Dennis Wilson, “Pacific Ocean Blue”, 1977

dennis wilson pacific ocean blue immagine pubblica blogMemore di un’entusiastica recensione che lessi una decina d’anni fa a proposito del ritorno sul mercato discografico di “Pacific Ocean Blue”, in occasione del suo trentennale, mi ricordai così di acquistare l’album quando me lo trovai inaspettatamente davanti, qualche anno dopo, rovistando tra gli scaffali d’un negozio di dischi dalle mie parti. Si tratta del primo album solistico d’un componente dei Beach Boys, ovvero di Dennis Wilson, che probabilmente resta anche l’album più bello d’un Wilson in veste solista.

Ebbene sì, Dennis, il più scapestrato dei fratelli Wilson, quello che almeno nei dischi più acclamati dei Beach Boys era stato un comprimario o poco più, quello con le amicizie pericolose e sempre alle prese coi tipici eccessi da rockstar (fino all’inevitabile morte tragica quando era ancora giovane, a trentanove anni, nel 1983), è il sorprendente autore d’un autentico capolavoro di musica contemporanea. Prodotto dallo stesso Wilson con Gregg Jakobson e interamente registrato nello studio di famiglia di Santa Monica (California), “Pacific Ocean Blue” contiene dodici brani originali dalla durata media di tre minuti ognuno. E’ molto meno pop di quanto si potrebbe facilmente supporre, anzi è più lento e più d’atmosfera di ciò che i formidabili successi dei Beach Boys che tutti noi conosciamo ci indurrebbe a ritenere. E’ una commistione più unica che rara di ballate pianistiche, gospel, soul e rock. Su tutto, l’inconfondibile voce di Dennis Wilson, roca e inevitabilmente segnata dagli abusi, ma sempre appassionata e a suo modo vera.

E così i dodici brani in programma, dall’iniziale River Song alla conclusiva End Of The Show, scorrono via che è un incanto, in un tutto unico attraversato anche da momenti di grande lirismo, come nel caso di Moonshine, di Thoughts Of You, di Time. Non manca una certa impressione di opera incompiuta che si avverte chiaramente in più d’un brano, come se la canzone in questione (ad esempio Friday Night, per dirne una) sfumasse quando avrebbe potuto continuare altrimenti; ma anche questo contribuisce al fascino d’un disco così atipico come è appunto “Pacific Ocean Blue”.

Tra i vari partecipanti all’album, tra cui ricordo il bassista Jamie Jamerson e il batterista Hal Blaine, non mancano all’appello altri componenti dei Beach Boys, sia in veste di autori (come il fratello Carl Wilson e il cugino Mike Love) che di coristi (Bruce Johnston). Non manca, inoltre, Karen Lamm Wilson, all’epoca moglie di Dennis (una delle tre o quattro che il Beach Boy ha avuto), che contribuisce sia ai cori che alla scrittura di alcuni brani.

Al momento della sua uscita, nel settembre ’77, “Pacific Ocean Blue” entrò a malapena nella Top 100 americana, sparendo del tutto dopo sole otto settimane, e non fortuna migliore trovarono i due singoli estratti, You And I e River Song. Ma successo a parte, questo è un disco che si ascolta ancora straordinariamente bene dopo tanti anni e del quale, evidentemente, non si è ancora smesso di parlare.

La copia in mio possesso è una bella ristampa del 2010 contenente tre brani aggiuntivi ma consiglio a tutti, anche a me stesso, l’acquisto della riedizione deluxe in doppio ciddì che la Sony ha distribuito nel 2008 in occasione del trentennale dell’album.

-Mat

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All’indomani del Record Store Day

record store day immagine pubblica blogSabato scorso ho anch’io festeggiato il Record Store Day facendo quello che c’era da fare: andare al negozio di dischi, quello vero, che vende solo quelli, e fare acquisti. E’ stato tuttavia un Record Store Day abbastanza triste per me: e non soltanto perché non sono riuscito a mettere le mani sull’ambita ristampa in doppio vinile bianco di “Dead Bees On A Cake”, l’album di David Sylvian originariamente uscito nel 1999, ma soprattutto perché ho trovato uno dei negozi storici di Pescara, Discover, drammaticamente chiuso. Qualche settimana fa era venuto a mancare il titolare e, forse, di lì a poco, la decisione di chiudere Discover è stata anche pubblicizzata da qualche parte. Io non ne sapevo niente, ormai vivo a molti chilometri di distanza da Pescara, ma venirlo a scoprire proprio nel giorno in cui si dovrebbero festeggiare i negozi di dischi ha qualcosa di tristemente crudele.

E così, già che c’ero, ho fatto comunque un paio di acquisti, nell’unico, vero, storico, negozio di dischi rimasto a Pescara, ovvero Gong. Ho così comprato il “Rubberband EP” di Miles Davis (un dodici pollici da 45 giri contenente quattro brani) e il “Journey’s End” di Roger Taylor, il batterista dei Queen (un dieci pollici da 45 giri anch’esso, contenente però due soli pezzi). Un po’ pochino, insomma. E quello che ho ascoltato non m’è piaciuto granché.

Mi sto tuttavia consolando con due acquisti che nel frattempo avevo ordinato online: l’ultimo capitolo della “Bootleg Series” dedicato dalla Sony a Miles Davis, “The Final Tour” (quattro ciddì che documentano per la prima volta in maniera ufficiale la tournée di concerti che il Miles Davis Quintet tenne in Europa nel 1960, l’ultima con John Coltrane ancora nei ranghi) e la riedizione deluxe di “Purple Rain”, il capolavoro firmato Prince & The Revolution del 1984, riproposto lo scorso anno in una versione estesa da tre ciddì più divuddì. In settimana, inoltre, dovrebbe arrivarmi anche un cofanetto di Bruce Springsteen del 2015 che tenevo d’occhio da tempo, “The Ties That Bind”, dedicato al suo celebre & celebrato album del 1980, “The River”.

Forse, di questi miei recenti acquisti discografici avremo modo di parlare più dettagliatamente in specifici post. Il prossimo comunque dovrebbe riguardare un album da studio dei Genesis che giace già da qualche settimane tra le bozze di questo blog. Insomma, avremo modo di aggiornarci presto.

-Mat

 

Altre brutte copertine di dischi

La musica di Miles Davis che più amo è quella che il grande trombettista americano ha inciso quando era sotto contratto con la Columbia (gli anni 1955-1985). La musica che successivamente ha inciso per conto della Warner Bros, nella fase finale della sua carriera, mi piace un po’ meno ma ancora meno mi piacciono i suoi anni pre-Columbia, per così dire, soprattutto quando incideva per la Prestige. E tra i motivi che mi tengono alla larga da quei dischi metto proprio le orride copertine che molto spesso ornavano i lavori comunque degni di nota di Davis. Eccone una selezione.

Miles Davis, Relaxin

“Relaxin’ With The Miles Davis Quintet” è una raccolta di materiale inciso nel 1956 e quindi pubblicato dalla Prestige nel 1958, quando Miles era già passato alla Columbia. Non discuto il contenuto dell’album, peraltro registrato dal nostro assieme a uno dei suoi gruppi migliori, ovvero quello con John Coltrane, Red Garland, Paul Chambers e Philly Joe Jones. Ma la copertina? Mi ha sempre raffreddato la voglia di ascoltarmi il disco, purtroppo.

Miles Davis, Collectors Items

E che dire di “Collectors’ Items”, inciso sempre in quel 1956 ma con tutt’altra formazione?

Miles Davis, Miles Davis And Horns

Anche se, per quanto mi riguarda, la copertina più brutta d’un disco di Miles Davis resta quella di “Miles Davis And Horns”, anch’essa del 1956. Certo che l’allora reparto grafico della Prestige era a dir poco originale.

Il mondo è comunque pieno di brutte copertine di dischi, e continuano a farne anche in tempi recenti. Vediamone qualcuna.

Ed Sheeran, X

Ecco l’album “X” (gruppo Warner, 2014) di Ed Sheeran, un cantante del quale oggi tutti sembrano proprio non poterne fare a meno, in particolare i programmisti radiofonici.

Katy Perry, Witness, 2017

Questa è invece la spaventosa copertina di “Witness”, l’ultimo album di Katy Perry, pubblicato dalla Capitol nel 2017. E pensare che sarebbe bastata una semplice foto alla stessa Perry per dare invece alle stampe una bella copertina.

Depeche Mode - Spirit

Ancora i Depeche Mode, con una brutta copertina tratta da quello che molto probabilmente è il loro album più brutto, il recente “Spirit” (Sony, 2017).

Lou Reed, Metallica, Lulu

E che dire poi dell’orrenda copertina di “Lulu”, una collaborazione del 2011 tra Lou Reed e i Metallica pubblicata dalla Warner nel 2011?

Ma in casa, oltre a “Spirit” dei Depeche Mode e ai dischi Prestige di Miles Davis ho anche i seguenti…

Prince, Rave Un2 The Joy Fantastic, 1999

Prince, “Joy Un2 The Joy Fantastic” (gruppo BMG, 1999), oltre a…

New Order Republic

New Order, “Republic” (gruppo Warner, 1993), oppure, per fare un esempio nostrano…

Mango, Visto Così

Mango, “Visto Così” (gruppo Warner anch’esso, 1999).

Beh, penso che per ora la nostra carrellata di brutte copertine possa bastare. Ovviamente tutto è discutibile, quello che non piace a me potrebbe benissimo rappresentare un capolavoro per qualcun altro. Col prossimo post torneremo a parlare di musica vera. Forse proprio d’un noto album di Miles Davis che in questi giorni sto riascoltando spesso & volentieri.

-Mat

Dischi, le copertine davvero brutte

Il mondo della discografia è pieno di bei dischi ma anche di una quantità impressionante di brutte copertine. Spulciando nel web è facile imbattersi in vere e proprie antologie dell’orrore che mettono a raccolta alcune delle copertine di dischi più raccapriccianti di sempre, in una sorta di sagra del cattivo gusto che passa trasversalmente i generi musicali, le epoche storiche e la geografia. Ecco, dal punto di vista geografico, c’è da dire che le peggiori copertine provengono forse dal mercato est-europeo, non fosse altro che per l’abbigliamento e le acconciature degli artisti (?) immortalati in copertina. Nell’antologia del bruttocopertinismo (mi si passi il neologismo, brutto anch’esso) non fa però eccezione nessuno, neanche gli artisti più celebri e le case discografiche più blasonate.

E’ proprio in tal senso che vorrei anch’io proporre una serie di brutte copertine di dischi; non mostrerò le solite immagini prese a caso dalla discografia albanese/rumena degli anni Settanta-Ottanta ma farò vedere – a vostro rischio & pericolo, s’intende – le brutte copertine di alcuni dei più famosi musicisti internazionali d’alta classifica.

simple minds - Celebration

In casa, ad esempio, ho da molti anni una copia in ciddì di quest’antologia dei Simple Minds: si chiama “Celebration”, è uscita originariamente nel 1982 per conto della Virgin e riassume un po’ gli anni cosiddetti formativi della band scozzese (1978-1981). Personalmente la trovo bruttissima. Che avevano da celebrare con una copertina così?

John Lennon - Mind Games

Altra brutta copertina che ritrovo in casa – per giunta in due edizioni, ovvero vinile e ciddì – è quella che confeziona l’album “Mind Games” (EMI, 1973) di John Lennon. E il mio idolo non s’è risparmiato nemmeno per la copertina di “Imagine” (EMI, 1971), per non dire poi degli album sperimentali che pubblicò alla fine degli anni Sessanta con la moglie, Yoko Ono, come “Two Virgins” e “Life With The Lions”. Ve le risparmio.

Steely Dan - Gaucho

Ancora una brutta copertina d’un mio disco che sento spesso & volentieri è quella di “Gaucho” (MCA, 1980) degli Steely Dan. Sicuramente si è visto di peggio ma anche di molto meglio. E comunque le copertine degli ultimi album degli Steely Dan, ovvero “Two Against Nature” (gruppo Warner Bros, 2000) e “Everything Must Go” (2003) non sono esattamente da esposizione.

elton john - wonderful crazy night

Un altro campione del cattivo gusto, e qui c’è davvero poco da stupirsi, è Elton John. Guardate un po’ la copertina di uno dei suoi ultimi album, “Wonderful Crazy Night” (Island, 2016). Certo è che ai tempi di “Caribou” (MCA, 1974), non proponeva – lui o chi per lui, è bene precisare – molto di meglio.

Elton John - Caribou

Altre copertine che spiccano per la loro bruttezza, prese un po’ a caso, riguardano…

Bon Jovi - Have A Nice Day

Bon Jovi, “Have A Nice Day” (Island, 2005), oppure…

Eric Clapton - Old Sock

Eric Clapton, “Old Sock” (gruppo Warner, 2013), ma anche…

Pink Floyd - Obscured by Clouds

Pink Floyd, “Obscured By Clouds” (EMI, 1972), per non dire poi…

Depeche Mode - Delta Machine

Depeche Mode, “Delta Machine” (Sony, 2013), e ovviamente anche…

madonna - American Life

Madonna, “American Life” (gruppo Warner, 2003), oppure peggio…

Chic - Chic-ism

Chic, “Chic-ism” (sempre Warner, 1992), e infine…

Paul Rodgers - Electric

Paul Rodgers, “Electric” (gruppo BMG, 1999).

Questo è quanto per ora. Un prossimo post del genere potrebbe comparire su questo blog in tempi brevi. Sembra una minaccia.

-Mat

Bob Dylan: un po’ di questo, un po’ di quello

Bob DylanBob Dylan è in tour in Italia con ben tre date all’Auditorium Parco della Musica di Roma, più altre a Firenze, Mantova, Milano, Jesolo (addirittura?) e Verona, ma io non sarò sotto il palco ad applaudirlo. Purtroppo. Mi sarebbe piaciuto, per carità, ma sono ormai dieci anni buoni che mi sono ritirato dall’attività live. Non ho più il fisico (e né la testa, a ben vedere) per affrontare tutti i chilometri che le mie pop/rockstar preferite vorrebbero farmi fare ogni volta che decidono di passare nella nostra beneamata penisola. E poi l’attesa ai cancelli, la corsa per prendersi i posti migliori, il sorbirsi i gruppi di supporto, eccetera. No, non fa proprio (più) per me.

Bob Dylan m’è sempre piaciuto anche se non mi ha mai fatto impazzire. Negli ultimi anni, tuttavia, sono andato a comprarmi diversi suoi dischi, comprese antologie triple (come ad esempio “Biograph”, del 1985) o cofanetti tematici (come ad esempio i sei ciddì contenenti le leggendarie “Basement Tapes”, usciti in box nel 2014), e perfino il suo ultimo album, anch’esso un triplo, “Triplicate” per l’appunto, uscito nel 2017 e del quale mi piacerebbe presto parlare in un post tutto suo. Mi piacerebbe avere un po’ tutti i suoi album “classici” (per ora sono fermo al solo “Blonde On Blonde” del 1966) ma è anche vero che ho puntato su Amazon un box antologico che la Sony ha fatto uscire qualche anno fa e contenente tutti i dischi da studio del nostro. Insomma, con una botta & via potrei farmi recapitare a domicilio tutta la produzione dylaniana dall’esordio agli anni della maturità.

Per il resto, sono convinto che ogni album di Bob Dylan sia meritevole quanto meno di considerazione, giacché in ognuno di essi si possono trovare brani di qualità. E poi parliamo pur sempre di uno che è sulla cresta dell’onda da oltre cinquant’anni e che di recente – non senza polemiche – è stato addirittura insignito del prestigioso premio Nobel per la letteratura. Un colosso, niente da dire. Al quale voglio avvicinarmi il più possibile ma anche senza fretta, seguendo la mia vecchia curiosità di appassionato di musica & compratore di dischi. Continuando, almeno per ora, a guardarlo da lontano, come in questi giorni che non sarò presente a nessuno dei suoi concerti italiani.

-Mat

Notiziole musicali #6

Sting e ShaggyNon compro un disco dallo scorso 1° dicembre. E questa, secondo me, è già una notizia. Un po’ inquietante, per i miei standard, ma conto di rifarmi presto, al massimo entro marzo. Il 23 di quel mese, infatti, sarà disponibile il sesto capitolo della “Bootleg Series” che la Sony ha dedicato e sta dedicando a Miles Davis. Si tratta d’un quadruplo ciddì contenente alcuni concerti europei del 1960 che testimoniano l’ultima collaborazione dal vivo tra Miles Davis e John Coltrane. Il nuovo titolo si chiamerà appropriatamente “The Final Tour: The Bootleg Series Vol. 6” e, sebbene contenga del materiale già precedentemente disponibile, c’è da credere che offrirà una qualità audio notevolmente superiore a quanto finora già ascoltato di quelle leggendarie esibizioni.

Insomma, il 23 marzo non è molto lontano, considerando inoltre che meno di un mese dopo, e precisamente il 21 aprile, sarà la volta del Record Store Day 2018. Ecco, diciamo che mi sto tenendo buono per questi due succosi appuntamenti. Nel frattempo, la produzione di “Bohemian Rhapsody“, il tanto atteso biopic sui Queen del quale si parla ormai da oltre un decennio, ha avuto modo di licenziare il regista Bryan Singer e di sostituirlo con Dexter Fletcher. Se del primo sapevo poco, del secondo so ancora meno; resto comunque ancora incuriosito da questo film, che dovrebbe debuttare nelle sale a dicembre.

Un’altra notizia che mi pare interessante è quella del ritorno degli Smashing Pumpkins, al lavoro su un nuovo album assieme al celebre (e celebrato) produttore Rick Rubin. Stavolta è della partita anche il chitarrista originario della band americana, James Iha, per cui potremmo davvero sentirne delle belle. Chissà. Intanto, anche Sting è tornato in studio negli scorsi mesi, pronto per dare probabilmente un seguito all’album “57th & 9th” del 2016. Tra i suoi collaboratori, oltre al produttore Martin Kierszenbaum, ci sarà anche Shaggy… ricordate, quello di Boombastic? Sting e Shaggy (nella foto) che, fra l’altro, si esibiranno prossimamente nel corso del Festival di Sanremo.

Nel frattempo, Roger Waters ha annunciato che ad aprire il suo concerto che terrà a Hyde Park (Londra), il prossimo 6 luglio, ci sarà anche Richard Ashcroft. L’ex Pink Floyd e l’ex The Verve… due dei miei cantanti/musicisti preferiti. Mi farebbe davvero piacere vederli assieme per uno o due brani. Chissà anche in questo caso. Ci terremo aggiornati.

-Mat

Billie Holiday, “Lady In Satin”, 1958

Billie Holiday Lady In Satin immagine pubblica blogPenultimo album registrato da Billie Holiday ma ultimo ad essere stato pubblicato – nel giugno 1958 – quando la cantante era ancora in vita, “Lady In Satin” può essere considerato il vero testamento artistico della celebre Lady Day. Formato da dodici brani che la Holiday non aveva mai precedentemente interpretato nel corso della sua carriera, “Lady In Satin” è un album romantico, etereo, sontuosamente orchestrato, eppure decadente e avvolto in un’aurea un po’ dark, per così dire, che non dispiace affatto, anzi che contribuisce eccezionalmente alla resa sonora complessiva del disco. Sorretta dalle partiture orchestrali arrangiate e dirette da Ray Ellis, la voce di Billie Holiday è ormai irrimediabilmente segnata dalle sue travagliate vicissitudini e dai suoi stessi accessi con alcol e droghe. Ma è proprio quella voce danneggiata, fragile e a tratti stentorea il marchio distintivo d’un disco come “Lady In Satin”, un lavoro che segnava sia il ritorno alla Columbia dopo aver cambiato tre o quattro etichette in pochi anni e sia il ritorno all’uso dell’orchestra (da quaranta componenti, in questo caso) così come quando la nostra incideva per la Decca.

Con Irving Townsend alla produzione, la Holiday, il buon Ellis e i loro collaboratori impiegarono soltanto tre giorni per incidere “Lady In Satin”, nel corso di altrettante sedute agli studi newyorkesi della Columbia che iniziavano intorno alla mezzanotte e terminavano verso le tre del mattino. Dodici le canzoni messe a punto in queste nove ore di registrazioni, la maggior parte delle quali tratta da quel leggendario Grande Canzoniere Americano (o Great American Songbook, se si preferisce) che continua ad affascinare tuttora (vedi il recente “Triplicate” di Bob Dylan, tanto per dirne uno) e dai motivi più celebri tratti dai musical di Broadway. Tuttavia, accanto a brani quali I Get Along Without You Very Well e It’s Easy To Remember, figurano anche numeri più contemporanei (per l’epoca in cui “Lady In Satin” uscì), come quel formidabile I’m A Fool To Want You di Frank Sinatra che la Holiday ha scelto come brano d’apertura di questo suo album.

Personalmente ritengo For Heaven’s Sake il pezzo più bello contenuto in “Lady In Satin”: non possono non colpire la suggestione dell’ascoltatore frasi come “un angelo intreccia le sue mani con le mie” e soprattutto “il paradiso non può essere così lontano”. Se si pensa che Billie Holiday morì nel luglio dell’anno successivo, una canzone come For Heaven’s Sake suona tristemente profetica; eppure è cantata & eseguita con una tale dolcezza e un tale gusto che il tutto sembra il più delizioso degli addii.

Non mi resta molto altro da dire, se non che “Lady In Satin” è un disco che merita di stare nella collezione di un qualsiasi appassionato della musica d’oltreoceano. Un disco che non può deludere e che, soprattutto, non può lasciare indifferenti. Io, nel mio piccolo, sono andato a comprarmi direttamente la “Centennal Edition” pubblicata dalla Sony nel 2015, in occasione del centenario della nascita di Billie Holiday. Si tratta di una bella riedizione deluxe comprendente tre ciddì: il primo contiene l’album più alcune versioni alternative, mentre gli altri due sintetizzano i tre giorni di lavorazione all’album (dal 18 al 20 febbraio ’58) attraverso take più o meno inedite con tanto di eventuali false partenze e discussioni in sala d’incisione tra Townsend, Ellis e la Holiday. Un ascolto davvero interessante per apprezzare ancor di più l’album originale.

-Mat

Miles Davis Quintet, “Freedom Jazz Dance: The Bootleg Series, Vol. 5”, 2016

Miles Davis Freedom Jazz Dance Bootleg SeriesCon entusiasmo calante, negli ultimi anni ho comprato tutti i volumi della “Bootleg Series” che la Legacy Records/Sony ha dedicato all’opera di Miles Davis. E se i primi tre volumi della serie, pubblicati tra il 2011 e il ’14, li ho acquistati nei rispettivi giorni d’uscita, i due capitoli seguenti li ho presi soltanto quando me li sono trovati davanti a prezzi stracciati, e tanto per completare la collezione. Invece, con mia somma gioia & stupore, ho dovuto constatare che l’ultimo in ordine d’uscita, nonché d’acquisto da parte mia, è per quanto mi riguarda il migliore della serie, oltre che il più coinvolgente da un punto di vista meramente auditivo.

Si tratta di “Freedom Jazz Dance: The Bootleg Series, Vol. 5”, il primo della serie a contenere solo materiale da studio, mentre tutti i precedenti volumi contenevano esclusivamente esibizioni dal vivo. Uscito a fine 2016, questo “Freedom Jazz Dance” è una raccolta di provini, false partenze, versioni alternative e “dibattiti” in sala d’incisione del periodo 1966-68, quando Miles Davis suonava con quello che forse è stato il suo miglior gruppo, ovvero il quintetto formato col sassofonista Wayne Shorter, col pianista Herbie Hancock, col bassista Ron Carter e col batterista Tony Williams. Insomma, “Freedom Jazz Dance: The Bootleg Series, Vol. 5” è una sorta di compendio del processo creativo adottato in studio da uno dei quintetti jazz più amati ed entusiasmanti di sempre. Con loro, in sala di controllo, c’è l’altrettanto celebre produttore Teo Macero, ed è proprio negli scambi di impressioni/istruzioni tra il gruppo e il produttore che “Freedom Jazz Dance” offre il meglio di sé. E’ illuminante per chiunque come me ami la musica che Miles Davis ha creato tra il 1965 e il 1968 con questi formidabili musicisti (oltre che, è bene ricordarlo, anche autori) scoprire chi ha proposto cosa e come Macero abbia operato in seguito a quella o quell’altra idea. Dal canto suo, Miles dà l’impressione di sapere esattamente che cosa voglia, pur lasciando sempre la possibilità agli altri di proporre idee alternative e di sperimentare soluzioni più o meno accolte nei master definitivi.

Quelle che possiamo ascoltare in “Freedom Jazz Dance: The Bootleg Series, Vol. 5” sono così sei sedute d’incisione (tutte negli studi newyorkesi della Columbia) nella quale la band appare quasi sempre rilassata, pur mantenendo alta la concentrazione. E’ uno spasso, inoltre, sentire Miles inveire amichevolmente verso i suoi collaboratori con parolacce come “shit”, “cocksucker” e soprattutto “motherfucker”. I brani – più o meno completi ma comunque tutti inediti in questa veste – coi quali abbiamo a che fare sono Circle (in tre versioni), Dolores, Orbits, Footprints, Gingerbread Boy, Fall (dove solo in questo caso il produttore è Howard Roberts, forse perché Macero impossibilitato in quel giorno), Nefertiti, Water Babies, Masqualero (unico ad offrirci una take completa, la numero 3, senza dialoghi o altro che non sia musica) e Country Son (solo la sezione ritmica, ovvero senza Davis e Shorter), oltre ovviamente quella Freedom Jazz Dance che dà il titolo e che apre opportunamente le danze in questo quinto volume della “Bootleg Series”. In coda è invece stata inserita un’inedita incisione casalinga che ci mostra un Miles al piano che dà istruzioni a Wayne circa un’idea musicale che gli ronzava in testa e che qui è chiamata Blues In F (My Ding). Il nostro si aiuta anche canticchiando con quel suo inconfondibile sussurro rasposo, sebbene Shorter sembri più interessato a spiluccare dal frigorifero del padrone di casa.

Si tratta, come si sarà capito, d’un quinto volume estremamente dedicato, rivolto soltanto a chi già conosce l’opera del Miles Davis Quintet del periodo 1965-68; eppure è il capitolo che finora ho trovato più interessante, quello che ho ascoltato più volte. Insomma, a volte capita proprio questo: compri un disco con grandi aspettative e ti delude, ne compri un altro tanto per non lasciare un vuoto nella collezione e scopri che è quello che ti ci voleva.

-Mat

Ivan Graziani, “Rock e Ballate per Quattro Stagioni”, 2017

ivan-graziani-rock-e-ballate-per-quattro-stagioni“Grandissimo”, “artista completo”, “in anticipo sui tempi”, “grande chitarrista”, “mai banale”, “ironico”, “originale” e soprattutto “sottovalutato”. Sono questi i termini con cui la stampa italiana ha ricordato Ivan Graziani a venti anni dalla morte e al cospetto della sua tripla antologia “Rock e Ballate per Quattro Stagioni”, pubblicata dalla Sony meno d’un mese fa e da me acquistata di lì a poco.

Non precisamente un cofanetto, com’è stato scritto un po’ ovunque, la confezione di “Rock e Ballate per Quattro Stagioni” è semplicemente apribile a fisarmonica, dove tre tasche di cartoncino accolgono altrettanti ciddì: i primi due contengono una selezione del meglio di Ivan Graziani del periodo 1976-86, mentre il terzo è la ristampa dell’album “Per Sempre Ivan”, uscito originariamente nel 1999, quando Ivan non c’era già più e che per questo venne realizzato dall’amico Renato Zero a partire dagli inediti nastri originali del cantautore abruzzese.

“Cantautore abruzzese”, ecco una definizione che mi piace e che mi imbarazza a un tempo: mi piace perché io, da conterraneo, ovviamente non posso non compiacermene, e mi imbarazza perché ho praticamente scoperto Ivan Graziani proprio con questa sua nuova raccolta. Certo, il suo nome lo conosco da sempre, canzoni come Firenze (Canzone Triste) o Lugano Addio le conosco da decenni anch’io, eppure mai prima d’ora avevo sentito la necessità d’andarmi a comprare un disco di Ivan o anche soltanto a curiosare qua e là via web sul suo conto.

Inoltre, seppure a chiacchiere apprezzato da tutti, nessuno tra i miei parenti e amici ha mai avuto un disco di Ivan Graziani (o io non me ne sono mai accorto, ipotesi non troppo infondata, in effetti) per cui – incuriosito come ormai mi capita abitualmente da trent’anni a questa parte, e non so mai il perché mi sovvengono, di queste curiosità – ho fatto tutto da me, da bravo autodidatta quale sono sempre stato. Di corsa a comprarsi una raccolta, insomma, che per me resta il modo migliore per scoprire la musica d’un gruppo o d’un solista che sia.

E così oltre a quelle canzoni più popolari che forse un po’ tutti noi conosciamo, come Agnese, come Pigro o le già citate Lugano Addio e Firenze, in “Rock e Ballate per Quattro Stagioni” ho avuto la piacevole sorpresa d’imbattermi in molte altre belle canzoni che conoscevo appena o non conoscevo affatto, come Signora Bionda Dei Ciliegi (davvero magnifica, tanto da chiedermi… ma io in tutto questo tempo dove sono stato?!), come Olanda, come Ugo l’italiano, come Pasqua, come Scappo di casa, come Palla di Gomma, come Signorina, come Fuoco Sulla Collina, come La mia isola, come Fango. Davvero belle, davvero degne di nota, davvero tra le cose migliori mai messe su nastro da un nostro cantautore. E anche le altre che non ho menzionato, mi sembrano via via più belle con gli ascolti ripetuti. Ragion per cui sono anch’io pronto a utilizzare, nei confronti del compianto Ivan Graziani, termini come “grandissimo”, “artista completo”, “in anticipo sui tempi”, “grande chitarrista”, “mai banale”, “ironico”, “originale” e soprattutto “sottovalutato”.

-Mat

Aspettando i Depeche Mode

depeche-mode-2017-wheres-the-revolutionUscirà domani 3 febbraio il nuovo singolo dei Depeche Mode, Where’s The Revolution, primo estratto dall’album “Spirit“, che verrà pubblicato dalla Sony il prossimo 17 marzo. Li seguo da almeno vent’anni, i Depeche Mode, e se nel giro di poco tempo sono andato a procurarmi tutti i loro album pubblicati dal 1981 al 1993, a partire dal 1997 non mi sono mai perso un’uscita discografica di quella che resta una delle mie band preferite.

Devo pur ammettere, ahimè, che per quanto pregevoli, gli ultimi lavori dei miei beniamini non mi hanno esaltato granché. Attendo con una certa curiosità questo “Spirit” di prossima distribuzione, tuttavia ricordo benissimo la sensazione che mi accompagnò quando andai a comprarmi il disco precedente, “Delta Machine“: grande curiosità, per l’appunto, ascolti a ripetizione del bel singolo Heaven, ascolto dell’album ripetuto per un mesetto buono, soprattutto in macchina, e quindi dritto nella collezione a far numero, pressoché inascoltato da quattro anni a questa parte.

Stessa sorte che è toccata ai precedenti “Sounds Of The Universe” del 2009 (nonostante l’acquisto della versione deluxe, un bel cofanettone multiformato in edizione limitata) e “Playing The Angel” del 2005, comunque il migliore tra gli album pubblicati dai nostri dal 2001 in poi. Un anno, quel 2001, in cui non soltanto andai a comprarmi tutto eccitato il poco eccitante “Exciter” e i suoi relativi quattro ciddì singoli ma, soprattutto, ebbi il piacere di ascoltare e vedere dal vivo i Depeche Mode per la prima volta, al palazzetto dello sport di Bologna. E se nel 2004 mi gustai a distanza ravvicinata un dj-set tutto pescarese del solo Andy Fletcher, due anni dopo tornai a vedere la band dal vivo al gran completo, in uno stadio Olimpico strapieno. Fu l’ultima volta che andai a un loro concerto, anche perché attorno al 2010 smisi del tutto di andare a concerti. Non mi divertivo più, ecco. Cominciavo inoltre a sentire il peso degli anni. Essì.

L’ultimo disco dei Depeche Mode che mi sia davvero piaciuto è quindi “Ultra“, pubblicato la bellezza di venti anni fa (mioddio… venti anni fa… sembra ieri…): all’epoca fu l’album del ritorno, dopo che a metà anni Novanta la band venne data per spacciata, dopo il sofferto abbandono di Alan Wilder e i grossi problemi di droga di Dave Gahan. Ma il talento autoriale di Martin L. Gore restò intatto, Dave prese a cantare come mai aveva cantato prima e la band si affidò a un produttore esterno, Tim Simenon (pratica attuata da allora fino ad oggi, con l’inedito James Ford in cabina di regia), il quale effettuò un lavoro tanto difficile quanto egregio. “Ultra” fu un successo sia di critica che di vendite, permettendo rapidamente ai nostri di risalire la china. E il resto è storia recente.

Ecco, volevo proporre una carrellata della discografia dei Depeche Mode da “Delta Machine” del 2013 fino al primo “Speak & Spell” del 1981 ma penso di aver divagato fin troppo. Tornerò presto a scriverne qui, dei dischi dei Depeche Mode, certamente in occasione dell’uscita di “Spirit” il mese prossimo. Se andrò a comprarlo? Ma certamente, miei cari.

-Mat