Red Hot Chili Peppers, “The Getaway”, 2016

red hot chili peppers the getawayOscure necessità mi hanno portato nelle ultime settimane ad ascoltare ripetitivamente e ossessivamente Dark Necessities, l’ultimo singolo dei Red Hot Chili Peppers, apripista dell’album “The Getaway”, fresco fresco d’uscita. Un’uscita che ho subito fatto mia, pur non essendo mai stato un fan dei Red Hot Chili Peppers. Sarà un caso ma ogni dieci anni, evidentemente, sento il bisogno d’andarmi a comprare il disco che i nostri hanno pubblicato al momento: nel 2006, a pochi giorni dall’uscita, andai infatti a prendermi “Stadium Arcadium”, così come l’altro ieri sono andato a procurarmi la mia bella copia di “The Getaway”.

Tra questi due album, usciti come s’è detto a un decennio esatto di distanza, le differenze sono notevoli: in quest’arco temporale i Red Hot Chili Peppers non solo hanno perso (di nuovo) il chitarrista John Frusciante ma hanno smesso anche di collaborare con quello che può essere considerato il loro produttore storico, Rick Rubin. Al loro posto troviamo, rispettivamente, Josh Klinghoffer (che mi sembra decisamente meno bravo di Frusciante) e Danger Mouse (che mi sembra decisamente più interessante di Rubin). Il risultato è un disco ben fatto, uno di quelli che probabilmente migliorano con gli ascolti, distante dalla produzione “classica” dei Red Hot Chili Peppers ma al tempo stesso inconfondibilmente peppersiano. Voglio dire, la voce di Anthony Kiedis e il basso di Flea, gli unici elementi sempre presenti in tutti gli album dal debutto ad oggi, sono due marchi di fabbrica riconoscibilissimi, per cui le eventuali varianti di volta in volta in gioco sono influenti fino a un certo punto.

E così in “The Getaway” i Red Hot Chili Peppers si sono dilettati a contaminare il loro caratteristico sound fatto di rock (a volte tendente all’hard) e funk con sonorità vicine al melodico, al soul, al reggae e all’elettronica. Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, penso proprio che Danger Mouse abbia detto parecchio la sua, finendo con l’essere di fatto il quinto componente della band: la sua elettronica dal tocco morbido e saltellante, seppur sempre un po’ robotico (come non ricordare quel successone dei Gnarls Barkley chiamato Crazy?), è evidentissima in tutto l’album. L’iniziale The Getaway ha proprio questo taglio, ed è irresistibile fin dalle prime note; le segue la mia favorita, Dark Necessities, con quel suo basso carnoso, il ritornello d’ampio respiro e i coretti soul. La successiva We Turn Red ha un incedere pesante e minaccioso che mi ricorda un po’ i Public Image Ltd, tuttavia nei ritornelli si assiste a un totale cambio d’atmosfera, innegabilmente peppersiana.

“The Getaway” procede quindi con la contemplativa The Longest Wave, con la pulsante Goodbye Angels (che mi ricorda le sonorità del disco dei The Good, The Bad & The Queen, anch’essi prodotti a loro tempo da Danger Mouse), col soft rock di Sick Love (dove figura nientemeno che Elton John, seppure il suo contributo – al piano – non sembra così evidente in questa che è comunque una rivisitazione della sua Benny And The Jets) e con il coinvolgente elettrofunk di Go Robot, candidato a prossimo singolo.

E se i successivi Feasting On The Flowers, Detroit e This Ticonderoga sono tre brani in cui via via l’uso della chitarra si fa più pesante, ricollegandosi in qualche modo al sound più “abituale” dei nostri, la sognante Encore sembra provenire quasi da un’altra band, non soltanto per la sua melodicità ma anche per i suoi accenti reggae. Chiude il tutto il soul un po’ psichedelico di The Hunter, seguito infine dalla bluesy Dreams Of A Samurai, anch’essa vagamente psichedelica, lasciando forse intravedere una strada futura per quanto riguarda il sound dei nostri.

Ora, volendo chiudere con qualche considerazione finale, posso dire che “The Getaway” è un disco sicuramente interessante, a tratti decisamente bello, e comunque consistente, che si lascia ascoltare con piacere dalla prima all’ultima canzone. Potrà spiazzare molti fan storici, potrà conquistarne di nuovi o farne riavvicinare quelli mentalmente più aperti, ma sono certo che “The Getaway” non lascerà indifferente nessuno. Insomma, se assumendo Danger Mouse alla produzione i Red Hot Chili Peppers volevano stupire, con questo disco ci sono riusciti benissimo. Bella anche la copertina, dimenticavo!

-Mat

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The Good, The Bad & The Queen, 2007

the-good-the-bad-and-the-queen-damon-albarn-clash-blurIn questi giorni sto ascoltando quasi a ripetizione (o a manetta, come si dice in gergo) l’album omonimo di The Good, The Bad & The Queen, ovvero un supergruppo costituito nel 2006 da Damon Albarn dei Blur (o dei Gorillaz, se preferite), da quel monumento di Paul Simonon dei Clash, da Simon Tong (ex chitarrista dei Verve) e dal raffinato batterista Tony Allen, collaboratore di Albarn già da un po’.

“The Good, The Bad & The Queen” è un disco uscito al principio di quest’anno ma che non ho comprato immediatamente, nonostante l’allettante presenza di Paul, che suona il basso in tutti i pezzi e contribuisce ai cori. Diversi mesi prima, un amico blogger mi aveva già anticipato la bellezza di quest’album, avvertendomi che l’avrei apprezzato via via sempre di più. Ebbene devo dargli ragione (oltre che ringraziarlo): ho comprato il ciddì di “The Good, The Bad & The Queen” un mesetto fa ma in questi giorni è finalmente esploso il mio amore per questa musica. Sarò banale & scontato se mi azzardo a dire che questo è un sound di non facile catalogazione? A me suona come una sorta di disincantato ma cullante dub/reggae, spruzzato con la tipica eccentricità di tanti arrangiamenti pop-rock che la musica inglese ci ha splendidamente proposto dall’era Beatles ad oggi.

Qui non mi prodigherò in una delle mie solite (e forse noiose, chissà…) recensioni. Mi limiterò a dire che il motivo per cui ho comprato questo disco, cioè il basso di Paul Simonon, c’è & si sente, che lo stile di Damon Albarn (che conoscevo appena da qualche pezzo dei Blur e dei Gorillaz) è molto interessante & personale (lui è la mente del gruppo, il cantante & l’autore dei pezzi, e mi pare decisamente bravo), che Simon Tong è un menestrello tanto discreto & puntuale quanto abile, che il tocco di Tony Allen è proprio sorprendente.

Ovviamente, i pezzi che preferisco sono… tutti! Sul serio, non ce n’è uno che non s’incastri perfettamente nei quasi cinquanta minuti di durata dell’album. Comunque, se proprio devo citare qualche canzone, dico che trovo bellissima 80’s Life, con reminiscenze dell’era “Pet Sounds” dei Beach Boys, memorabili la saltellante Northern Whale e l’iniziale History Song. Ma anche A Soldier’s Tale … ma anche The Bunting Song… ma anche il primo singolo, Herculean …insomma, tutte!

Per farla corta, per farla breve, “The Good, The Bad & The Queen” è un album che non dovrebbe scontentare nessun vero fan dei Clash, specie se ammiratore come me dell’era “Sandinista!”. A me è piaciuto. E tanto.

– Mat

I supergruppi

Traveling Wilburys George Harrison Bob DylanIl termine non è forse molto simpatico ma per supergruppi s’intendono comunemente quelle band formate da almeno due componenti illustri provenienti da altre band. La storia del rock annovera diversi supergruppi ma la loro costituzione sembra aver preso piede soprattutto dagli anni Ottanta ad oggi. Vediamone alcuni, cercando di procedere in ordine cronologico.

Il titolo di primo supergruppo sembra spettare ai Blind Faith, composti da membri dei Cream (Eric Clapton e Ginger Baker) e dei Traffic (Steve Windood), formatisi e disciolti nel 1969 con un solo album all’attivo. Poi fu la volta della Plastic Ono Band, un gruppo che John Lennon e Yoko Ono formarono insieme a Eric Clapton e a George Harrison, sebbene svolgesse un’attività occasionale tra il 1969 e il 1970. Di supergruppi nati negli anni Settanta non me ne sovviene nessuno, credo che comunque non ve ne siano stati molti, per cui passo agli anni Ottanta.

Nel 1982 nascono i Lords Of The New Church (componenti dei Dead Boys e dei Damned), nel 1983 nascono invece i Glove (membri dei Cure e dei Siouxsie And The Banshees), nel 1984 debuttano i Dalis Car (componenti dei Japan e dei Bauhaus) e i Chequered Past (membri dei Sex Pistols e dei Blondie), nel 1985 fanno la loro comparsa i Power Station (voce di Robert Palmer e musicisti dei Duran Duran e degli Chic), mentre nel 1986 è la volta dei GTR (membri dei Genesis e degli Yes) e ancora nel 1989 degli Electronic (componenti dei New Order, degli Smiths e dei Pet Shop Boys).

Nel 1988 hanno fatto la loro prima comparsa, con l’album “The Traveling Wilburys, Vol. 1”, i Traveling Wilburys (nella foto sopra), un super-supergruppo direi, giacché formato da George Harrison dei Beatles con Bob Dylan, Roy Orbison, Tom Petty e Jeff Lynne della Electric Light Orchestra.

Passando agli anni Novanta, nel ’95 debuttano i Mad Season (formati da componenti di Alice In Chains e Pearl Jam), mentre l’anno dopo è la volta dei Neurotic Outsiders (membri dei Sex Pistols, dei Cult, dei Guns N’ Roses e dei Duran Duran). Di altri non ricordo…

Mi sembra più produttivo il decennio in corso: già nel 2000 debuttano i Damage Manual (componenti dei PiL, dei Killing Joke e dei Ministry), nel 2002 esordiscono con alcune canzoni distribuite in rete i Carbon/Silicon (componenti dei Clash e dei Sigue Sigue Sputnik) e con una distribuzione in grande stile, invece, debuttano gli Audioslave (musicisti dei Rage Against The Machine e voce dei Soundgarden). Nel 2004 è la volta dei Velvet Revolver (musicisti dei Guns N’ Roses e cantante degli Stone Temple Pilots), mentre il 2006 ha segnato il debutto ufficiale dei The Good, The Bad And The Queen (componenti dei Clash, dei Blur e dei Verve).

Nella storia della musica moderna si sono visti numerosi esempi di supergruppi costituiti apposta per un singolo evento o brano: è il caso dei Band Aid, che nel 1984 hanno pubblicato il singolo Do They Know It’s Christmas?, e degli U.S.A. For Africa, che l’anno dopo hanno pubblicato il singolo We Are The World. Entrambi nati per scopi benefici, i primi (di origine angloirlandese) sono nati dall’iniziativa di Bob Geldof e Midge Ure (che hanno coinvolto, tra i tanti, Sting, Phil Collins, Paul Weller, Paul Young, Boy George, i Duran Duran, gli U2 e George Michael), i secondi (americani) sono nati invece dall’iniziativa di Michael Jackson e Lionel Richie (coinvolgendo un cast stellare formato, fra i tanti, da Ray Charles, Stevie Wonder, Bruce Springsteen, Bob Dylan, Tina Turner, Paul Simon e Diana Ross).

Poi ci sono dei supergruppi a ritroso, nel senso che dal gruppo originario, magari anche di successo, siano usciti fuori dei componenti di altrettanto (se non maggior) successo: mi vengono in mente i Genesis (che hanno ‘generato’ Peter Gabriel, Phil Collins ma anche i Mike & The Mechanics) e i Faces (nei quali hanno militato Ron Wood, dal ’75 ad oggi con i Rolling Stones, e Rod Stewart). Ma se ci pensiamo bene anche i Beatles sono stati un supergruppo a ritroso… in quale altra band si trovano Paul McCartney e John Lennon sotto lo stesso tetto?!