Un interesse che viene chissà da dove

carlo-revelli-sette-brevi-lezioni-di-fisica-immagine-pubblicaFino a qualche tempo fa, rievocando le lezioni di scuola con qualche vecchio compagno di classe, quasi mi compiacevo di dire che non solo non capivo una materia come la fisica, ma che non capivo nemmeno a che cosa servisse la fisica. Insomma, un argomento totalmente tabù, per quanto mi riguardava.

Ebbene, un paio di mesi fa, trovandomi in una delle mie librerie preferite, invece di recarmi come faccio sempre nel settore della narrativa, o al massimo in quello della musica del cinema e dell’intrattenimento in generale, sono andato dritto al reparto saggistica, e nello specifico nel settore della fisica. Ho così comprato un libro di Carlo Rovelli, “Sette brevi lezioni di fisica”, uscito qualche anno fa per la Adelphi. Libro che, seppur davvero breve come il titolo stesso annuncia, ho divorato in due giorni.

Più recentemente, invece, nella stessa libreria, ho quindi acquistato un libro del ben più celebre Stephen Hawking, “L’universo in un guscio di noce”, edito già da buoni quindici anni e qui all’ennesima ristampa (lo stavo leggendo, soltanto che poi mi sono sfortunatamente imbattuto in una nuova – e davvero monumentale – biografia su Enzo Ferrari, “Ferrari Rex” di Luca Dal Monte, che mi ha chiesto una precedenza di lettura totale & totalizzante. Tornerò presto sul libro di Hawking, ad ogni modo).

Tutto questo è per me inaudito, io che leggo libri sulla fisica! Eppure qualche avvisaglia l’avevo già avvertita un paio di anni fa, quando dal Kindle Store della Amazon mi scaricai bellamente la biografia di un certo Albert Einstein, scritto dall’ottimo Walter Isaacson e letta dal sottoscritto con preoccupante interesse & inquietante voglia di saperne di più.

Interesse che non saprei proprio dire da dove provenga. Ripensando alla mia storia scolastica, devo probabilmente riconoscere che nelle materie scientifiche non andavo affatto male; certo, scrivere temi e studiare lettere mi veniva facile & naturale, eppure applicandomi un po’ di più anche nelle materie come matematica e biologia riuscivo pure a ottenere voti più alti. Penso di aver soffocato il mio interesse scientifico inseguendo un velleitario sogno letterario. Oggi, forse, quell’interesse torna per chiedere il conto.

-Mat

 

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Pink Floyd, “The Endless River”, 2014

Pink Floyd The Endless RiverOltre al recente “Blackstar” di David Bowie, c’è stata un’altra importante uscita discografica, del novembre 2014, che mi ha fatto rimpiangere di non avere più un blog: “The Endless River”, l’album pubblicato dai Pink Floyd a venti anni dal precedente “The Division Bell”. Mi sarebbe piaciuto farne una recensione a caldo, all’indomani del primo ascolto, tanto che meditai di aprire un nuovo blog e di chiamarlo The Endless Fever. Una febbre infinita la mia per i Pink Floyd, oltre che per la musica in generale, e forse per la stessa voglia di starne a raccontare le impressioni su un sito personale. La pigrizia però ha avuto la meglio. Ancora una volta.

Ad ogni modo, in quel novembre del 2014 ero molto emozionato all’idea di poter assistere all’uscita d’un nuovo disco dei Floyd – del resto m’era capitato un’altra volta soltanto nella vita, quando uscì “The Division Bell” (1994), mentre per quanto riguarda il precedente “A Momentary Lapse Of Reason” (1987) ero troppo piccolo per ricordarmene. Però pensai anche che i Pink Floyd – o i due soli superstiti della band, ovvero David Gilmour e Nick Mason – avessero fatto un po’ i furbi. Mi spiego meglio.

In quel 2014 venne pubblicato un sontuoso cofanetto celebrativo per l’album “The Division Bell”, per l’appunto in occasione del suo ventennale. Riscoprendo gli archivi storici del periodo, tuttavia, i signori Gilmour e Mason devono essersi resi conto che il materiale inedito poteva essere buono come base di partenza per un nuovo album: ecco perché il cofanetto di “The Division Bell” non contiene nemmeno una nota inedita (e perché io, seppur tentatissimo, non mi sono concesso il dispendioso acquisto), mentre “The Endless River” costituisce una sorta di bonus disc delle “The Division Bell Sessions 1993-94” (mi piace questa definizione) con tutto – o quasi – il materiale scartato all’epoca e qui sapientemente rimaneggiato e pubblicato come opera autonoma.

Su questo, almeno, i Pink Floyd non avevano fatto mistero: “The Endless River” non è un disco nuovo in quanto tale, bensì una collezione di brani strumentali registrati parallelamente a High Hopes (la frase “the endless river” viene proprio dal suo testo), Coming Back To Life, Keep Talking e agli atri pezzi originali editi nell’ormai lontano 1994. Fu Polly Samson, la signora Gilmour, ad annunciare in anteprima – e decisamente a sorpresa – l’uscita del “nuovo” album, che avrebbe rappresentato inoltre un omaggio all’arte di Richard Wright, tastierista dei Floyd, morto nel 2008 dopo una lunga malattia.

Bene, questi i fatti precedenti all’uscita dell’album, ma il disco com’è? Dico subito che non si tratta d’un capolavoro; è sì piacevole – inconfondibilmente floydiano, senza dubbio – ma non si può certo annoverare tra i dischi più memorabili dei nostri. Si tratta insomma di un’appendice gradevole & interessante alla vicenda discografica dei Pink Floyd ma che – resto dell’idea che già mi ero formato nel 2014 – era meglio se veniva pubblicata come bonus nell’edizione deluxe 20th Anniversary Edition di “The Division Bell”.

Si parte con la contemplativa Things Left Unsaid – il classico brano dall’atmosfera onirica che spesso apre un album dei nostri – che quindi confluisce in It’s What We Do, una sorta di variazione sul tema di Shine On You Crazy Diamond. Qui non c’è ombra di dubbio: stiamo ascoltando i Pink Floyd, non può essere nessun’altra band al mondo, eppure sembra di ascoltare il soundcheck propedeutico a un concerto, un’improvvisazione che scaturisce da un’esecuzione libera di Shine On You Crazy Diamond, più che una musica imparentata con Marooned, Take It Back o qualsiasi altro pezzo di “The Division Bell”.

Non mancano comunque quei pezzi che sembrano effettivamente dei brani esclusi dalla scaletta definitiva di “The Division Bell”: ora non ricordo tutti i titoli, ma c’è un pezzo che inizia come Poles Apart, salvo prendere poi tutt’altra direzione, mentre un altro ancora condivide con Keep Talking il contributo vocale dello scienziato Stephen Hawking. Una menzione a parte merita Autumn ’68 che, come indica il titolo stesso, ci riporta ancora più indietro negli anni, grazie a un frammento recuperato da un’esibizione dei Floyd alla Royal Albert Hall: un minuto e mezzo di Richard Wright alle prese con l’organo a canne della celebre sala da concerto londinese, sorretta dal gong di Nick Mason. Interessante ma a che pro?

“The Endless River” è tutto così, un’alternanza di contributi musicali sparsi, più o meno compiuti ed elaborati, alcuni dei quali ripetuti più volte con piccole variazioni, che si intersecano l’un l’altro come se si ascoltasse un’unica suite. Conclude il tutto Louder Than Words, una ballad melodica e sentimentale, unico brano cantato di tutto il disco, pubblicato poco prima dell’album come singolo apripista.

Il mondo aveva bisogno di un album del genere? Evidentemente sì, visto l’enorme successo commerciale che ha ottenuto un po’ ovunque. I fan dei Pink Floyd in senso stretto avrebbero forse meritato un’opzione più mirata, magari rilasciandone una doppia versione: una così com’è stata effettivamente editata, per un pubblico più generalista, una inserita in una versione ampliata di “The Division Bell” che avesse una documentazione filologicamente sensata del lavoro comune che Gilmour, Wright e Mason svolsero tra il 1993 e il 1994. Forse si tratterà di aspettare il trentennale di “The Division Bell”.

-Mat