The Cure, “The Head On The Door”, 1985

the-cure-the-head-onthe-door-1985Pubblicato per la prima volta nel 1985, “The Head On The Door” è il primo disco dei Cure che ho avuto modo d’ascoltare, verso la fine degli anni Novanta, quando iniziavo a interessarmi non solo a questa band inglese ma anche a tutta quella scena musicale britannica che, partita dall’esplosione punk del 1977, ha poi virato verso territori più dark se non proprio gotici. In quegli ultimi anni del Ventesimo secolo, infatti, scoprivo i Joy Division e i loro naturali successori, i New Order, ma anche i vari StranglersBauhaus, Siouxsie And The Banshees, The DamnedSisters Of Mercy e The Mission, toccando quindi le coste australiane con band quali The Church e Nick Cave & The Bad Seeds.

Non tutti mi sono piaciuti, o non tutti ho continuato ad ascoltare in seguito, ma alcuni di loro, quali appunto i Cure, mi sono rimasti nel cuore. Così come ci è rimasto questo “The Head On The Door”, uno dei loro lavori più accessibili e pop, quello che mi ha fatto innamorare di tutta una scena musicale e che ha dato avvio alla mia passione per l’universo sonoro di Robert Smith, autore, cantante, chitarrista, produttore e inconfondibile immagine pubblica dei Cure, una band ormai storica, che calca le scene dai tardi anni Settanta e che ancora oggi riempie gli stadi di tutto il mondo. Li ho visti una volta, a Roma nel 2002, in un concerto all’Olimpico tra i più belli (tutte le hit storiche e i brani più amati dai fan) e generosi (3 ore di durata) ai quali io abbia mai assistito.

Avevo già pubblicato qualcosa su “The Head On The Door” nelle precedenti incarnazioni di questo blog, esattamente il 20 aprile del 2007 e il 1° febbraio del 2008. Per chi non conosce il contenuto dell’album e vuol saperne qualcosa di più, ripeto brevemente quanto scritto allora. Si parte col travolgente pop rock di In Between Days, appena 3 minuti di chitarre rotolanti e squillanti che sfidano chiunque a restare immobili, si continua con quello che resta uno dei miei pezzi preferiti dei Cure, Kyoto Song, forte d’un arrangiamento tanto gotico quanto maestoso, e quindi con The Blood, un coinvolgente brano pop rock che infonde un veloce arrangiamento in stile flamenco alle venature più dark tipiche dei Cure, con Six Different Ways, brano più pop che sembra uscito dalle sessioni dell’album precedente, “The Top” (1984), e quindi con Push, altro brano travolgente, coi primi 2 minuti tiratissimi e praticamente strumentali, e forte di una delle migliori prove vocali mai offerte da Smith.

La successiva The Baby Screams ricorda un po’ i New Order (e la cosa non è infrequente nella produzione artistica dei Cure di quel periodo) anche se, una volta che Smith inizia a cantare, si è inconfondibilmente in presenza d’una canzone dei Cure. A seguire c’è Close To Me, uno dei loro pezzi più famosi, riproposto nel 1990 in un remix (con tanto di divertente videoclip che riprendeva l’originale del 1985 nel punto in cui finiva) che ha ridato nuova popolarità sia alla canzone che alla band stessa. A entrambe le versioni, tuttavia, ho sempre preferito la successiva – nella scaletta di “The Head On The Door” – A Night Like This, arricchita da un insolito assolo di sax: dopo 30 anni continua a restare un brano di grande atmosfera, epico e intenso, perfettamente bilanciato fra quelle sonorità irresistibilmente pop e quella sensibilità peculiarmente dark che hanno reso celebri i Cure.

Viene quindi il turno di Screw, breve funky dall’andamento saltellante e robotico che sembra più che altro introdurre il brano finale, Sinking, secondo me il migliore del disco. Con quel ritmo medio-lento che sembra andare alla deriva, le tastiere eteree, il basso pulsante e la voce più unica che rara di Smith, Sinking è una delle canzoni più memorabili dei nostri, quella che segna lo stile maturo dei Cure, uno stile che verrà sviluppato ulteriormente in tutti gli altri dischi della band, da “Kiss Me Kiss Me Kiss Me” del 1987 in poi, trovando compimento definitivo con l’album “Bloodflowers”, quindici anni dopo “The Head On The Door”.

Anche “The Head On The Door”, infine, è stato ripubblicato in edizione deluxe con disco bonus contenente inediti e rarità del periodo. Tra il 2006 e il 2010, infatti, Robert Smith ha curato di persona le ristampe di tutti gli album dei Cure usciti nel primo decennio d’attività della band, cioè tutti i dischi compresi tra “Three Imaginary Boys” (1979) e “Disintegration” (1989), passando anche per “Blue Sunshine” (1983), frutto di quell’estemporanea ma riuscita collaborazione tra Smith e Steven Severin dei Siouxsie And The Banshees chiamata The Glove. Magari di tutto questo avremo modo di parlare in un prossimo post.

-Mat

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The Glove, “Blue Sunshine”, 1983

the-glove-blue-sunshine-the-cure-siouxsie-and-the-bansheesE’ stata davvero una bella sorpresa, per me, l’ascolto di “Blue Sunshine”, l’unico album accreditato a The Glove, una sigla che cela i nomi di Robert Smith dei Cure e Steven Severin dei Siouxsie And The Banshees. Semplicemente non credevo che fosse così bello, ecco!

Sapevo da anni di questo disco, un album più sperimentale e dal sapore psichedelico, ma è solo dopo la sua recente ristampa in formato deluxe che ho deciso di comprarmene una copia, sul finire dell’anno scorso.

La storia di quest’inedito progetto musicale dovrebbe essere nota ai fan dei Cure – ne ho già parlato nel post biografico sui Cure e in questa recensione – tuttavia qualche breve cenno di riepilogo ci sta bene: nel corso del 1983 i Cure non se la passavano affatto bene e Robert Smith – voce, chitarra e mente creativa del noto gruppo inglese – tentò di formare una nuova band, stavolta un duo, con un musicista che apprezzava anche umanamente e che aveva gusti artistici in comune, Steven Severin, per l’appunto, bassista dei Banshees nonché componente centrale dell’altro noto gruppo inglese. L’idea però non piaceva a Chris Parry, manager dei Cure verso il quale il buon Robert aveva ancora degli stretti obblighi contrattuali: e così il perfido Parry proibì a Smith di cantare più di due canzoni che avrebbero formato il primo album dei Glove.

Fu così che Severin & Smith, per ridurre al minimo le influenze altrui sul proprio lavoro, ricorsero per il ruolo di cantante ad una totale sconosciuta, tale Jeannette Landray, all’epoca ragazza di Budgie, il batterista dei Banshees. Jeannette cantò quindi in ben sei delle dieci composizioni Severin/Smith, dato che due restavano strumentali e altre due venivano cantate da Smith. In realtà nelle versioni dimostrative delle canzoni, messe su nastro ad uso privato, la voce di Robert Smith si sente forte & chiara non solo nei brani successivamente affidati a Landray ma anche in quei due che infine sono stati editi come strumentali. Questo materiale, più qualche altra ghiotta chicca, è stato inserito nel ciddì aggiuntivo alla recente riedizione di “Blue Sunshine”: insomma, dal 2006 è finalmente possibile non soltanto ascoltare la versione rimasterizzata di “Blue Sunshine” con tanto dei brani che apparivano solo sui lati B dei singoli, ma anche di avere un’idea precisa di quello che sarebbe stato l’album con Smith come unico cantante. Ora torniamo però al disco così come venne inteso per la pubblicazione nel lontano 1983…

Col minimo supporto di qualche musicista esterno – fra cui Andy Anderson, all’epoca batterista dei Cure – il duo Severin/Smith scrisse, arrangiò, suonò e produsse quest’album tanto peculiare che è “Blue Sunshine” e che adesso vedremo brano dopo brano.

Si comincia con Like An Animal (scelta anche come primo singolo), una delle sei canzoni cantate dall’impassibile e bassa voce della Landray: ritmo veloce, musica molto percussiva e strumentazione avvolgente in quella che è una sorta d’anticipazione più elettronica di In Between Days, il brano d’apertura del curiano “The Head On The Door”. Al termine di Like An Animal possiamo ascoltare alcuni secondi di The Man From Nowhere, brano strumentale non accreditato che ricompare in altri punti dell’album come breve raccordo fra le canzoni.

Decisamente più rilassata è la successiva Looking Glass Girl, una canzone dalle atmosfere sognanti ed epiche; a mio avviso è uno dei momenti più belli di questo disco. Un andamento più sensuale ci viene invece offerto da Sex-Eye-Make-Up, un brano che sarebbe stato perfetto in un album di Siouxsie And The Banshees, così come la seguente Mr. Alphabet Says sarebbe stata perfetta in un album dei Cure di quel periodo: quest’ultimo infatti è uno dei due brani qui presenti affidati alla voce più unica che rara di Robert Smith; la musica è alquanto tetrale, una sorta di piccola marcia dove a farla da padrone sono il piano, i violini e la viola.

La riflessiva ma calda sonorità di A Blues In Drag rappresenta invece il primo dei due momenti strumentali inclusi in “Blue Sunshine”; una bella prova A Blues In Drag, ricorda un po’ alcune sonorità del bowiano “Low” ma dal retrogusto più ottimista. Con Punish Me With Kisses, edita come secondo singolo, ritroviamo la voce della Landray in quella che pare una versione più lenta e sognante di Ceremony dei Joy Division; in effetti la somiglianza è più evidente nella seconda parte della canzone e sul finale… a ben guardare (o meglio, sentire…) la musica di Robert Smith è molto debitrice nei confronti del sound dei Joy Division e della sua successiva incarnazione, i New Order

This Green City è una sognante ma propulsiva composizione, molto adatta mentre si guida in un paesaggio d’aperta campagna avvolto dalla foschia. Questo è uno dei brani in cui si avverte maggiormente la nostalgia della voce di Smith… con lui This Green City avrebbe guadagnato cento punti! Segue Orgy, un brano più tribale, anzi dalle sonorità alquanto orientaleggianti. Non è una cattiva canzone, tuttavia è quella che meno apprezzo in quest’album.

Con l’etnico e sinuoso techno-pop di Perfect Murder ritroviamo il buon Robert alla voce in quello che è un pezzo molto rappresentativo del sound complessivo dell’album: orientamento pop, attenzione alle melodie, uso di strumenti poco convenzionali, commistione di stili sonori e un vivace spruzzo di psichedelia. La strumentale e conclusiva Relax può suggerire tutto fuorché il significato del suo titolo: il suo sovrapporsi di strumenti, vocii & effetti d’ogni sorta in sequenza circolare e vagamente minacciosa (una specie di Revolution 9 dei Beatles mi viene da pensare) sembra più che altro la musica d’un vecchio film dell’orrore.

A chi fosse interessato all’acquisto di “Blue Sunshine”, consiglio caldamente la ristampa in doppio ciddì del 2006, che oltre a contenere (come già detto) una versione demo dell’intero disco cantato da Robert Smith, include anche altri inediti interessanti, i lati B dei singoli – fra i quali l’avvolgente Mouth To Mouth, presente anche nella versione cantata da Smith – e alcune versioni estese e/o remixate degli stessi singoli. Insomma, per una volta tanto un lavoro veramente completo a proposito d’un disco che non dispiacerà affatto ai veri fan dei Cure e dei Banshees.

– Mat

The Cure

the-cureGià mi sono occupato dei Cure nelle pagine virtuali di questo blog, recensendo alla bellemmeglio alcuni loro album (e di altri mi piacerebbe parlare in futuro). Però non ho mai dedicato un post biografico al noto gruppo dark-pop inglese: ecco quindi un punto della situazione, con la speranza di aver rimediato decentemente.

Fin dagli esordi nella seconda metà degli anni Settanta, quando la band si chiamava ancora The Easy Cure, la formazione dei nostri subiva continui cambi che la trasformò da quartetto a quintetto, fino a diventare un trio, fra il ’78 e il ’79. E’ per l’appunto come trio che il gruppo, perso ‘Easy’ e diventato ufficialmente The Cure, debutta professionalmente al principio del 1979 col singolo Killing An Arab, seguìto qualche mese dopo dall’album “Three Imaginary Boys”. Già allora il capo indiscusso dei Cure era il cantante/chitarrista Robert Smith, un tipo assolutamente particolare, un personaggio unico & inconfondibile nel panorama musicale, l’anima stessa dei Cure in tutti questi anni d’attività. All’epoca, tuttavia, i Cure avevano un manager-padrone chiamato Chris Parry che molto influì sulla vicenda storica & artistica del gruppo: già scopritore dei Jam di Paul Weller, Parry consolidò grazie al successo in classifica di questi ultimi la sua posizione nella casa discografica Polydor, sebbene si fece sfuggire i Clash. Non così avvenne coi Cure, quindi, che mise sotto contratto e che distribuì per un’etichetta nuova di zecca in seno alla stessa Polydor, la Fiction Records, che pubblicherà le nuove uscite dei nostri fino al 2004.

Non ho mai imparato tutti i nomi dei componenti dei Cure che via via hanno condiviso con Smith i palcoscenici di mezzo mondo e gli studi di registrazione più blasonati, tuttavia nel 1982, dopo aver dato alle stampe altri tre album, alquanto darkettoni se non proprio gotici, ovvero “Seventeen Seconds” (1980), “Faith” (1981) e il ben più celebrato “Pornography” (1982), i Cure di fatto si sciolgono dopo essere venuti alle mani fra loro. Tensioni interne, uso di droghe, un successo che sembrava scemare, il rapido cambio dello scenario musicale seguìto all’esplosione del fenomeno punk nel 1977, le pressioni da parte di Parry affinché i Cure diventassero più appetibili commercialmente… insomma un’atmosfera non certo salubre & rilassata per un personaggio sensibile & creativo come Smith.

Tuttavia, convinti ancora una volta da Parry, i Cure risorgono entro quel fatidico 1982, seppur con una formazione ridotta a duo, vale a dire lo stesso Smith col fido Lol Tolhurst: il risultato sono due singoli dall’appeal appositamente più commerciale e cioè la danza sintetica di The Walk e il melodico funk-pop di Let’s Go To Bed. I due brani ottengono il risultato sperato in classifica, spazzando anche l’immagine dark della band, ma di lì a poco Smith rinnega quella svolta, coi due componenti del gruppo che prendono strade separate per cercare di schiarirsi le idee.

Robert Smith intensifica così i suoi rapporti d’amicizia e professionali con Siouxsie And The Banshees diventando un membro di quel gruppo a tutti gli effetti. Passa un altro po’ di tempo e Smith e il bassista di questi ultimi, Steven Severin, provano a formare un nuovo gruppo dato che pure i Banshees attraversano brutte acque. L’inedito progetto del duo Smith/Severin adotta quindi il nome di The Glove ma Chris Parry, pur sempre legato contrattualmente a Smith, non gradisce il sodalizio del suo protetto con Severin e gli proibisce di cantare più di due canzoni nel primo (e unico) album dei Glove, l’interessante “Blue Sunshine”, edito nel 1983. In effetti la voce di Smith è assolutamente unica & perfettamente riconoscibile: Parry voleva continuare ad associare quella voce ad un unico marchio, The Cure per l’appunto, e così sarà.

Dopo aver realizzato un album da studio coi redivivi Banshees, “Hyaena” (1984), Smith abbandona quindi il gruppo di Siouxsie e rifonda i Cure. In realtà la rinascita della band avviene già sul finire dell’83, con l’irresistibile singolo The Lovecats, seguìto dall’album “The Top” nel 1984. Non è un capolavoro, “The Top”, ma di sicuro è l’album che incanala una volta per tutte i Cure (guidati da Smith con chi via via lo affiancherà in studio e sui palchi) verso una rinascita artistica che li porta a sfornare una serie di album memorabili: l’eccitante “The Head On The Door” nel 1985, l’ambizioso “Kiss Me Kiss Me Kiss Me” nel 1987, lo splendido “Disintegration” nel 1989, il superlativo “Wish” nel 1992, l’ecclettico “Wild Mood Swings” nel 1996 e lo straordinario “Bloodflowers” nel 2000.

In mezzo raccolte antologiche, dischi dal vivo, album di remix, reinterpretazioni, tributi, progetti umanitari e una sfilza invidiabile di singoli fantastici: da Boys Don’t Cry del ’79 a Friday I’m In Love del ’92, passando per Jumping Someone Else’s Train, Charlotte Sometimes, The Hanging Garden, In Between Days, Close To Me, A Night Light This, Why Can’t I Be You?, Just Like Heaven, Lullaby, Lovesong, Pictures Of You, High e A Letter To Elise. Impossibile non menzionare Burn, pubblicata nella colonna sonora del film “Il Corvo” (1994), meno riuscita ma sempre interessante l’elettronica Wrong Number del ’97. Discorso a parte merita “Bloodflowers“, uscito nel 2000 come ultimo album d’inediti per la Fiction, al quale dedicherò un post tutto suo più avanti.

Nel 2001 viene quindi pubblicata una nuova antologia (la terza) dei Cure, “Greatest Hits”, contenente due pezzi nuovi del tutto trascurabili, Cut Here e Just Say Yes. Seguono un ottimo cofanetto in quadruplo ciddì con lati B dei singoli e rarità, “Join The Dots” (2004), e le ristampe di tutti gli album del gruppo del periodo 1979-1987 con tanto di dischi aggiuntivi di materiale raro e/o inedito (un’operazione personalmente condotta da Smith). Nel 2002 la band se ne va in tour, passando pure in Italia, precisamente allo Stadio Olimpico di Roma: un estasiato Mat, accompagnato dall’altrettanto estasiato Brother Luca, è presente! Intanto i Cure firmano per una nuova etichetta, la Geffen, che pubblica quindi nel 2004 il primo album omonimo dei nostri, quasi come a voler simboleggiare un nuovo inizio, seguìto quattro anni dopo da un nuovo disco, “4.13 Dream”.

– Mat

(aggiornato il 19 ottobre 2009)

Siouxsie & The Banshees, “Twice Upon A Time/The Singles”, 1992

siouxsie-and-the-banshees-twice-upon-a-timeQuesto post riguarda la seconda raccolta dei singoli dei Siouxsie And The Banshees, chiamata appropriatamente “Twice Upon A Time”, anche perché è il seguito di quel “Once Upon A Time” che abbiamo già visto in un altro post.

Riprendiamo quindi la storia dell’affascinantinquietante Siouxsie Sioux e dei suoi Banshees – Steven Severin, Budgie e altri che si avvicenderanno con gli anni, fra i quali John McGeoch dei Magazine e Robert Smith dei Cure – dal singolo successivo a Arabian Nights, ovvero Fireworks, pubblicato il 21 maggio 1982.

Scritta e prodotta dal gruppo stesso, la trascinante Fireworks è una delle canzoni che più amo fra le diciotto presenti in questo disco, una canzone dall’arrangiamento tanto gotico quanto irresistibilmente pop, con una prestazione vocale da parte della Sioux veramente notevole. La sua, c’è da dire, è una voce particolarissima & di facile riconoscibilità.

Slowdive, pubblicata su singolo il 1° ottobre, ci presenta un interessante cambiamento di scenario: non so di che cosa stia parlando ma questo pezzo mi fa pensare al sesso… sarà per la squadrata & robusta sezione ritmica o per la voce poco più che sussurrata da parte di Siouxsie… insomma è una roba molto molto fisica, ecco!

La ben più teatrale Melt!, edita su singolo il 26 novembre, rappresenta un altro cambiamento d’atmosfera, per quanto il testo sembra riferirsi ancora alla più fisica delle passioni. A parte tutto, però, ecco che in soli tre singoli, scritti e prodotti dallo stesso gruppo, abbiamo tre canzoni molto diverse l’una dall’altra eppure così identificative dello stile bansheesiano.

Arriva il 1983 e le sorti del gruppo paiono subire una battuta d’arresto: Siouxsie Sioux e il batterista Budgie daranno vita al progetto parallelo The Creatures (in seguito i due diventeranno moglie & marito), mentre Steven Severin, in coppia con Robert Smith, darà vita al progetto The Glove. Pure i Cure in quel periodo stavano per concludere la loro storia e così Robert Smith fu ben felice d’accettare l’invito di Severin ad entrare nella formazione dei redivivi Siouxsie And The Banshees. Il primo frutto di questa rinnovata band è la cover di Dear Prudence, pubblicata su singolo il 23 settembre: ho sempre preferito l’originale dei Beatles, tuttavia i nostri riescono a dare a Dear Prudence una piacevole personalità, a metà fra raffinato pop e dub contaminato.

Il 16 marzo 1984 è invece la volta della distesa ma saltellante Swimming Horses: la novità è che ad affiancare la band dietro la consolle torna un produttore esterno, Mike Hedges. E’ un pezzo che forse richiede qualche ascolto in più, tuttavia ritengo Swimming Horses un ottimo brano.

Pubblicata il 25 maggio e tratta dall’album “Hyaena”, ecco Dazzle, la mia canzone preferita dei Siouxsie And The Banshees. Un pezzo dall’introduzione e dal finale lenti & orchestrali, col corpo centrale epicamente veloce & drammatico. Un capolavoro, secondo la mia trascurabile opinione.

Segue la ben più dark Overground, pubblicata il 19 ottobre: non so se qui Smith sia ancora un Banshee dato che nel 1984 resuscitò i Cure con l’album “The Top”, tuttavia Overground è un brano risalente al primo album dei nostri, “The Scream” (1978), qui riproposto in una nuova versione particolarmente orchestrale.

Il 18 ottobre 1985 è la volta della magnifica Cities In Dust, un altro dei miei brani bansheesiani preferiti. Ottima la prova vocale della Sioux, ottimamente bilanciato l’arrangiamento della canzone fra parti elettroniche preprogrammate e strumentazione effettivamente suonata. Con i suoi effetti orientaleggianti e il ritmo vagamente danzereccio, Cities In Dust è per me un pezzo davvero irresistibile. Da questo punto in avanti, sebbene la produzione & la composizione dei pezzi originali della band siano accreditati alla firma collettiva di Siouxsie And The Banshees, i nostri sono effettivamente un trio composto dalla Sioux, dal marito Budgie e dall’immarcescibile Severin, con ulteriori Banshees di passaggio fra un album/tour e l’altro.

La trascinante Candyman, edita su singolo il 28 febbraio 1986, è stata per me un’altra di quelle canzoni che più s’apprezzano ascolto dopo ascolto. Un buon pezzo, devo dire, anche se qualche anno fa non l’avrei nemmeno pensato.

Con This Wheel’s On Fire, pubblicata il 12 gennaio 1987, siamo al primo estratto d’un album di cover pubblicato dai nostri quell’anno, “Through The Looking Glass”. Non conosco l’originale, scritta da Bob Dylan & Rick Danko, ma trovo molto bella questa canzone… insomma, presa per quella che è pare bella.

Ancora una cover con The Passenger, pubblicata su singolo il 20 marzo: questa volta l’originale la conosco benissimo, è di Iggy Pop ed è strepitosa! La versione bansheesiana è inferiore ma resta una cover molto godibile, perché negarlo.

Anche se fu citata per plagio, la stralunata marcia di Peek-A-Boo è un originale dei nostri pubblicato come singolo l’11 luglio 1988. Non ho mai capito se ho a che fare con un’insulsa canzonetta irritante o con un colpo di puro genio. Non so, ditemi voi…comunque Peek-A-Boo fu un grosso successo negli USA.

La coinvolgente ed eccentrica The Killing Jar suona come la classica canzone da ascoltarsi in santa pace quando si è alla guida. Pubblicato il 23 settembre, questo singolo è l’ultimo a figurare il produttore Mike Hedges, tornato ad accompagnare i nostri fin dal singolo This Wheel’s On Fire.

Tratta dalla prima edizione del Lollapalooza, il noto festival alternativo statunitense concepito da Perry Farrell, ecco una grandiosa versione dal vivo dell’intensa ballata The Last Beat Of My Heart, registrata a Seattle il 28 agosto 1991 (la versione da studio è uscita nel 1988 nell’album “Peepshow”).

Prodotta dal celebre Stephen Hague e pubblicata su singolo il 13 maggio 1991, Kiss Them For Me è uno dei pezzi più conosciuti dei nostri. E’ altresì l’esempio più mirabile della progressiva caccia dei nostri ai quartieri alti delle classifiche… insomma, Kiss Them For Me è una graziosissima canzoncina pop, cantanta dall’ammaliante voce di Siouxsie ma… resta sempre una canzoncina.

Sempre col buon Stephen alla produzione, Shadowtime, il singolo successivo, edito il 5 luglio, sembra fornirci una resa migliore. In effetti la canzone in sé non è male, anzi sembra leggiadra e carica d’un senso di libertà & spazi aperti che ho sempre gradito in musica. Tuttavia credo che sia proprio la fin troppo innocuamente poppeggiante produzione di Hague ad appiattire il tutto.

Con Fear (Of The Unknown), sempre prodotta da Stephen Hague ma pesantemente remixata da Junior Vasquez, siamo invece alle prese con un brano dall’incedere house. L’esperimento è interessante, e anche coraggioso se vogliamo, tuttavia sembra una canzone che non ha niente a che vedere con le altre presenti in questo disco. Forse è un segno che Fear non sia uscita come singolo in patria, la Gran Bretagna, bensì abbia visto la luce altrove.

La conclusiva Face To Face, edita su singolo il 13 luglio 1992, ci riconduce allo spirito originario dei Siouxsie And The Banshees. Quest’ammaliante brano gothic-pop è stato composto dai nostri per la colonna sonora del film “Batman Returns” e si avvale dello stesso compositore scelto dal regista Tim Burton per il suo noto film, ovvero Danny Elfman. Face To Face è un altro di quei pezzi da apprezzare un po’ di più ad ogni ascolto… molto bello il videoclip, inoltre, con una informissima Siouxsie Sioux che fa il verso alla sensuale Catwoman interpretata dalla splendida Michelle Pfeiffer.

– Mat

Siouxsie & The Banshees, “Once Upon A Time/The Singles”, 1981

siouxsie-and-the-banshees-once-upon-a-timeDa tempo volevo parlare d’un altro gruppo new wave inglese che apprezzo particolarmente pur senza esserne un fan: Siouxsie And The Banshees, una band capitanata dalla inquietante ma eccentrica & sensuale Siouxsie Sioux.

Cercherò di descrivere la storia di questo gruppo basandomi sulle due raccolte pubblicate nel 1981 e nel 1992, vale a dire “Once Upon A Time/The Singles” e “Twice Upon A Time/The Singles”, contenenti, per l’appunto, i singoli pubblicati dai Siouxsie And The Banshees dall’agosto ’78 al luglio ’92.

Da quel che ho capito, i Siouxsie And The Banshees nascono nel 1976 come accolita di fan degli impetuosamente nascenti Sex Pistols, tanto che il primo batterista dei Banshees era il famigerato Sid Vicious, di lì a poco nuovo bassista (più scenico che effettivo) degli stessi Pistols. Ma oltre alla Sioux, a Vicious, e a qualcun altro che ora non ricordo, i Banshees vantavano già il bassista Steven Severin, probabilmente il vero motore musicale del gruppo.

I Siouxsie And The Banshees entrano quindi in contatto con la cricca punk più in vista di quel periodo, vale a dire i Sex Pistols, i Clash, i Damned (un altro gruppo che meriterebbe un post tutto suo…) e i Generation X, e se non ricordo male partecipano pure al famigerato Anarchy Tour del dicembre ’76.

Tutto ciò più l’impossibilità di non accorgersi del fascino sconcertante della Sioux, evidentemente, bastarono ai nostri per attirare le attenzioni della Polydor che il 18 agosto 1978 pubblica il singolo Honk Kong Garden. Prodotta dal celebre Steve Lillywhite, la saltellante & ovviamente orientaleggiante Honk Kong Garden mise subito in luce la peculiarità dei Siouxsie And The Banshees e il loro innegabile appeal artistico. Di recente, questo pezzo è stato inserito nel film “Marie Antoinette” di Sofia Coppola: lo si ascolta durante uno degli sfrenati party ai quali partecipa la volubile regina francese.

Tratto dal primo album della band, “The Scream”, ecco invece il secondo singolo, l’arrembante Mirage, pubblicato il 13 novembre; è una canzone che vede già la partecipazione della stessa band alla produzione, sempre con Steve Lillywhite.

Pubblicata il 23 marzo 1979, ecco quindi la viscerale The Staircase (Mystery), una bella canzone che risalta le doti più teatrali & drammatiche dei nostri. Segue l’altrettanto visceralteatrale ma più gotica Playground Twist, edita il 28 luglio e caratterizzata da una superba prova vocale di Siouxsie Sioux, nonché dall’uso del sassofono. Playground Twist è inoltre l’ultimo singolo della band a figurare la formazione Siouxsie Sioux/Steven Severin/John McKay/Kenny Morris.

Accreditata a Siouxsie Sioux/Steve Severin/Kenny Morris/Peter Fenton ecco quindi a settembre la martellante & irresistibile Love In A Void. Accreditata invece ai soli Sioux & Severin, ecco invece Happy House, pubblicata il 7 marzo 1980 e prodotta dai nostri con Nigel Gray, già al lavoro coi Police. È una bella canzone, Happy House, un pop molto artistico che a mio avviso marca l’inizio della fase più convincente della lunga carriera discografica dei Siouxsie And The Banshees.

Il 30 maggio è la volta d’una seconda composizione Sioux/Severin, un’altra bella canzone chiamata Christine, mentre il 28 novembre la Polydor pubblica la distesamente pulsante Israel, che secondo me è una delle dieci canzoni migliori mai registrate dai nostri. Da Israel in poi tutte le canzoni originali dei Sioxusie And The Banshees saranno accreditate secondo questa firma collettiva, mentre la formazione alternerà una schiera notevole di musicisti stabili e ospiti da qui agli anni seguenti, fra i quali Steve Jones dei Sex Pistols, John McGeoch dei Magazine (poi coi Public Image Ltd. di Johnny Rotten) ma soprattutto Robert Smith dei Cure.

Ancora con Nigel Gray alla console, il 22 maggio 1981 segna l’uscita della bella Spellbound, seguita il 24 luglio da un pezzo ancora migliore, Arabian Knights. È proprio sulle note di Arabian Knights, ultimo pezzo contenuto nella raccolta “Once Upon A Time”, che chiudiamo questo primo post dedicato ai singoli dei Siouxie And The Banshees del periodo 1978-1992. Un secondo post arriverà fra qualche giorno.

– Mat