Sting

stingNella fantascientifica ipotesi che io mi reincarni in una rockstar, mi piacerebbe rinascere Sting. Perché Sting è un personaggio che ha sempre prodotto grandissima musica, sia coi Police che da solo, è famoso in tutto il mondo, non ha mai subìto cali di popolarità, se l’è spassata alla grande ma senza mai inciampare nei soliti eccessi della sua professione, s’è dilettato spesso e volentieri nel cinema, ha dato vita a numerose e interessanti collaborazioni, tanto in studio quanto dal vivo, ed è da sempre impegnato nel sociale. E poi, perché negarlo, è sempre stato un bell’uomo e sta invecchiando splendidamente.

Sting è un altro di quei nomi che conosco da quando ho memoria, in pratica non ricordo il giorno preciso che ho conosciuto la parola Sting: probabilmente, dopo ‘mamma’ e ‘papà’, ‘sting’ è la prima parola che ho imparato! È, inoltre, una di quelle voci che riconosci immediatamente appena la ascolti, ha uno stile inconfondibile e da trentanni a questa parte – un periodo che ha visto notevoli cambiamenti nell’industria discografica ma anche nella stessa industria culturale – Sting s’è meritatamente ritagliato uno spazio tutto suo come una delle più amate e ammirate rockstar di fama mondiale.

Nel 2003 Sting ha pubblicato “Broken Music”, una sua parziale autobiografia, dall’infanzia al debutto discografico dei Police con “Outlandos d’Amour”: è un libro piuttosto intimo ma molto godibile che ho letto finora due volte. In esso, Sting sembra descriversi come una persona fondamentalmente molto umana, con tutte le debolezze che questa condizione comporta, ma anche arso da una smania di sfondare che forse l’ha portato più lontano di quel che poteva immaginare da ragazzo, quando alternava la sua passione per la musica (suonava il basso in diverse formazioni locali, la più notevole, i Last Exit, nei quali cantava e componeva la maggior parte del materiale) alla sua professione d’insegnante d’inglese nelle scuole elementari.

Nato Gordon Matthew Sumner da umili origini (parte delle quali irlandesi) a Wallsend, vicino Newcastle, il 2 ottobre 1951, venticinque anni dopo ebbe la fortuna d’incontrare Stewart Copeland, all’epoca batterista dei Curved Air che, di fatto, scoprì Sting proponendogli d’entrare a far parte della band che stava costituendo col chitarrista corso Henri Padovani (in seguito rimpiazzato da Andy Summers), The Police. La storia di questo infinito trio rock l’ho raccontata già, per cui passo al 1985, quando Sting debutta definitivamente come solista con l’album “The Dream Of The Blue Turtles”, contenente i noti singoli If You Love Somebody (Set Them Free) e Russians. Nello stesso anno collabora con Miles Davis, Phil Collins, i Dire Straits, un side-project dei Duran Duran chiamato Arcadia, e inoltre partecipa allo storico evento musicalmediatico del Live Aid, organizzato da Bob Geldof per raccogliere fondi a favore delle popolazioni africane più bisognose.

In quella prima metà degli anni Ottanta, Sting si confronta con numerose vicissitudini private: il divorzio dalla prima moglie, l’attrice irlandese Frances Tomelty, la fine dei Police, l’inizio d’una nuova relazione con la modella Trudie Styler, che gli darà altri quattro figli oltre ai due avuti dalla Tomelty. Inoltre, nei tre anni successivi, Sting deve affrontare la dolorosa perdita di entrambi i genitori. In mezzo a tutto questo, nel 1987, troviamo quello che forse è il suo album migliore, “…Nothing Like The Sun”, contenente, fra l’altro, le indimenticabili Englisman In New York, Fragile e They Dance Alone. Un successo mondiale come il precedente “The Dream Of The Blue Turtles” che fa capire chiaramente che Sting non aveva più bisogno dei Police per andare avanti e che era ormai una delle più grandi stelle dello spettacolo.

Il terzo album solista di Sting, il mio preferito, “The Soul Cages”, viene pubblicato al principio del 1991, supportato dagli splendidi singoli All This Time e Mad About You. L’anno seguente Sting sposa finalmente Trudie Styler e, nel corso della serata, riunisce brevemente i Police per un concerto privato. Gli anni Novanta sono un periodo in cui il nostro non fa altro che consolidare la sua fama e la sua bravura, producendo come sempre dischi di qualità – “Ten Summoner’s Tales” (1993), “Mercury Falling” (1996) e “Brand New Day” (1999) – continuando le sue apparizioni cinematografiche e intessendo interessanti collaborazioni con altri noti artisti (qui mi limito a citare Elton John, Bryan Adams, Tina Turner, Eric Clapton e Rod Stewart).

Sting resta sinceramente sconvolto dai tragici fatti dell’11 settembre 2001, esprimendo direttamente le sue sensazioni al riguardo sull’album “Sacred Love” (2003), supportato dai singoli Send Your Love e Whenever I Say Your Name con Mary J. Blige. Ma la cosa che forse più ammiro di Sting è la sua continua evoluzione e maturazione artistica (oltre che, si capisce, umana) che lo ha portato a proporre sempre grande musica senza mai fare un solo passo falso: ulteriore testimonianza con “Songs From The Labyrinth” (2006), un album prevalentemente per sola voce e liuto dove il nostro rivisita l’opera del musico medievale John Dowland.

Il regalo più grande che Sting potesse fare ai suoi tanti ammiratori sparsi per il mondo arriva però al principio del 2007: annuncia la reunion dei Police, che quindi intraprendono un lungo tour internazionale che tocca anche l’Italia, il 2 ottobre a Torino. Quel concerto fu per me la prima occasione che ebbi di vedere il mio idolo dal vivo, per giunta alle prese col repertorio musicale di uno dei gruppi rock che più hanno entusiasmato gli appassionati di musica. Terminato il tour coi Police nell’estate 2008, Sting è tornato in studio per l’album “If On A Winter’s Night…” (2009) – altra escursione nel passato con canti e filastrocche natalizie dei secoli scorsi – e tentando con successo sperimentazioni nel teatro o per orchestra. Un’esperienza, quest’ultima, che ha portato alla realizzazione dell’album “Symphonicities” (2010) – una rivisitazione dei classici di Sting per voce e orchestra – e al relativo tour mondiale.

Dopo un’esperienza a teatro con l’interpretazione del musical tratto dall’album “The Last Ship” (che se non altro, pur non essendo un capolavoro di disco, ci mostra Sting alle prese con delle sue canzoni nuove di zecca), il nostro torna alle collaborazioni illustri per quanto riguarda l’attività concertistica (prima Paul Simon e successivamente Peter Gabriel) e soprattutto alla musica rock, suggellato dal nuovo album “57th & 9th” (2016) e dal relativo tour mondiale. Inarrestabile Sting.

– Mat

(ultimo aggiornamento: 4 marzo 2017)

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