L’ultimo Natale di George Michael

george-michaelIeri notte, prima di andare a letto, come faccio di consueto, ho dato un’ultima sbirciatina al canale televisivo allnews. La prima notizia che vedo è quella che per ultima avrei immaginato di leggere, soprattutto nel giorno di Natale: è morto George Michael.

Mentre mi apprestavo a scrivere questo post (che è inutile, lo so, ma proprio non riuscivo a far finta di niente), volevo mettere in sottofondo un suo disco ma mi sono accorto con una certa sorpresa di non avere proprio niente di lui. Tanti anni fa avevo una copia in ciddì di “The Final”, la prima raccolta dei Wham!, edita in quello stesso 1986 nel quale George Michael aveva dato il definitivo addio artistico ad Andrew Ridgeley per mettersi in proprio con un singolo come A Different Corner e un album come “Faith”, edito l’anno dopo. Lui che in proprio aveva già fatto tutti gli hit storici dei Wham!, pezzi che conoscono anche i sassi, come Wake Me Up Before You Go-Go, Club Tropicana, The Edge Of Heaven e soprattutto quella Last Christmas che oggi, più che mai, assume un sapore amaro, pensando a questo ultimo Natale vissuto da George Michael. Tristezza che si somma alla tristezza.

Non m’è mai piaciuto granché George Michael da solista, perché secondo me le cose migliori le aveva fatte proprio con i Wham!, in quella spensierata prima metà degli anni Ottanta, quando uscì anche il suo primo singolo a suo nome, quella Careless Whisper che forse forse è proprio la canzone più bella uscita in quel decennio controverso. Eppure aveva una voce fantastica, probabilmente la migliore della sua generazione, l’unica voce che sia riuscita a “rifare” quella di Freddie Mercury in una strepitosa versione live di Somebody To Live eseguita con gli stessi Queen orfani di Freddie. In quei primi anni Novanta si era fantasticato d’un suo possibile passaggio proprio in seno ai Queen, a occupare il posto di quel cantante scomparso poco prima e che era uno dei suoi riconosciuti punti di riferimento musicali.

Ipotesi suggestiva, ma George ha avuto il buon gusto di non provarci. Anche perché in quegli anni il nostro aveva ben altro per la testa. In primo luogo un lungo braccio di ferro con la Sony, la casa discografica madre che l’aveva acquisito all’alba degli anni Ottanta con un contratto capestro che, di fatto, lo costrinse ad anni di silenzio discografico davvero lunghi per una pop star. Diversi personaggi dello spettacolo, se non ricordo male anche un certo Steven Spielberg, accorsero in suo aiuto, finché nel 1996 non ci fu la rinascita artistica con la Virgin e l’album “Older”, grande successo di quell’anno, così come il singolo apripista Jesus To A Child. In secondo luogo c’era l’omosessualità da rivelare al mondo intero, cosa che avrebbe scioccato il suo pubblico e anche l’opinione pubblica mondiale, dato che George Michael era visto (e giustamente) come un figaccione che sicuramente (credevamo tutti noi con una certa invidia) andava a letto con una donna diversa ogni sera.

Certo i tempi erano cambiati, la seconda metà degli anni Novanta non era certo la prima metà degli anni Ottanta: se l’avesse rivelato allora, la sua omosessualità, George Michael avrebbe visto la sua carriera fatta a pezzi per sempre. Eppure ha saputo gestire il tutto con grande intelligenza, anche dopo quel famoso “incidente” nel bagno d’una discoteca di non so più quale posto in America. Una canzone (e forse anche di più il suo video) come Outside mise subito le cose nella giusta prospettiva e la carriera del nostro poté procedere con ancora più autorevolezza.

Poi, per quanto mi riguarda, quelle canzoni che George Michael continuò a proporre tra la fine degli anni Novanta fino ai tempi più recenti non riuscivano proprio a interessarmi. Quella grandissima voce alle prese con quelle canzonette danzerecce che soltanto una come Madonna non si vergogna di propinare! Mah, vabbè, contento lui, pensavo.

Ed ora eccomi qui, in un mondo senza George Michael, così come la mia collezione di dischi è senza i suoi album. Che posso dire… che mi dispiace sinceramente.

-Mat

Annunci

Progetti cinematografici irrealizzati

film irrealizzatiUn vecchio articolo del 15 novembre 2009, che lessi su La Repubblica, riportava di una mostra dedicata al cinema di Tim Burton – che si teneva al Museum of Modern Art di New York – dove si potevano ammirare i disegni, gli schizzi, le sceneggiature, i pupazzi, gli elementi scenografici e i costumi usati per i film realizzati dal celebre regista. Ma anche per quelli irrealizzati. La mia curiosità venne stuzzicata da tre diversi film che il regista aveva in mente ma che, per un motivo o per l’altro, sono rimasti allo stadio di idee più o meno avanzate: “Superman Lives”, “La maschera del demonio” (remake dell’omonimo film di Mario Bava) e “Ripley, believe it or not”.

Nel primo caso si tratta ovviamente del famoso supereroe dei fumetti; a quanto pare la fantasia cupamente visionaria di Tim Burton ha spaventato i produttori hollywoodiani che, alla fine, hanno deciso di affidare il progetto del redivivo Superman ad altre mani. Per quanto riguarda “Ripley”, invece, cito un brano dell’articolo originale che riporta un’intervista allo scenografo Dante Ferretti: “Prima di fare ‘Sweeney Todd’, per il quale avrei vinto il secondo Oscar con Francesca Lo Schiavo, avevo già preparato con Tim Burton un filmone da 180 milioni di dollari, intitolato ‘Ripley, believe it or not’ e dedicato alla storia di un giornalista americano, Ripley appunto, che andava alla ricerca dei fenomeni più strani, dalla persona alta due metri e mezzo fino all’unicorno. Avrebbe dovuto essere ambientato negli anni Trenta, con flashback nel 1800 e nel 1400 in Cina, e quindi viaggiammo fra Londra, New York e Shanghai, lungo un lavoro di preparazione di cinque mesi. Quando, all’ultimo momento, quel film saltò, io avevo già disegnato tutto. Allora Tim, terribilmente dispiaciuto, mi offrì di fare una cosa che sarebbe costata ‘appena’ cinquanta milioni di dollari: ‘Sweeney Todd'”.

Il caso di Tim Burton non è certamente isolato nella lunga storia del cinema. Credo che ogni grande regista abbia fantasticato a fondo su un film tanto ambìto quanto impraticabile nella realtà dei fatti. In un vecchio post avevo già citato uno Stanley Kubrick alle prese con “Napoleon”, film biografico su Napoleone Bonaparte: una ventina d’anni spesa in ricerche, consulenze, appunti, correzioni di bozze e quant’altro che nel 2009 è stato documentato in un’imponente iniziativa editoriale suddivisa in ben nove volumi. Un altro progetto kubrickiano incompiuto riguarda un film sull’olocausto degli ebrei, “Aryan Papers”, iniziato nel 1989 se non ricordo male, e quindi abbandonato non appena Steven Spielberg distribuì il suo “Schindler’s List” nel 1993. Spielberg che comunque realizzò un progetto altrimenti accantonato dallo stesso Kubrick: “A.I. – Artificial Intelligence”, uscito nel 2001 ma in realtà concepito da Stanley già un decennio prima.

Tuttavia Kubrick (che, come si sarà capito, ruminava l’idea d’un film per anni) riuscì a precedere altri nella trasposizione filmica del romanzo “Arancia Meccanica” di Anthony Burgess. A quanto pare, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, sia i Rolling Stones che David Bowie pensarono di trarne un film che, molto probabilmente, sarebbe stato più un’opera musicale, forse proprio una specie di musical, che un film vero e proprio. Comunque la realizzazione d’un capolavoro riconosciuto come l'”Arancia meccanica” di Kubrick  – e le polemiche che ne seguirono – dovettero aver spento parecchio l’entusiasmo iniziale di Bowie, Jagger e soci.

Un altro grande regista noto per i suoi tempi lunghi, Sergio Leone, progettava negli anni Ottanta un altro film che aveva sullo sfondo la guerra di secessione americana (1861-65); del film, intitolato “Un posto che solo Mary conosce”, è stata resa pubblica una prima sceneggiatura solo nel 2004, sul mensile Ciak. Leone, a causa della sua improvvisa morte nel 1989, non riuscì quindi a girare un film che, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto figurare come protagonisti Richard Gere e Mickey Rourke.

Un’altra morte prematura, quella di Pier Paolo Pasolini, è intervenuta ad impedire la realizzazione d’un film. In questo caso si tratta di “Porno-Teo-Kolossal” – pensato come una collaborazione con Eduardo De Filippo – ma anche come secondo capitolo di una ‘trilogia della morte’ (in opposizione a una ‘trilogia della vita’, formata da “Il Decameron”, “I racconti di Canterbury” e “Il Fiore delle Mille e Una Notte”) appena accennata con “Salò” (1975), l’ultimo film pasoliniano ad essere stato girato.

E che dire dell’ormai celebre “Il Viaggio di G. Mastorna” di Federico Fellini? Un film che il genio di Rimini ha fantasticato almeno dal 1965 fino agli ultimi anni della sua vita ma che, alla fine, ha fruttato un set inutilizzato (lo si vede all’inizio di “Block-notes di un regista”, un corto del 1969), un fumetto disegnato da Milo Manara, e un omonimo romanzo ricavato dalla sceneggiatura originale, scritta con Dino Buzzati e Brunello Rondi. Oltre che una citazione in giudizio sia da parte del produttore originale, Dino De Laurentiis, che dall’attore che avrebbe dovuto interpretare il protagonista, Ugo Tognazzi. Mi piacerebbe approfondire il “caso Mastorna” di Fellini in uno specifico post, più in là (anche se lo dico da anni… sarà forse un post irrealizzato?). Vale però la pena citare un altro progetto felliniano che non s’è materializzato: in “Intervista”, un film-documentario del 1987, si possono vedere alcuni set d’una progettata ma quindi incompiuta versione filmica dell”America” di Franz Kafka.

Infine alcune mancate partecipazioni a film che comunque sono stati fatti: Sergio Leone rifiutò di dirigere “Il Padrino”, così come Spielberg accantonò l’offerta per “Lo Squalo 2”. Steve McQueen non fece in tempo ad interpretare “La guardia del corpo” (che slittò fino al 1992, con Kevin Costner al suo posto), mentre Jean Jacques Annaud non ritenne Robert De Niro adatto per il ruolo dell’inquisitore ne “Il Nome della Rosa”. Ricordo di aver letto anche, da qualche parte, di una Michelle Pfeiffer che rifiutò il ruolo della protagonista in “Il Silenzio degli Innocenti” (che fu quindi di Jodie Foster) e che, per il ruolo del Joker del primo “Batman”, quello di Tim Burton del 1989, si era preso in considerazione – qualora Jack Nicholson non avesse accettato – sia Tim Curry (e ce lo avrei visto bene) che David Bowie. E che dire di “Boxing Helena”, il bizzarro e inquietante film del 1993 di Jennifer Chambers Lynch? Diverse attrici – tra cui Kim Basinger (che pagò pure una penale) e Madonna – rifiutarono di farsi immortalare senza arti, in un discusso ruolo shock che quindi fu di Sherilyn Fenn.

Sono tutti esempi, questi ultimi, di film effettivamente realizzati e distribuiti nelle sale; tuttavia, con quei registi/attori citati al posto di quelli compresi nel cast definitivo, forse avremmo visto al cinema delle opere finali radicalmente diverse. Di questi casi, comunque, se ne possono trovare a centinaia nella storia del cinema e in quella delle grandi case di produzione hollywoodiane, basta anche curiosare sul sito IMDB. In questo post ho riportato soltanto i primi esempi che mi sono venuti in mente, o quelli di cui ho letto e che mi hanno incuriosito di più, qualsiasi altra aggiunta fra i commenti sarà molto gradita, in qualsiasi momento.

-Mat

Ridley Scott, “Blade Runner – The Final Cut”, 2007

ridley-scott-blade-runner-the-final-cutLa settimana scorsa, in un centro commerciale dalle mie parti, ho trovato l’ultima versione di “Blade Runner”, classico della fantascienza di Ridley Scott datato 1982, in doppio dvd e per giunta all’allettante cifra di 8 euro e 90. Ho deciso di (ri)fare l’acquisto, anche perché “Blade Runner” è uno dei miei film preferiti.

Questa versione, chiamata “The Final Cut”, è un secondo ‘director’s cut’ ad opera di Ridley Scott ed è, a quanto pare, la versione definitiva, così come piace al regista, di un film controverso e ricco di sequenze girate che, nel corso degli anni, sono state inserite, scartate, non impiegate, corrette… il tutto producendo almeno sei o sette versioni differenti dello stesso film.

Dopo aver girato tutte le scene, per buona parte del 1981, il primo montaggio di “Blade Runner” dava vita ad un lungo e tetro film di ben quattro ore: nella Los Angeles del 2019 – una città sporca, piovosa, con gente ammassata dappertutto ma con la solitudine nel cuore – un poliziotto, Rick Deckard (interpretato da Harrison Ford) è a caccia di alcuni androidi (o replicanti, come vengono chiamati nel film) fuggiti dalle colonie oltremondo dove venivano impiegati per i lavori pesanti. Deckard ha l’ingrato compito di eliminarli uno ad uno ma, come il film lascia intuire a mano a mano che si procede con la storia, anch’egli è un replicante.

Quando il film venne editato per la sua prima distribuzione cinematografica, nel 1982, la produzione lo ritenne troppo cupo e disperato – oltre che troppo enigmatico – per vantare un facile appeal commerciale: e così, fregandosene del parere di Ridley Scott, si provvide ad inserire la voce narrante di Harrison Ford che chiariva le scene, si tagliarono diverse sequenze violente ma soprattutto si girò un nuovo finale, in parte impiegando alcune scene scartate dal film “Shining” (1980) di Stanley Kubrick, in modo che gli spettatori potessero godersi un rassicurante happy ending.

Ai botteghini, “Blade Runner” fu un flop anche perché il grande pubblico preferì la storia ben più rassicurante di “E.T.” (1982) di Steven Spielberg, uscito praticamente insieme al film di Scott. Ma “Blade Runner” è uno di quei film destinati a far parlare di sè per anni, anche perché è un’opera nettamente in anticipo sui tempi. Infatti il film inizia a dar vita ad un seguito di appassionati che ne faranno un film di culto: le versioni su vhs per il mercato domestico, infatti, contengono già diverse scene aggiunte e il film acquisisce maggior risalto col passare degli anni. Finché, nel 1991, lo stesso Ridley Scott fa uscire sul mercato una nuova versione di “Blade Runner”, il “Director’s Cut”, che elimina la voce fuori campo ma ripristina il finale originale – molto enigmatico ma al tempo stesso affascinante – e alcune sequenze che erano state tagliate dalla prima versione cinematografica, come l’immagine dell’unicorno, che da sola costituisce la prova più evidente che Deckard sia un replicante.

Il film, tuttavia, conteneva alcuni errori: i troppi tagli del girato avevano confuso un po’ le scene, inoltre la lunga lavorazione aveva fatto sì che il film sforasse il budget previsto e pertanto la parte finale della lavorazione venne condotta con una certa faciloneria. Questo “The Final Cut” che ora ha fatto trionfalmente ingresso nella mia videoteca compensa in gran parte a quegli errori e, cosa ancora più mirabile, è di una qualità video davvero strepitosa: non ho mai visto un film così nitido e ben definito, è una vera gioia per gli occhi! Perché è questo il principale merito di “Blade Runner”, secondo me: a parte i suoi interrogativi filosofici – che cos’è umano, che cosa si intende per vita, dove sta andando la civiltà – la visione di questo film è un autentico spettacolo, le sue immagini sono di grande effetto, con la musica di Vangelis che sottolinea splendidamente ogni scena saliente.

L’unica cosa per la quale questo “The Final Cut” mi ha un po’ deluso è la minima quantità di scene aggiunte: ce ne sono ma poi nemmeno molte – o comunque nessuna davvero notevole – mentre alcune altre sono state ridimensionate. Insomma, il buon Ridley Scott ha fatto la stessa operazione che ha compiuto per il “Director’s Cut” di “Alien”, uscito nel 2003: ha aggiunto sì qualche sequenza ma ne ha tagliuzzate delle altre, per cui il film non è affatto più lungo della versione precedente. Questo a fronte di numerose scene eliminate – che forse un po’ per scherno – ci vengono mostrate nel secondo dvd di “The Final Cut”, dove si parla della creazione di questo capolavoro della fantascienza, come sfondo alle interviste alla troupe e ai produttori del film.

Più che altro, questo “The Final Cut” è il perfezionamento definitivo del “Director’s Cut” del 1991, ed è l’opera complessiva così come piace al suo regista, Ridley Scott. A questo punto mi sta bene così, perché a parte tutto “Blade Runner” resta uno dei miei film preferiti, stavolta disponibile in una risoluzione audio/video davvero da applausi.

– Mat