David Sylvian, un interesse per me immutato: e ritornano i vinili 1984-1991

David Sylvian 60 anni, vinili 2019Uno dei pochi autori pop che non m’annoiano, anzi, uno dei pochi a sembrarmi più rilevante col passare degli anni, David Sylvian, compirà sessantuno anni il 23 febbraio. Per l’occasione, la Universal – che già da qualche anno aveva acquisito gran parte del catalogo storico dell’artista inglese – distribuirà attorno a quella data nuove stampe in vinile degli album “Brilliant Trees” (1984), “Alchemy – An Index Of Possibilities” (1985), “Gone To Earth” (1986) e “Secrets Of The Beehive” (1987), mentre per quanto riguarda il collaborativo “Rain Tree Crow” (1991) si dovrà aspettare il 29 marzo.

Stando alla pagina facebook ufficiale di David Sylvian, e precisamente in un post dello scorso 12 dicembre, avremo delle “deluxe vinyl release” disponibili “for the first time on 180gram vinyl” e caratterizzate da una nuova e per molti aspetti inedita veste grafica. Nello specifico, per quanto riguarda “Brilliant Trees”, l’album “is now housed  in a gatefold sleeve with a printed inner bag and comes with a download card”. Per quanto riguarda invece “Alchemy – An Index Of Possibilities”, un album che la pagina in questione definisce “intermedio” e “formato da due progetti del 1985 completamente separati”, lo stesso post cita un “brand new artwork, photographs by Yuka Fujii, design by Chris Bigg, and a download card”. Questi ultimi tre aspetti, ovvero l’operato della Fujii e di Bigg e quindi il voucher per scaricarsi in mp3 il contenuto audio del vinile, valgono anche per il doppio “Gone To Earth”. Discorso leggermente diverso per “Secrets Of The Beehive”, il quale disporrà di un “new artwork based on Nigel Grierson’s original photographs, redesigned by Chris Bigg, housed in a gatefold sleeve with a printed inner bag”, oltre all’immancabile download card.

Non sappiamo ancora molto, infine, su che tipo di ristampa di “Rain Tree Crow” potremo avere fra le mani alla fine di marzo; sappiamo tuttavia che l’album “Dead Bees On A Cake” (1999), ristampato nell’ottobre 2018 e già sold out, tornerà nei negozi il 30 novembre, sempre in doppio vinile e sempre con la seguente scaletta “expanded” della quale abbiamo parlato anche QUI: Side A (1 I Surrender, 2 The Scent of Magnolia, 3 Dobro #1, 4 Midnight Sun), Side B (1 Cover Me With Flowers, 2 Krishna Blue, 3 Albuquerque (Dobro #6)), Side C (1 Thalheim, 2 Alphabet Angel, 3 God Man, 4 Café Europa, 5 Aparna and Nimisha (Dobro #5), 6 Pollen Path), Side D (1 The Shining Of Things, 2 Wanderlust, 3 All Of My Mother’s Names, 4 Praise, 5 Darkest Dreaming).

Insomma, per quanto mi riguarda, si tratta di una bella operazione di riscoperta e di rivalorizzazione del catalogo d’un grande artista, uno dei pochi personaggi “pop” a poter vantare davvero un così prestigioso appellativo. Tuttavia, contrariamente a quanto fece la EMI (il cui catalogo storico è ora nella mani della Warner Bros e della Universal) attorno il 2003, ovvero la riproposizione di tutti gli album di David Sylvian con e senza i Japan del periodo 1980-1991 in ciddì dalle edizioni deluxe con tanto di brani aggiuntivi, queste ristampe viniliche 2019 non dovrebbero contemplare brani aggiuntivi. La cosa non è però piaciuta, a giudicare dai commenti facebookiani, a diversi fan di David Sylvian, così come non tutti hanno gradito la scelta del nuovo artwork che interesserà ogni album del nostro. In un post del 14 dicembre 2018, lo stesso David Sylvian è voluto tornare su un punto evidentemente criticato dai “fans” ma che altrettanto evidentemente è invece a lui molto caro: “As the original art for my albums had been lost/destroyed on its journey from one label’s stewardship to another, I decided against scanning pristine copies of the original vinyl covers (as Universal did with the recent Japan reissues) and instead create a series that works as a ‘collection’ incorporating new photographic prints and design elements. With no budget, but access to Yuka’s archives and Chris’ design contributions, we feel we’ve created something beautifully expansive as will be evident once the set is seen in its entirety. I was fortunate enough to have retained some of Nigel Grierson’s work for ‘Beehive’ and Shinya Fujiwara provided me with whatever was missing from my personal archive for Rain Tree Crow. Gone To Earth was always going to be the cover that’d prove most contentious to meddle with but I was never personally in awe of the original plus I wanted to keep the series in a uniform monochrome. Nevertheless, if the original artwork had been available for the entire catalogue, I’d have sat this one out. To be haunted by one’s past isn’t as edifying as it might appear (?) As it was, we (mr Bigg, Yuka, myself) attempted to create a series echoing /in-keeping with the recent ‘Dead Bees’ release. We went the extra mile to give something we felt was worthy of our collective effort. It goes without saying, if you own original copies of the albums and you don’t like the approach we’ve taken, you’ve nothing to get bent out of shape about. Feels odd to remind people that purchases aren’t mandatory. As the creator of this body of work I have a personal take on what feels right to me regarding its representation. Although I’m not personally nostalgic, I do generally respect the the bond people make between image and audio (this must surely be the goal of art & design in this context). I’ve attempted to offer something that feels both contemporary whilst being true to the period in question. There’ll be no further involvement on my part in future reissues.”

E ancora: “Should Universal choose to release any of Samadhisound’s catalogue on vinyl, and I’ve requested they do, we have the artwork in place as was. (I believe requests for CD reissues will fall on deaf ears as it’s a dying medium. It would perhaps be of greater interest if hi res files were made available of the entire catalogue. Decisions of this nature fall outside my purview). We poured time and energy into creating something that’s a limited run for a minority audience. I do hope some of you get to enjoy it.”

E questo è quanto. Per ora.

-Matteo Aceto

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The Beatles, nuovo cofanetto deluxe per i 50 anni del White Album

The Beatles, white album 50, deluxe edition, immagine pubblicaLa notizia girava tra noi fan già da tempo e finalmente, nella giornata di ieri, è arrivata la conferma ufficiale: il 9 novembre, in occasione dei cinquant’anni del “White Album” (1968) dei Beatles, la Apple/Universal distribuirà una nuova serie di riedizioni celebrative. Insomma, così come l’anno scorso, con la pubblicazione d’un bel cofanetto dedicato a “Sgt. Pepper“, anche per questo successivo cinquantenario si è voluto procedere allo stesso modo: un nuovo mix stereo, ancora una volta curato da Giles Martin (il figlio di George Martin, storico produttore dei Beatles), il debutto del mix 5.1 surround e soprattutto – almeno per quanto mi riguarda – la pubblicazione di succosi inediti, tra cui un’embrionale versione di Let It Be della quale si favoleggiava da anni ma che nessuno – fra noi comuni mortali, intendo – aveva mai sentito, e i cosiddetti “Esher Demos” dei quali parleremo tra poco.

Facciamo prima un po’ d’ordine: album doppio da trenta brani, originariamente pubblicato il 22 novembre 1968, “The Beatles” – meglio noto come “White Album” per la sua copertina immacolata – sarà nuovamente disponibile in formato doppio vinile (in pratica lo stesso materiale e formato del ’68 ma riproposto col nuovo mix stereo curato da Martin Jr), in formato triplo ciddì (i due ciddì col disco originale – ma sempre nel nuovo mix – più un terzo ciddì contenente i soli “Esher Demos”), un cofanetto da quattro vinili (che in pratica replica il materiale del nuovo triplo ciddì) e quindi un bel cofanetto da ben sette dischi (sei ciddì audio più l’ormai inevitabile blu-ray di turno) a forma di libro. E un libro c’è davvero, in effetti, con oltre cento pagine tra informazioni, commenti e fotografie d’epoca.

Questo è il contenuto audio del cofanetto, chiamato “Super Deluxe Edition”, disco per disco (le voci con asterisco si riferiscono ai brani già precedentemente pubblicati sull'”Anthology 3″ del 1996)…

CD1: Back In The USSR, Dear Prudence, Glass Onion, Ob-La-Di Ob-La-Da, Wild Honey Pie, The Continuing Story Of Bungalow Bill, While My Guitar Gently Weeps, Happiness Is a Warm Gun, Martha My Dear, I’m So Tired, Blackbird, Piggies, Rocky Raccoon, Don’t Pass Me By, Why Don’t We Do It In The Road?, I Will, Julia.

CD2: Birthday, Yer Blues, Mother Nature’s Son, Everybody’s Got Something To Hide Except Me And My Monkey, Sexy Sadie, Helter Skelter, Long Long Long, Revolution 1, Honey Pie, Savoy Truffle, Cry Baby Cry, Revolution 9, Good Night.

CD3 (Esher Demos): Back In The USSR, Dear Prudence, Glass Onion*, Ob-La-Di Ob-La-Da, The Continuing Story Of Bungalow Bill, While My Guitar Gently Weeps, Happiness Is a Warm Gun*, I’m So Tired, Blackbird, Piggies*, Rocky Raccoon, Julia, Yer Blues, Mother Nature’s Son, Everybody’s Got Something To Hide, Sexy Sadie, Revolution, Honey Pie*, Cry Baby Cry, Sour Milk Sea, Junk*, Child Of Nature, Circles, Mean Mr. Mustard*, Polythene Pam*, Not Guilty, What’s The New Mary Jane.

CD4 (Sessions): Revolution I (Take 18), A Beginning (Take 4) / Don’t Pass Me By (Take 7), Blackbird (Take 28), Everybody’s Got Something To Hide (Unnumbered Rehearsal), Good Night (Unnumbered Rehearsal), Good Night (Take 10 with a guitar part from Take 5), Good Night (Take 22), Ob-La-Di Ob-La-Da (Take 3), Revolution (Unnumbered Rehearsal), Revolution (Take 14, Instrumental Backing Track), Cry Baby Cry (Unnumbered Rehearsal), Helter Skelter (First Version, Take 2)*.

CD5 (Sessions): Sexy Sadie (Take 3), While My Guitar Gently Weeps (Acoustic Version, Take 2), Hey Jude (Take 1), St. Louis Blues (Studio Jam), Not Guilty (Take 102), Mother Nature’s Son (Take 15), Yer Blues (Take 5 with guide vocal), What’s the New Mary Jane (Take 1), Rocky Raccoon (Take 8), Back In The USSR (Take 5, Instrumental Backing Track), Dear Prudence (Vocal, Guitar & Drums), Let It Be (Unnumbered Rehearsal), While My Guitar Gently Weeps (Third Version, Take 27), (You’re so Square) Baby, I Don’t Care (Studio Jam), Helter Skelter (Second Version, Take 17), Glass Onion (Take 10).

CD6 (Sessions): I Will (Take 13), Blue Moon (Studio Jam), I Will (Take 29), Step Inside Love (Studio Jam)*, Los Paranoias (Studio Jam)*, Can You Take Me Back? (Take 1), Birthday (Take 2, Instrumental Backing Track), Piggies (Take 12, IBT), Happiness Is A Warm Gun (Take 19), Honey Pie (IBT), Savoy Truffle (IBT), Martha My Dear (senza fiati e orchestra), Long Long Long (Take 44), I’m So Tired (Take 7), I’m So Tired (Take 14), The Continuing Story Of Bungalow Bill (Take 2), Why Don’t We Do It In The Road? (Take 5), Julia (Two rehearsals), The Inner Light (Take 6, IBT), Lady Madonna (Take 2, piano e batteria), Lady Madonna (Backing vocals della Take 3), Across The Universe (Take 6).

Blu-ray (solo audio), il “White Album” nei seguenti formati: PCM Stereo (2018 Stereo Mix), DTS-HD Master Audio 5.1 (2018), Dolby True HD 5.1 (2018), Mono (2018 Direct Transfer of “The White Album” Original Mono Mix).

Per quanto riguarda gli “Esher Demos”, la storia è più o meno questa: di ritorno da un controverso viaggio in India per “studiare” meditazione trascendentale, i Beatles presero a lavorare a quello che sarebbe diventato il “White Album” nel maggio 1968. E così, tornati in Inghilterra, i nostri si ritrovarono nella dimora di George Harrison per incidere i demo delle loro composizioni più recenti: ognuno propose diverse canzoni, addirittura undici per il solo John Lennon, anche se non tutte furono incluse nell’album (alcune, come ad esempio Junk e Jealous Guy, che allora si chiamava Child Of Nature, finirono nei successivi dischi solisti, mentre Sour Milk Sea venne affidata a Jackie Lomax). Perlopiù acustici e dal suono deliziosamente rilassato, alcuni di questi demo sono stati pubblicati su “Anthology 3” (1996) con un’eccellente resa sonora. Credo che la qualità audio non sarà da meno in queste nuove riedizioni.

Non c’è proprio tutto, bisogna però pur dire: mancano le versioni originali di Hey Jude e Revolution “riviste” anch’esse da Giles Martin che, anche se non facenti parti dell’originale album bianco perché già edite su singolo, erano state comunque registrate in quelle stesse sedute. Manca la leggendaria Helter Skelter di ben 27 minuti, manca l’alternativa Sexy Sadie chiamata Maharishi (dove John si fa beffe del guru che i Beatles seguirono in India in quel ’68), mancano due ballate acustiche ad opera di Paul McCartney chiamate Etcetera e The Way You Look Tonight. Per adesso, comunque, ci possiamo accontentare. Non ricordavo proprio, ad essere sinceri, che i Beatles avessero mai messo su nastro una cover di Baby I Don’t Care, e mi farà piacere scoprirla qui, così come quella Circles della quale non si sapeva finora poi molto. E inoltre, in conclusione, possiamo dare per certa una medesima operazione per quanto riguarda l’album “Abbey Road“. Appuntamento per l’autunno 2019.

-Matteo Aceto

John Lennon, presto un cofanetto deluxe per celebrare l’album “Imagine”

Se ne parlava già da qualche settimana, anche se l’ufficialità è giunta solo ieri: il prossimo 4 ottobre la Universal distribuirà sul mercato discografico tutta una serie di nuove edizioni di “Imagine“, l’album più celebre del John Lennon solista, originariamente pubblicato nel 1971. Sarà infatti disponibile in ciddì, in doppio ciddì, in doppio vinile, in doppio vinile trasparente (in edizione limitata) e soprattutto sotto forma di corposo cofanetto da ben sei dischi (4 ciddì + 2 blu-ray). Senza poi contare la pubblicazione ad hoc di due libri (l’uno è l’edizione deluxe dell’altro) e un nuovo film-documentario, disponibile sia in dvd che blu-ray.

john lennon imagine ultimate deluxe box 6 discDa autentico fanatico dei Beatles & relativi, l’edizione che mi fa venire l’acquolina alla bocca è ovviamente il cofanettone da sei dischi (foto accanto), che promette dunque “133 brani in Alta Definizione, Studio Quality 96kHz/24bit audio in 5.1 Surround Sound, 4.0 Quadrasonic, Stereo & Mono” distribuiti sui due blu-ray e “61 brani con risoluzione 44.1kHz/16bit sia in Stereo che in mono” distribuiti sui quattro ciddì. Oltre a un bel librettone da 120 pagine. Insomma, tanta roba, come si dice al giorno d’oggi. Anche perché, ricordiamolo, l’album originale del 1971 include “soltanto” dieci brani.

Scendendo più in dettaglio, questa che è stata intitolata “Imagine – The Ultimate Collection” offre un’esperienza sonora davvero unica, ovvero la possibilità di ascoltare con maniacale minuzia di particolari ogni aspetto dell’album più famoso di Lennon: dai demo iniziali alle versioni definitive delle canzoni, passando per le varie fasi di registrazione (anche attraverso passaggi dal vivo in studio, com’era tipico dell’etica beatlesiana, del resto), le tracce vocali e/o strumentali isolate (ad esempio i soli archi di Imagine o la sola voce di John su Love) e le versioni alternative dei brani, compresi quei singoli usciti sempre nel ’71 ma non inclusi nell’album, come Power To The People e la celeberrima Happy Xmas (War Is Over). Sarà anche possibile ascoltare “Imagine” in sistema surround 5.1, credo una novità assoluta, mentre è stato ripescato e opportunamente remasterizzato l’originale mix quadrifonico dell’epoca, uscito solo in quel 1971 e mai riproposto successivamente.

C’è da ammettere, tuttavia, che – tra i due blu-ray e i sei ciddì – molto del materiale presente in questo cofanettone viene inesorabilmente duplicato, senza poi contare quelle versioni alternative presenti anche nella “Lennon Anthology” del 1998 e quindi note ai fan da almeno vent’anni. Ad ogni modo, pare proprio che la maggior parte del materiale “inedito” del cofanetto sia davvero inedito alle nostre orecchie, perché comprensivo delle istruzioni date in studio ai musicisti e di passaggi più lunghi che magari erano stati precedentemente editati. Insomma, con questo cofanetto – e con il prezzo che si paga per portarsene una copia a casa, credo un centinaio buono di euro – si dovrebbe ascoltare (e con una definizione letteralmente inaudita prima) davvero tutto quello che c’è da ascoltare tra i nastri incisi da John Lennon e i suoi collaboratori in quell’ormai remoto 1971.

Collaboratori tra cui spicca ovviamente Yoko Ono, che ha autorizzato e permesso il tutto (senza di lei, è chiaro, non si sarebbe andati da nessuna parte). Sarà anche la prima volta in cui la canzone Imagine comparirà accreditata anche a lei; com’è noto, all’inizio dell’anno, la Ono ha ufficialmente ottenuto il riconoscimento di coautrice dello storico brano, cosa che del resto parlava lo stesso John in tempi non sospetti. Il motivo è la prosecuzione nel corso degli anni dei diritti di copyright quando l’ultimo degli autori di una canzone (la Ono, in questo caso, essendo Lennon prematuramente scomparso nel 1980) viene a mancare da questo mondo. Insomma, gli eredi Lennon-Ono potranno beneficiare dei proventi di Imagine per molti altri decenni in futuro.

-Matteo Aceto

Notiziole musicali #5

Walter Becker, Donald Fagen, Steely DanE’ settembre, finalmente, mese di ripartenza, ed è tempo di far ripartire anche questo modesto blog. Purtroppo si riparte con una brutta notizia: il chitarrista-autore-produttore Walter Becker (a sinistra nella foto), cofondatore degli Steely Dan assieme Donald Fagen (a destra nella foto), è morto ieri in circostanze non ancora rese note. Un tumore, probabilmente. Personalmente mi dispiace molto, giacché gli Steely Dan sono uno dei miei gruppi preferiti: ho tutti i loro dischi, quelli di Fagen da solista e, ovviamente, anche quelli di Becker da solista, cioè “11 Tracks Of Whack” (1994) e “Circus Money” (2008). Da qualche anno a questa parte sono clamorosamente scomparsi alcuni dei più famosi & celebrati divi musicali – qui metto soltanto David Bowie, Prince e George Michael, tanto per citarne alcuni tra i più recenti, ma la lista è tristemente lunga – per cui la morte di un personaggio peraltro schivo come Walter Becker mi addolora ma non mi sconvolge più di tanto. E’ anche una questione anagrafica, insomma. Non saranno certamente vecchie, le mie pop-rockstar preferite, ma non sono neppure nate ieri.

Queen News Of The World 40th Anniversary EditionE’ notizia di oggi, invece, che l’album “News Of The World” (1977) dei Queen verrà ristampato il prossimo novembre dalla Universal in un lussuoso cofanetto commemorativo in occasione del suo quarantennale. Ebbene sì, canzoni come We Will Rock You e We Are The Champions sono state pubblicate la bellezza di quaranta anni fa… sembra ieri, vero? “News Of The World – 40th Anniversary Edition” sarà un box multiformato contenente l’edizione in vinile dell’album originale, un divuddì con documentario e filmati d’archivio, tre ciddì (uno con l’album originale e due contenenti inedite versioni alternative e/o demo delle undici canzoni originariamente incluse nell’album del ’77, più alcuni brani che ne vennero scartati e una selezione degli stessi pezzi registrati dal vivo tra il 1977 e il 1982). Non mancheranno, infine, un bel libretto di sessanta pagine dalle dimensioni d’un vinile e un paio di poster del quale, probabilmente, chiunque di noi potrebbe anche fare a meno.

Il materiale presente in “News Of The World – 40th Anniversary Edition” è, in effetti, abbastanza ridondante, considerando che i master del vinile e del ciddì sono gli stessi della più recente riedizione dell’album (2011) e i pezzi dal vivo avevano già visto la luce in precedenti uscite discografiche dei Queen (come ad esempio le BBC sessions). I due ciddì contenenti i provini, gli strumentali e le versioni alternative dovrebbero però giustificare l’acquisto (secondo me siamo sui cento euro), almeno per noi fan accaniti del gruppo inglese. Senza contare il bel formato che anche solo a vederlo così, in questa prima immagine che è stata resa pubblica dal sito ufficiale, fa la sua porca figura.

Neil Young HitchhikerUscirà invece già questo venerdì “Hitchhiker“, un album inedito di Neil Young registrato nel lontano 1976. Si tratta di una raccolta di dieci brani perlopiù per sola voce & chitarra messi su nastro dal nostro in presa diretta. Soltanto due canzoni sono effettivamente inedite, Give Me Strenght e Hawaii, mentre le altre, in un modo o nell’altro, erano già comparse in altri album di Neil Young successivi, come ad esempio la splendida Pocahontas, che debuttò in “Rust Never Sleeps” del 1979. Per quanto io conosca Neil Young da una vita, soltanto di recente ho imparato ad apprezzarlo davvero: se tanti anni fa comprai su musicassetta (anzi, era un doppia musicassetta!) la raccolta “Decade”, negli ultimi mesi sono andato a comprarmi il celeberrimo “Harvest” (finalmente!) e “On The Beach”, che mi è piaciuto anche di più e del quale mi piacerebbe parlare prossimamente in un post dedicato.

-Matteo Aceto

Queen, “Queen II”, 1974

queen-queen-ii-immagine-pubblicaTornando ad occuparmi di Freddie Mercury e curiosando a tal proposito nei miei archivi segreti, scopro d’aver dedicato all’album “Queen II” (1974) ben due post nelle precedenti edizioni di questo modesto blog: l’uno datato 24 maggio 2007 e l’altro 26 febbraio 2008, mentre nel 2011 ho pubblicato un’unica revisione completa in seguito alla ristampa con bonus track edita quell’anno dalla Universal. Siccome quanto scritto allora non mi soddisfa più, proverò con questo post a rielaborare e ricontestualizzare quanto scritto a proposito di quello che resta uno dei miei album preferiti dei Queen. Seguito dell’album “Queen” (1973), questo lavoro successivo si rivela già straordinariamente maturo, ricco d’inventiva e di grandi canzoni, con i Queen già ad introdurre quello stile epico e teatrale che perfezioneranno con gli anni a venire, fino a trarne un sound inconfondibile, potente e melodico a un tempo.

Le due facciate del vinile originale di “Queen II” non erano chiamate lato A e lato B come da tradizione, bensì White Side (composto da Brian May, più una canzone di Roger Taylor) e Black Side (composto interamente da Freddie Mercury), per un totale di undici straordinari brani. Si parte dallo strumentale Procession, suonato dal solo May con una sovrapposizione progressiva di chitarra che sembra ricordare il grave suono di un’orchestra sinfonica. Basterebbe questo breve pezzo (dura poco più d’un minuto) per testimoniare tutta la grandezza e la fantasia che ha sempre caratterizzato quell’illustre chitarrista che è Brian May, all’epoca ventisettenne.

Father To Son è invece il brano più lungo dell’album: forte di oltre sei minuti, la canzone è un’eccellente fusione fra hard rock e progressive; molto bello l’intermezzo strumentale, decisamente heavy, mentre Freddie sfoggia al meglio la sua grande voce. La prolungata e corale dissolvenza di Father To Son ci conduce al pezzo successivo, la stupenda White Queen (As It Began): canzone assai malinconica ma potente in egual misura, rappresenta uno dei momenti più emozionati del disco e, detto fra noi, una delle canzoni dei Queen che preferisco.

Con Some Day One Day troviamo May alla voce solista, in una canzone che inevitabilmente fa grande uso del suo strumento: ad una vivace chitarra ritmica acustica, si sovrappone infatti una (ma in alcuni punti sono due) pigra chitarra solista elettrica; il tutto costituisce un momento più rilassato e cogitabondo in quello che altrimenti è un disco potente e brioso.

Anche la successiva The Loser In The End è cantata dal proprio autore, Roger Taylor: meno gradevole delle altre, questa canzone è comunque una delle opere meglio riuscite – o meno irritanti, dipende da che parte si vuole stare – del Taylor anni Settanta (negli Ottanta avrà modo di maturare parecchio come autore, arrivando alle celeberrime Radio Ga Ga e A Kind Of Magic).

queen-queen-ii-copertina-interna-immagine-pubblicaI nastri che scorrono impetuosamente al contrario ci introducono al Black Side di “Queen II”, con la grandiosa Ogre Battle, un tipico brano mercuryano: hard rock epico e tirato, con l’ennesima maestosa prestazione vocale da parte di Freddie. Segue The Fairy Feller’s Master-Stroke, il brano più teatrale dell’album, a riprova della grande versatilità della band: è un fantasioso brano ispirato ad un quadro altrettanto immaginifico, dipinto da Richard Dadd e a quel tempo esposto alla Tate Gallery di Londra.

La deliziosa Nevermore, una ballata guidata dal piano e dal dolce timbro vocale che Mercury vi utilizza, è un brano forse troppo breve per essere apprezzato appieno. Fa meglio la successiva The March Of The Black Queen, che resta la canzone che preferisco di “Queen II”: sorta di prova generale per quella più fortunata e celebre Bohemian Rhapsody che verrà, Black Queen non ha comunque nulla da inviarle, grazie ai suoi cambi di tempo e di atmosfera, alla solita fantastica parte vocale di Freddie e alle grandiose parti di chitarra di Brian; il tutto sostenuto abilmente dal basso di John Deacon e dalla batteria di Taylor (quest’ultimo canta anche un verso solista nella superba parte veloce del brano).

E’ quindi la volta di Funny How Love Is, una scintillante canzone pop che ricorda parecchio le sonorità più riverberate e gioiose dei Beach Boys, anche se prima passa per un’introduzione decisamente rock e tipicamente Queen. Mi sembra interessante notare la somiglianza tra Funny How Love Is e I Can Hear Music, prodotte entrambe da Robin Cable: la prima canzone sembra infatti un’originale rivisitazione della seconda, che – uscita nel 1972 sotto lo pseudonimo di Larry Lurex – è effettivamente la cover d’un brano dei Beach Boys.

La conclusiva Seven Seas Of Rhye è il singolo di maggior successo estratto dall’album (10° nella classifica inglese dell’epoca): un’epica cavalcata pop-rock a metà strada tra i Beatles e i Led Zeppelin che nel 1986, durante il loro ultimo tour, i Queen ancora proponevano. Per la cronaca, un primo abbozzo di Seven Seas Of Rhye, del tutto strumentale, appare già su “Queen”, il primo album dei nostri, mentre nell’ultimo album realizzato “con” Freddie Mercury, ovvero “Made In Heaven“, la base strumentale di Seven Seas Of Rhye compare nel mix della versione rock di It’s A Beautiful Day. A quanto pare, insomma, un pezzo decisamente centrale nella mitologia queeniana.

Nella discografia dei Queen ci sono album ben più celebrati di questo – “A Night At The Opera” (1975), “News Of The World” (1977), “A Kind Of Magic” (1986) e “Innuendo” (1991) – ma a mio avviso “Queen II” rappresenta la band di Freddie Mercury in uno dei suoi migliori momenti creativi ed espressivi.

-Matteo Aceto

Tears For Fears, “The Seeds Of Love”, 1989

tears-for-fears-the-seeds-of-love-immagine-pubblica-blogA lungo mi proposi di dedicare un post a “The Seeds Of Love” dei Tears For Fears, e più volte iniziai una bozza che puntualmente cancellavo dopo poche righe. Infine, il 2 febbraio 2010, sulla prima versione di Immagine Pubblica fece capolino il fatidico post che qui vado a riproporre, con le dovute aggiunte e revisioni del caso.

Allora come adesso, ritengo “The Seeds Of Love” il miglior album dei Tears For Fears, forte di tre famose canzoni come Sowing The Seeds Of Love, Woman In Chains e Advice For The Young At Heart che ancora oggi vengono programmate con una certa frequenza dalle radio italiane. E che ancora oggi continuano a emozionarmi.

Terzo album per il gruppo inglese, “The Seeds Of Love” potrebbe tuttavia essere considerato il primo da solista per Roland Orzabal, dato che il suo partner storico, il bassista/cantante Curt Smith, partecipa solo in alcune delle otto composizioni che formano il disco. Lo stesso Smith, nelle note di copertina, accenna a ‘un periodo di crisi’: crisi che prima lo condurrà al divorzio dalla moglie e poi, nel 1991, al divorzio (artistico) da Orzabal. “The Seeds Of Love” è quindi un album scritto, cantato e suonato da Roland col supporto prezioso di ospiti più o meno illustri, fra cui Phil Collins, Robbie McIntosh, Neil Taylor, Pino Palladino, Jon Hassell, Luis Jardim, Manu Katché e una giovane scoperta degli stessi Tears For Fears, ovvero la cantante/pianista Oleta Adams. La parte da leone la fa comunque la bravissima tastierista Nicky Holland, vera partner artistica di Orzabal per questo progetto, la quale firma con lui ben cinque delle otto canzoni qui presenti.

L’album parte subito in grande stile, con quell’autentico classico degli anni Ottanta chiamato Woman In Chains, una stupenda ballata dove si fa grande spolvero di chitarre arpeggiate e dove Roland duetta magnificamente con Oleta. Pubblicata anche come singolo, Woman In Chains è una canzone delicata & possente a un tempo, sulla condizione della donna nel mondo, la quale resta tristemente un tema di grande attualità. Badman’s Song, chiaramente nata da una jam session in studio, è il brano più lungo del disco: otto minuti & mezzo lungo i quali Roland e Oleta duettano ancora una volta fra cambi di tempo a cavallo fra rock, blues e raffinato pop d’autore.

Altro celebre classico con Sowing The Seeds Of Love, edito come singolo apripista: gioiosa & squisita collaborazione Orzabal-Smith (quindi un brano puramente tearsforfearsiano) per una rivisitazione della I Am The Walrus dei Beatles incentrata sulla situazione sociopolitica dell’Inghilterra di quegli anni. Segue una delle mie canzoni preferite in assoluto, Advice For The Young At Heart: stavolta alla voce troviamo proprio Curt, in quello che sarà il suo ultimo contributo vocale a un brano dei Tears For Fears prima del misconosciuto “Everybody Loves A Happy Ending” del 2004. Con quell’arrangiamento tanto elegante quanto coinvolgente e col suo invito ad aprire i nostri cuori all’amore prima che il tempo ci ricordi che ormai è troppo tardi, Advice For The Young At Heart è una canzone a me molto cara, che mi ricorda inoltre quei giorni in cui mi recavo a piedi alla scuola media, mentre la ascoltavo col walkman.

Standing On The Corner Of The Third World presenta un sound che si discosta parecchio dalla produzione tipica del gruppo: come immersa in una dimensione onirica, è una suadente ballata dai toni africaneggianti che poi termina con accenni progressive. Swords And Knives è invece un pop-rock anch’esso caratterizzato da alcuni cambi di tempo, fra i quali s’annidano parti strumentali dai suoni più disparati. Con Year Of The Knife torniamo in territori pop-rock più abituali e lo facciamo fin da subito, grazie a quella travolgente chitarra elettrica che introduce la canzone; al resto ci pensano una batteria pestante, i cori femminili e una versatilissima parte vocale ad opera di Roland. La conclusiva Famous Last Words – edita anch’essa su singolo benché non sia propriamente un pezzo radiofonico – inizia in modo alquanto minimale, con la voce di Orzabal ridotta a poco più d’un sussurro e adagiata su un tappeto d’effetti tastieristici e orchestrali; segue un rockeggiante interludio dove Roland ritrova tutta la potenza della sua voce, prima di tornare all’atmosfera iniziale del brano che va quindi a chiudere il disco.

Prodotto dagli stessi Tears For Fears con Dave Bascombe, nel 1989 “The Seeds Of Love” volò al primo posto della classifica inglese, così come fecero i precedenti “The Hurting” (1983) e “Songs From The Big Chair” (1985), confermando il duo Orzabal-Smith come uno dei gruppi di maggior successo di quel decennio. Un successo vissuto in modo contraddittorio dai nostri, che a Smith in particolare pesava sempre più e che lo portò presto a dire addio alle luci della ribalta. E anche alla stessa Inghilterra.

E se, a partire dal 2013, prima “The Hurting” e poi “Songs From The Big Chair” sono stati riproposti dalla Universal in sontuose edizioni cofanettate, stessa sorte non è toccata al mio amato “The Seeds Of Love”. Nell’attesa (e io continuo a sperarci) vale quindi la pena di segnalare ancora una volta la riedizione in ciddì del 1999, arricchita dai quattro lati B dei singoli estratti dall’album: il placido strumentale Music For Tables, la latineggiante Always In The Past, l’eccentrica Johnny Panic And The Bible Of Dreams e la percussiva Tears Roll Down, che poi verrà successivamente rielaborata dal solo Orzabal come primo tassello della storia dei Tears For Fears senza Smith, Laid So Low.

– Matteo Aceto

Tutti gli album di George Harrison in vinile

george-harrison-tutti-gli-album-in-vinileLa notizia è di qualche giorno fa: il prossimo 25 febbraio, data di nascita del compianto George Harrison, la Universal distribuirà un lussuoso cofanetto contenente tutti gli album da solista – e in formato vinile – del chitarrista dei Beatles. Come ormai è d’obbligo in questi casi di riedizioni deluxe, ogni elleppì sarà stampato in vinile da 180 grammi e riproposto con la stessa veste grafica dell’originale dell’epoca. Oltre a tutti gli album che George Harrison ha fatto pubblicare a suo nome tra il 1968 e il 2002, il box – chiamato semplicemente “The Vinyl Collection” – conterrà anche due picture disc di 12 pollici riproducenti, rispettivamente, i singoli Got My Mind Set On You e When We Fas Fab. Nonostante due cofanetti usciti in anni recenti (“The Dark Horse Years” e “The Apple Years”, entrambi su ciddì), questa è la prima volta che tutta la produzione dell’Harrison solista viene contemplata in un’unica opera omnia. Cerchiamo ora di fare un punto della situazione, album dopo album, dei titoli presenti in “The Vinyl Collection”, con qualche piccola nota storico-critica.

“Wonderwall Music” (1968): il disco indiano di George, strumentale, colonna sonora dell’omonimo film. Inciso prevalentemente agli studi EMI di Bombay da musicisti locali, figura Harrison per lo più come produttore e supervisore generale. Ascoltato tanti anni fa, non lo trovai particolarmente memorabile; mi sembrò la versione estesa, per così dire, di brani dei Beatles come The Inner Light, Love You To e Within You Without You.

“Electronic Sound” (1969): edito dalla Zapple, l’etichetta “sperimentale” della stessa Apple di proprietà dei Beatles, è un lavoro completamente strumentale eseguito dal solo George al sintetizzatore. L’avrò ascoltato una volta, diversi anni fa, senza particolare entusiasmo; il mio sospetto è che di un album come “Electronic Sound” si continui a parlare perché presente nell’orbita Beatles, più che per i meriti intrinseci del disco.

All Things Must Pass” (1970): il vero capolavoro di George Harrison, è l’album più bello d’un Beatle in veste solista. E’ anche uno dei pochi album solistici che possono essere posti sullo stesso livello dei capolavori beatlesiani del periodo 1966-1969. Qui viene riproposto nella sua gloriosa edizione tripla con tanto di confezione scatolata. La scaletta dei brani è fedele all’originale, mentre nelle riedizioni a partire dal 2001 è sempre stata alterata dalla presenza di brani aggiuntivi.

Living In The Material World” (1973): sulla scia dei grandi successi di “All Things Must Pass” e “The Concert For Bangla Desh” (peraltro escluso da questo cofanetto del 2017), confermò tutto il talento di George con un album tanto personale quanto caldo & sentimentale. Da annoverare anch’esso tra le migliori realizzazioni beatlesiane da solista.

“Dark Horse” (1974): un disco interlocutorio, inciso quasi “per forza”, nonostante l’evidentissimo calo della voce del nostro in seguito alla tournée che aveva intrapreso parallelamente all’incisione dell’album. Un mezzo passo falso.

“Extra Texture” (1975): un lavoro più pop e gioioso del precedente, anche se non più assimilabile qualitativamente agli album del periodo 1970-73. E’ tuttavia un disco che manca fisicamente dalla mia collezione di dischi, come il precedente “Dark Horse”.

“Thirty Three & 1/3” (1976): originariamente distribuito dall’etichetta di proprietà dello stesso Harrison (la Dark Horse, per l’appunto) quando il chitarrista aveva effettivamente compiuto trentatrè anni… e quattro mesi! Un disco pregevole, suonato molto bene a discapito dell’ispirazione non sempre costante.

“George Harrison” (1979): pubblicato dopo una pausa di tre anni, questo album può essere annoverato tra i lavori migliori del nostro, forte di canzoni irresistibili come Blow Away, Faster e Your Love Is Forever.

“Somewhere In England” (1981): un lavoro mediocre, bisogna ammetterlo, ricordato per All Those Years Ago (singolo edito come risposta all’omicidio di John Lennon del dicembre ’80) e davvero poco altro.

“Gone Troppo” (1982): il punto più basso della carriera discografica di George Harrison, tanto da indurlo ad abbandonare la musica per anni, per dedicarsi prevalentemente alla sua seconda attività di impresario cinematografico.

Cloud Nine” (1987): l’album del grande ritorno e uno dei punti più alti tanto nella discografia del nostro quanto in quella dei Beatles in veste solista. Mi piacerebbe parlarne in un post ad hoc, così come di “All Things Must Pass”, la cui bozza giace da anni tra i miei appunti.

“Live In Japan” (1992): vinile doppio, contenente una registrazione dal vivo con la band di Eric Clapton del ’91. Per il nostro è una sorta di Greatest Hits Live, contenente anche diversi brani dei Beatles; un album non proprio necessario ma molto piacevole.

“Brainwashed” (2002): nonostante il clamore di “Cloud Nine”, della relativa tournée e del successo riscosso dai suoi due dischi realizzati come componente dei Traveling Wilburys, George Harrison restò inattivo come solista per tutti gli anni Novanta, tornando a proporre musica a suo nome quando era già seriamente malato. Piacevolissima sorpresa, senza dubbio tra i dischi più belli di George, “Brainwashed” uscì nel corso del 2002, quando purtroppo il musicista era già defunto. Mi piacerebbe riparlarne in un apposito post.

Fin qui gli album. Come abbiamo detto prima, “The Vinyl Collection” contiene inoltre due singoli originariamente estratti da “Cloud Nine”, ovvero la cover di Got My Mind Set On You (l’ultimo vero hit da classifica per il nostro) e la beatlesiana When We Was Fab, un brano che rifà malinconicamente il verso a I Am The Walrus e che si avvale della collaborazione dello stesso Ringo Starr (che peraltro partecipa in tanti altri episodi presenti in questo cofanetto). Insomma, siamo alle prese con un corpulento cofanettone da ben diciotto vinili… e da trecentocinquanta euro di prezzo. Uscirà comunque anche “a puntate”, album per album, ma senza i due picture disc bonus. Mi farò due conti prima di decidere se prenderlo in blocco o se andarmi ad acquistare quei singoli titoli che ancora mi mancano. Ovviamente, ma che lo dico a fare, sono molto tentato dalla prima opzione.

-Matteo Aceto

Freddie Mercury, Montserrat Caballé, “Barcelona”, 1988

freddie-mercury-montserrat-caballe-barcelona-1988Vorrei concludere la mia serie di post dedicata al mai-dimenticato & sempre-più-rimpianto Freddie Mercury recuperando e ampliando un post che pubblicai il 24 novembre 2009, a proposito dell’album “Barcelona”. Famoso disco di duetti tra il nostro e la regina spagnola della lirica, Montserrat Caballé, “Barcelona” è un album tanto apprezzato dai fan dei Queen quanto ridicolizzato dai detrattori di Mercury & soci. Essendo io un fan duro & puro dei Queen, non posso che apprezzare un disco del genere, un disco che con gli anni, per giunta, ho finito con l’amare. Ora è chiaro che tutto si riduce a una questione di gusti: potremmo pontificare in eterno su quale sia l’album più bello del mondo, o se un artista valga più dell’altro, rafforzando magari le nostre ragioni coi pareri critici degli esperti musicali di turno. Per quanto mi riguarda, ciò che conta davvero è l’emozione: se un disco ci emoziona, e soprattutto se continua a farlo anche dopo decenni, ebbene quello è un gran disco. Non ci sarebbe altro da aggiungere. La maniera migliore per giudicare se un album (o una canzone, o anche un film o un libro) sia “bello” è se ci fa venire la pelle d’oca, se ci mette i brividi, se ci commuove. Insomma, se ci trasmette un’emozione. Nel mio personalissimo caso, “Barcelona” fa proprio questo, e quelle che seguono sono le mie personalissime impressioni. Chiunque, fra i commenti, può esternare le sue (e un blog serve anche a questo).

Spettacolare, raffinato e tuttora unico nel suo genere, “Barcelona” fonde con originalità l’universo sonoro di Freddie Mercury con gli stilemi della musica lirica, in una resa sonora che in fondo non lascia né sorpresi e né perplessi: la musica di Mercury è stata sempre melodrammatica, teatrale, epica e potente. Approntando un album come “Barcelona”, il nostro non deve aver fatto una gran fatica, o addirittura una violenza a sé stesso. Anzi, si è proprio divertito, si è appassionato e ci ha messo l’anima, come ha scritto in proposito Peter Freestone, assistente personale di Freddie, nel suo ormai noto libro di memorie: “Barcelona era la sua essenza. Siccome era un disco che voleva fare a tutti i costi, aveva deciso che avrebbe dovuto contenere il meglio che Freddie Mercury potesse offrire. Dopo tutto, avrebbe potuto essere il suo memoriale”. Freestone, nel rievocare la gestazione d’un disco tanto originale, non nasconde infatti la possibilità che Freddie già allora sapeva di essersi seriamente ammalato. Non bisogna dimenticare, tuttavia, il fondamentale contributo creativo e strumentale del pianista, tastierista e arrangiatore Mike Moran, coautore di tutte le canzoni di “Barcelona” e produttore, assieme a David Richards e allo stesso Mercury, di questo autentico capolavoro.

Freestone ricorda inoltre il primo incontro Mercury-Caballé, che si svolse al Ritz Hotel di Barcellona nel marzo ’87: “questa collaborazione iniziale con Mike [Moran, già al fianco del nostro per il singolo The Great Pretender / Exercises In Free Love edito a febbraio] produsse una cassetta di tre brani di base. Uno di questi diventò Exercises In Free Love che poi diventò Ensueno nell’album Barcelona. Gli altri due erano il formato di base di The Fallen Priest e Guide Me Home che Mike aveva messo insieme con Freddie usando una voce in falsetto per approssimare la parte di Montserrat”. E infatti possiamo ascoltare alcuni di questi provini fra le numerose rarità presenti in “The Solo Collection”, un monumentale cofanetto di 12 dischi dedicato a Mercury e pubblicato dalla EMI nel 2000. In quelle rivelatorie sedute di registrazione – provini casalinghi con la stessa Caballé e registrazioni di studio vere & proprie nelle quali ascoltiamo la voce del solo Freddie – possiamo così ammirare tutto il talento (e la passione) di Mercury alle prese con uno dei suoi dischi più significativi. Ma è un altro libro di memorie, scritto da Jim Hutton, l’ultimo compagno di vita di Freddie, ad offrirci un’interessante testimonianza di quelle sedute: “Qualche giorno più tardi, quella stessa settimana [della primavera ’87], quando Montsy arriviò in studio di registrazione per lavorare con Freddie, le cose non andarono precisamente come lei si aspettava. Lei pensava che per registrare con Freddie le sarebbe bastato arrivare, cantare qualche canzone seguendo lo spartito e andarsene; ma non aveva idea della singolarità del metodo di lavoro di Freddie. Lui non aveva preparato in anticipo nessuna musica per Montsy, ma invece intendeva chiederle di provare qualcosa di improvvisato e poi cominciare a lavorarci sopra fino a trovare insieme il miglior risultato. […] E così, lei accettò il suo particolare metodo di lavoro. Freddie si dimostrò un maestro esigente. In seguito, Montsy ammise che in quelle sedute di registrazione Freddie era riuscito a ottenere dalla sua voce più di quanto lei stessa riteneva di poter dare”.

Epica ed emozionante ballata pianistica dove la potenza delle due voci viene espressa ai massimi livelli, Barcelona, edita su singolo già nell’ottobre ’87, è di certo la canzone più famosa del disco. Il testo stesso della canzone narra delle emozioni scaturite in Freddie da questa sua agognata collaborazione. Barcelona è senza dubbio uno dei vertici artistici di Mercury, una delle canzoni più rappresentative del suo stile barocco e melodrammatico. La Japonaise è invece un brano più d’atmosfera, con Freddie che canta diverse parti in giapponese, mentre la musica – mescolando elementi della tradizione sacra con sonorità tipicamente orientali – ci accompagna in un viaggio suggestivo e suadente. Pezzo decisamente operistico, il successivo The Fallen Priest non sfigurerebbe affatto in una qualsiasi compilation di lirica: un brano di assoluta potenza e drammaticità che rappresenta uno dei duetti più riusciti della coppia Mercury-Caballé. La lenta e malinconica Ensueno (basata come sappiamo su Exercises In Free Love) è un incredibile duetto in spagnolo dove Freddie si esprime come mai si era espresso prima grazie all’uso del suo timbro naturale, ovvero un caldo baritono. Ensueno è l’unico numero in “Barcelona” dove Mercury e la Caballé hanno cantato fianco a fianco, dato che, per via dei numerosi impegni della soprano, Freddie si vide costretto ad operare da solo in studio e poi a far sovraincidere la voce alla sua partner.

The Golden Boy – pubblicata anche su singolo, in un’orrenda versione editata – figura un’interessante fusione di stili: lirica, pop e gospel, con Mercury sempre protagonista a discapito della Caballé, maggiormente a suo agio nella prima parte e nel finale della canzone, entrambe sezioni di vera musica lirica che testimoniano, inoltre, la grande versatilità della voce di Freddie. Delicata e commovente ballata sulla fragilità della condizione umana, Guide Me Home è una canzone semplicissima eppure molto emozionante, quieta e potente al tempo stesso; il finale è collegato alla successiva How Can I Go On?, il brano dall’arrangiamento più convenzionalmente pop di questo disco, tanto che al basso figura un altro componente dei Queen, John Deacon. Anche in questo caso siamo alle prese con uno dei vertici artistici di Freddie Mercury, con quell’intreccio tra la sua voce e quella della Caballé che, soprattutto nel finale, è davvero da pelle d’oca. La conclusiva Ouverture Piccante non è una canzone vera e propria, bensì un lungo mix fra alcuni degli altri brani presenti sul disco, anche se include una veloce sezione di piano del tutto inedita. Pur non memorabile, Ouverture Piccante resta se non altro un ascolto interessante: ci permette di apprezzare maggiormente l’elaborato uso delle voci sovrapposte da parte dello stesso Freddie, alcune delle quali scorrono al contrario.

“Ci furono un paio di altre idee – scrive ancora Peter Freestone nel suo libro – che a Freddie sarebbe piaciuto provare con Montserrat in quel periodo, una delle quali era l’incisione di La Barcarole tratta da The Tales Of Hoffman di Offenbach, ma a causa della limitata disponibilità di tempo di Montserrat, la cosa fu tralasciata, forse per una data successiva”. L’altra idea era invece Africa By Night, grande inedito mercuryano che non abbiamo ancora avuto il piacere d’ascoltare nella versione originaria, successivamente recuperata per quella All God’s People inserita in “Innuendo” (1991).

Aggiungo, per finire, che nel 2012, in occasione del venticinquennale della collaborazione Mercury-Caballé, la Universal ha distribuito una interessante (anche perché piuttosto economica) edizione deluxe dell’album “Barcelona” comprendente 4 dischi: accanto all’inevitabile divuddì contenente video e interviste, troviamo infatti un compendio delle “Barcelona Sessions” apparso nel 2000 nel ben più dispendioso “The Solo Collection” (il cofanettone monografico dedicato a Mercury che abbiamo già citato sopra) e un completo remix dell’album originale a base di vera orchestra curato da Stuart Morley (in uno dei tre ciddì se ne può ascoltare la sola versione strumentale).

Per quanto possa risultare affascinante, l’ascolto delle parti vocali che Freddie e Montserrat hanno messo su nastro tra l’87 e l’88, sovrapposte a un lavoro orchestrale del tutto nuovo ma che ricalca fedelmente la musica originale, non si traduce – almeno nel mio caso – in un valore aggiunto. E’ stato un esperimento lecito, che prima o poi andava anche fatto, ma che tuttavia non ha aggiunto niente di che al valore complessivo dell’opera, il cui vero spettacolo resta l’intreccio tra le bellissime voci dei due veri protagonisti del disco.

– Matteo Aceto

Queen, “Greatest Hits” in doppio vinile

queen-greatest-hits-doppio-vinile-immagine-pubblicaE’ notizia di oggi che la Universal si appresta a ripubblicare in vinile le due storiche raccolte antologiche dei Queen, ovvero “Greatest Hits” (1981) e “Greatest Hits II” (1991). Tralasciando per il momento quest’ultima, che detto tra noi è il primo disco dei Queen che ho comprato (nell’ormai lontano maggio 1992, in formato compact disc, il mio primo ciddì, fra l’altro… che ricordi!), ci occupiamo qui di “Greatest Hits”, ovvero il titolo discografico più venduto di tutti i tempi nel Regno Unito, ovvero il primo mercato discografico più importante al mondo dopo quello americano.

La grande peculiarità di questa ristampa – che, va detto subito, non aggiunge proprio nulla di nuovo in termini strettamente musicali – è che viene presentata in due bei viniloni da 180 grammi (sì, ok, vabbene, c’è anche l’ormai inevitabile mp3 download voucher del quale tutti sembrate avere un gran bisogno), mentre trentacinque anni fa le diciassette canzoni che compongono il “Greatest Hits” erano state stipate lungo i solchi d’un unico vinile.

Nel dettaglio, sul lato A troviamo quella che forse è proprio la canzone più rappresentativa dei Queen, Bohemian Rhapsody, seguita quindi dalla funky Another One Bites The Dust, dalla beatlesiana Killer Queen e dalla rockeggiante Fat Bottomed Girls. Sul lato B abbiamo quindi la straordinaria Bicycle Race, la pulsante You’re My Best Friend, l’eccitata & eccitante Don’t Stop Me Now e la commovente Save Me. Sul lato C sono quindi presenti il rockabilly di Crazy Little Thing Called Love, il gospel di Somebody To Love, il proto-heavy di Now I’m Here, il pop-cabaret di Good Old-Fashioned Lover Boy. Infine, nel lato D, troviamo la melodica Play The Game, la cinematografica Flash, il powerpop psichedelico di Seven Seas Of Rhye, e quindi quei due veri e propri inni da stadio che ormai conoscono anche le pietre chiamati We Will Rock You e We Are The Champions.

Ora io, conoscendo queste diciassette canzoni a memoria, nota per nota, da molti anni ormai (credo di aver acquistato la mia prima copia del “Greatest Hits” nel 1994, anche allora una ristampa, in ciddì, la prima remaster) non dovrei essere affatto tentato da quest’ennesima ristampa in vinile centottantagrammato che va ad affollarsi alle molte altre ormai disponibili nei più disparati centri commerciali del mondo. Eppure un po’ tentato lo sono. Non dico che andrò ad ordinarmela da Amazon questo venerdì, giorno d’uscita, tuttavia, in un ventoso giorno d’autunno, con la tristezza nel cuore, con la speranza ormai al tramonto e la voglia di vivere in riserva, entrando per puro caso in un negozio di dischi, sfortunatamente proprio nel giorno d’accredito dello stipendio, ebbene sì, io potrei cedere.

-Matteo Aceto

Queen, “Highlander” e una colonna sonora ancora inedita

queen-a-kind-of-magic-highlanderTornando a occuparmi di Freddie Mercury, in una sorta di personale omaggio a 70 anni dalla nascita & a 25 dalla morte, vorrei dedicare questo post alla colonna sonora che i Queen scrissero, produssero ed eseguirono per il film “Highlander”, quell’ormai celebre fantasy del 1986 diretto da Russell Mulcahy e incentrato sulle vicende di Connor MacLeod, l’ultimo immortale interpretato da Christopher Lambert.

Colonna sonora che, dopo trent’anni, continua a restare ufficialmente inedita su disco. Prendendo così spunto da un mio vecchio post sull’album “A Kind Of Magic“, cercherò di attualizzare il discorso, anche alla luce dell’interessante materiale inedito pubblicato cinque anni fa dalla Universal, in occasione della ristampa di tutti gli album dei Queen per la serie “2011 Digital Remaster“.

Russell Mulcahy, regista australiano già distintosi per alcuni videoclip dell’epoca (ne cito uno, l’inquietante Wild Boys dei Duran Duran) e fan dichiarato dei Queen, invitò proprio Mercury & soci ad occuparsi della colonna sonora del suo primo lungometraggio, “Highlander” per l’appunto. E così i Queen, rivitalizzati dal trionfo del Live Aid conquistato sul palco di Wembley nel luglio ’85, tornarono in studio con rinnovato entusiasmo: se la richiesta iniziale di Mulcahy era di sole due nuove canzoni, i Queen ne registrarono molte di più e contribuirono attivamente agli stessi effetti sonori che il film necessitava. Ad esempio, c’è una scena in cui il cavallo dell’attore antagonista, il bravissimo Clancy Brown, nitrisce dalla cima di una collina; beh, quel nitrito altro non è che la chitarra di Brian May… e si sente!

queen-singolo-princes-of-the-universe-colonna-sonora-highlanderLe canzoni che si ascoltano in “Highlander” sono quindi Princes Of The Universe, One Year Of Love, Gimme The Prize, Who Wants To Live Forever, A Dozen Red Roses For My Darling, la cover di New York New York, la celeberrima A Kind Of Magic, e anche Hammer To Fall, ripescata dall’album “The Works“. Molte di esse suonano notevolmente diverse dalle versioni incluse in “A Kind Of Magic”, così come riportato nelle note interne del disco stesso. I Queen decisero infatti di non ripetere quanto fatto sei anni prima con la colonna sonora di “Flash Gordon“: con l’aggiunta di qualche altra nuova canzone, avrebbero quindi realizzato un album vero e proprio. Da qui la pubblicazione, nel giugno ’86, di “A Kind Of Magic”, dodicesimo album da studio dei Queen che, come il precedente “The Works”, volò al 1° posto della classifica inglese. Quattro mesi dopo uscì nelle sale “Highlander”, nel quale i fan dei Queen poterono quindi ascoltare le versioni iniziali di molte delle canzoni che avevano avuto già modo di apprezzare sull’album. Vediamone adesso le differenze.

Quella che su “A Kind Of Magic” è la canzone conclusiva, Princes Of The Universe, nel film ne accompagna invece i titoli di testa. Rock potente, drammatico & epico scritto da Freddie Mercury, Princes resta una delle mie canzoni preferite dei Queen; superbamente disinvolta la parte vocale, eccellente l’arrangiamento fra musica & cori, da antologia l’interludio di chitarra in chiave speed-metal. Il video di Princes Of The Universe, girato dallo stesso Mulcahy così come quello di A Kind Of Magic, figura diverse scene del film e la partecipazione attiva di Christopher Lambert, che duella con quello che a distanza di tanti anni possiamo considerare il vero immortale, Freddie Mercury. Nel film, invece, possiamo ascoltare due parti distinte di Princes Of The Universe: la parte iniziale, in tempo medio-lento, che termina con grande effetto sulla parola “world”, riproposta con l’eco mentre viene introdotta la prima sequenza filmata; e quindi il solo interludio chitarristico, mentre i wrestler fanno finta di darsele di santa ragione. Manca quindi la parte in tempo veloce che possiamo apprezzare su “A Kind Of Magic”: chissà se originariamente quei due frammenti che si ascoltano nel film non fossero due brani distinti?

Scritta da May, Gimme The Prize è la canzone più metallara dei Queen: cantando il punto di vista del Kurgan, il micidiale antagonista del nostro eroe scozzese, Mercury sfodera la voce più urlante e cattiva che abbia mai messo su nastro, in un brano schiacciasassi dal pesante andamento in tempo medio (che peraltro suona simile alla base di Princes Of The Universe). Nel film, tuttavia, se ne ascolta soltanto una manciata di secondi, giusto il tempo di arrivare al primo ritornello.

queen-singolo-one-year-of-love-colonna-sonora-highlanderOne Year Of Love è invece una romantica ballata scritta da John Deacon, il mite bassista del gruppo. A parte l’appassionata prestazione vocale di Freddie, degna di nota come sempre, spicca in questa canzone l’assolo di sax di Steve Gregory (lo stesso musicista che suona il celebre assolo in Careless Whisper di George Michael); assolo che, nella versione cinematografica, suona leggermente diverso rispetto alla versione inclusa su “A Kind Of Magic”.

Sinfonica ballata d’atmosfera – dove la musica dei Queen è accompagnata dall’orchestra diretta dal compianto Michael Kamen (che in effetti è il compositore dello score vero e proprio di “Highlander”) – Who Wants To Live Forever, tema centrale della narrazione, è anch’essa diversa da quanto ascoltiamo nel film e su disco: nel primo viene cantata dal solo Mercury, nel secondo l’introduzione, parte del bridge e la frase conclusiva (che peraltro mancano dalla versione filmica) sono invece cantate dal suo autore, Brian May. Canzone molto toccante, nel film accompagna forse le sue scene più belle, e il tutto – canzone dei Queen, voce inedita di Freddie, orchestra di Kamen, paesaggi scozzesi mozzafiato, struggente storia d’amore destinata a non sopravvivere ad entrambi – giustifica un po’ tutto il film e tutta la colonna sonora.

A Dozen Red Roses For My Darling, uno pseudo techno strumentale composto dal batterista Roger Taylor, è stato pubblicato sul lato B del singolo A Kind Of Magic ma non sull’omonimo album. Su quest’ultimo trova invece spazio Don’t Lose Your Head , naturale evoluzione di A Dozen Red Roses ed interessante per l’utilizzo delle parti vocali: solista e cori per Freddie, distorte per Roger e d’abbellimento per la cantante anglocaraibica Joan Armatrading. Tutto ciò però non compare affatto nel film, dove invece ascoltiamo una versione più elaborata di A Dozen Red Roses (di gruppo, mentre il B side di A Kind Of Magic suona chiaramente come un’esibizione da solista di Taylor): siamo insomma a metà strada tra l’originale A Dozen Red Roses For My Darling e Don’t Lose Your Head e per giunta, sul finale del film, il brano sfocia nella cover di New York New York, brano reso celebre da Liza Minnelli. La versione dei Queen, che sul film si sente per meno d’un minuto e che costituisce così un medley con A Dozen Red Roses, non è presente in nessuna pubblicazione discografica ufficiale dei Queen.

Resta, infine, un’ultima canzone, la più famosa, A Kind Of Magic. Scritta anch’essa da Taylor, la versione che ha il compito di musicare i titoli di coda di “Highlander” è tuttavia la canzone che più differisce al confronto film/disco: è più lenta e, sebbene sia meno rifinita nell’arrangiamento (nelle parti di chitarra, in particolare), è ben più epica del celeberrimo hit single che resta comunque uno dei pezzi più rappresentativi dei Queen. La cosiddetta Highlander Version ha finalmente debuttato (in forma integrale) nella discografia ufficiale del gruppo con l’edizione deluxe di “A Kind Of Magic” della serie “2011 Digital Remaster”.

queen-singolo-who-wants-to-live-forever-colonna-sonora-highlanderRicapitolando, in conclusione, sull’album “A Kind Of Magic” i Queen inclusero nove brani: One Vision (singolo, novembre ’85, tratto dalla colonna sonora di “Aquila d’Acciaio”), A Kind Of Magic (singolo, marzo ’86, versione diversa da quella del film), One Year Of Love (leggermente diversa da quella del film), Pain Is So Close To Pleasure (anche in versione remix pubblicata come singolo in alcuni Paesi), Friends Will Be Friends (singolo, giugno ’86), Who Wants To Live Forever (singolo, settembre ’86, versione diversa da quella del film), Gimme The Prize (sembra identica a quanto si ascolta nel film), Don’t Lose Your Head (basata su A Dozen Red Roses For My Darling, la quale potrebbe esserne considerata il demo iniziale eseguito dal solo Taylor), Princes Of The Universe (singolo, marzo ’86, versione diversa da quella del film).

A trenta anni dall’uscita di quello che resta un film cult, “Highlander”, e dopo una ridondanza di ripubblicazioni e antologie della quale spesso ho fatto fatica a scorgerne un senso (money a parte, of course), resta ancora sorprendente per un fan dei Queen come me l’assenza dal mercato discografico di un disco intitolato, che so, “Original Soundtrack from the motion picture Highlander” o anche “The Complete A Kind Of Magic Sessions”. Il 2016 è agli sgoccioli: si dovrà attendere il 2026 per una “Anniversary Edition” del film e della sua colonna sonora?

-Matteo Aceto