The Style Council, “Confessions Of A Pop Group”, 1988

the-style-conuncil-confessions-of-a-pop-group-immagine-pubblicaC’è un disco che più di altri mi sembra una perfetta colonna sonora per questi ultimi malinconici giorni d’estate: “Confessions Of A Pop Group”, quarto e ultimo album ufficiale degli Style Council, il loro album più maturo, più raffinato e, forse forse, addirittura il più bello.

“Confessions Of A Pop Group” è uno straordinario amalgama di pop d’autore, sofisticazioni jazz, innesti di musica classica, soul e funk, il tutto diviso in due facciate (per quanto riguarda la stampa in elleppì): ‘The Piano Paintings’ e ‘Confessions Of A Pop Group’. Come s’intuisce dal titolo, nella prima parte è il pianoforte del bravissimo Mick Talbot lo strumento portante, in una serie di cinque meravigliose ballate di grande atmosfera. Vediamole separatamente…

1) It’s A Very Deep Sea è un’apertura perfetta per questo lavoro, una malinconica ballata pianistica, con effervescenti spruzzate della batteria in stile jazz. E’ un pezzo d’immensa classe, a testimonianza della grande maturità artistica, espressiva e compositiva raggiunta in quel periodo da Paul Weller, cuore & anima degli stessi Style Council.

2) Collegato al brano precedente dalla risacca del mare, ecco The Story Of Someone’s Shoe, chiaramente influenzato dai Beach Boys del periodo “Pet Sounds” e dal ripetutto uso dei cori – ad opera di The Swingle Sisters – anche in chiave ritmica. Assolutamente deliziosa la parte di vibrafono che regge tutta la canzone, molto bella tutta la parte vocale di Paul.

3) Changing Of The Guard è il pezzo che preferisco fra le undici tracce complessive incluse in quest’album: una stupenda ballata cantanta da Paul Weller e dalla moglie (all’epoca) Dee C. Lee. L’andamento armonico della canzone, la sua melodia avvolgente & struggente, il modo in cui le voci di Paul e di Dee C. s’intrecciano in quello che è un duetto da antologia, fa di Changing Of The Guard una delle vette artistiche degli Style Council e anche uno dei punti più alti del pop d’autore inglese.

4) Basterebbero i tre brani in sequenza appena visti per giustificare l’acquisto di “Confessions Of A Pop Group”, tuttavia l’album va avanti nel regalarci altre grandi emozioni. Abbbiamo quindi due brevi strumentali eseguiti dal solo Mick Talbot, ovvero The Little Boy In The Castle e A Dove Flew Down From The Elephant, unìti in sequenza come un’unica traccia. Anche se dal tono fortemente malinconico, questo breve interludio pianistico è un’autentica gioia per le orecchie!

5) Come recita la scritta in copertina, The Garden Of Eden è una suite in tre parti, invero il pezzo più complesso del disco: la prima parte, dominata dall’arpa, è praticamente un brano di musica classica, al quale fa seguito dopo due minuti e mezzo il pezzo centrale, quello più lungo, affidato alla voce angelica della Lee. E’ un’atmosferica ballata di jazz orchestrale, alla quale fa seguito una coda strumentale che, in parte, riprende il tema dell’iniziale It’s A Very Deep Sea (cantato da Paul).

6) Voltiamo lato al nostro elleppì ed eccoci alle prese con la facciata propriamente intitolata ‘Confessions Of A Pop Group’, che ci offre un repertorio più vicino al tipico standard degli Style Council. Si riparte quindi con la movimentata e coinvolgente Life At The Top Peoples Health Farm, pubblicata come singolo apripista dell’album. Caratterizzata da una voce di Paul filtrata elettronicamente, la canzone è una delle tante staffilate dei nostri alla situazione politica e sociale dell’Inghilterra thatcheriana.

7) Con la successiva e deliziosa Why I Went Missing il ritmo rallenta un po’, ma la classe di questa band non cambia di una virgola. Qui abbiamo un testo più personale che, come quelli della precedente facciata, riflette i cambiamenti personali vissuti dal proprio autore, Paul Weller.

8) Pubblicata anch’essa su singolo, How She Threw It All Away, è un mirabile esempio di come suoni una tipica canzone pop degli Style Council: musica coinvolgente, arrangiamento ricercato, grande prestazione vocale, ritornello orecchiabile & cantabile.

9-10) Il pulsante Iwasadoledadstoyboy è uno dei miei pezzi preferiti in questo album, un funk alquanto danzereccio caratterizzato da una grintosa prova vocale di Paul. Gli fa seguito l’elegante pop jazzato di Confessions 1, 2 & 3, un brano che si ricollega alle atmosfere della prima facciata: quasi un altro duetto fra Paul e Dee C., questa è la canzone perfetta per allietare le notti di questi ultimi giorni d’estate.

11) Conclude il tutto l’epico funk in tempo medio dell’omonima Confessions Of A Pop Group, una maratona di nove minuti. A chi avesse dimestichezza col repertorio degli Style Council, questo lungo brano potrebbe ricordare Money-Go-Round, l’irresistibile pezzo funky pubblicato dai nostri nel 1983, soltanto che qui il ritmo e l’atmosfera complessiva risultano più dilatate. Grande protagonista, in entrambi i brani citati, il basso slap di Camelle Hinds, in quegli anni collaboratore frequente di Weller e compagni.

Bistrattato dalla critica (che comunque non ha mai perdonato a Paul di aver sciolto i Jam nel 1983 per fondare appunto gli Style Council), svantaggiato da una campagna pubblicitaria non proprio azzeccata, “Confessions Of A Pop Group” raggiunse una deludente & immeritata quindicesima posizione nelle charts inglesi. Fu l’ultimo atto ufficiale degli Style Council, dopo che nel 1989 la loro etichetta discografica rifiutò l’album successivo, “Modernism”. Paul Weller tornerà alla ribalta negli anni Novanta e lo farà alla grande… ma stavolta come solista.

– Mat

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