David Bowie

David BowieHo già scritto di David Bowie in altri post, dato che è uno dei miei artisti preferiti. E’ anche uno dei nomi che conosco da più tempo: praticamente sento parlare di David Bowie da quando ho memoria, anche se, e non so perché, quand’ero piccolo la sua immagine mi faceva paura!
In questo post voglio tracciare un breve profilo – scandito dalla sua vasta discografia – di quello che reputo uno dei personaggi musicali più influenti e originali della musica moderna.

Il nostro nasce come David Jones l’8 gennaio del 1947 (un anno che segna anche la nascita di, fra gli altri, Elton John e Brian May dei Queen) e fin da giovanissimo inizia a cimentarsi con la musica (oltre che col mimo), imparando quindi a suonare prima il sassofono e poi la chitarra, oltre che, ovviamente a cantare. In seguito imparerà a destreggiarsi discretamente anche con piano, tastiere e sintetizzatori, divenendo a tutti gli effetti un polistrumentista, anche se a partire dagli anni Ottanta si concentrerà soprattutto sul canto, preferendo avvalersi di ottimi musicisti turnisti e ospiti d’eccezione.

Il primo, omonimo album di David Bowie vede la luce nel 1967, quando lui aveva soltanto ventanni, e conteneva anche una manciata di brani pubblicati come singoli nel biennio precedente. Tuttavia è soltanto nel 1969 che il nostro inizia a farsi notare, con una canzone finalmente memorabile, la straordinaria Space Oddity. Curiosamente, anche l’album che conteneva Space Oddity venne chiamato “David Bowie”, cosa che generò un po’ di confusione fra i collezionisti ma che comunque viene oggi identificato come “Space Oddity”.

Nel 1970 il nostro stringe il primo dei suoi tanti sodalizi musicali, quello col bravissimo chitarrista, pianista e arrangiatore Mick Ronson, col quale Bowie realizzerà alcune fra le pagine più belle del rock degli anni Settanta. Escono quindi gli album “The Man Who Sold The World” (1970) – contenente il noto singolo omonimo – “Hunky Dory” (1971) – contenente le fantastiche Changes, Oh! You Pretty Things e l’indimenticabile Life On Mars? – e soprattutto “The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars” (1972), l’album che proietta definitivamente Bowie nell’olimpo del rock. Supportato da singoli incredibili quali Suffragette City, Ziggy Stardust e Starman, “Ziggy Stardust” viene giustamente considerato una pietra miliare nell’evoluzione della musica contemporanea, nonché la vetta più alta del genere glam (uno stile iniziato dall’inglese Marc Bolan dei T. Rex, che si avvale di una musica allegramente rockeggiante, corale e coinvolgente, e d’uno sfoggio di eccentrici costumi sgargianti, zatteroni ai piedi e pesante make-up sul volto). Da questo punto in poi, David Bowie diventa quell’icona rock tuttora riconosciuta ma soprattutto avvia il suo cammino artistico verso un percorso d’evoluzione sonora a dir poco straordinario che lo porterà in pochi anni a realizzare alcuni dei dischi più belli e influenti di sempre. In questo periodo, inoltre, Bowie inizia a supportare alcuni dei suoi artisti preferiti che, grazie a lui, ritroveranno la via del successo smarrita; il nostro quindi (alternativamente o tutto in una volta) scrive, suona, canta, arrangia e produce materiale per The Stooges, il loro istrionico leader, cioè Iggy Pop, poi Lou Reed (celeberrimo il suo “Transformer”) e ancora i Mott The Hoople, manifestando un’attitudine filantropica del nostro che si ripeterà in anni successivi con Amanda Lear, Tina Turner e ancora una volta Iggy Pop (Bowie pensava anche di resuscitare le carriere di Syd Barrett e dello stesso Marc Bolan ma qui fu più sfortunato, dato che il primo s’isolò sempre più nella sua pazzia mentre il secondo morì tragicamente nel ’77).

Dopo aver pubblicato altri due album nel corso del 1973, l’originale “Aladdin Sane” (contenente la superlativa The Jean Genie, uno dei pezzi bowiani che più amo) e la raccolta di cover “Pinups”, sempre assistito da Mick Ronson e dalla band The Spiders From Mars, Bowie decide di dare un’altra svolta alla sua carriera. Suonando la maggior parte degli strumenti da solo e autoproducendo il tutto, Bowie realizza così “Diamond Dogs” (1974), quello che secondo diversi critici è il suo miglior album da studio. Basato sulle vicende narrate da George Orwell nel suo noto libro “1984”, “Diamond Dogs” è una sorta di compatto concept-album che si pone esattamente a metà fra il periodo glam di Bowie e la sua successiva fase sperimentale. E’ in effetti un album strepitoso (è quello che include la nota Rebel Rebel) – uno dei miei preferiti fra quelli firmati dal nostro – che spero di recensire presto. Con “Diamond Dogs” Bowie ritrova un preziosissimo collaboratore di qualche anno prima, il celebre produttore Tony Visconti: se in “Diamond Dogs” il buon Tony si limiterà ad arrangiare alcune partiture orchestrali, da qui in avanti sarà fra i principali artefici delle sonorità bowiane più suggestive.

Dopo aver dato alle stampe “David Live” (1974), il nostro torna con un nuovo album da studio nel 1975, il discusso “Young Americans”; se da una parte “Young Americans” fa di Bowie un divo anche in America, dall’altra viene tacciato di insulsa commercialità in quanto le sonorità del disco sono fin troppo influenzate dal cosiddetto Philadelphia Sound, ovvero un morbido e patinato soul danzereccio che a quel tempo stava portando notevole fortuna a band quali The Stylistics e Harold Melvin & The Blue Notes. In realtà “Young Americans” è un altro bel disco da parte del nostro, un lavoro molto professionale, impreziosito dalla partecipazione del grande John Lennon, che firma con David il suo primo singolo numero uno statunitense, Fame.

In questo periodo Bowie vive stabilmente in America, è ormai un artista affermato, frequenta il bel mondo ma è separato dalla moglie Angela, è schiavo della cocaina e soffre delle contraddizioni dello show business. Nonostante tutto, resta intatta la sua voglia di sperimentare e di mettersi in discussione: nel 1976 si cimenta con la sua prima grande parte d’attore, nel film fantascientifico “L’uomo che cadde sulla Terra” e dà alle stampe un disco importante come “Station To Station”. Pur senza Tony Visconti (lo ritroveremo fra poco, però) e non ancora alle prese col genio visionario di Brian Eno, Bowie realizza con “Station To Station” un campione d’equilibrio fra atmosfere sperimentali (il lungo brano omonimo) e soul-pop di classe (il singolo di Golden Years e l’intensa cover di Wild Is The Wind), con i testi che affrontano direttamente il suo momento d’incertezza e di transizione.

“Station To Station” segna al contempo una punto d’arrivo ed un punto di partenza nella storia di Bowie: mette fine alla sua parentesi americana e alla sua prima fase da rockstar e dà avvio al suo periodo più sperimentale, che avverrà a Berlino, dove il nostro si trasferisce nel corso del 1976 in compagnia del collega e amico Iggy Pop. E’ nella storica città tedesca, all’epoca divisa dal famigerato muro eretto dai sovietici, che David realizza un magnifico poker di dischi: “The Idiot” (1977), firmato da Iggy Pop”, “Low” (1977), “Heroes” (1977) e “Lodger” (1979), con questi ultimi noti come ‘trilogia berlinese’ e creati assieme a quel mago delle ambientazioni sonore che è Brian Eno e al ritrovato Tony Visconti. Di questi quattro capolavori ho già parlato in altri rispettivi post, per cui, per non ripetermi troppo, vado oltre con questa storia. Anzi no, mi fermo qui che ho già scritto abbastanza! Il post successivo arriverà però domani.

– Mat

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Prince, “Emancipation”, 1996

prince-emancipation-immagine-pubblica“Emancipation” è l’incredibile triplo album che quel genio di Prince ha dato alle stampe nel 1996, quando rinnegava il suo nome e si faceva identificare da un fantasioso simbolo grafico. Ci vogliono le palle per pubblicare un disco doppio, figuriamoci un triplo… in questo caso sono tre ciddì da sessanta minuti di durata ciascuno, per un totale di tre ore di musica.

Non recensirò ogni singola canzone dell’opera – ne sono trentasei – ma affronterò quelle che più mi sembrano valide. Prima però lasciatemi dire che “Emancipation” è l’album che segna una nuova fase artistica nella storia di Prince: dopo aver rotto con la Warner Bros, questo nuovo capitolo princiano è il solo pubblicato dalla Capitol-EMI ed è anche il primo album di Prince a figurare cover di canzoni di altri artisti.

Numerosi sono gli stili musicali racchiusi in “Emancipation”: funk, rock, jazz, soul, dance, elettronica, ballate, rap, hip-hop, ambient, il tutto però è stato confezionato con notevole amalgama… insomma, nonostante le sue tre ore di durata, “Emancipation” è un lavoro straordinariamente organico, composto da un artista in piena libertà espressiva (le mani che spezzano le catene in copertina sono emblematiche). Vabbene, fatta questa premessa, vediamo da vicino una selezione delle trentasei tracce di questo lavoro.

La canzone d’apertura è Jam Of The Year, elegante e caldo brano da club impreziosito da una vecchia conoscenza di Prince, la cantante soul Rosie Gaynes. Segue Right Back Here In My Arms, brano funk-rap che secondo me si pone fra i migliori mai proposti dal folletto di Minneapolis. Se la melodica Somebody’s Somebody è un’autentica perla, cantata dal nostro con intensità e passione, la breve Courtin’ Time è invece una veloce divagazione swing-jazz, seguìta a sua volta dalla dolcissima Betcha By Golly Wow!: cover d’un brano degli Stylistics, Betcha è una romantica canzone che Prince ha coraggiosamente scelto come primo singolo estratto da “Emancipation”.
Straordinariamente atmosferica White Mansion, una notevole ballata che si pone fra le migliori canzoni del nostro. Altra deliziosa cover con la lenta e romantica I Can’t Make You Love Me, seguìta dai ritmi hip-hop di Mr. Happy, un brano che figura anche un bel rap ad opera di Scrap D.

Passando al secondo ciddì, troviamo un’altra dolce ed orecchiabile melodia con One Kiss At A Time. Se la gentile Curious Child sembra una ballata medievale (tanto atipica per lo stile di Prince quanto immediatamente riconoscibile come una sua canzone), la successiva Dreamin’ About U si rivela non solo come una delle canzoni più belle di “Emancipation” ma come una delle migliori di Prince: su una base irresistibilmente sognante e sensuale, la voce del nostro è poco più che un sussurro, mentre nel ritornello è ben più accentuata (da segnalare il grande assolo di basso eseguito da Rhonda Smith).
Con The Holy River siamo alle prese col secondo singolo: un soffice brano pop-rock, adattissimo all’ascolto in macchina, forte d’una melodia coinvolgente, d’un bel ritornello e d’un grandioso assolo finale di chitarra ad opera dello stesso Prince. Segue la delicata Let’s Have A Baby, brano soul cantato dal nostro col suo inconfondibile falsetto, la cui strumentazione è ridotta al solo piano accompagnato dal basso. Bella anche la successiva Saviour, elegante e rilassata, perfetta quando si guida al tramonto.

La percussiva e corale Slave c’introduce al terzo e ultimo ciddì di quest’autentica epopea princiana, inaugurato appunto da questo secco e trascinante pezzo funk. Ritmi marcatamente danzerecci per New World, una sonorità che mi ricorda i brani che Prince ha scritto per la colonna sonora del film “Batman” (1989).

Altra cover di gran classe con la rilassata La, La, La Means I Love U, seguìta dalla calda atmosfera da club di Style, un brano decisamente funky impreziosito dal sax di Eric Leeds, collaboratore storico di Prince. Ancora funk (sebbene spruzzato di ritmi dance) con la successiva Sleep Around, così come My Computer, comunque più melodica e impreziosita dalla voce di Kate Bush.

Con One Of Us siamo invece alle prese con l’ultima delle cover proposte nell’album: è una bella e famosa canzone d’una meteora degli anni Novanta, Joan Osborne, interpretata da Prince con estrema naturalezza e disinvoltura (sarò di parte, ma questa versione – decisamente rock – mi piace più dell’originale). Espressamente dedicata ad un ‘lost friend’, la successiva The Love We Make è invece una dolente ma imponente ballata, ennesimo grande numero dell’album in questione.

Quelli che ho appena cercato di descrivere sono i brani di “Emancipation” che più ritengo validi, anche se devo ammettere che non c’è una canzone veramente brutta in questo monumentale album. Oggi “Emancipation” è venduto a prezzi stracciatissimi, rivelandosi come uno degli album più sottovalutati degli anni Novanta… se fosse uscito solo tre anni prima, sono sicuro che oggi se ne parlerebbe come di una pietra miliare.

– Mat