Disney, le prime immagini del nuovo “Dumbo” di Tim Burton

Disney Dumbo Tim Burton Immagine PubblicaSi parlava d’un remake di “Dumbo” affidato a Tim Burton da almeno un paio d’anni e finalmente, proprio oggi, la Disney ha svelato le prime immagini del film – che uscirà comunque nel marzo 2019, per cui ci sarà da aspettare ancora un po’ – in un bel teaser trailer che è possibile guardare QUI.

Da quanto mostrato nel minuto & venti di questo trailer mi sembra che il tutto sia decisamente promettente: un mix tra fiaba, dimensioni oniriche e immagini circensi alla Federico Fellini che reca l’inconfondibile marchio di Tim Burton, ovvero uno dei miei registi preferiti. Sempre nel trailer, oltre all’elefantino volante dagli occhi blu re-immaginato dal regista californiano, vediamo inoltre gli attori protagonisti della storia, ovvero Colin Farrell (che avevo perso un po’ di vista negli ultimi anni e che, a dirla tutta, non mi è mai piaciuto granché), Michael Keaton (che aveva già lavorato con Burton in tre film a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta, tra cui “Batman”) e quindi la bellissima Eva Green, anch’essa apparsa in diversi film burtoniani, soprattutto quelli di produzione più recente. Si vede anche Danny DeVito (anch’egli in precedenti film di Burton), mentre la musica è affidata nuovamente a Danny Elfman, un compositore che sta a Tim Burton come Nino Rota stava a Federico Fellini.

Meno rassicurante, almeno per me, è la sceneggiatura affidata a un certo Ehren Kruger, che francamente non conosco ma che “vanta” nel suo curriculum diversi film della saga “Transformers”. Vabbè, staremo a vedere. Ho già mostrato il trailer del nuovo “Dumbo” a mia figlia, di cinque anni di età, e già entusiasta della prossima proposta burtoniana, lei che è una grande fan del film originale del 1941, che mi ha “costretto” a ripetute visioni vicine al centinaio quando le abbiamo regalato una copia in divuddì del celeberrimo cartone animato.

Non resta che attendere marzo, quindi, sperando vivamente che la vena creativa di Tim Burton possa trarne beneficio in futuro per ulteriori progetti simili. Come è noto, infatti, la Disney, già da qualche anno, è impegnata in tutta una serie di remake dove alle ormai inevitabili immagini animate al computer vengono abbinate sequenze di attori in carne ossa. E così, dopo i vari “Cenerentola”, “La Bella & La Bestia” ma anche due “Alice In Wonderland” diretti proprio da Tim Burton, seguiranno “Dumbo” nel 2019 e “Mulan” nella prossima decade. Avremo di che emozionarci, insomma. E’ quello che si spera, quanto meno.

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Prince, un mio personale ricordo

Prince Immagine Pubblica ricordoFine estate 1993: come sottofondo alla pubblicità televisiva di una nota marca di orologi, scorrono i video e le musiche tratti da “The Hits 1” e “The Hits 2”, le prime antologie ufficiali di Prince, in occasione dei suoi quindici anni di carriera discografica con la Warner Bros. Ciò che ho il piacere di sentire in quello spot, seppur condensato in trenta secondi, è un mix straordinario di canzoni a me sia note che sconosciute, ma tutte grandiose, e tutte in grado di catturare immediatamente la mia curiosità.

“E così questo è Prince – mi dico – devo avere quei dischi!”. Il nome di Prince l’avrò sentito nel corso dell’infanzia, e di fatto non ricordo la prima volta che l’ho sentito nominare, ma ricordo benissimo quei giorni del ’93, quando non avevo ancora nella mia pur esigua (a quel tempo) collezione di dischi nessun titolo di Prince. Dopo aver racimolato la considerevole (per me in quei tempi) cifra di trentatremila lire, vado in quello che mi sembrava il negozio di dischi più figo del (mio piccolo) mondo: Happy Music, nei pressi della stazione di Chieti Scalo.

“Vorrei la raccolta di Prince”, dico trionfalmente al proprietario del negozio e lui mi mostra i due ciddì disponibili, “The Hits 1” e “The Hits 2”. “Uhm, non ho con me sessantaseimila lire, ne avrò a malapena quaranta… devo fare una scelta”. Leggo i titoli in scaletta di entrambi i dischi e dopo qualche minuto di riflessione sono pronto a scegliere: vada per “The Hits 2”. “Ovvio, c’è Purple Rain“, mi fa fa il negoziante.

Una volta a casa, messo immediatamente il mio nuovo acquisto nel lettore ciddì, scopro un mondo sonoro che non consideravo possibile. A parte che quella era la prima opera di black music che avevo modo di ascoltare seriamente, ma l’inventiva di questo musicista e tutti i suoni contaminati che uscivano dalle casse mi aprirono degli orizzonti sonori per me del tutto inediti. Va da sé che di lì a qualche settimana andai a comprarmi pure “The Hits 1” (anche se di quest’altro acquisto non ricordo più nulla, forse – ora che ci penso meglio – lo comprai in un negozio di Chieti ormai chiuso da tempo, Music Time mi pare che si chiamasse).

Qualche mese ancora e tornai da Happy Music per comprarmi la colonna sonora di “Batman”, film in cui le canzoni di Prince si sentivano chiaro & forte e che io avevo apprezzato già enormemente quando vidi per la prima volta il film di Tim Burton in tivù. Purtroppo il ciddì non era più disponibile, mi dissero, sarebbe stato più facile ordinare il vinile, oppure avrei potuto prendere la musicassetta, che era lì di fronte ai miei occhi per la ben più modica cifra di diciottomila lire. E vada per la cassetta!

“Prince è un genio, non c’è ombra di dubbio!”, esclamai ascoltando pure la colonna sonora di “Batman” e con le canzoni della serie “The Hits” ormai impresse indelebilmente nei miei circuiti cerebrali. Insomma, fu così che diventai un fan di Prince, in quei mesi a cavallo tra il 1993 e il ’94. Un 1994 che quindi avrebbe prodotto ben altri tre ciddì del mio nuovo idolo mentre all’orizzonte si profilava una svolta epocale: Prince avrebbe cambiato nome e si sarebbe impegnato in una lunga controversia giudiziaria con la Warner per un maggior controllo artistico sulle sue opere e per una maggior libertà creativa.

Insomma, ero appena giunto alla corte del mio principe che questi già non si faceva più trovare al palazzo, cambiando nome (in realtà si faceva identificare con un simbolo grafico – impronunciabile – che era già apparso sulla copertina del suo album da studio del ’92) ed etichetta discografica. Uscì così per un’etichetta minore un mini ciddì – o un maxi singolo, se preferite –  chiamato “The Beautiful Experience”: sette versioni diverse della stessa canzone, l’ormai celebre The Most Beautiful Girl In The World, che iniziò presto ad impazzare nelle radio. Quell’estate uscì anche l’oscuro album “Come”, stavolta ancora per la Warner, presentato come l’ultimo disco in cui il nostro si sarebbe chiamato Prince, mentre a novembre uscì niente meno che il controverso “The Black Album”, quel seguito di “Sign ‘O’ The Times” progettato nel 1987 che venne infine ritirato dal mercato all’ultimo momento.

Un mio amico mi prestò “Come”, io stesso acquistai il “Black Album” e così riuscii a stare al passo con le pubblicazioni discografiche del nostro. In quel periodo, inoltre, scoprii che c’era un negozietto a Chieti – che evidentemente operava sfruttando qualche vuoto legislativo – che affittava i ciddì: riuscii quindi a noleggiare (e a copiarmi su cassette vergini) gli album di Prince usciti prima del ’93, scoprendo così  per la prima volta titoli come “Purple Rain”, “Sign ‘O’ The Times”, “Lovesexy”, “1999”, “Graffiti Bridge” e un po’tutti gli altri. Sempre tramite questo negozietto semiclandestino – si chiamava Fox, bastava fare una tessera e pagare qualcosa come duemila lire al giorno per tenersi il disco a casa propria – riuscii successivamente anche ad ascoltare “The Gold Experience”, il primo album ufficiale di Prince col nuovo nome (l’impronunciabile simbolo grafico) ad uscire per la Warner. Ma quello fu l’ultimo atto dell’ormai deteriorato rapporto tra l’artista e la sua casa discografica, anche perché da qualche parte tra il “Black Album” e “Gold Experience” sbucò fuori l’ennesimo nuovo album del nostro, “Exodus”, edito dalla Edel e accreditato ai New Power Generation, la band che a quel tempo accompagnava Prince in studio e in tour.

A quel punto, quando io già non ci stavo capendo più nulla, giunse la notizia che Prince aveva firmato con la EMI, la quale si apprestava a pubblicare un nuovo album (un altro?!) entro la fine del 1996, addirittura un triplo ciddì, chiamato appropriatamente “Emancipation”. Devo ora ammettere che, escludendo “The Black Album”, comunque figlio di un’altra epoca, tutto questo effluvio recente di dischi più o meno riconducibili a Prince non mi aveva esaltato granché: belle canzoni ovunque, ma un capolavoro di disco non l’avevo trovato da nessuna parte. L’ambizioso “Emancipation”, invece, mi piacque subito (e mi piace tuttora) e mi fece sperare che in qualche modo il mio cantante preferito – una volta liberatosi dalla Warner – potesse aver ritrovato la creatività dei tempi migliori.

Non era così, e la confusione continuava: uscirono infatti altri due album per la Warner, “Chaos & Disorder” e “Old Friends 4 Sale”, evidentemente dovuti per questioni contrattuali, ed evidentemente sotto tono (sembravano più un’accozzaglia casuale d’inediti – e nemmeno troppo memorabili – che delle opere compiute), mentre un altro paio di titoli vennero distribuiti attraverso il sito internet dell’artista (e in questo – bisogna riconoscerlo – Prince fu un autentico pioniere). Con l’ambizioso “Emancipation” già nel dimenticatoio, con un nuovo accordo di distribuzione con un’altra major del disco della quale oggi ho perso la memoria (forse era la BMG?), con un secondo album accreditato ai New Power Generation (ma con Prince in bella mostra – e da solo – in copertina), ammetto di aver smesso di seguire quello che nonostante la confusione continuavo a ritenere un musicista geniale.

Ripresi ad interessarmi a Prince e alla sua attività nel 2002, quando tornò a suonare in Italia dopo oltre vent’anni d’assenza. Decisi di non lasciarmi scappare l’occasione, e nella sera del 31 ottobre ero uno dei tantissimi ad applaudirlo al Palatrussardi di Milano. In quegli anni, inoltre, frequentando i mercatini e sfruttando le ben più ampie possibilità offerte dalla rete, mi procurai tutti i vinili storici del nostro, oltre a comprare di tanto in tanto alcuni dei suoi ciddì più recenti per una manciata di euro l’uno.

L’ultimo album in ordine di tempo di Prince che ho sentito è stato “Planet Earth” del 2007, mentre l’ultimo che mi sia piaciuto sul serio è stato il precedente “3121” del 2006. Negli ultimi anni, il nostro ha continuato a cambiare etichette discografiche, a sfornare dischi, a tenere concerti e anche a produrre/promuovere altri artisti. La notizia per me più interessante è però giunta nel 2014, quando è stato annunciato un riavvicinamento Prince-Warner, con tanto d’inevitabile nuovo album, che avrebbe anche portato in tempi brevi alla remasterizzazione e alla riproposizione (magari sotto forma di succose edizioni deluxe) del catalogo storico dell’artista. Io, come credo ogni altro fan sfegatato, già sognavo di mettere mano al cofanetto “Purple Rain – The 30th Anniversary Super Deluxe Edition”, e invece passò il 2014, passò pure il 2015 e venne infine il tragico 2016.

Ora sono qui a scrivere di Prince dopo tanto tempo (gli avevo dedicato parecchi post nella prima edizione di Immagine Pubblica, tra il 2006 e il 2012, e qualcosa vedrò di riproporre nelle prossime settimane), a due giorni dalla sua morte imprevista, una morte che ha sorpreso e addolorato tutto il mondo. Ho scritto queste righe con gran piacere, di getto, dilungandomi pure troppo, ma ora che ci penso provo anche una certa tristezza. La musica di Prince è una delle più vitali che io abbia mai sentito, e sapere ora che non c’è più l’artefice di quella che è stata parte della colonna sonora della mia vita rende tutto questo un po’ inutile.

Torna la confusione, anche pensando a cosa ne sarà di tutti gli inediti rimasti in archivio (pare che si tratti del settanta per cento di tutto ciò che il nostro ha registrato nei suoi celebri Paisley Park Studios), dato che Prince non aveva né moglie (sebbene sia stato sposato due volte) e né figli. Ad ogni modo, questo post è il mio piccolo tributo a un personaggio che ho davvero amato.

-Matteo Aceto

Progetti cinematografici irrealizzati

film irrealizzatiUn vecchio articolo del 15 novembre 2009, che lessi su La Repubblica, riportava di una mostra dedicata al cinema di Tim Burton – che si teneva al Museum of Modern Art di New York – dove si potevano ammirare i disegni, gli schizzi, le sceneggiature, i pupazzi, gli elementi scenografici e i costumi usati per i film realizzati dal celebre regista. Ma anche per quelli irrealizzati. La mia curiosità venne stuzzicata da tre diversi film che il regista aveva in mente ma che, per un motivo o per l’altro, sono rimasti allo stadio di idee più o meno avanzate: “Superman Lives”, “La maschera del demonio” (remake dell’omonimo film di Mario Bava) e “Ripley, believe it or not”.

Nel primo caso si tratta ovviamente del famoso supereroe dei fumetti; a quanto pare la fantasia cupamente visionaria di Tim Burton ha spaventato i produttori hollywoodiani che, alla fine, hanno deciso di affidare il progetto del redivivo Superman ad altre mani. Per quanto riguarda “Ripley”, invece, cito un brano dell’articolo originale che riporta un’intervista allo scenografo Dante Ferretti: “Prima di fare ‘Sweeney Todd’, per il quale avrei vinto il secondo Oscar con Francesca Lo Schiavo, avevo già preparato con Tim Burton un filmone da 180 milioni di dollari, intitolato ‘Ripley, believe it or not’ e dedicato alla storia di un giornalista americano, Ripley appunto, che andava alla ricerca dei fenomeni più strani, dalla persona alta due metri e mezzo fino all’unicorno. Avrebbe dovuto essere ambientato negli anni Trenta, con flashback nel 1800 e nel 1400 in Cina, e quindi viaggiammo fra Londra, New York e Shanghai, lungo un lavoro di preparazione di cinque mesi. Quando, all’ultimo momento, quel film saltò, io avevo già disegnato tutto. Allora Tim, terribilmente dispiaciuto, mi offrì di fare una cosa che sarebbe costata ‘appena’ cinquanta milioni di dollari: ‘Sweeney Todd'”.

Il caso di Tim Burton non è certamente isolato nella lunga storia del cinema. Credo che ogni grande regista abbia fantasticato a fondo su un film tanto ambìto quanto impraticabile nella realtà dei fatti. In un vecchio post avevo già citato uno Stanley Kubrick alle prese con “Napoleon”, film biografico su Napoleone Bonaparte: una ventina d’anni spesa in ricerche, consulenze, appunti, correzioni di bozze e quant’altro che nel 2009 è stato documentato in un’imponente iniziativa editoriale suddivisa in ben nove volumi. Un altro progetto kubrickiano incompiuto riguarda un film sull’olocausto degli ebrei, “Aryan Papers”, iniziato nel 1989 se non ricordo male, e quindi abbandonato non appena Steven Spielberg distribuì il suo “Schindler’s List” nel 1993. Spielberg che comunque realizzò un progetto altrimenti accantonato dallo stesso Kubrick: “A.I. – Artificial Intelligence”, uscito nel 2001 ma in realtà concepito da Stanley già un decennio prima.

Tuttavia Kubrick (che, come si sarà capito, ruminava l’idea d’un film per anni) riuscì a precedere altri nella trasposizione filmica del romanzo “Arancia Meccanica” di Anthony Burgess. A quanto pare, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, sia i Rolling Stones che David Bowie pensarono di trarne un film che, molto probabilmente, sarebbe stato più un’opera musicale, forse proprio una specie di musical, che un film vero e proprio. Comunque la realizzazione d’un capolavoro riconosciuto come l'”Arancia meccanica” di Kubrick  – e le polemiche che ne seguirono – dovettero aver spento parecchio l’entusiasmo iniziale di Bowie, Jagger e soci.

Un altro grande regista noto per i suoi tempi lunghi, Sergio Leone, progettava negli anni Ottanta un altro film che aveva sullo sfondo la guerra di secessione americana (1861-65); del film, intitolato “Un posto che solo Mary conosce”, è stata resa pubblica una prima sceneggiatura solo nel 2004, sul mensile Ciak. Leone, a causa della sua improvvisa morte nel 1989, non riuscì quindi a girare un film che, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto figurare come protagonisti Richard Gere e Mickey Rourke.

Un’altra morte prematura, quella di Pier Paolo Pasolini, è intervenuta ad impedire la realizzazione d’un film. In questo caso si tratta di “Porno-Teo-Kolossal” – pensato come una collaborazione con Eduardo De Filippo – ma anche come secondo capitolo di una ‘trilogia della morte’ (in opposizione a una ‘trilogia della vita’, formata da “Il Decameron”, “I racconti di Canterbury” e “Il Fiore delle Mille e Una Notte”) appena accennata con “Salò” (1975), l’ultimo film pasoliniano ad essere stato girato.

E che dire dell’ormai celebre “Il Viaggio di G. Mastorna” di Federico Fellini? Un film che il genio di Rimini ha fantasticato almeno dal 1965 fino agli ultimi anni della sua vita ma che, alla fine, ha fruttato un set inutilizzato (lo si vede all’inizio di “Block-notes di un regista”, un corto del 1969), un fumetto disegnato da Milo Manara, e un omonimo romanzo ricavato dalla sceneggiatura originale, scritta con Dino Buzzati e Brunello Rondi. Oltre che una citazione in giudizio sia da parte del produttore originale, Dino De Laurentiis, che dall’attore che avrebbe dovuto interpretare il protagonista, Ugo Tognazzi. Mi piacerebbe approfondire il “caso Mastorna” di Fellini in uno specifico post, più in là (anche se lo dico da anni… sarà forse un post irrealizzato?). Vale però la pena citare un altro progetto felliniano che non s’è materializzato: in “Intervista”, un film-documentario del 1987, si possono vedere alcuni set d’una progettata ma quindi incompiuta versione filmica dell”America” di Franz Kafka.

Infine alcune mancate partecipazioni a film che comunque sono stati fatti: Sergio Leone rifiutò di dirigere “Il Padrino”, così come Spielberg accantonò l’offerta per “Lo Squalo 2”. Steve McQueen non fece in tempo ad interpretare “La guardia del corpo” (che slittò fino al 1992, con Kevin Costner al suo posto), mentre Jean Jacques Annaud non ritenne Robert De Niro adatto per il ruolo dell’inquisitore ne “Il Nome della Rosa”. Ricordo di aver letto anche, da qualche parte, di una Michelle Pfeiffer che rifiutò il ruolo della protagonista in “Il Silenzio degli Innocenti” (che fu quindi di Jodie Foster) e che, per il ruolo del Joker del primo “Batman”, quello di Tim Burton del 1989, si era preso in considerazione – qualora Jack Nicholson non avesse accettato – sia Tim Curry (e ce lo avrei visto bene) che David Bowie. E che dire di “Boxing Helena”, il bizzarro e inquietante film del 1993 di Jennifer Chambers Lynch? Diverse attrici – tra cui Kim Basinger (che pagò pure una penale) e Madonna – rifiutarono di farsi immortalare senza arti, in un discusso ruolo shock che quindi fu di Sherilyn Fenn.

Sono tutti esempi, questi ultimi, di film effettivamente realizzati e distribuiti nelle sale; tuttavia, con quei registi/attori citati al posto di quelli compresi nel cast definitivo, forse avremmo visto al cinema delle opere finali radicalmente diverse. Di questi casi, comunque, se ne possono trovare a centinaia nella storia del cinema e in quella delle grandi case di produzione hollywoodiane, basta anche curiosare sul sito IMDB. In questo post ho riportato soltanto i primi esempi che mi sono venuti in mente, o quelli di cui ho letto e che mi hanno incuriosito di più, qualsiasi altra aggiunta fra i commenti sarà molto gradita, in qualsiasi momento.

C’erano cose che volevo dire…

Aspettando l’ispirazione necessaria a completare un terzetto di post che giace fra le bozze di Immagine Pubblica da fin troppo tempo, ecco un po’ di cose che volevo dire (beh, vabbè, scrivere…) senza occupare molto spazio per ognuna di esse. L’ordine è del tutto casuale & opinabile, i vari punti che seguono non hanno nessuna precisa connessione fra di loro… in generale si parla di musica, film & libri… ma tu guarda un po’!

I Genesis sono entrati nella Rock and Roll Hall of Fame… e ‘sti cazzi, potrebbe dire qualcuno. In effetti, anche a me, queste cerimonie, queste parate oserei dire, mi lasciano sempre abbastanza indifferente. Tuttavia, mi ha fatto piacere rivedere Steve Hackett assieme ai vecchi colleghi Tony Banks, Phil Collins e Mike Rutherford. Mancava il solito Peter Gabriel, impegnato coi preparativi del suo tour, così s’è detto… certo che una serata a mangiare & bere in un albergo di New York non è che lo avrebbe intralciato più di tanto. Un po’ stronzo, dài. A parte tutto, comunque, mi piacerebbe proprio sentire un nuovo disco realizzato dalla combinazione (chi c’è c’è, non me ne importa nulla) di questi signori.

Ho visto il tanto atteso “Alice In Wonderland” di Tim Burton, ovviamente in 3D… che dire… un po’ deludente. A volte manca proprio ritmo & tensione narrativa, il 3D non è che qui compie chissà quali prodigi, il tutto è un po’ troppo colorato per un film di Burton. Ok, è una produzione Disney, ma resta pur sempre un film di Tim Burton. Insomma, sì, mi aspettavo di più.

Dopo aver visto l’episodio Agenzia matrimoniale tratto dal film “L’amore in città”, ho finalmente visto TUTTE le opere filmiche girate da Federico Fellini! Mi ero promesso di approfondire alcune di queste singole visioni in specifici post ma ammetto di non averlo ancora fatto. E’ che, vedendo & rivedendo le opere di Fellini, scopro ogni volta qualcosa in più, per cui correrei il rischio di scrivere qualcosa che poi andrebbe corretto di lì a poco. Ci proverò comunque, probabilmente mi serve più tempo.

Ovviamente sono felicissimo per la doppietta Ferrari allo scorso GP del Bahrain, il primo della stagione. La prima vittoria di Fernando Alonso, al debutto in Ferrari. Sono soddisfazioni (soprattutto dopo un’annata deludente come quella del 2009)!

Ho sentito l’ultimo disco dei Gorillaz, “Plastic Beach”… non male… sono rimasto particolarmente colpito da Stylo, edito come primo singolo. Stavo addirittura per comprarmelo, “Plastic Beach”, l’avevo già preso e mi stavo perfino dirigendo alla cassa per pagare. Poi ho pensato ai quindici euro & novanta necessari all’acquisto e ho pensato subito dopo che erano troppi per un disco del genere. Ci ripenserò non appena lo metteranno nella categoria ‘nice price’.

La Beggars Banquet ha da poco ristampato alcuni suoi titoli in formato deluxe; le nuove edizioni si chiamano ‘Omnibus Edition’ e, fra quelle che ho potuto vedere nelle rivendite, vi sono alcuni dischi dei Bauhaus e alcuni dei Cult. In particolare, di questi ultimi è stata riproposta una versione di “Love” comprendente ben quattro ciddì: uno con l’album originale, uno coi brani aggiunti, uno con demo & rarità e infine un altro con un concerto dell’epoca. E il prezzo era molto interessante, ventitré euro per quattro dischi… pur avendo già il ciddì standard di “Love” ci farò un pensierino.

Sto faticosamente leggendo “Scritti corsari” di Pier Paolo Pasolini: allora, il libro – che è una raccolta di articoli che il nostro scrisse fra il 1973 e il ’75 per varie testate editoriali – è assai illuminante e profetico. Una lettura piuttosto amara, avara però d’ironia e di leggerezza che mi ha fatto rallentare di molto lo scorrere dei miei occhi sulle pagine di “Scritti corsari”. Ho però l’intenzione di finirlo a breve.

Sono arrivato all’inquietante peso degli ottanta chilogrammi, un record per me. Mi sa che un ritorno in palestra (l’ultima volta risale al 2006) mi farebbe un gran bene…

Infine, per concludere, sono sicuro che non pubblicherò un altro post prima di Pasqua, per cui… ne approfitto ora per augurare buona Pasqua a tutti quelli che mi hanno seguito fin qui. Alla prossima, ciao!

Un post a ruota libera

Un post nuovo, più per la voglia di scrivere che per il bisogno di dire chissà che cosa. E poi è una così bella sensazione quella di cliccare l’opzione per creare un nuovo post e iniziare a digitare le prime, difficili righe, come in questo caso, del resto. Tanto per non tradire lo spirito originario di Immagine Pubblica, ecco una serie di associazioni (senza capo né coda, temo) su visioni, ascolti & letture. Passati, presenti & futuri.

La musica di Nina Simone è fantastica, nient’altro da aggiungere da pare mia. Non vedo l’ora di potermi vedere al cinema “Alice nel paese delle meraviglie” di Tim Burton, in lavorazione da oltre un anno ma programmato per la primavera del 2010. A proposito, come suona bene quest’anno, il 2010… speriamo che ci offra dodici mesi di gran lunga migliori di quelli proposti finora da quest’orribile 2009 (che spero passi al più presto, come vorrei che oggi fosse già la vigilia di Natale, tanto per dire). Sul comodino ho piazzato “Il deserto dei tartari” di Dino Buzzati, un libro che devo leggere da anni ma che – per motivo o per l’altro – ho sempre trascurato. In effetti al momento sto leggendo tutt’altro ma, come ho detto, il classico di Buzzati è in pole position sul mio comodino per cui non dovrebbe sfuggirmi ulteriormente. Se il libro dovesse piacermi, vedrò di procurarmi anche il film che ne è stato tratto: se non ricordo male uscì negli anni Settanta, con Vittorio Gassman come attore protagonista.

Sempre restando in tema di letture (ma anche di musica), ultimamente ho avuto il bisogno d’andarmi a rileggere due biografie che avevo comprato & letto diversi anni fa: si tratta della storia di Freddie Mercury raccontata dal suo amante Jim Hutton in “I miei anni con Freddie Mercury” (edito dalla Mondadori) e dal suo assistente personale Peter Freestone in “Freddie Mercury… adesso svela ogni segreto” (edito dalla Lo Vecchio ma di recente riedito dall’Arcana). Entrambe le storie – piuttosto intime, soprattutto quella di Hutton – partono negli anni Ottanta e si concludono con la triste morte del celeberrimo cantante dei Queen, nel novembre del 1991. Non so perché sono andato a rileggermi in sequenza questi due libri, non è che ultimamente ho ascoltato chissà quanto la musica di Mercury.

In fatto di ascolti, ultimamente ho invece sentito parecchio i Beatles, Miles Davis, i Depeche Mode e i Cure. Mi piacerebbe scrivere altri post su di loro in questo blog, così come di Nina Simone, citata sopra. Spesso mi manca però l’ispirazione. A proposito di Miles Davis, avrei voglia anche di rileggermi lo splendido “Lo sciamano elettrico” di Gianfranco Salvatore (edito da Stampa Alternativa), di sicuro fra i migliori libri dedicati all’arte & alla figura del leggendario trombettista americano. Uhm, mi sa che il buon Buzzati slitterà ulteriormente…

Tornando a parlare di film: ho un bisogno sfrenato di vedermi & rivedermi le opere di Federico Fellini [sopra, in un autoritratto], sembra che di questi tempi mi bastino solo quelle per soddisfare le mie curiosità cinematografiche. Avevo iniziato a scrivere un nuovo post sui film di Fellini, qualche giorno fa, ma l’ispirazione latitava in modo imbarazzante. In fondo, a volte, non c’è proprio niente da dire (e da scrivere): certi capolavori vanno forse soltanto ammirati per quelli che sono, in rigoroso silenzio da parte nostra.

Quando il cinema entra nei videoclip

michael-jackson-liberian-girl-immagine-pubblicaMi fa sempre un certo effetto vedere qualche attore famoso, o ancor meglio qualche divo di Hollywood, recitare una parte nei videoclip musicali. In questo caso credo che il record spetti a Michael Jackson: diversi suoi video hanno ospitato celebri attori americani, in particolare nel video di Liberian Girl (nella foto, la copertina del singolo), brano tratto del celebre album “Bad” (1987), dove c’è una parata di stelle dall’inizio alla fine davvero da antologia.

Anche il video di Ghostbusters, il celebre hit-single di Ray Parker Jr., tema della colonna sonora del film omonimo, vantava un bel cast: oltre al balletto con i quattro acchiappafantasmi originali, vale a dire Dan Aykroyd, Bill Murray, Ernie Hudson e Harold Ramis, il video figura infatti anche i vari John Candy, Chevy Chase, Danny DeVito e Peter Falk. Pure il nostro Renato Zero s’è però difeso bene: nel suo video di Ancora Qui, datato 2009, figurano infatti Manuela Arcuri, Asia Argento, Paola Cortellesi, Massimo Ghini, Leo Gullotta, Alessandro Haber, Rodolfo Laganà, Giorgio Panariello, Rocco Papaleo, Giorgio Pasotti, Vittoria Puccini, Elena Sofia Ricci ed Emilio Solfrizzi.

Infine ci sono dei grandi registi che hanno accettato di girare dei videoclip e anche in questo caso Michael Jackson ha parecchio da dire. Ecco quindi la lista di quei videoclip – che ho trovato o che ricordavo (non valgono le scene tratte dal film del quale il brano è l’eventuale colonna sonora) – che includono almeno un attore famoso o che sono stati girati da celebri registi. Ho aggiunto anche i nomi che alcuni miei lettori hanno riportato fra i commenti…

  • Lysette Anthony: in Run To You di Bryan Adams, in Looking For The Summer di Chris Rea e in I Feel You dei Depeche Mode.
  • Asia Argento: in (s)Aint di Marilyn Manson (anche in veste di regista)
  • Manuela Arcuri: in Somewhere Here On Earth di Prince
  • Dan Aykroyd: in Liberian Girl di Michael Jackson, in X Colpa Di Chi di Zucchero, e in We Are The World degli USA For Africa
  • Jim Belushi: in X Colpa Di Chi di Zucchero
  • Hugh Bonneville: in The Importance Of Being Idle degli Oasis
  • Peter Boyle: in Three Wishes di Roger Waters
  • Marlon Brando: in You Rock My World di Michael Jackson
  • Adrian Brody: in A Sorta Fairytale di Tori Amos
  • Robert Carlyle: in Little By Little degli Oasis
  • Chevy Chase: in You Can Call Me Al di Paul Simon
  • Sacha Baron Cohen: in Music di Madonna
  • Sofia Coppola: in Deeper And Deeper di Madonna
  • Geppi Cucciari: in Se Mi Ami Davvero di Mina & Adriano Celentano
  • Macaulay Culkin: in Black Or White di Michael Jackson
  • Robert Downey Jr: in I Want Love di Elton John
  • Irene Ferri: in Siamo Soli di Vasco Rossi
  • Claudia Gerini: in Amore Impossibile dei Tiromancino
  • Whoopi Goldberg: in Liberian Girl di Michael Jackson
  • Steve Guttenberg: in Liberian Girl di Michael Jackson
  • Daryl Hannah: in Feel di Robbie Williams
  • Rutger Hauer: in On A Night Like This di Kylie Minogue
  • Nicole Kidman: in Somethin’ Stupid di Robbie Williams, dove la bella Nicole duetta con lo stesso Robbie
  • Udo Kier: in Deeper And Deeper di Madonna e in Make Me Bad dei Korn
  • Christopher Lambert: in Princes Of The Universe dei Queen
  • Dolph Lundgren: in Believer degli Imagine Dragons
  • Michael Madsen: in You Rock My World di Michael Jackson
  • Debi Mazar: in diversi video di Madonna, fra cui Music
  • Brittany Murphy: in Closest Thing To Heaven dei Tears For Fears
  • Eddie Murphy: in Remember The Time di Michael Jackson
  • Mike Myers: in Beautiful Stranger di Madonna
  • Francesca Neri: in Un’Altra Te di Eros Ramazzotti
  • Brigitte Nielsen: in Make Me Bad dei Korn
  • Gary Oldman: in Love Kills di Joe Strummer
  • Natalie Portman: in Dance Tonight di Paul McCartney
  • Dennis Quaid: in Thing Called Love di Bonnie Raitt
  • Eric Roberts: in We Belong Together di Mariah Carey
  • Winona Ryder: in Here With Me dei Killers
  • Riccardo Scamarcio: in Meraviglioso dei Negramaro
  • Arnold Schwarzenegger: in You Could Be Mine dei Guns N’ Roses
  • Emmanuelle Seigner: in Hands Around My Throat dei Death In Vegas
  • John Travolta: in Liberian Girl di Michael Jackson
  • Carlo Verdone: in Meraviglioso dei Negramaro e nel già citato Se Mi Ami Davvero di Minacelentano.
  • Christopher Walken: in Weapon Of Choice di Fatboy Slim
  • Carl Weathers: ancora in Liberian Girl
  • Bruce Willis: in Stylo dei Gorillaz

Infine, gli attori protagonisti del film “La Famiglia Addams”, fra cui Anjelica Houston, Raul Julia e Christina Riccci, figurano tutti in Addams Family Groove di M.C. Hammer.

Per quanto riguarda i registi, abbiamo invece…

  • Michael Bay: per Love Thing di Tina Turner, Do It To Me di Lionel Richie, e altri
  • Tim Burton: per nel già citato Here With Me e per Bones, entrambi dei Killers
  • Jonathan Demme: per The Perfect Kiss dei New Order
  • David Fincher: per… un sacco di gente! Qui mi limito a ricordare Englishman In New York di Sting, Freedom ’90 di George Michael, Vogue di Madonna, Cradle Of Love di Billy Idol, e Love Is Strong dei Rolling Stones
  • John Landis: per Thriller e per Black Or White di Michael Jackson
  • Spike Lee: per Cose Della Vita di Eros Ramazzotti
  • Russell Mulcahy: per alcuni video dei Duran Duran, dei Queen e di Elton John
  • Roman Polanski: per Gli Angeli di Vasco Rossi
  • Martin Scorsese: per Bad di Michael Jackson
  • Julien Temple: per diversi video di David Bowie
  • Gus Van Sant: per Fame ’90 di David Bowie.

Se ne conoscete/ricordate degli altri potete scriverlo nei commenti, così come hanno fatto gli amici Liar e Marckuck, che ovviamente ringrazio [aggiornato il 21 ottobre 2018].

Il Cavaliere Oscuro… forse un po’ troppo…

il-cavaliere-oscuro-immagine-pubblica-batmanPremetto che non sono mai stato un appassionato di fumetti, né tanto meno degli improbabili supereroi americani che per lo più li popolano. L’unico per il quale ho sempre nutrito un certo fascino è Batman, creato da Bob Kane, forse perché è il supereroe più umano di tutti, è semplicemente un miliardario figo che si traveste da pipistrello e che, grazie ai suoi dollaroni, si fa fare su misura costume & armi personalizzate per dare la caccia ai lestofanti della sua città, Gotham City.

Premetto che ho visto tutti gli episodi cinematografici della serie di “Batman”, dai primi due insuperabili capitoli, diretti dal grande talento visionario di Tim Burton, fino a “Batman Begins”, uscito nel 2005 e diretto dall’inglese Christopher Nolan.
E sempre Nolan è il regista dell’ultimo (o meglio, più recente) episodio legato alle avventure dell’uomo pipistrello, “The Dark Knight”, film che sta ottenendo uno straordinario successo in tutto il mondo.

Sono andato a vedermelo ieri sera, con mio fratello e un po’ di amici, dato che il mercoledì il cinema costa quattro euro. Il film non è nemmeno male, solo che dura due ore e mezzo (l’ultima mezzora non ce la facevo proprio più…) e a tratti risulta davvero molto noioso. Probabilmente per via della trama, molto ingarbugliata e a mio parere fin troppo corale. Sono infatti troppi gli attori ai quali viene riservato lo spazio principale… a momenti vediamo di più il commissario Gordon – interpretato da un irriconoscibile Gary Oldman – che lo stesso Batman, anche in questo caso, come nel precedente “Batman Begins”, interpretato da Christian Bale.
Devo dire che Heath Ledger – l’attore australiano recentemente scomparso – è stato davvero bravo: è la prima volta che lo vedo in un film (poverino, aveva ventotto anni quando è morto…) e la sua interpretazione del Joker è stata davvero grande.
Per contro, in questo “The Dark Knight”, abbiamo la bat-eroina meno figa che si sia vista: se nel primo “Batman” c’era Kim Basinger e poi, a seguire, si sono avvicendate Michelle Pfeiffer, Nicole Kidman, Uma Thurman e Katie Holmes (evvabbene, la signora Cruise non è certo una strafiga ma almeno è piacente & carina…), qui abbiamo una certamente non irresistibile Maggie Gyllenhaal, che, da ex amante di Batman / Bruce Wayne in “Batman Begins”, è passata al procuratore distrettuale Harvey Dent, impegnatissimo a dare la caccia anch’egli ai tanti lestofanti che si aggirano per Gotham City.

Proprio costui, Harvey Dent, viene da tutti – e specialmente da Batman – indicato come un grand’uomo, una speranza, un esempio per tutti i cittadini… e francamente non se ne capisce il perché, né se ne conoscono i meriti. Ma è tutto il resto della trama ad essere confuso: praticamente ci sono i loschi affari fra la mafia italoamericana – il cui personaggio più in vista è interpretato da Eric Roberts – e quella cinese e in cui Joker e la sua banda vi s’intromettono creando scompiglio. Ripeto la mia impressione, il film è fin troppo corale: ad esempio, la parte del pur bravissimo Morgan Freeman è francamente inutile, così come quella di Cillian Murphy che interpreta il ridicolo Scarecrow nelle prime sequenze del film e poi non lo si vede più. Anche i due o tre imitatori di Batman che si vedono all’inizio del film contribuiscono a fare confusione.

Anche l’aspetto psicologico pecca: se c’era un odio profondo di Batman per il Joker era che quest’ultimo aveva ucciso i suoi genitori (così come si vedeva nel primo “Batman”, quello burtoniano del 1989), mentre qui il Joker appare come un delinquente in più, uno dei tanti, e nemmeno fin troppo antagonista, dato che di mezzo ci sono i (tanti) mafiosi a rompere le palle agli sbirri e a Batman. Batman che ha sempre una fastidiosa raucedine quando parla, come se la bat-tuta che indossa gli stringesse la gola.

Altre cose che non ho gradito sono le ambientazioni e la fotografia: spesso le scene interne si svolgono in grandi ambienti vetrati e desolatamente spogli, troppe scene si svolgono alla luce del giorno (i primi due “Batman” burtoniani erano decisamente – e superbamente – notturni…) e Gotham City è davvero fin troppo anonima.

Insomma, “The Dark Knight” non m’è sembrato per niente quel capolavoro di film che vogliono farci credere: ai batfanatici incalliti non dovrebbe dispiacere, ma due ore & mezza di trama fitta fitta di personaggi sono davvero troppe.

Siouxsie & The Banshees, “Twice Upon A Time/The Singles”, 1992

siouxsie-and-the-banshees-twice-upon-a-timeQuesto post riguarda la seconda raccolta dei singoli dei Siouxsie And The Banshees, chiamata appropriatamente “Twice Upon A Time”, anche perché è il seguito di quel “Once Upon A Time” che abbiamo già visto in un altro post.

Riprendiamo quindi la storia dell’affascinantinquietante Siouxsie Sioux e dei suoi Banshees – Steven Severin, Budgie e altri che si avvicenderanno con gli anni, fra i quali John McGeoch dei Magazine e Robert Smith dei Cure – dal singolo successivo a Arabian Nights, ovvero Fireworks, pubblicato il 21 maggio 1982.

Scritta e prodotta dal gruppo stesso, la trascinante Fireworks è una delle canzoni che più amo fra le diciotto presenti in questo disco, una canzone dall’arrangiamento tanto gotico quanto irresistibilmente pop, con una prestazione vocale da parte della Sioux veramente notevole. La sua, c’è da dire, è una voce particolarissima & di facile riconoscibilità.

Slowdive, pubblicata su singolo il 1° ottobre, ci presenta un interessante cambiamento di scenario: non so di che cosa stia parlando ma questo pezzo mi fa pensare al sesso… sarà per la squadrata & robusta sezione ritmica o per la voce poco più che sussurrata da parte di Siouxsie… insomma è una roba molto molto fisica, ecco!

La ben più teatrale Melt!, edita su singolo il 26 novembre, rappresenta un altro cambiamento d’atmosfera, per quanto il testo sembra riferirsi ancora alla più fisica delle passioni. A parte tutto, però, ecco che in soli tre singoli, scritti e prodotti dallo stesso gruppo, abbiamo tre canzoni molto diverse l’una dall’altra eppure così identificative dello stile bansheesiano.

Arriva il 1983 e le sorti del gruppo paiono subire una battuta d’arresto: Siouxsie Sioux e il batterista Budgie daranno vita al progetto parallelo The Creatures (in seguito i due diventeranno moglie & marito), mentre Steven Severin, in coppia con Robert Smith, darà vita al progetto The Glove. Pure i Cure in quel periodo stavano per concludere la loro storia e così Robert Smith fu ben felice d’accettare l’invito di Severin ad entrare nella formazione dei redivivi Siouxsie And The Banshees. Il primo frutto di questa rinnovata band è la cover di Dear Prudence, pubblicata su singolo il 23 settembre: ho sempre preferito l’originale dei Beatles, tuttavia i nostri riescono a dare a Dear Prudence una piacevole personalità, a metà fra raffinato pop e dub contaminato.

Il 16 marzo 1984 è invece la volta della distesa ma saltellante Swimming Horses: la novità è che ad affiancare la band dietro la consolle torna un produttore esterno, Mike Hedges. E’ un pezzo che forse richiede qualche ascolto in più, tuttavia ritengo Swimming Horses un ottimo brano.

Pubblicata il 25 maggio e tratta dall’album “Hyaena”, ecco Dazzle, la mia canzone preferita dei Siouxsie And The Banshees. Un pezzo dall’introduzione e dal finale lenti & orchestrali, col corpo centrale epicamente veloce & drammatico. Un capolavoro, secondo la mia trascurabile opinione.

Segue la ben più dark Overground, pubblicata il 19 ottobre: non so se qui Smith sia ancora un Banshee dato che nel 1984 resuscitò i Cure con l’album “The Top”, tuttavia Overground è un brano risalente al primo album dei nostri, “The Scream” (1978), qui riproposto in una nuova versione particolarmente orchestrale.

Il 18 ottobre 1985 è la volta della magnifica Cities In Dust, un altro dei miei brani bansheesiani preferiti. Ottima la prova vocale della Sioux, ottimamente bilanciato l’arrangiamento della canzone fra parti elettroniche preprogrammate e strumentazione effettivamente suonata. Con i suoi effetti orientaleggianti e il ritmo vagamente danzereccio, Cities In Dust è per me un pezzo davvero irresistibile. Da questo punto in avanti, sebbene la produzione & la composizione dei pezzi originali della band siano accreditati alla firma collettiva di Siouxsie And The Banshees, i nostri sono effettivamente un trio composto dalla Sioux, dal marito Budgie e dall’immarcescibile Severin, con ulteriori Banshees di passaggio fra un album/tour e l’altro.

La trascinante Candyman, edita su singolo il 28 febbraio 1986, è stata per me un’altra di quelle canzoni che più s’apprezzano ascolto dopo ascolto. Un buon pezzo, devo dire, anche se qualche anno fa non l’avrei nemmeno pensato.

Con This Wheel’s On Fire, pubblicata il 12 gennaio 1987, siamo al primo estratto d’un album di cover pubblicato dai nostri quell’anno, “Through The Looking Glass”. Non conosco l’originale, scritta da Bob Dylan & Rick Danko, ma trovo molto bella questa canzone… insomma, presa per quella che è pare bella.

Ancora una cover con The Passenger, pubblicata su singolo il 20 marzo: questa volta l’originale la conosco benissimo, è di Iggy Pop ed è strepitosa! La versione bansheesiana è inferiore ma resta una cover molto godibile, perché negarlo.

Anche se fu citata per plagio, la stralunata marcia di Peek-A-Boo è un originale dei nostri pubblicato come singolo l’11 luglio 1988. Non ho mai capito se ho a che fare con un’insulsa canzonetta irritante o con un colpo di puro genio. Non so, ditemi voi…comunque Peek-A-Boo fu un grosso successo negli USA.

La coinvolgente ed eccentrica The Killing Jar suona come la classica canzone da ascoltarsi in santa pace quando si è alla guida. Pubblicato il 23 settembre, questo singolo è l’ultimo a figurare il produttore Mike Hedges, tornato ad accompagnare i nostri fin dal singolo This Wheel’s On Fire.

Tratta dalla prima edizione del Lollapalooza, il noto festival alternativo statunitense concepito da Perry Farrell, ecco una grandiosa versione dal vivo dell’intensa ballata The Last Beat Of My Heart, registrata a Seattle il 28 agosto 1991 (la versione da studio è uscita nel 1988 nell’album “Peepshow”).

Prodotta dal celebre Stephen Hague e pubblicata su singolo il 13 maggio 1991, Kiss Them For Me è uno dei pezzi più conosciuti dei nostri. E’ altresì l’esempio più mirabile della progressiva caccia dei nostri ai quartieri alti delle classifiche… insomma, Kiss Them For Me è una graziosissima canzoncina pop, cantanta dall’ammaliante voce di Siouxsie ma… resta sempre una canzoncina.

Sempre col buon Stephen alla produzione, Shadowtime, il singolo successivo, edito il 5 luglio, sembra fornirci una resa migliore. In effetti la canzone in sé non è male, anzi sembra leggiadra e carica d’un senso di libertà & spazi aperti che ho sempre gradito in musica. Tuttavia credo che sia proprio la fin troppo innocuamente poppeggiante produzione di Hague ad appiattire il tutto.

Con Fear (Of The Unknown), sempre prodotta da Stephen Hague ma pesantemente remixata da Junior Vasquez, siamo invece alle prese con un brano dall’incedere house. L’esperimento è interessante, e anche coraggioso se vogliamo, tuttavia sembra una canzone che non ha niente a che vedere con le altre presenti in questo disco. Forse è un segno che Fear non sia uscita come singolo in patria, la Gran Bretagna, bensì abbia visto la luce altrove.

La conclusiva Face To Face, edita su singolo il 13 luglio 1992, ci riconduce allo spirito originario dei Siouxsie And The Banshees. Quest’ammaliante brano gothic-pop è stato composto dai nostri per la colonna sonora del film “Batman Returns” e si avvale dello stesso compositore scelto dal regista Tim Burton per il suo noto film, ovvero Danny Elfman. Face To Face è un altro di quei pezzi da apprezzare un po’ di più ad ogni ascolto… molto bello il videoclip, inoltre, con una informissima Siouxsie Sioux che fa il verso alla sensuale Catwoman interpretata dalla splendida Michelle Pfeiffer.

Prince: storia e discografia

prince-immagine-pubblicaPrince Roger Nelson nasce a Minneapolis (Minnesota) il 7 giugno 1958 da genitori musicisti: papà John Nelson è un pianista jazz, mamma Mattie (d’origini indiane) è invece una cantante. Prince, insieme a fratelli e sorelle, è quindi abituato fin da piccolo alla musica: all’età di dieci anni suona già piano, batteria e chitarra. Tuttavia l’armonia in casa Nelson dura poco perché i genitori si separano e il piccolo Prince viene sballottato a destra e a sinistra. Trova l’equilibrio nella musica, fondando il gruppo dei Grand Central, band nella quale militano anche Terry Lewis e Jimmy Jam, in futuro fortunatissimi produttori discografici.

Le ambizioni di Prince, così come la sua esuberante personalità, sono però troppo grandi per restare confinate in un gruppo che, tuttavia, desta l’attenzione della Warner Bros. E’ proprio con la Warner che il ventenne Prince debutta quindi su disco: “For You” esce nel 1978 e contiene già un singolo memorabile, Soft And Wet. L’anno successivo è la volta dell’omonimo album “Prince”, contenente l’altrettanto memorabile I Wanna Be Your Lover ma anche Why You Wanna Treat Me So Bad?, dove il nostro dimostra la sua grande abilità chitarristica. Nell’80 esce “Dirty Mind”, con Prince che perde definitivamente la sua innocenza e diventa quell’artista che oggi tutti conoscono; già la copertina è tutta un programma, mentre i testi, soprattutto Head, sono molto espliciti sessualmente. Altra evoluzione nel 1981, con l’album “Controversy”: in copertina, Prince assume quel look glam e sgargiante che lo caratterizzerà per gran parte degli anni Ottanta ma soprattutto il disco contiene l’omonima Controversy (singolo tra i migliori di Prince), Do Me Baby e un primo esempio di critica sociale nella sua musica, ovvero Ronnie Talk To Russia.

Fin qui, il genio di Minneapolis ha dato prove convincenti della sua abilità polistrumentistica ma anche vocale, dato che spesso tutte le voci che si ascoltano sono sempre sue. Abilità, queste, che torneranno utili spesso & volentieri nel corso della sua lunga discografia, anche se, nel periodo 1982-83, Prince appronta una band di collaboratori più o meno fissi, alla quale darà il nome The Revolution. Il primo frutto di questa collaborazione è l’album “1999”, uscito nell’82: secondo i più, è il primo album importante di Prince, quello nel quale getta le fondamenta dello stile e della musica princiana da qui al futuro. E’ vero comunque che “1999” contiene il primo grande hit del nostro, Little Red Corvette, ma anche l’omonima 1999 e Delirious. Prince è ormai giustamente considerato un astro nascente: apre il tour americano dei Rolling Stones e inizia a scrivere, produrre e suonare canzoni per altri artisti, tra cui The Time, Vanity 6 e Apollonia 6.

Nel 1983 le ambizioni di Prince raggiungono un nuovo stadio: vuole realizzare un film con relativa colonna sonora, una storia parzialmente autobiografica dal titolo “Dreams”. Nel frattempo contatta il regista Albert Magnoli, affida la parte femminile ad Apollonia Kotero e inizia a comporre coi Revolution alcune delle sue canzoni più straordinarie: Let’s Go Crazy, I Would Die 4 U, Baby I’m A Star ma soprattutto quello splendido inno che è Purple Rain. Sarà proprio “Purple Rain” il titolo scelto per il film e la colonna sonora, entrambi editi nell’84. Il film è in parte bello e doloroso, mentre la colonna sonora, il primo album di Prince co-accreditato ai Revolution, è la cosa che più m’interessa: si tratta del primo grande successo mondiale di Prince, il quale diventa un’affermata star internazionale. Il disco, a mio avviso, contiene un solo brano brutto (Darling Nikki, che poco sopporto) con tutti gli altri che sono uno meglio dell’altro. Vi sono anche canzoni incise completamente dal solo Prince, come le stupende The Beautiful Ones e When Doves Cry; quest’ultima, pubblicata anche su singolo, riceve un Grammy come miglior brano del 1984.

Prince e i Revolution, comunque, non dormono sugli allori e tra la promozione del film, del disco e del tour di “Purple Rain” tornano in studio per registrare un nuovo album. “Around The World In A Day” esce così nell’85: sulla scia di “Purple Rain” ha un enorme successo istantaneo ma sul lungo termine le vendite risultano meno significative e l’album riceve diverse critiche. Certo, è un lavoro meno immediato di “Purple Rain” ma il suo gusto psichedelico, quasi beatlesiano, la dice lunga sul talento di un uomo che non si ferma di fronte a nulla, nemmeno alle sicurezze del successo. C’è da dire che “Around The World In A Day” include alcuni dei brani migliori di Prince, quali Paisley Park (dal nome del suo celebre studio/quartier generale di Minneapolis), Pop Life, Condition Of The Heart, America e Raspberry Beret. In questi anni risalta un’altra caratteristica di Prince: la sua debordante creatività che lo spinge a inserire nuovi brani dappertutto, in particolare nei lati B dei singoli. Spesso i B-side non hanno nulla d’eccezionale, invece quelli di Prince (così come quelli di pochi altri artisti) sono assolutamente meritevoli di stare negli album, ascoltare ad esempio 17 Days per credere. Ma ce ne sono innumerevoli nella storia di Prince, soprattutto nel periodo 1981-1993: per chi volesse andare fino in fondo, consiglio il fondamentale box-set di tre ciddì “The Hits/The B-Sides” del ’93.

Prince e soci tornano alla carica nel 1986 con un nuovo film, “Under The Cherry Moon” (girato in bianco e nero, per lo più a Parigi) e la relativa colonna sonora, “Parade”. Il film viene stroncato e non ottiene la stessa entusiastica risposta di pubblico di “Purple Rain”, mentre “Parade” è riconosciuto come uno dei dischi migliori di Prince, soprattutto perché trainato da uno dei suoi singoli più celebri e amati, Kiss. L’album contiene comunque altri episodi felici come Mountains, Sometimes It Snows In April, Girls & Boys e Life Can Be So Nice. Nella seconda parte dell’86, Prince torna in studio per incidere “Dream Factory”, il suo quarto album coi Revolution, ma le cose non vanno nel verso giusto: i Revolution si sciolgono e ognuno va per la propria strada (il duo femminile Wendy & Lisa otterrà anche un discreto successo negli anni Ottanta), soprattutto Prince che torna ad essere un artista solista finalmente libero di dare sfogo alla sua incredibile creatività. Il genio di Minneapolis produce album (c’è chi dice che li scriva, li canti e li suoni pure) per i Madhouse, Sheila E. (una bravissima percussionista che continua a collaborare con Prince anche oggi) e Jill Jones, collabora segretamente anche con Miles Davis e di questo ne parliamo in seguito. Da solo, il nostro incide un intero album con uno pseudonimo, Camille: l’album contiene otto brani decisamente funky dai testi piccanti ma viene ritirato per motivi ignoti. Prince incide anche un triplo album dal titolo “Crystal Ball” ma la Warner glielo contesta: troppo lungo, che diamine! Prince risponde con un nuovo album, un doppio, “Sign ‘O’ The Times“, pubblicato nella primavera del 1987: anticipato dal superbo singolo omonimo, “Sign ‘O’ The Times” riscuote un grosso successo di vendite e di critica in tutto il mondo ed è tuttora considerato uno dei lavori migliori di Prince. Dal tour internazionale di “Sign ‘O’ The Times” Prince ricava anche l’omonimo film-concerto ma, anche in questo caso, non dorme sugli allori.

Nel corso dell’anno torna in studio e registra il suo album più funky, dal titolo emblematico di “The Black Album“. Infatti la grafica del disco è interamente nera, senza crediti e senza informazioni, le uniche scritte, quelle relative al numero di catalogo, sono stampate in color rosa-pesca. Non è prevista altresì alcuna promozione, niente video e tanto meno interviste (le interviste di Prince sono comunque rare) mentre la Warner stampa il disco e s’appresta a pubblicarlo per il Natale ’87. Anche in questo caso però, all’ultimo momento, il “Black Album” viene ritirato dal mercato: pare che i dirigenti della Warner ma anche lo stesso Prince abbiano manifestato dubbi su testi troppo espliciti sessualmente o troppo duri. Ancora una volta, comunque, il genio di Minneapolis decide d’andare avanti e per la primavera dell’88 fa uscire un nuovo album, “Lovesexy”, uno dei suoi migliori in assoluto, anticipato dal formidabile singolo Alphabet Street. Sempre dell’88 è la colonna sonora del film “Bright Lighs Big City” con Michael J. Fox: vi è inclusa l’inedita Good Love, uno degli otto brani incisi sotto lo pseudonimo di Camille (Prince che canta con la voce accelerata…, altri brani sono finiti in “Sign ‘O’ The Times”, nel “Black Album” e in alcuni singoli del periodo 1987-89, lasciando in archivio la sola Rebirth Of The Flesh).

Nel 1989 esce un nuovo album di Prince, la colonna sonora del celebre “Batman” di Tim Burton, per il quale il nostro scrive le canzoni. Il singolo Batdance vola al 1° posto trascinandovi anche l’album, mentre Prince ha una storia con la protagonista femminile del film, Kim Basinger (addirittura i due partecipano al singolo The Scandalous Sex Suite, titolo che è tutto dire). Non so se lavorare a “Batman” abbia risvegliato la passione per il cinema in Prince ma tant’è che nel 1990 esce il suo terzo film vero e proprio, “Graffiti Bridge”, accompagnato dall’omonima colonna sonora. Il film è il seguito di “Purple Rain” ed è girato dallo stesso Prince come un lungo e patinato videoclip: agli ammiratori di Prince come me il film è piaciuto, meno al grande pubblico e alla critica. La colonna sonora, che figura anche altri artisti (ri)lanciati da Prince (George Clinton, Tevin Campbell, Mavis Staples, The Time, Ingrid Chavez…) contiene ottime canzoni quali Thieves In The Temple, Still Would Stand All Time, The Question Of U e New Power Generation. Nel ’90 esce anche Nothing Compares 2 U, il brano più famoso e fortunato di Sinéad O’Connor, scritto da Prince qualche anno prima per un altro dei suoi protetti, The Family. In quel periodo la O’Connor ha anche una breve relazione con Prince, dopo che questi ebbe pure una storia con Madonna.

Nel 1991 la carriera di Prince riparte con una nuova band, The New Power Generation (o anche NPG), e un nuovo disco, “Diamonds And Pearls”. L’album include dei brani bellissimi e innovativi come il singolo Cream (al 1° posto della classifica USA), la ballata Diamond And Pearls (dove Prince duetta con la sua nuova scoperta, Rosie Gaynes), Money Don’t Matter 2Nite, Gett Off e Thunder, e riscuote un grosso successo internazionale. Tra il ’91 e il ’92 la formazione dei NPG subisce un cambiamento d’organico: la Gaynes se ne va per dedicarsi alla carriera solista e il suo posto è rilevato da Mayte che, seppur meno dotata artisticamente, è una gran bella figliola! Nel ’92, dopo che Prince firma per la Warner il secondo contratto discografico più lauto della storia (lo batte solo Michael Jackson che aveva rinnovato l’anno prima con la Sony), esce l’omonimo album “Prince And The New Power Generation”, contraddistinto da un fantasioso simbolo grafico che celebra l’unione tra uomo e donna, da cui anche il soprannome di “Love Symbol” al disco in questione.

I due album realizzati da Prince coi NPG definiscono un nuovo sound per l’artista di Minneapolis: la sua musica, se possibile, è diventata ancora più black, dato che il rap e i suoni urbani dell’hip-hop la fanno da padroni. Una caratteristica comune a tante altre stelle nere della musica: negli anni Novanta, artisti del calibro di Michael Jackson, Whitney Houston ma anche la grande Aretha Franklin, tanto per fare degli esempi, hanno accentuato i tratti salienti del black sound a discapito del tipico orientamento pop-rock che più piace ai bianchi. Evidentemente, per gli artisti afroamericani, gli anni Novanta hanno rappresentato l’affermazione definitiva della black culture nell’industria discografica di massa, anche a costo d’una parziale contrazione del pubblico bianco.

Nel ’93 la carriera discografica di Prince compie quindici anni: è tempo di celebrazioni e, per l’occasione, escono due stupende raccolte in simultanea chiamate “The Hits 1” e “The Hits 2” che includono i maggiori successi di Prince, più rarità, inediti e il nuovo rockeggiante singolo di Peach. Esce anche un’edizione limitata in tre ciddì chiamata “The Hits/The B-Sides” che include i due compact “Hits 1” e “Hits 2” più un terzo disco contenente rarità e la maggior parte dei tanti lati B dei singoli. Ma c’è anche qualcosa di nuovo, di strano, che coinvolge più da vicino la storia di Prince: l’artista annuncia di voler cambiare nome e per identificarsi utilizza quel Love Symbol apparso sull’album del ’92. La prima cosa che pubblica sotto questo ‘nome’ è un maxi singolo chiamato “The Beautiful Experience” che vede la luce nella primavera del ’94, dopo che Prince si è sposato con Mayte. La Warner, però, lo forza a pubblicare un nuovo album col suo nome storico: esce così, ad agosto, “Come”, un album piuttosto cupo ma certamente tra i più suggestivi di Prince. Seguono tensioni con la casa discografica che, nel novembre di quell’anno, pubblica anche la versione ufficiale del “Black Album”. La protesta di Prince giunge con un album significativamente chiamato “Exodus” (esodo): il disco, edito dalla Edel, è accreditato ai soli New Power Generation ma Prince c’è e si sente… come membro dei NPG è accreditato come Tora Tora e la sua foto è volutamente ritoccata con della sovraesposizione rossa sul volto.

Apparentemente, Prince e la Warner fanno pace e così, nel 1995, esce “The Gold Experience”, un nuovo album di Prince accreditato ufficialmente col noto simbolo grafico: si tratta d’un bel disco che contiene una delle mie canzoni preferite di Prince (o di come volete chiamarlo…), I Hate U. La pace dura però poco, Prince si rifiuta di suonare vecchio materiale nei concerti e inizia a farsi fotografare con la scritta ‘slave’ (schiavo) sulla guancia. Nel corso del ’96, la Warner forza Prince a pubblicare un nuovo disco: ne viene fuori “Chaos & Disorder”, un album raffazzonato di vecchie registrazioni e scarti. Il singolo, Dinner With Delores, è però carino anche se nel videoclip Prince mostra più volte la scritta ‘slave’ sulla sua guancia. Dopo quest’album, Prince riesce a divincolarsi dalla Warner e firma per la Capitol-EMI, la quale, a fine anno, pubblica un incredibile triplo ciddì, “Emancipation“. Simbolicamente, sulla copertina del disco, oltre al consueto marchio grafico col quale Prince ormai s’identifica, si vedono le sue mani che spezzano le catene. Per me “Emancipation” è un album straordinario, uno dei miglior di Prince: mi piange il cuore vederlo in alcuni centri commerciali alla misera cifra di sette euro… ma tant’è.

Tuttavia, sarà all’incirca in questo periodo che smetto di seguire Prince: non per cattiva volontà ma per il fatto che lui continua a pubblicare dischi dopo dischi (il video con pezzi inediti di “The Undertaker”, il balletto “Kamasutra”, la stampa ufficiale di “Crystal Ball” – il triplo album inedito datato 1986 – , un disco acustico chiamato “The Truth”, un album di Mayte dove pare che suoni tutto lui e tanti altri progetti che ci vorrebbe un altro post per elencarli tutti!) mentre la mia enorme curiosità musicale mi porta ad esplorare le discografie di altri artisti. Rimango però affezionato a Prince, altrimenti non sarei qui a parlarne: nel ’98 pubblica un nuovo album, “Newpower Soul”, per la seconda volta accreditato ai soli NPG. Nel ’99 è la volta di “Rave Un2 The Joy Fantastic”, mentre la Warner pubblica una (stavolta convincente) raccolta d’inediti del periodo 1985-93 chiamata “The Vault… Old Friends For Sale”.

Nel 2000 stranamente non esce nulla (o forse sono io che ho perso il conto…) ma nel 2001 viene pubblicato “The Rainbow Children“, dove Prince sembra far pace col suo passato e tornare a quel nome che lo ha reso famoso in tutto il mondo. E’ appunto presentandosi come Prince che ho il piacere d’assistere a un suo concerto il 31 dicembre 2002: parto completamente solo da Pescara, destinazione Milano, lo storico Palatrussardi. Quando Prince ha suonato Purple Rain con la sua chitarra personalizzata ho avuto brividi a mille lungo la schiena… ma andiamo avanti… o meglio, sorvoliamo sulla discografia (…”Musicology”, lo devo dire, esce nel 2004) e giungiamo al marzo 2006 quando il nuovo album di Prince, “3121” giunge nei negozi e di lì a poco conquista la vetta della classifica americana, un risultato che non si ripeteva dai tempi della colonna sonora di “Batman”.

Prince conferma il suo buon momento anche nel 2007 con l’album “Planet Earth” e un’incredibile serie di ventuno concerti a Londra che hanno riportato il suo nome, quello vero e noto in tutto il mondo, in tutte le principali pagine – vere o virtuali – dei giornali musicali. Prince, insomma, sopravviverà al decennio restando credibile e senza perdere nulla del suo fascino e del suo carisma. Non potrà dirsi la stessa cosa nel decennio successivo, e precisamente il 21 aprile del 2016: una notizia scioccante scuote il mondo, Prince è morto! Dopo un’altra morte illustre, quella di David Bowie avvenuta soltanto tre mesi prima, l’inaspettata morte del folletto di Minneapolis segna a suo modo un’epoca. Di lui si continuerà a parlare per molti decenni ancora. (

DISCOGRAFIA

For You (1978)

Prince (1979)

Dirty Mind (1980)

Controversy (1981)

1999 (1982)

Purple Rain (1984, con The Revolution)

Around The World In A Day (1985, con The Revolution)

Parade (1986, con The Revolution)

Sign ‘O’ The Times (1987)

The Black Album (1987)

Lovesexy (1988)

Batman (1989)

Graffiti Bridge (1990, con altri artisti)

Diamonds And Pearls (1991, con The New Power Generation)

Love Symbol (1992, con The New Power Generation)

Come (1994)

The Gold Experience (1995)

Chaos And Disorder (1996)

Emancipation (1996)

The Vault: Old Friends 4 Sale (1999)

Rave Un2 The Joy Fantastic (1999)

The Rainbow Children (2001)

N.E.W.S. (2003)

Musicology (2004)

3121 (2006)

Planet Earth (2007)

Lotusflow3r (2009)

20Ten (2010)

Plectrumelectrum (2014)

Art Official Age (2014)

HIT n RUN Phase One (2015)

HIT n RUN Phase Two (2016)