sottratto 35mila lire in casa con una scusa scolastica, ho preso l’autobus per Chieti con gli occhi iniettati di sangue… dov’è quel cazzo di negozio?! Quando vi entro vado subito al dunque, spiegando la storia: il boss mi dice che non c’è problema, che sì, il disco è fuori produzione, ma che si trova ancora, tanto che me lo ordina e mi dà appuntamento di lì a due giorni per ritirarlo. Due giorni dopo sono nuovamente lì, in anticipo sull’orario d’apertura del negozio. Arriva il boss e, mentre girava le chiavi nella serratura, mi dice che il disco non è arrivato ma che è una questione di tempo. Maschero il disappunto e vado a farmi un mestissimo giro per la città. Il giorno dopo, a scuola, sgattaiolo comunque i miei seguaci: cinque compagni di classe prendono a cuore la mia causa e si mettono sulle tracce di questo benedetto “Mr. Bad Guy”. La collaborazione inizia a dare i primi, fondamentali frutti: Alessandro mi dice che un cugino di un suo amico ha il ciddì di “Mr. Bad Guy”. Io: ‘Chiedigli se se lo vende. Pago qualsiasi cifra!’. Alessandro, il giorno dopo a scuola: ‘No, Matté, non se lo vende, è un regalo che gli hanno fatto e lui ci tiene a conservare i regali… però ha detto che me lo registra in cassetta, poi te la faccio avere’. Abbraccio e bacio Alessandro… visibilmente imbarazzato davanti al resto della classe.

Intanto continuo ad andare al solito negozio che continua a darmi delusioni… il disco non riesce proprio ad ordinarlo… ma cazzo, è uscito per la Sony, mica per un’etichetta della Papua Nuova Guinea!! Nel frattempo un altro compagno di classe, Cristian, si è fatto un giro per i negozi di Pescara: mi dice che uno di questi vendeva, fino a pochi mesi prima, “Mr. Bad Guy” per l’incredibile cifra di 19mila lire!! Ma ora tutte le copie sono state vendute e… la solita storia, il disco è fuori produzione. Io visito altri negozi, così come i miei compagni ma… nisba di nisba tra Chieti e Pescara. Inizio a perdere la speranza e mi prefiguro un prossimo futuro nella tossicodipendenza o, a scelta, nell’alcolismo.

Finalmente il grande Alessandro mi porta la cassetta con la registrazione di “Mr. Bad Guy” da quel cugino del suo amico: la prendo con la bava alla bocca, lo ringrazio & lo ribacio. Per la prima volta vengo a conoscenza del contenuto di “Mr. Bad Guy”: le canzoni sono undici, si inizia con Let’s Turn It On, c’è quella che a detta di Mirko è una canzone bellissima, I Was Born To Love You, c’è la versione originale di Living On My Own (che in quei mesi impazzava in radio e in discoteca sotto forma di pesante remix techno), si finisce con Love Me Like There’s No Tomorrow. Ovviamente la prima cosa che faccio appena torno a casa dopo la faticosa giornata scolastica è ascoltarmi “Mr. Bad Guy”, col walkman, mentre pranzavo in cucina. Bel disco! Bellissimo! La grandiosa voce di Freddie è più grandiosa che mai! Quella I Was Born To Love You è davvero fenomenale! Così come le ballate Made In Heaven (che i Queen riprenderanno dieci anni dopo), Love Me Like e There Must Be More To Life Than This (originariamente incisa con Michael Jackson nel 1983, saprò anni dopo…). Suprema Man Made Paradise… suonata dai Queen al gran completo, è evidente! Belle le versioni originali di Living On My Own, Foolin’ Around, Your Kind Of Lover, My Love Is Dangerous e Mr. Bad Guy che avevo ascoltato in precedenza solo come remix. L’unico problema, a questo punto, è che mi sento ancora più motivato nel cercare una copia originale…

Nei giorni successivi, sugli autobus & a casa & in giro, sto sempre con le cuffie addosso, a scuola ho il walkman nascosto nello zaino… durante la ricreazione risento il tutto ad alto volume cercando di canticchiare. Ovviamente alcuni compagni di classe iniziano a prendermi per il culo ma, in fondo, rispettano la mia passione… era davvero una gran bella classe quella, davvero.
Qualche tempo dopo e Oscar (uno dei compagni che mi stavano aiutando nella caccia) mi fa un enorme regalo: mi mette una copia originale in ciddì di “Mr. Bad Guy” tra le mani, dicendomi che ho due giorni di tempo per ascoltarla!! Io sconvolto… ‘Ma come hai fatto?!’. Lui: ‘C’è un club, qui a Chieti, che affitta i ciddì ai soci, io mi sono tesserato anche se non ho un lettore’. Io: ‘Grazie Oscar!!’. Che amico, vero? E dove lo trovi uno così? Ogni volta che lo incontro, lo ringrazio per quel bel gesto, dico la verità. Ascolto il ciddì con lo stereo a tutto volume, poi compro un paio di cazzutissime cassette TDK, mi faccio due copie del ciddì (che nel frattempo quella che mi aveva dato Alessandro s’era praticamente consumata) e il giorno dopo, a malincuore, riconsegno il ciddì al mitico Oscar. Se non altro avevo avuto la possibilità di conoscere la copertina del disco e la grafica in generale. Un altro passo avanti.

Passa il tempo e giunge il novembre del 1995: sono in gita a Firenze con la classe e, mentre una guida ci parlava delle meraviglie artistiche della città (eravamo in pieno centro), Cristian mi fa: ‘Guarda, lì c’è un negozio di dischi… bello grosso, pure! Perché non andiamo a vedere se c’hanno “Mr. Bad Guy”?’. Io: ‘Scee, mo’ ti pare che c’hanno “Mr. Bad Guy”…’. Cris: ‘Guarda che stiamo a Firenze, andiamo, dài!!’. Di nascosto molliamo il resto della classe, il prof, la guida e le bellezze di Firenze, e c’intrufoliamo nel negozio. Fa tutto Cristian, mentre io resto impassibile: ‘Buongiorno, avete “Mr. Bad Guy” di Freddie Mercury?’. Il commesso, con tutta la naturalezza di questo mondo: ‘Sì, ma solo in elleppì perché il ciddì l’è finito. Vado a prenderlo’. Io resto a bocca aperta… quando il commesso arriva con l’elleppì quasi svengo! Mi riprendo, pago le 28mila lire richiestemi, Cris mi guarda con un faccia di soddisfazione che non dimenticherò mai. Quando usciamo dal negozio la mia gita a Firenze è praticamente finita: nei due giorni successivi non ho fatto altro che contare le ore che mi separavano dal ritorno a casa, quando avrei potuto sparare a tutto volume la mia strepitosa copia di “Mr. Bad Guy”… un elleppì originale, il primo album di Freddie Mercury solista!

Assurdo come negli anni successivi mi sia imbattuto in diverse rimanenze di “Mr. Bad Guy” nei negozi in giro per l’Italia, a anche all’usato… ora che avevo il disco me lo trovavo davanti dappertutto! E comunque un secondo LP me lo comprai lo stesso, mentre il CD è davvero più tosto da trovare.

Beh, che dirvi? Che se volete avere questo fantastico disco del supremo Freddie Mercury non dovrete più penare come me. Nel 2000 è stato ristampato in un pregevole ed economico cofanetto chiamato “Solo Collection”: sono tre CD, rispettivamente “Mr. Bad Guy”, il successivo album di Freddie, “Barcelona” (1988, realizzato con la regina della lirica, Montserrat Caballé) e una compilation con singoli e rarità.

– Mat