Ristampe, ristampe, ristampe!!!

Michael Jackson Off The Wall immagine pubblicaDa una decina d’anni a questa parte, s’è definitivamente consolidata fra le case discografiche – major o meno che siano – l’abitudine di ristampare il vecchio catalogo in riedizioni più o meno meritevoli di tornare a far capolino nelle vetrine dei negozi accanto alle ultime novità.

Spesso si festeggiano i ventennali, i venticinquennali, i trentennali o addirittura il mezzo secolo di dischi famosi, riproposti in appariscenti confezioni, con tanto di note biografiche e foto d’epoca, meglio ancora se con inediti e/o rarità (che poi, almeno per me, sono le uniche motivazioni nel comprarmi una riedizione d’un disco che magari già posseggo), a volte addirittura in formato cofanetto.

E’ notizia di oggi che entro l’anno verrà ristampato “Off The Wall”, uno dei classici di Michael Jackson, edito appunto trentanni fa. In base a un accordo fra la Sony, la EMI (che non ho capito che c’entra…), gli esecutori testamentari & gli eredi del grande cantante, da qui a dieci anni dovremmo avere altre ristampe (di sicuro “Bad”, probabilmente pure “Dangerous” e tutti gli altri) e altri dischi con brani inediti. Inediti che dovrebbero comunque figurare anche nella ristampa di “Off The Wall”, fra l’altro ripubblicato già nel 2001, così come gli stessi “Bad” e “Dangerous”.

C’è da dire che le ristampe, a volte, sembrano solo una scusa per propinarci un disco del passato alla cifra non proprio popolare dei diciotto/diciannove euro: penso alla riedizione di “Dark Side Of The Moon”, il classico dei Pink Floyd, uscita nel 2003 in occasione del trentennale dell’album. Si trattava d’un ciddì in SuperAudio, col suono distribuito in cinque canali per impianti surround… vabbene, moltobbello, ma le canzoni erano quelle, non c’era uno straccio di brano aggiuntivo, e il tutto si pagava a prezzo pieno.

Si tratta comunque d’una sgradita eccezione perché il più delle volte le ristampe sono ben meritevoli d’essere acquistate. Nel 2007, ad esempio, sono stati riproposti i tre album da studio dei Sisters Of Mercy con belle confezioni cartonate, note tecniche/critiche, foto & preziosi brani aggiuntivi. L’anno dopo, la stessa operazione è stata replicata (tranne per le confezioni, non di carta ma di plastica) per i dischi dei Mission, band nata da una costola degli stessi Sisters Of Mercy. Anche i dischi di David Sylvian usciti per la Virgin – compresi quelli a nome Japan e Rain Tree Crow – sono stati riproposti in lussuose confezioni cartonate, corredate di canzoni aggiunte; ne ho comprate diverse di queste ristampe sylvianiane, come “Tin Drum” dei Japan, pubblicato in uno stupendo cofanetto con disco aggiuntivo & libretto fotografico, un lavoro davvero ben fatto e pagato la modica cifra di sedici euro. Un altro lavoro lodevole che merita l’acquisto a scatola chiusa da parte dell’appassionato è la ristampa del 2004 di “London Calling” dei Clash, comprensiva di ciddì audio con interessante materiale aggiuntivo e divuddì con documentario & videoclip.

Recentemente, l’etichetta Legacy (di proprietà della Columbia, a sua volta controllata dalla Sony), ha riproposto il primo album di Whitney Houston, ovvero quel disco che portava il suo nome, pubblicato nel 1985 con grande successo in tutto il mondo. “Whitney Houston” è stato così ristampato per il suo venticinquennale con brani aggiuntivi e un divuddì contentene videoclip, apparizioni televisive e nuove interviste. Ancora la Legacy, ad aprile, immetterà sul mercato due interessanti ristampe: una per “This Is Big Audio Dynamite”, l’esordio di Mick Jones come leader dei B.A.D. (originariamente pubblicato anch’esso nell’85), e un’altra per il classico degli Stooges, “Raw Power”, che oltre a proporre esibizioni dell’epoca, inediti & rarità figurerà anche l’originale mix di David Bowie del 1973.

Negli ultimi anni s’è ristampato davvero di tutto, spaziando un po’ fra tutti i generi musicali: “What’s Going On” di Marvin Gaye, “Tommy” degli Who, “Pet Sounds” dei Beach Boys (anche in cofanetto da tre ciddì), “Songs From The Big Chair” per i Tears For Fears, “All Mod Cons” per i Jam, “Our Favourite Shop” per gli Style Council, “Stanley Road” e “Wild Wood” di Paul Weller, “Steve McQueen” dei Prefab Sprout, “Night and Day” di Joe Jackson, i primi quattro album dei Bee Gees, “Guilty” della Streisand, “Songs In The Key Of Life” di Stevie Wonder, “Damned Damned Damned” dei Damned, “Ten” dei Pearl Jam (in un voluminoso cofanetto), l’intero catalogo per Bob Marley, i Doors, Siouxsie And The Banshees, Depeche Mode, Megadeth e Joy Division. E ancora: “Transformer” di Lou Reed, “All The Young Dudes” per Mott The Hoople, “A Night At The Opera” dei Queen, i quattro album da studio dei Magazine, gran parte dei dischi di Bowie, dei Genesis dei Cure e dei New Order, “The Final Cut” dei Pink Floyd, “A Love Supreme” di Coltrane e gran parte dei dischi di Miles Davis (spesso anche in lussuosi cofanetti da tre, quattro o più ciddì). Eppure si sono viste anche ristampe ben più povere, vale a dire senza brani extra e in confezioni standard, per Peter Gabriel, Roxy Music, Simple Minds, David Gilmour, Sting e The Police.

Riproposizione in grande stile, invece, per il catalogo dei Beatles: lo scorso 9 settembre, il fatidico 9/9/09, tutti gli album del gruppo originariamente pubblicati dalla EMI fra il 1963 e il 1970 sono stati ristampati (e remasterizzati) sia singolarmente che tutti insieme in costosi cofanetti (in formato stereo e mono), tuttavia nessun disco contemplava i succosi inediti ancora custoditi in archivio.

Per quanto riguarda i solisti, già nel 1993 la EMI ristampò tutto il catalogo di McCartney nella serie “The Paul McCartney Collection”, mentre fra il 2000 e il 2005 è toccato agli album di John Lennon. Spesso ognuno di questi album include i brani pubblicati all’epoca sui lati B dei singoli e alcune ghiotte rarità. Anche il catalogo di George Harrison è stato rilanciato di recente; qui ricordo in particolare la bella ristampa di “All Things Must Pass”, uscita nel 2001 e curata dallo stesso Harrison. Per quanto riguarda Ringo Starr, l’americana Rykodisc ha ristampato già nei primi anni Novanta i suoi album del periodo 1970-74 con diversi brani aggiuntivi, tuttavia l’operazione s’è conclusa lì e le copie a noi disponibili erano solo quelle d’importazione. Insomma, il catalogo solista di Starr meriterebbe anch’esso una riscoperta, almeno per quanto riguarda i suoi album più antichi.

In definitiva, povere o ricche che siano, tutte queste riedizioni stanno ad indicare che la musica incisa a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta fino ai primi Novanta è ormai giunta alla sua storicizzazione, forse perché si è ormai capito che, musicalmente parlando, quello è stato un periodo straordinario & irripetibile che evidentemente ha ancora molto da dire… e da far sentire!

– Mat

(ultimo aggiornamento: 18 marzo 2010)

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Un anno di ritorni, il 2007… e il 2008?

Il 2007 appena trascorso s’è rivelato come l’anno dei grandi ritorni, molti dei quali del tutto inattesi. Solo un anno prima non avrei mai detto che, a distanza di pochi mesi, avrei visto dal vivo due delle mie bande rock preferite, i Genesis (con Phil Collins di nuovo nei ranghi) a Roma, e i Police a Torino… insomma, nei primi mesi del 2006 tutto questo era fantascienza per me!

L’ultima, clamorosa reunion in ordine di tempo è stata quella dei Led Zeppelin (col figlio di John Bonham a sostituire l’illustre genitore, scomparso nell’80), ma grande attenzione da parte della stampa è stata riservata ai ritorni di due celeberrime formazioni pop degli anni Novanta, i Take That (anche se privi di Robbie Williams) e le Spice Girls al gran completo. Grande attenzione da parte degli acquirenti di dischi come il sottoscritto è stata riservata invece agli Eagles che, col loro recente “Long Road Out Of Eden” (l’ho comprato per Natale… lo recensirò presto…), hanno meritatamente conquistato il 1° posto della classifica americana, vale a dire il mercato discografico più importante al mondo.

Nel corso del 2007, tuttavia, sono state parecchie le formazioni che si sono ritrovate insieme dopo molti anni, sia sul palco, sia in studio o in entrambi i casi. Qui mi limito a citare i Sex Pistols – sul palco (nella foto sopra, una rassicurante immagine del loro cantante, quel gran soggettone di Johnny Rotten) – i Verve di Richard Ashcroft – palco e studio – gli Smashing Pumpkins – studio e palco – i James (quelli di Sit Down), i Crowded House (quelli di Don’t Dream It’s Over) – palco e studio – i Jesus And Mary Chain, gli Stooges del selvaggio e carismatico Iggy Pop – studio e palco – e gli Happy Mondays, una band di sballoni proveniente da Manchester particolarmente celebre (in patria) fra gli ultimi anni Ottanta e i primi Novanta.

Pure i Queen, o ciò che ne rimane, ovvero Brian May con Roger Taylor, sono tornati in pista: a dicembre è uscito il singolo Say It’s Not True, sempre con la partecipazione di Paul Rodgers come cantante, mentre per questo 2008 si attende un album completo. Si attendono inoltre i nuovi album dei già citati Verve, dei Cure, dei R.E.M., dei Metallica e, udite udite, di Michael Jackson. Proprio il nome di Michael Jackson potrebbe essere quello più discusso in questo 2008… dovrebbe intraprendere un tour per sanare i suoi debiti e, per farlo, potrebbe resuscitare addirittura i Jacksons, la sua storica band con i fratelli. Personalmente sono molto curioso, nel frattempo a febbraio uscirà una lussuosa riedizione del suo classicissimo, l’album “Thriller” datato 1982.

Insomma, musicalmente anche questo 2008 promette bene… spero che si avranno altre piacevoli sorprese! A questo punto, per quanto mi riguarda, ora aspetto una sola reunion… quella dei benedetti Pink Floyd… ma, sia ben chiaro, senza Roger Waters non ne voglio sapere alcunché!

Buon anno a tutti, amici blogger & lettori, ci sentiamo nei prossimi giorni. Ciao!

– Mat

Eagles

eagles-glenn-frey-don-henley-joe-walsh-timothy-b-schmidtCon molto piacere ho letto & sentito che “Long Road Out Of Eden”, il primo album da studio dei grandissimi Eagles dopo “The Long Run” del 1979, è al 1° posto di numerose classifiche internazionali, fra cui quella del paese che più compra musica, ovvero gli USA. Più in là, magari come regalo natalizio, andrò anch’io a comprarmi la mia bella copia di questo doppio ciddì a prezzo speciale… nel frattempo, ecco un post che scrissi mesi fa sul vecchio blog.

La storia di oggi riguarda gli Eagles, uno dei gruppi che più apprezzo e ascolto. Semplicemente, ho sempre trovato gradevolissima quella fusione di country e rock: per me è il solo modo di ascoltare quel genere musicale, il country per l’appunto, così tipicamente americano. Per me gli Eagles hanno il merito di aver reso molto più appetibile questo stile, inventandosi a loro volta uno stile unico al mondo, perfettamente riconoscibile, grazie all’impeccabilità dei loro arrangiamenti, alla loro abilità come musicisti, al loro innato senso melodico e ai loro inconfondibili effetti corali. E allora vediamo un po’ cosa hanno combinato questi Eagles nel corso della loro fortunata carrierra discografica.

La band si forma a Los Angeles nei primi anni Settanta, costituita da Glenn Frey (chitarra), Randy Meisner (basso), Bernie Leadon (chitarra) e Don Henley (batteria). La cosa più interessante da notare è che tutti e quattro i membri della band sono in grado di cantare e che tutti si alterneranno alla voce solista, anche se il principale cantante resterà Don Henley.

Gli Eagles debuttano con l’omonimo album nel 1972: “Eagles” è il disco che contiene il loro primo successo, Take It Easy, scritto da Glenn Frey con Jackson Browne, ma pure la deliziosa Peaceful Easy Feeling. Nel ’73 esce uno dei loro dischi migliori, “Desperado”, album che non solo contiene la stupenda Desperado (secondo me una delle canzoni più belle di sempre) ma anche la westerniana Doolin Dalton e la magnifica Tequila Sunrise. Nel ’74 è la volta di “On The Border”, un album che forse segna un passo indietro ma che comunque contiene una memorabile ballata da 1° posto in classifica, The Best Of My Love. “On The Border” segna anche l’ingresso in formazione d’un quinto membro, il chitarrista Don Felder, in modo da rafforzare l’aspetto rock delle performance dal vivo della band.

Gli Eagles tornano alla grande già nel 1975, col fantastico album “One Of These Nights”, disco che contiene alcune delle migliori canzoni dei nostri – ovvero One Of These Nights, Lyin’ Eyes, Take It To The Limit e After The Thrill Is Gone – e che vola ovviamente al 1° posto della classifica americana riservata agli album. Per celebrare il momento di grazia, la casa discografica pubblica una raccolta del periodo 1972-75, intitolata “Thier Greatest Hits”, raccolta che a tuttoggi è il disco più venduto di sempre negli USA. Tuttavia, sul finire dell’anno, gli Eagles accusano l’abbandono del gruppo da parte di Bernie Leadon anche se la cosa, per fortuna, non inficia sul momento di grazia della band, anzi. Nel 1976 gli Eagles se ne escono infatti con un altro album numero uno, il celebrato & celeberrimo “Hotel California”. Il brano omonimo è semplicemente sensazionale ma tutte le altre tracce del disco sono stupende… qui mi limito a citare Wasted Time, New Kid In Town e Life In The Fast Lane. C’è da segnalare che in “Hotel California” il posto di Leadon è preso dal nuovo acquisto, il grande chitarrista Joe Walsh.
Dopo “Hotel California” e il relativo tour, al termine del quale anche Randy Meisner lascia la band, gli Eagles si prendono per la prima volta un periodo di pausa, interrotta nel novembre 1978 dal singolo natalizio Please Come Home For Christmas. Qui fa la comparsa il nuovo quinto membro della band, il bassista Timothy B. Schmit, in fuga dai Poco.

In quel periodo, comunque, la band è impegnata in studio con un nuovo album: le sessioni si prolungano a causa di manie di perfezionismo e di attriti crescenti fra i membri del gruppo. Il lavoro che ne esce, “The Long Run”, pubblicato nel corso del 1979, è comunque notevole: supportato da tre singoli eccezionali come la scanzonata Heartache Tonight, la dolcissima I Can’t Tell You Why e l’omonima The Long Run, l’album vola anch’esso al 1° posto della classifica. Il primo disco dal vivo ufficiale degli Eagles, “Eagles Live”, viene pubblicato nel 1980 ma nel corso del 1981 la band si scioglie con ogni membro apparentemente ansioso di cimentarsi con la propria carriera solista.

Durante gli anni Ottanta, l’amore del grande pubblico per gli Eagles non diminuirà affatto, tanto che saranno diverse e fortunate le raccolte pubblicate in quel decennio. La band torna trionfalmente per un tour mondiale nel corso del 1993, immortalato nell’album “Hell Freezes Over” – che contiene anche alcune nuove canzoni, le prime da oltre dieci anni – edito nel 1994. La reunion è però provvisoria, dopodiché ognuno torna a curare i suoi affari personali. E’ significativo però che la prima raccolta di Glenn Frey sia intitolata “Solo Collection”, a testimonianza che, nonostante dieci anni di carriera solista, il buon Glenn si senta ancora parte di una band. Un buon auspicio.

Gli anni Duemila segnano infatti una nuova reunion degli Eagles, tanto che il gruppo torna a calcare i palcoscenici internazionali nel corso di due distinte tournée. La band ha anche modo di tornare in studio, dando così vita al singolo Hole In The World, ispirato ai tragici fatti dell’11 settembre 2001. Il brano è contenuto in una stupenda, doppia raccolta antologica pubblicata nel 2003, “The Complete Greatest Hits”, un acquisto che consiglio vivamente a tutti gli amanti del rock. Per la cronaca, l’ultima reunion degli Eagles non ha visto la partecipazione di Don Felder, per cui, come all’inizio, la band è tornata ad essere un quartetto.

Per il 2007 si vocifera che ci sarà sia un nuovo tour da parte degli Eagles e sia un nuovo album da studio, il primo dal 1979. Considerando che quest’anno segnerà il ritorno dei Genesis, degli Stooges, dei Roxy Music e dei Police, un ritorno in grande stile degli intramontabili Eagles ci sta benissimo.

David Bowie

David BowieHo già scritto di David Bowie in altri post, dato che è uno dei miei artisti preferiti. E’ anche uno dei nomi che conosco da più tempo: praticamente sento parlare di David Bowie da quando ho memoria, anche se, e non so perché, quand’ero piccolo la sua immagine mi faceva paura!
In questo post voglio tracciare un breve profilo – scandito dalla sua vasta discografia – di quello che reputo uno dei personaggi musicali più influenti e originali della musica moderna.

Il nostro nasce come David Jones l’8 gennaio del 1947 (un anno che segna anche la nascita di, fra gli altri, Elton John e Brian May dei Queen) e fin da giovanissimo inizia a cimentarsi con la musica (oltre che col mimo), imparando quindi a suonare prima il sassofono e poi la chitarra, oltre che, ovviamente a cantare. In seguito imparerà a destreggiarsi discretamente anche con piano, tastiere e sintetizzatori, divenendo a tutti gli effetti un polistrumentista, anche se a partire dagli anni Ottanta si concentrerà soprattutto sul canto, preferendo avvalersi di ottimi musicisti turnisti e ospiti d’eccezione.

Il primo, omonimo album di David Bowie vede la luce nel 1967, quando lui aveva soltanto ventanni, e conteneva anche una manciata di brani pubblicati come singoli nel biennio precedente. Tuttavia è soltanto nel 1969 che il nostro inizia a farsi notare, con una canzone finalmente memorabile, la straordinaria Space Oddity. Curiosamente, anche l’album che conteneva Space Oddity venne chiamato “David Bowie”, cosa che generò un po’ di confusione fra i collezionisti ma che comunque viene oggi identificato come “Space Oddity”.

Nel 1970 il nostro stringe il primo dei suoi tanti sodalizi musicali, quello col bravissimo chitarrista, pianista e arrangiatore Mick Ronson, col quale Bowie realizzerà alcune fra le pagine più belle del rock degli anni Settanta. Escono quindi gli album “The Man Who Sold The World” (1970) – contenente il noto singolo omonimo – “Hunky Dory” (1971) – contenente le fantastiche Changes, Oh! You Pretty Things e l’indimenticabile Life On Mars? – e soprattutto “The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars” (1972), l’album che proietta definitivamente Bowie nell’olimpo del rock. Supportato da singoli incredibili quali Suffragette City, Ziggy Stardust e Starman, “Ziggy Stardust” viene giustamente considerato una pietra miliare nell’evoluzione della musica contemporanea, nonché la vetta più alta del genere glam (uno stile iniziato dall’inglese Marc Bolan dei T. Rex, che si avvale di una musica allegramente rockeggiante, corale e coinvolgente, e d’uno sfoggio di eccentrici costumi sgargianti, zatteroni ai piedi e pesante make-up sul volto). Da questo punto in poi, David Bowie diventa quell’icona rock tuttora riconosciuta ma soprattutto avvia il suo cammino artistico verso un percorso d’evoluzione sonora a dir poco straordinario che lo porterà in pochi anni a realizzare alcuni dei dischi più belli e influenti di sempre. In questo periodo, inoltre, Bowie inizia a supportare alcuni dei suoi artisti preferiti che, grazie a lui, ritroveranno la via del successo smarrita; il nostro quindi (alternativamente o tutto in una volta) scrive, suona, canta, arrangia e produce materiale per The Stooges, il loro istrionico leader, cioè Iggy Pop, poi Lou Reed (celeberrimo il suo “Transformer”) e ancora i Mott The Hoople, manifestando un’attitudine filantropica del nostro che si ripeterà in anni successivi con Amanda Lear, Tina Turner e ancora una volta Iggy Pop (Bowie pensava anche di resuscitare le carriere di Syd Barrett e dello stesso Marc Bolan ma qui fu più sfortunato, dato che il primo s’isolò sempre più nella sua pazzia mentre il secondo morì tragicamente nel ’77).

Dopo aver pubblicato altri due album nel corso del 1973, l’originale “Aladdin Sane” (contenente la superlativa The Jean Genie, uno dei pezzi bowiani che più amo) e la raccolta di cover “Pinups”, sempre assistito da Mick Ronson e dalla band The Spiders From Mars, Bowie decide di dare un’altra svolta alla sua carriera. Suonando la maggior parte degli strumenti da solo e autoproducendo il tutto, Bowie realizza così “Diamond Dogs” (1974), quello che secondo diversi critici è il suo miglior album da studio. Basato sulle vicende narrate da George Orwell nel suo noto libro “1984”, “Diamond Dogs” è una sorta di compatto concept-album che si pone esattamente a metà fra il periodo glam di Bowie e la sua successiva fase sperimentale. E’ in effetti un album strepitoso (è quello che include la nota Rebel Rebel) – uno dei miei preferiti fra quelli firmati dal nostro – che spero di recensire presto. Con “Diamond Dogs” Bowie ritrova un preziosissimo collaboratore di qualche anno prima, il celebre produttore Tony Visconti: se in “Diamond Dogs” il buon Tony si limiterà ad arrangiare alcune partiture orchestrali, da qui in avanti sarà fra i principali artefici delle sonorità bowiane più suggestive.

Dopo aver dato alle stampe “David Live” (1974), il nostro torna con un nuovo album da studio nel 1975, il discusso “Young Americans”; se da una parte “Young Americans” fa di Bowie un divo anche in America, dall’altra viene tacciato di insulsa commercialità in quanto le sonorità del disco sono fin troppo influenzate dal cosiddetto Philadelphia Sound, ovvero un morbido e patinato soul danzereccio che a quel tempo stava portando notevole fortuna a band quali The Stylistics e Harold Melvin & The Blue Notes. In realtà “Young Americans” è un altro bel disco da parte del nostro, un lavoro molto professionale, impreziosito dalla partecipazione del grande John Lennon, che firma con David il suo primo singolo numero uno statunitense, Fame.

In questo periodo Bowie vive stabilmente in America, è ormai un artista affermato, frequenta il bel mondo ma è separato dalla moglie Angela, è schiavo della cocaina e soffre delle contraddizioni dello show business. Nonostante tutto, resta intatta la sua voglia di sperimentare e di mettersi in discussione: nel 1976 si cimenta con la sua prima grande parte d’attore, nel film fantascientifico “L’uomo che cadde sulla Terra” e dà alle stampe un disco importante come “Station To Station”. Pur senza Tony Visconti (lo ritroveremo fra poco, però) e non ancora alle prese col genio visionario di Brian Eno, Bowie realizza con “Station To Station” un campione d’equilibrio fra atmosfere sperimentali (il lungo brano omonimo) e soul-pop di classe (il singolo di Golden Years e l’intensa cover di Wild Is The Wind), con i testi che affrontano direttamente il suo momento d’incertezza e di transizione.

“Station To Station” segna al contempo una punto d’arrivo ed un punto di partenza nella storia di Bowie: mette fine alla sua parentesi americana e alla sua prima fase da rockstar e dà avvio al suo periodo più sperimentale, che avverrà a Berlino, dove il nostro si trasferisce nel corso del 1976 in compagnia del collega e amico Iggy Pop. E’ nella storica città tedesca, all’epoca divisa dal famigerato muro eretto dai sovietici, che David realizza un magnifico poker di dischi: “The Idiot” (1977), firmato da Iggy Pop”, “Low” (1977), “Heroes” (1977) e “Lodger” (1979), con questi ultimi noti come ‘trilogia berlinese’ e creati assieme a quel mago delle ambientazioni sonore che è Brian Eno e al ritrovato Tony Visconti. Di questi quattro capolavori ho già parlato in altri rispettivi post, per cui, per non ripetermi troppo, vado oltre con questa storia. Anzi no, mi fermo qui che ho già scritto abbastanza! Il post successivo arriverà però domani.

– Mat

Steve Hackett in concerto

steve-hackett-immagine-pubblicaIeri sera mi sono gustato alla grande un bel concerto di Steve Hackett, il chitarrista storico dei Genesis! Prima di fare una piccola cronaca della serata, però, ecco qualche breve cenno sulla figura di Steve Hackett…

Inglese, classe 1950, il buon Steve ha sostituito nei Genesis il dimissionario Anthony Phillips nel corso del 1970, suonando quindi negli album “Nursery Cryme” (1971), “Foxtrot” (1972), “Selling England By The Pound” (1973), “The Lamb Lies Down On Broadway” (1974), “A Trick Of The Tail” (1976) e “Wind & Wuthering” (1976). Dopo aver pubblicato il suo primo album solista, “Voyage Of The Acolyte” (1975), Hackett lascia i Genesis nel ’77 per proseguire definitivamente come solista. Numerosi i suoi album, da “Please Don’t Touch” (1978) al recente “Wild Orchids” (2006), così come le sue collaborazioni, fra le quali ricordo il fratello John Hackett, Brian May dei Queen e Steve Howe degli Yes, col quale ha brevemente fatto parte d’una band parallela, GTR, con un solo omonimo album all’attivo, edito nel 1986. Ecco di seguito quello che ho visto & sentito ieri sera.

Antonella & io arriviamo verso le venti & venti, quando la sala dell’Auditorium De Cecco di Pescara era già piena per metà. Fortunatamente troviamo due posti in seconda fila, davanti a un conoscente che saluto. Mentre invece, appena mi sistemo sulla poltroncina rossa, mi accorgo che davanti a me ci sono due miei carissimi amici di Chieti, due scatenati fratelli, fissati con la musica peggio di me. Ovviamente, mentre aspettiamo l’inizio del concerto, previsto per le ventuno, scambio quattro chiacchiere con loro: si parla solo di musica, in particolare di Steve e dei Genesis, ovviamente, poi di Peter Gabriel, di Bryan Adams, dei Duran Duran, dei Guns N’ Roses e dei redivivi Stooges. Nel frattempo la gente ha riempito la sala & inizia ad accomodarsi in piccionaia.

Finalmente – quando l’orologio segna le ventuno & quindici – le luci si spengono, il tendone in fondo al palcoscenico si tinge d’azzurro, e Steve Hackett (t-shirt nera su pantaloni neri) entra sorridendo e salutando il pubblico. Fa un piccolo inchino, dopodiché si siede sullo sgabello, imbraccia una delle due chitarre già disposte sul palco, la accorda e poi inizia a suonare una dolce melodia in stile flamenco. Ci s’accorge subito, in pochi minuti, che Hackett è semplicemente un bravissimo chitarrista, con una finezza nel tocco assolutamente sopraffina. Al termine del brano, salutato da calorosissimi applausi (una costante per tutta la serata), Steve prende il microfono e saluta il pubblico in italiano: parlerà spesso nella nostra lingua, arrangiandosi più che discretamente. Si ricorda perfettamente della prima volta che è venuto a Pescara, nell’estate del 1999, quando il suo concerto all’aperto venne annullato per il maltempo.

E così, in perfetta solitudine, l’ex Genesis esegue una decina di brani, tratti dal suo ultimo album “Wild Orchids” (2006) e dai suoi dischi precedenti, pescando da “Bay Of Kings” (1983), “Guitar Noir” (1994), “A Midsummer Night’s Dream” (1997), “Metamorpheus” (2005), ma anche dall’omonimo album dei GTR, col brano Imagining. Ovviamente, qua & là, spruzza le sue deliziose composizioni chitarristiche coi riff più famosi del suo periodo nei Genesis, suscitando l’estasi del pubblico. In tutto utilizza a turno due tipi di chitarre, entrambe a sei corde. Conclude questa prima parte in solitaria del suo show con Horizons, una delicata ballata acustica incisa coi Genesis per l’album “Foxtrot”.

Steve viene quindi raggiunto sul palco dal fratello, il flautista John Hackett, e dal tastierista Roger King: a questo punto il tendone in fondo si tinge di rosso. Anche in questo caso, il trio esegue brani presi dalla discografia solista di Steve Hackett e altri tratti dagli album “Foxtrot”, “Selling England By The Pound” e “The Lamb Lies Down On Broadway”. Durante la performance, il tendone in fondo al palco assume altre colorazioni mentre il concerto procede impeccabile, scandìto dai calorosi applausi al termine d’ogni brano. Anche John utilizza a turno due tipi di strumenti: un flauto diritto e uno rovescio. Verso le ventitrè, i tre musicisti lasciano i loro strumenti sul palco, salutano il pubblico, riscuotono le scroscianti acclamazioni & escono lateralmente dal palco.

Subito si sentono i primi cori ‘fuori, fuori, fuori’ da parte degli spettatori. Il trio non si fa attendere e riparte per un ultimo pezzo, una sezione strumentale tratta da Firth Of Fifth, uno dei brani più memorabili dei Genesis. Al termine del concerto, una buona quarantina d’appassionati resta in attesa di poter incontrare Steve Hackett faccia a faccia, magari per farsi firmare qualche autografo. Infatti sbucano da tutte le parti i libretti di ciddì, le custodie di elleppì & gli stessi manifestini pubblicitari del concerto. Anche in questo caso, Steve non si fa attendere: sbuca dal lato opposto dal quale è uscito dal palco, solo che si trova fra noi, in platea… tutti che corrono verso di lui!

Steve si rivela d’una gentilezza & d’una disponibilità uniche per un musicista del suo calibro: firma tutti i dischi che gli vengono messi in mano e si lascia fotografare sempre volentieri. Noi riusciamo a farci autografare un biglietto (per Antonella) e le copertine di tre ciddì dei Genesis (per me). Mi faccio pure un paio di foto con lui, dopodiché gli stringo la mano, lo ringrazio & lo saluto. Ebbeh, che dire… sono molto, molto contento!

– Mat

Iggy Pop, “The Idiot”, 1977

iggy-pop-the-idiot-immagine-pubblica-blogAvendo avuto l’oscuro piacere d’ascoltarlo ieri notte, oggi pomeriggio mi sembra proprio l’occasione buona per parlare di uno dei miei album preferiti, “The Idiot”. Il disco in questione, pubblicato dalla RCA nel 1977, è accreditato a Iggy Pop, anzi è il suo primo vero album solista dopo lo scioglimento degli Stooges.

In realtà “The Idiot” è un’opera nata dalla collaborazione tra due enormi talenti che apprezzo moltissimo: Iggy Pop, ovviamente, e l’immenso David Bowie, che produce l’album. Bowie, inoltre è coautore di tutte le canzoni, suona il piano, le tastiere & il sax, contribuisce ai cori e mixa il tutto. Altra aspetto interessante: si parla spesso del periodo berlinese di Bowie, che ha fruttato la splendida trilogia di “Low” (1977), “Heroes” (1977) e “Lodger” (1979), ma bisogna considerare che anche “The Idiot” è stato inciso a Berlino, nel corso del 1976, mentre Bowie incideva il suo “Low”. A questo punto si tratta d’un poker fantastico di album berlinesi… certo, aggiungendovi “Lust For Life” (il seguito di “The Idiot”) ed escludendo “Lodger” che in realtà non è stato registrato a Berlino… ma la cosa si complica, per cui passiamo per ora ad una breve recensione del solo “The Idiot”.

Si parte con un brano piuttosto notturno, chiamato inequivocabilmente Sister Midnight: con le parti di chitarra di Carlos Alomar in bell’evidenza, la canzone è una lenta danza ipnotica che fa subito capire con quale tipo di sonorità abbiamo a che fare in questo lavoro. Segue il rock strisciante ma irresistibilmente funky di Nightclubbing, una delle canzoni più coinvolgenti di Pop, che forse molti ricordano nella colonna sonora del film “Trainspotting”. Poi è la volta di Funtime, un trascinante brano funk-punk dove si sente chiaro & forte il coro di Bowie; anche questa canzone verrà inclusa in una colonna sonora, per il film “Miriam Si Sveglia A Mezzanotte”, interpretato dallo stesso Bowie con una bellissima Catherine Deneuve.

Il quarto brano è Baby, sintetico & tenebroso ma assolutamente irresistibile e molto melodico, seguìto da una delle canzoni che più amo, China Girl: invito calorosamente tutti quelli che vogliono conoscere Iggy Pop ad ascoltare questo brano di rock decadente ad alto volume. China Girl resta una delle migliori creazioni del duo Pop-Bowie, forte d’un testo interpretato con la tipica sfontatezza di Iggy ma adagiato su una musica potente ed innovativa al tempo stesso, tipica del Bowie di quegli anni. Poi è la volta della pesante Dum Dum Boys, la canzone più convenzionalmente rock del disco, anche qui col coro di Bowie ben evidente (sul canale destro degli speaker) e poi ancora c’è Tiny Girls, una breve & struggente ballata dall’andamento circolare, con il sax di David come principale protagonista. Gli oltre sette minuti della ben più elettronica Mass Production chiudono l’album su note dissonanti che ci regalano un testo colmo di sarcasmo, in quella che è un’epica espressione fifty-fifty fra Bowie e Pop.

L’atmosfera complessiva di “The Idiot” è notturna, cupa & opprimente, coi testi sempre in bilico tra disperazione & sarcasmo. Il tutto suona incredibilmente avanti per i suoi tempi: come per gli album “Low” e “Heroes” di Bowie, “The Idiot” sembra un disco inciso negli anni Ottanta (prestare attenzione al suono della batteria, in particolare), un lavoro davvero straordinario, forse un po’ sottovalutato ma fra i migliori che io possegga nella mia collezione di dischi.

Per finire, alcuni aneddoti… Sister Midnight è stata ripresa da Bowie per il suo album “Lodger”, dopo averne riscritto il testo e presentandola quindi col nome di Red Money. Bowie ha anche riproposto China Girl: la sua è una cover magnifica che s’avvale di musicisti d’eccezione (si trova sull’album “Let’s Dance” del 1983), mentre il buon David sfoggia una delle sue migliori prove vocali. Peter Murphy dei Bauhaus chiude il suo album del 1988, “Love Hysteria”, con una bella cover di Funtime, mentre Martin Gore dei Depeche Mode ripropone una suggestiva versione di Tiny Girls nel suo album “Counterfeit2” (2003). Ultimo aneddoto, piuttosto macabro… prima di togliersi la vita, Ian Curtis, il cantante dei Joy Division, ascolta “The Idiot” e mentre questo compie trentatrè giri lui decide di farla finita.

– Mat

Syd Barrett

syd-barrettRoger Keith Barrett, ben più noto come Syd Barrett, è l’uomo attorno al quale è sorta la leggenda dei Pink Floyd, una band che ha cambiato il modo d’intendere la musica leggera e l’idea stessa di rockstar. Vediamo di ripercorrere l’affascinante storia di Syd intrecciandola a quella dei primi anni della band.

Syd nasce nel 1946 nei pressi di Cambridge ed inizia a suonare la chitarra all’età di quattordici anni: in questo periodo già compone le sue prime canzoni, alcune delle quali, come The Effervescing Elephant, vedranno la luce diversi anni dopo. Qualche esperienza musicale in giro qua & là e poi, ai tempi del college, Syd conosce Roger Waters, che lo invita a far parte del suo gruppo, gli Architectural Abdabs. Barrett ne diventa ben presto il cantante principale mentre, dopo l’abbandono del bassista Bob Klose, Waters passa dalla chitarra al basso. Gli altri due componenti del gruppo sono Richard Wright (tastiere, piano, organo) e Nick Mason (batteria), già compagni di studio di Waters. Lo stile di questa band è fondamentalmente blues, tanto che Syd pensa bene di ribattezzarla The Pink Floyd Sound, ovvero ‘il suono di Pink Anderson e Floyd Council‘, due bluesmen americani particolarmente apprezzati da Syd.

I Pink Floyd Sound iniziano a suonare in diversi club alternativi della swinging London: tra il ’66 e il ’67 sono i protagonisti assoluti in locali come l’Alexandra Palace o l’UFO. Anche Paul McCartney e John Lennon vanno a sentirli/vederli giacché il loro uso di luci e fondali applicato alla loro miscela di pop-blues psichedelico è qualcosa di totalmente innovativo per l’epoca. Il nome del gruppo cambia definitivamente in Pink Floyd e, nel corso del ’67, la band viene messa sotto contratto dalla EMI, la stessa etichetta dei Beatles (le due formazioni avranno anche modo di conoscersi personalmente negli Abbey Road Studios di Londra).

In quel fatidico 1967 escono così i primi due singoli dei Pink Floyd, Arnold Layne e See Emily Play, seguìti in estate dall’album “The Piper At The Gates Of Dawn”: tutto materiale scritto da Barrett, a parte una manciata di brani. Tra il ’67 e il ’68 escono altri singoli ma Syd non è più lo stesso: il suo consumo eccessivo di lsd, unito ad una fragilità psicologica incapace di reggere le pressioni dello show-business, lo conducono sulla soglia della follia. Il suo comportamento diventa sempre più irrazionale, soprattutto sul palco e nel corso delle interviste: se i Pink Floyd vogliono andare avanti devono ricorrere ad un sostituto, almeno per i concerti.

Il sostituto si chiama David Gilmour, classe 1946 anch’egli, amico di Syd da lungo tempo; i due iniziarono a strimpellare insieme la chitarra e in gioventù fecero un viaggio in Francia come musicisti di strada. Inizialmente il ruolo di Dave è quello di cantare e suonare la chitarra dal vivo mentre Syd è libero di scrivere nuove canzoni per il gruppo: Jugband Blues e Vegetable Man nascono in questo periodo, con la prima che figurerà come unico contributo autoriale di Barrett al secondo album dei Floyd, “A Saucerful Of Secrets” (1968), mentre la seconda resterà inedita. Ci sono alcune foto dei Pink Floyd come quintetto ma la cosa non dura a lungo: nel febbraio ’68, Barrett esce dal gruppo (con la benedizione del management che decide di seguirlo) e in primavera inizia ad incidere il suo primo materiale da solista.

Le sessioni si rivelano caotiche perché le condizioni psicologiche di Syd sembrano peggiorare giorno dopo giorno (in realtà, il musicista rivela commoventi lampi di lucidità che riversa in molte delle sue composizioni): dopo l’avvicendamento di due produttori, subentra proprio l’amico Dave Gilmour nel seguire Syd in studio. Il primo singolo solista di Barrett, Octopus, prodotto da Gilmour con Roger Waters, esce nel dicembre ’69, mentre il primo album, “The Madcap Laughs” vede la luce solo nel gennaio 1970. Il lavoro tuttavia continua, con Syd e David che tornano in studio per dare un seguito all’album: le sessioni sono ancora più confuse, con Gilmour che suona il basso e coinvolge i Soft Machine per riempire gli spazi lasciati vuoti da Barrett. Il lavoro che ne risulta, “Barrett”, pubblicato a fine anno, è comunque pregevole.

Poi Syd si ritira in un suo mondo, sempre più piccolo, sempre più lontano dalle luci della ribalta. Torna a casa della madre ed accetta di farsi curare in un istituto psichiatrico, mentre la carriera dei Pink Floyd prende il volo nel 1973, con lo straordinario album “Dark Side Of The Moon”. In quel periodo sono diversi gli artisti/produttori che cercano di convincere Barrett a tornare sulle scene: tra questi vi è David Bowie (che aveva già aiutato i Mott The Hoople, Lou Reed e gli Stooges di Iggy Pop) che però dovrà infine accontarsi di inserire una sua cover di See Emily Play nel suo album “Pinups”. In effetti, Barrett torna in studio nel 1974 ma non ne esce nulla di buono e così ripiomba nel suo isolamento.

Seguono anni d’anonimato durante i quali Syd si limiterà a ritirare le sue quote autoriali dalle vendite dei dischi suoi e dei Pink Floyd. Le sue interviste, sempre sopra le righe, sono rarissime così come le sue apparizioni pubbliche. Altri lo cercano: nel ’77 i Damned, in procinto d’incidere il loro secondo album, si rivolgono al management dei Pink Floyd per convincere Syd a produrre il disco. Anche loro, come Bowie, non ottengono nulla da Syd; sarà comunque Nick Mason a produrre l’album “Music For Pleasure” ma questa è un’altra storia.

La leggenda del quinto membro impazzito dei Pink Floyd cresce negli anni Ottanta, tanto che la EMI pubblica un’interessante collezione di brani più o meno inediti di Barrett, “Opel” (1988), contenente la bellissima Opel, una gemma perduta di Syd risalente al 1969. Intanto il talento del nostro si riversa – pur se privatamente – nella pittura di quadri firmati col suo vero nome, Roger Barrett, come se l’artista volesse dare un taglio definitivo al suo passato di musicista. Per il resto, la vita di Syd Barrett continua nell’ombra fino al luglio del 2007, quando muore fra le mura domestiche in seguito ad alcune complicazioni da diabete.

Gli altri componenti dei Pink Floyd, nessuno escluso, lo omaggiano (l’home page del sito di Waters era listata a lutto, subito dopo la triste notizia) e Dave Gilmour continua a proporre composizioni barrettiane nei suoi concerti.

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