The Good, The Bad & The Queen: esce il secondo album per Damon Albarn con Paul Simonon

The Good, The Bad And The Queen, Damon Albarn, Paul SimononE’ notizia di oggi, dopo forse un paio d’anni che si parlava della sua fantomatica registrazione: uscirà il 16 novembre il secondo album di The Good, The Bad & The Queen, la band capitanata da Damon Albarn (voce di Blur e Gorillaz) e formata con il bassista Paul Simonon (The Clash), il chitarrista Simon Tong (The Verve) e il batterista Tony Allen. Album al quale è stato dato il nome di “Merrie Land” e che verrà distribuito in svariati formati, ovvero in ciddì, in doppio vinile e in un “Super Boxset” contenente più che altro qualche gadget curato direttamente da Simonon.

E così, undici anni dopo quello che sembrava un exploit da una botta e via, con peraltro un notevole album eponimo che all’epoca avevo tentato di recensire QUI, questo redivivo quartetto torna sulle scene con un nuovo disco prodotto niente meno che da Tony Visconti, celebre per aver prodotto spesso e volentieri le opere di un certo David Bowie. Formato da undici brani, “Merrie Land” è stato anticipato dal singolo omonimo, Merrie Land, per il quale è stato girato anche il video (vedi QUI).

Singolo che, ad essere sinceri, non mi ha entusiasmato granché, sebbene riesco a sentire la “mano” di Visconti, che resta sempre un bel sentire (e il brano somiglia un po’ ad Ashes To Ashes, fra l’altro). Anche la copertina dell’album – tratta pari pari dal film horror “Incubi Notturni” del 1945 – è tutto fuorché invitante. Memore però del bel disco del 2007, che ancora ho nella mia collezione, tenendo conto del mio amore per i Clash e giudicando con stima il cammino artistico fatto fin qui da Albarn, credo proprio che anche “Merrie Land” farà prima o poi ingresso in casa mia.

-Matteo Aceto

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David Bowie, “Lodger”, 1979

DAVID BOWIE LODGER immagine pubblicaEro convinto d’aver già dedicato, in passato, un post a “Lodger”, l’album di David Bowie del 1979. Rimettendo ordine fra i miei vecchi scritti (nel corso del mese sono riuscito finalmente a recuperare quanto pubblicato tra il 2006 e il 2011, o almeno i post più decenti, ecco) ho invece constatato una stridente assenza. Forse ne avevo tentato più volte la bozza, nel corso degli anni, resta il fatto che su Immagine Pubblica non ho mai speso pubblicamente due parole – per quello che possono valere – a proposito di “Lodger”.

Considerato il capitolo conclusivo della celeberrima “trilogia berlinese” di David Bowie, “Lodger” non c’entra un bel nulla con Berlino. E’ stato principalmente registrato nello studio svizzero dei Queen, gli ormai famosi Mountain Studios di Montreux, più una serie d’incisioni finali (soprattutto per quanto riguarda le parti vocali) effettuata a New York. Anche la concezione di base di “Lodger” si discosta parecchio dai due album che l’hanno preceduto, ovvero “Low” e “Heroes“: se questi ultimi presentavano grosso modo i brani cantati e più convenzionalmente pop sulla facciata A, lasciando così quelli strumentali e più sperimentali sulla facciata B dei vinili originali, in “Lodger” non soltanto questa distinzione non viene applicata ma sono del tutto assenti i pezzi strumentali.

Ad ogni modo, similitudini stilistiche e sonore tra i tre dischi in questione sono però evidenti, anche perché sostanzialmente sono il frutto della creatività delle stesse tre menti: il musicista e compositore Brian Eno, il produttore Tony Visconti e ovviamente lo stesso David Bowie. Mettendo per un momento da parte il buon Visconti, che ha prodotto dischi per Bowie sia prima che dopo quelli della “trilogia berlinese”, ecco che la vera e propria trilogia – se proprio di trilogia vogliamo parlare – è quella realizzata dal duo Bowie-Eno nella seconda metà degli anni Settanta, tre magnifici album appunto chiamati “Low”, “Heroes” e “Lodger”. Sgombrato il campo dagli equivoci (mi sembra d’aver scritto per uno di quegli orrendi trattati sociologici che mi toccava studiare all’università…), passiamo ora a vedere “Lodger” un po’ più da vicino.

Trilogico o meno, “Lodger” è un gran disco, uno dei migliori che si possano trovare nella discografia di David Bowie. In perfetto equilibrio tra commercialità pop e sperimentazione d’artista, quest’album originariamente edito dalla RCA quasi quarant’anni fa è uno di quei rari casi in cui ogni ascolto sembra rivelarci qualcosa di nuovo, come se avessimo il disco fra le mani solo da qualche giorno e non, come nel mio caso, da decenni. Ogni volta che l’ascolto, voglio dire, mi sembra di sentirlo differente da come me lo ricordavo: dieci brani per trentacinque minuti di musica che spaziano dalla ballad pianistica di Fantastic Voyage, il sublime pezzo d’apertura di “Lodger”, al funk-rock robo(ipno)tico di Red Money (posto a chiusura dell’album, proprio esso che apriva le danze in “The Idiot” di Iggy Pop con il titolo di Sister Midnight e tutt’altro testo), passando per veri e propri antesignani della world music che verrà negli anni Ottanta (African Night Flight, Move On e Yassassin) e delizie pop-rock che restano tra i brani più riusciti e apprezzati di Bowie (Look Back In Anger, Boys Keep Swinging e D.J.).

Su “Lodger” ci sarebbe molto altro da dire (anche dell’inquietante veste grafica), ma in attesa di sviluppi futuri per ora mi fermo qui. Sviluppi futuri perché quest’anno dovrebbe vedere la luce il terzo d’una serie di lussuosi cofanetti comprendente l’intera produzione di David Bowie: dopo aver pubblicato “Five Years (1969-1973)” nel 2015 (dodici ciddì o tredici vinili) e “Who Can I Be Now? (1974–1976)” l’anno dopo (sempre dodici ciddì o tredici vinili), la Warner Bros (la casa madre che attualmente detiene i diritti di edizione sui dischi bowiani) dovrebbe infatti distribuire un altro cofanetto con presumibilmente una decina buona di dischi del periodo 1977-1980, tra i quali figura quindi anche “Lodger”. Ecco, spero proprio che il box contenga qualche succosa versione alternativa dell’album, qualcosa che ci faccia ulteriormente appassionare a un lavoro sempre un po’ ingiustamente sottovalutato e che magari ci racconti la sua storia da angolazioni sonore inedite. Avremo modo di riparlarne.

-Matteo Aceto

David Bowie, “Low”, 1977

david-bowie-low-immagine-pubblica-blogPrimo album della celeberrima trilogia berlinese assieme a “Heroes” (1977) e “Lodger” (1979), “Low” (1977) è semplicemente uno dei dischi di David Bowie che più amo, ed è inoltre quello che ritengo il migliore dei tre. E’ un lavoro che in questo 2017 ha già compiuto quarant’anni ma che resta ancora moderno, concettualmente interessante e, cosa ancora più importante, musicalmente godibile.

In realtà inciso più in Francia che in Germania, la genesi di “Low” può partire tuttavia dagli Stati Uniti, dove un Bowie decadente di ventotto anni, tra eccessi e follie, è comunque impegnato su due fronti col film “L’uomo che cadde sulla terra”: ne è infatti sia l’attore protagonista che l’autore della colonna sonora. Nonostante le buone intenzioni, tuttavia, quest’ultima non verrà portata a termine, con i nastri originali che verranno “riciclati” per il successivo progetto discografico di David, per l’appunto “Low”.

Supportato dagli ottimi Dennis Davis (batteria, percussioni), Carlos Alomar (chitarra) e George Murray (basso), Bowie si affida inoltre ad altri due preziosissimi collaboratori, ancora una volta al geniale produttore Tony Visconti e per la prima volta a quel mago delle ambientazioni sonore che è Brian Eno. Completato già nel corso del ’76, “Low” vide la luce soltanto l’anno dopo, giacché la casa discografica, la RCA, lo riteneva troppo d’avanguardia e quindi poco appetibile commercialmente.

David mette subito le cose in chiaro fin dal primo brano: Speed Of Life è uno strumentale funk-rock pesantemente contaminato dai suoni elettronici, una sorta d’introduzione che fa già capire fin dove si è spinta la ricerca musicale di Bowie rispetto al suo celebrato glam rock dei primi anni Settanta. La secca & percussiva Breaking Glass è invece cantata, ma gli innesti elettronici non mancano, così come i cambiamenti di tempo, col tutto che si traduce in una forma canzone che travalica i confini standard del pop-rock.

Se la briosa e avvolgente What In The World è in pratica un piacevolissimo duetto tra David Bowie e Iggy Pop, la successiva Sound And Vision (uno dei singoli estratti dall’album e, per la cronaca, una delle mie canzoni bowiane preferite) presenta un ritmo delizioso, arricchito da campionamenti, atmosfere elettroniche & una grande prestazione vocale del nostro; alla voce troviamo la moglie di Visconti, quella Mary Hopkin nota soprattutto per Those Were The Days. Più distesa è invece Always Crashing In The Same Car, anch’essa caratterizzata da ritmica pesante ed effetti tecnologici in primo piano. Segue quindi una gran bella canzone, Be My Wife, forse la più convenzionale del disco (infatti è stata pubblicata pure su singolo), forte d’un ritornello in stile disco & da viscerali assoli di chitarra.

A New Career In A New Town, un saltellante strumentale contraddistinto dall’uso trattato dell’armonica a bocca (suonata dallo stesso Bowie), funge da introduzione al lato più sperimentale di “Low” (sull’elleppì originale è l’intero lato B), che parte con quella che secondo me è la traccia migliore dell’album, ovvero Warszawa: questo stupendo requiem composto dal duo Bowie-Eno (e credo interamente eseguito da esso) in onore della capitale polacca – effettivamente visitata in treno dal nostro – è semplicemente una delle canzoni più belle & suggestive del catalogo bowiano. Senza voler sminuire il resto del lavoro, forse la sola presenza di Warszawa giustifica l’acquisto di “Low”.

Completamente strumentale, Art Decade ci regala un’ambientazione alquanto notturna & meditabonda, sembra proprio una colonna sonora, seguìta a sua volta da Weeping Wall, ancora più interessante: l’uso simultaneo di percussioni e tastiere sembra ricordare un effetto di pioggia che cade a catinelle sul muro di Berlino, mentre uno straziante & lontano assolo di chitarra sottolinea la tetraggine del paesaggio circostante. Seppur strumentale, in Weeping Wall la voce di Bowie è chiaramente udibile, e anche in questo caso – come in Warszawa – usata come se fosse uno strumento essa stessa.

Un disco straordinario come “Low” non poteva che concludersi con un brano straordinario, ovvero Subterraneans, un’altra sorta di requiem. E’ un brano dolente, malinconico ma anche imponente, col sax e la voce di Bowie che eseguono delle parti evocative e struggenti. E i testi? Tutte le liriche di “Low” sono più o meno attraversate dal male di vivere, dal disagio e da una certa depressione; non manca tuttavia la voglia di riscattarsi e di trovare una vita d’uscita, magari proprio attraverso la musica e l’arte [novembre 2006, aggiornato nel febbraio 2017].

-Matteo Aceto

David Bowie, “Blackstar”, 2016

David Bowie BlackstarPerché dopo tanti anni sono tornato a scrivere un blog? La morte di David Bowie. Ebbene sì, il motivo scatenante è stato proprio quello. Una morte che ha sorpreso e addolorato il mondo intero, e di cui chiunque si è trovato a parlare, fosse anche solo per un minuto. Mi sono detto: e se avevo ancora il vecchio blog? Che cosa avrei scritto io per omaggiare David Bowie, da sempre uno dei miei artisti preferiti?

Pensa e ripensa, mentalmente avevo già scritto un post ma… non avevo più un blog! Pensa e ripensa ancora, e finalmente, lo scorso 2 febbraio, ho deciso di fare questo “grande passo”, l’apertura di questo nuovo blog. Ora, se volessi riprendere il discorso interrotto quattro anni fa nelle pagine del mio vecchio blog, un titolo come <> dovrebbe lasciar pensare che io mi sia cimentato con la recensione di “Blackstar”, l’ultimo album – il testamento artistico, purtroppo – del nostro. Ma non è esattamente così.

La sera dello scorso 8 gennaio, giorno del sessantanovesimo compleanno di David, mi trovavo “casualmente” in un centro commerciale; “sfortunatamente” sono capitato nell’annesso negozio di dischi; per “pura coincidenza” mi sono trovato davanti l’edizione in vinile di “Blackstar”, fresco di stampa, giunto nelle rivendite in quello stesso 8 gennaio; “senza accorgermene” ed ero già alla cassa per pagare. Era la prima volta che compravo un nuovo album di Bowie, appena uscito, dai tempi di “Heathen” (2002): dalle prime recensioni d’anteprima che leggevo sui media, m’era parso di capire che l’acquisto valeva bene i soldi spesi e che stavolta tornava in gioco la sperimentazione, che è un qualcosa che David Bowie ha sempre fatto molto bene. E poi il videoclip della stessa Blackstar (che a quel punto non avevo ancora visto) stava già facendo parlare di sé, anche per via dell’insolita durata, prossima ai dieci minuti. Insomma, la mia curiosità era tanta.

Una volta a casa, tuttavia, non sono riuscito ad ascoltare la mia copia di “Blackstar”, ma soltanto a scartarlo e ad apprezzarne la veste grafica (tutto nero, con foto e scritte lucide, tutto molto ben concepito). Per l’ascolto ho dovuto attendere il giorno dopo, e non ne sono rimasto deluso. Due considerazioni però ho dovuto subito fare: il sound dell’album – composto di sole sette canzoni – non ha niente a che vedere col jazz, come appunto dicevano le prime recensioni d’anteprima (a volte mi chiedo se quelli che affibbiano l’etichetta d’un preciso genere musicale a un disco sappiano effettivamente di cosa stiano parlando); il sound dell’album è vagamente retro, un po’ anni Ottanta, ecco.

Insomma, “Blackstar” non è particolarmente sperimentale ma soprattutto non è affatto jazzistico. E’ un disco cupo, questo sì, un po’ opprimente, come lo erano certe atmosfere di “Low” e “Heroes”, i capolavori berlinesi del 1977; è comunque un disco bello (in particolare, mi piace il modo in cui il sassofono suona e si incastra tra gli altri strumenti), un disco che molto probabilmente è capace di crescere – per così dire – con gli ascolti successivi.

E si arriva così alla fatidica mattina del 10 gennaio 2016: ero al lavoro già da qualche ora, decido di accendere un po’ la radio, più che altro per sentire le notizie del giorno ma… la notizia del giorno è una sola, il mondo sembra essersi fermato: è morto David Bowie, stava male da tempo.

Dispiacere e stupore fanno immediatamente capolino nella mia mente: ma come? Ha appena pubblicato un disco nel giorno del suo compleanno e adesso è morto?! Stava male e si è preso la briga non solo di incidere un nuovo album ma anche di girare due nuovi video, di cui uno da dieci minuti??!! Sono stupito più per queste ultime considerazioni – che cioè si fosse già rimesso all’opera dopo soli tre anni di distanza dalla pubblicazione del suo album precedente, “The Next Day”, mentre combatteva contro un tumore – che più perché fosse venuto a mancare.

Erano infatti anni che si speculava circa le condizioni non ottimali del celeberrimo cantante inglese: nel 2004 ebbe un infarto che di fatto lo convinse a ritirarsi dall’attività concertistica. Dopo l’album “Reality” del 2003 passarono ben dieci anni per vedere nei negozi il disco successivo, il già citato “The Next Day”, e in quei dieci anni si disse di tutto a proposito della salute del nostro. Tuttavia, il fatto che David fosse tornato sulle scene con un nuovo progetto discografico chiamato “Blackstar” in tempi relativamente brevi, lasciava ben sperare in un suo ritorno in grande stile – in fondo sessantanove anni non sono poi tantissimi. Il peggio dev’essere passato, pensai con sollievo.

Invece no, come tutti sappiamo, il peggio è arrivato a soli due giorni dall’uscita di “Blackstar”, suscitando profondo cordoglio in tutto il mondo, come pochissimi altri personaggi del mondo del rock erano riusciti a fare. Quel dannato 10 gennaio fu per me una giornataccia, anche sul lavoro, e tornai a casa completamente svuotato.

Mi sembrava strano ascoltare “Blackstar” in quei giorni, all’indomani della scomparsa dell’artista che lo aveva appena fatto pubblicare: ora era fin troppo facile capire a cosa alludevano il titolo del disco, i videoclip di Blackstar e Lazarus (l’uno più inquietante dell’altro), tutto quel nero per la grafica, per non dire i testi delle canzoni. Se ci penso, mi vengono i brividi.

Al momento, ho ascoltato “Blackstar” soltanto due volte – troppo poche per cimentarmi con una recensione vera e propria – una all’indomani della pubblicazione, quando David era ancora in vita, una all’indomani della morte dell’artista stesso. Due diversi stati d’animo, come potete bene capire, col secondo che mi ha lasciato l’amaro in bocca e la sgradevole sensazione che per qualche tempo non potrò più ascoltare un disco come “Blackstar”. Al momento non ne ho alcuna voglia, lo dico in tutta sincerità, per quanto l’ultimo brano, I Can’t Give Everything Away, continua a risuonarmi in testa dopo soli due ascolti.

Voglio soltanto fare un’ultima considerazione: David Bowie è stato artista fino alla fine. Da quanto è trapelato nelle settimane successive alla sua morte, il nostro ha lottato contro il cancro per diciotto mesi, per cui presumo che abbia concepito e realizzato un lavoro come “Blackstar” nel bel mezzo di tale gravissima malattia. Avrebbe avuto tutto il diritto di starsene al letto, in qualche clinica di lusso, per vedere di guadagnare magari del tempo prezioso, ma invece no. David Bowie ha preso carta e penna (o forse un semplice notebook) per scrivere dei testi, ha strimpellato accordi e sequenze di note al piano o alla chitarra, ha quindi composto delle melodie, delle nuove canzoni, ha chiamato il suo produttore storico, Tony Visconti, ha organizzato delle sedute di registrazione, ha convocato in studio dei musicisti, ha perfino interpretato due nuovi videoclip! David Bowie andava incontro alla morte traendo ispirazione da quello stesso trapasso che si apprestava ad affrontare. Artista totale, artista fino alla fine.

– Matteo Aceto

Il Bowie più amato

David BowieFrequento spesso & volentieri un interessante sito dedicato a David Bowie da parte di una comunità di appassionati italiani, Velvet Goldmine.

Oltre a (ri)proporre ottime recensioni e le ultime novità sull’arte e la vita del grande cantante inglese, il sito propone quasi ogni settimana degli interessanti sondaggi sugli aspetti più disparati delle molteplici attività bowiane.

Gli esiti di alcuni di quei sondaggi sono illuminanti e, in qualche caso, pure sorprendenti. Ne riporto alcuni, proposti nel corso degli anni da Velvet Goldmine ai suoi lettori.

  • La copertina più amata è quella dell’album “Aladdin Sane” (totale voti: 244)
  • il miglior disco dal vivo è “Stage” (totale voti: 192)
  • la cover migliore è My Death di Jacques Brel (totale voti: 213)
  • il video migliore è quello girato per Ashes To Ashes (totale voti: 253)
  • la miglior collaborazione è quella che ha fruttato l’album “Transformer” di Lou Reed (totale voti: 195)
  • l’album ‘perfetto’, oltre che quello più amato, è “Ziggy Stardust” (totale voti: 251)
  • il miglior brano d’apertura d’un suo album è Station To Station (totale voti: 256)
  • il miglior brano di chiusura è invece Rock ‘n’ Roll Suicide (totale voti: 252)
  • il brano strumentale più amato è Speed Of Life (totale voti: 231)
  • il gesto più spettacolare della carriera di Bowie è l’addio alle scene di Ziggy (totale voti: 199)
  • il periodo bowiano preferito è l’ascesa e la caduta di Ziggy (totale voti: 280)
  • potendo viaggiare nel tempo, i fan vorrebbero (ri)vedere lo Ziggy Stardust Tour (totale voti: 217)
  • la canzone capolavoro è Heroes (totale voti: 254)
  • il disco irrinunciabile resta “Ziggy Stardust” (totale voti: 268)
  • il miglior produttore col quale Bowie abbia mai lavorato è Tony Visconti (totale voti: 188)
  • infine, Mick Ronson resta il chitarrista più amato fra quelli che hanno accompagnato Bowie nella sua lunga carriera (totale voti: 246).

Ecco, invece, le mie preferenze agli stessi quesiti…

  • la copertina che preferisco è quella di “Ziggy Stardust”
  • concordo sul fatto che “Stage” sia il miglior album live di Bowie
  • ammetto di non aver mai ascoltato My Death, ma se c’è una cover bowiana che mi fa impazzire è China Girl
  • corcordo sul fatto che il video migliore è quello di Ashes To Ashes
  • concordo pure sul fatto che la sua miglior collaborazione è “Transformer”, anche se trovo più interessante quella con Iggy Pop per l’album “The Idiot”
  • il suo album perfetto… uhm, davvero difficile a dirsi, forse concordo su “Ziggy Stardust” ma direi anche “Diamond Dogs”
  • il miglior brano d’apertura mi sembra Beauty And The Beast
  • miglior chiusura… direi The Secret Life Of Arabia, al termine di “Heroes”
  • lo strumentale che amo di più è Warszawa
  • il suo gesto più spettacolare… non saprei dirlo… forse l’aver pubblicato di seguito due dischi sperimentali & innovativi come “Low” e “Heroes”
  • il periodo bowiano che preferisco è quello berlinese (1976-1978)
  • potendo viaggiare nel tempo, andrei a vedermi il tour di “Heroes”
  • la canzone capolavoro è Ashes To Ashes
  • il disco irrinunciabile… ne prenderei uno a caso fra “Hunky Dory”, “Ziggy Stardust”, “Diamond Dogs”, “Station To Station”, “Low”, “Heroes”, “Lodger” e “Scary Monsters”
  • concordo che il miglior produttore sia stato Visconti
  • concordo anche che il miglior chitarrista sia stato Ronson.

– Mat

Bowie a Berlino

thomas-jerome-seabrook-libro-bowie-immagine-pubblicaNegli Usa è fresco di stampa “Bowie In Berlin: A New Career In A New Town”, un libro di Thomas Jerome Seabrook che documenta il celebre periodo berlinese di David Bowie.

Come tutti i grandi fan di David sanno, Bowie si traferì con Iggy Pop a Berlino nel 1976, dopo un periodo di dissolutezze a Los Angeles. Lì diede vita ad alcuni dei suoi album più famosi e immaginifici – “Low” e “Heroes” ma anche “The Idiot” e “Lust For Life” sotto il nome di Iggy Pop. Ad accompagnarlo in studio però non c’era il solo Iggy, bensì un’indiviabile squadra di talenti, fra cui Brian Eno, Robert Fripp, Carlos Alomar e Tony Visconti.

Il periodo berlinese di David Bowie è un argomento che mi ha sempre affascinato e spero vivamente che questo nuovo libro venga presto tradotto anche per il mercato italiano. Anche se, porcalamiseria, devo ancora procurarmi l’imponente enciclopedia bowiana curata da Nicholas Pegg.

David Bowie, “Diamond Dogs”, 1974

david-bowie-diamond-dogs-immagine-pubblica-blogMi risulta davvero difficile scrivere d’un album come “Diamond Dogs”, il vertice creativo – secondo le mie orecchie – del periodo glam di David Bowie. Prima di scrivere questo post, infatti, ne ho cancellato altri che avevo abbozzato negli ultimi anni. Siccome “Diamond Dogs” è un disco che ascolto sempre con piacere e, di fatto, è uno dei lavori bowiani che più amo, una pur brutta recensione dovrebbe starci comunque bene in questo modesto blog.

Registrato in Inghilterra e in Olanda fra l’ottobre ’73 e il febbraio ’74, “Diamond Dogs” è una sorta di concept album basato su un poi-abbandonato adattamento teatrale che Bowie voleva fare di “1984”, il celebre romanzo di George Orwell. Da qui titoli come We Are The Dead, 1984 e Big Brother, tre fra le canzoni più teatrali e drammatiche presenti in quest’album che, per la prima volta dopo quattro anni, non figura il produttore Ken Scott e gli Spiders From Mars, il gruppo guidato dal grande Mick Ronson che aveva suonato con Bowie in altri famigerati dischi come “Ziggy Stardust” (1972) e “Aladdin Sane” (1973) . Di fatto, “Diamond Dogs” è un album scritto, arrangiato, prodotto e suonato quasi interamente dal solo Bowie. Vi partecipano alcuni musicisti turnisti ma soprattutto Tony Visconti, che qui si occupa delle parti orchestrali (simili a quanto già sentito in “Band On The Run” di Paul McCartney) ma che entro la fine degli anni Settanta sarà ricordato come il produttore più significativo nella carriera di David Bowie.

Se le tematiche di “Diamond Dogs” – rifacendosi alle atmosfere di “1984” – sono apocalittiche e oscure, la musica segna una fase di transizione fra il glam rock degli anni 1971-73 e la successiva fase di sperimentazione del nostro, culminata nel 1977 con gli impressionanti album “Low” e “Heroes”. In particolare è tuttora di grande impatto la magnifica sequenza fra Sweet Thing, Candidate e la ripresa della stessa Sweet Thing, praticamente una suite di oltre nove minuti che da sola basta a giustificare l’acquisto del disco. Il pezzo più famoso tratto da “Diamond Dogs” resta però il rock circolare di Rebel Rebel, una delle canzoni più conosciute e irresistibili di David.

Un mix vincente fra sonorità rock ‘n’ roll, teatro, recitazione e progressive caratterizzano i quasi trentanove minuti di musica che formano “Diamond Dogs”, un disco dove David Bowie – pur conservando ancora la chioma rossa sfoggiata dal suo alieno caduto sulla terra e datosi al rock – si mette in mostra come artista maturo, altamente creativo e musicalmente avanti coi tempi.

Detto in confidenza fra noi, “Diamond Dogs” è un album essenziale per tutti gli appassionati di David Bowie, nonché uno dei dischi rock più belli usciti da quella straordinaria fioritura musicale avvenuta in Gran Bretagna negli anni Settanta.

– Matteo Aceto

Paul McCartney & Wings, “Band On The Run”, 1973

paul-mccartney-wings-band-on-the-run-immagine-pubblicaFinalmente “Band On The Run”! Dico finalmente perché è da oltre un anno che vorrei scrivere di questo fantastico disco uscito nel 1973 ad opera di Paul McCartney e dei suoi Wings… praticamente da quando ho iniziato a scrivere sui blog!

Beh, dato che lo sto ascoltando spessissimo in questi giorni, ora mi sembra l’occasione buona per tentare di scrivere qualcosa di decente su quello che reputo uno dei migliori lavori registrati da un componente dei mitici Beatles, “Band On The Run”, per l’appunto.

Come spesso accade agli artisti, è proprio nei periodi di maggior pressione & stress emotivo che danno il meglio di sé: McCartney, sebbene già all’epoca si stava rivelando come il Beatle solista di maggior successo (sempre nel ’73 uscì “Red Rose Speedway”, un numero uno in classifica, anche se non ricordo se solo in USA o anche in UK) sentì il bisogno di dimostrare alla critica & ai suoi detrattori (fra i quali pure John Lennon e George Harrison) che poteva conciliare il suo innato talento per le belle melodie & i temi romantici con una musica corposa & innovativa. E così, ben prima di gente come Peter Gabriel, Paul decise di andare a registrare il suo prossimo album in Africa, e precisamente negli studi EMI di Lagos, in Nigeria.

Soltanto che la band costituita nel ’71 come supporto dal vivo e in studio, i Wings, si oppose alla trasferta: o meglio, dissero di sì soltanto la tastierista Linda McCartney (ovvio, era la moglie di Paul, nonché la madre dei suoi bambini…) e il fido chitarrista Denny Laine. Per tutto il resto ci pensò lo stesso Paul, che prese posto alla batteria & imbracciò la chitarra, cosa che aveva fatto anche ai tempi dei Beatles (che Paul McCartney sia un ottimo polistrumentista penso che sia cosa nota ai musicofili sparsi per il mondo). Inoltre contribuirono il tecnico Geoff Emerick (già coi Beatles per alcune delle loro creazioni più geniali) e il produttore/arrangiatore Tony Visconti (celebre per i suoi eccezionali lavori con David Bowie), ma quest’ultimo operò a Londra, una volta che i McCartney e i loro collaboratori tornarono in patria dopo un soggiorno nigeriano non proprio tranquillissimo, sovraincidendo delle superbe partiture orchestrali sui natri originali del gruppo. Se non ricordo male, pure Ginger Baker, lo storico batterista dei Cream, contribuì ad alcune percussioni di questo gran classico che è “Band On The Run”.

E le canzoni? Manco a dirlo mi piacciono tutte! Si parte con l’omonima Band On The Run che già di per sé è un capolavoro, di certo una delle migliori creazioni maccartiane. La successiva Jet è, detto fra noi, una delle canzoni che più amo di Paul e una di quelle che mi emozionano di più. Seguono la deliziosa Bluebird, la pulsante & coinvolgente Mrs. Vandebilt (unica canzone di questo album con qualche chiara ispirazione afro nel sound), la distesa Let Me Roll It, la melodicissima & strepitosamente maccartiana Mamunia, la tenera No Words (unico pezzo di questo disco non accreditato alla coppia McCartney, bensì scritto da Denny con lo stesso Paul), la geniale Picasso’s Last Words (Drink To Me) e la conclusiva Nineteen Hundred And Eighty Five, che è uno dei più illuminanti esempi dell’arte teatrale di Paul McCartney, forse il Beatle più visionario in fatto di espressioni sonore.

Fin qui l’album originale, quello stampato in vinile per il mercato inglese. Per il più ricco mercato americano venne inclusa nella scaletta di “Band On The Run” anche il trascinante & stradaiolo singolo Helen Wheels, uscito (anche in patria) poco tempo prima dell’album. Per la serie ‘The Paul McCartney Collection’ curata dalla EMI nel 1993, è possibile invece avere una versione in ciddì contenente tutteddieci le canzoni summenzionate, più Country Dreamer, che è l’originale lato B di Helen Wheels. Per i più fanaticoni di cose beatlesiane (come il sottoscritto…), consiglio invece la bella ristampa di “Band On The Run” del 1999, contenente un secondo ciddì di materiale aggiunto & confezionato in un’elegante cartonatura.

Ah, dimenticavo… bellisima la foto di copertina, che ritrae i tre Wings e alcuni loro amici famosi come se fossero una banda di galeotti sorpresi nella fuga. E’ una delle copertine più belle che io abbia nella mia collezione.

– Matteo Aceto

David Bowie, “Heroes”, 1977

david-bowie-heroes-immagine-pubblica-blogEccoci al secondo capitolo della trilogia di album che David Bowie ha realizzato in collaborazione con Brian Eno tra il 1977 e il 1979. Qualche post fa si è parlato di “Low“, uscito nel ’77, mentre oggi è la volta di “Heroes”, pubblicato nello stesso anno. Come già detto, nel ’76 Bowie si trasferisce a Berlino e qui dà vita al suo periodo artistico più sperimentale e immaginifico: “Heroes” è l’album della trilogia che più risente dell’atmosfera berlinese, essendo l’unico dei tre ad essere stato realizzato completamente nella storica città tedesca, all’epoca segnata ancora dal muro divisorio tra Est e Ovest.

Bowie si affida allo stesso team col quale aveva creato il precedente “Low”: il grande Tony Visconti alla produzione, gli ottimi Carlos Alomar (chitarra), George Murray (basso) e Dennis Davis (batteria e percussioni), un chitarrista d’eccezione che è quel mago di Robert Fripp e, ovviamente, il re delle ambientazioni sonore, quel genio di Brian Eno. Anche “Heroes”, come “Low”, è suddiviso in due parti: sul lato A dell’elleppì originale troviamo le canzoni più ‘convenzionali’ (anche se questo termine poco si addice all’arte di Bowie), sul lato B troviamo invece le composizioni più sperimentali. Ma adesso passiamo alle singole tracce di “Heroes”.

L’album inizia con un botto, una canzone potente e incalzante chiamata Beauty And The Beast: quando l’ascoltai per la prima volta capii immediatamente da dove provenivano tutti i suoni new-wave e dark dei miei artisti preferiti. Basta già la sola Beauty And The Beast per accorgersi di quanto Bowie (grazie anche ai suoi preziosi collaboratori) si trovasse avanti rispetto ai suoi colleghi e/o rivali del tempo.

La successiva Joe The Lion è un altro bel pezzo movimentato ma quello che segue è il pezzo forte dell’album, l’omonima Heroes. Penso che la conosciate un po’ tutti, è davvero una delle canzoni più famose e più belle di Bowie: potente e melodica al tempo stesso, struggente e sperimentale in egual misura, senza dubbio uno dei vertici artistici del nostro (la versione su singolo è un edit di tre minuti e mezzo, mentre questa raggiunge i sei minuti).

Poi i ritmi rallentano con la bella e dolente Sons Of The Silent Age, che mi sembra una attualizzazione disincantata di Life On Mars? (stupenda canzone del 1971, pubblicata sull’album “Hunky Dory”). La successiva Blackout è una grande canzone che, come l’iniziale Beauty And The Beast, prefigura il sound che la musica pop-rock assumerà di lì a qualche anno. Grandissima e basta. Con V-2 Schneider entriamo nel lato più sperimentale di “Heroes”: un pulsante ritmo elettronico ci porta in una dimensione nuova che Bowie ci fa esplorare per la prima volta nella sua discografia; come in tante altre volte tra i solchi della trilogia berlinese, qui la voce di David è usata come un puro strumento.

Poi è la volta d’una sequenza interessantissima e superba, ovvero tre brani ambient nel quale Brian Eno sembra farla da padrone (anche se Bowie c’è e si sente… si sente eccome!): sono l’inquietante Sense Of Doubt, l’orientaleggiante Moss Garden e la dolente Neukoln (dal nome di un sobborgo berlinese all’epoca piuttosto degradato). Tre brani d’atmosfera bellissimi, collegati tra loro, con Bowie e Eno che ci prendono per mano e ci portano in territori all’epoca del tutto inesplorati.

Un viaggio emozionante che infine ci conduce in Arabia. L’ultimo brano del superlativo “Heroes” è infatti The Secret Life Of Arabia, che ci riporta ad una forma-canzone più abituale: un suadente ritmo funky-esotico, con una grande prova vocale di David… davvero una delle gemme artistiche del nostro.

Tra “Low” e “Heroes” non saprei veramente dire quale dei due sia il migliore: senza dubbio però stiamo parlando di due capolavori, tra i cinque dischi più belli mai realizzati da David Bowie (e imperdibili per tutti i veri fanatici del rock). Su “Heroes” posso aggiungere solo che la presenza di Eno è più evidente (ed infatti lui ottiene più crediti compositivi, tra cui la coautorialità con Bowie del brano Heroes) rispetto a “Low”: una collaborazione che si farà ancor più fitta nell’atto finale di questa trilogia, l’album “Lodger” (1979).