Notiziole musicali #5

Walter Becker, Donald Fagen, Steely DanE’ settembre, finalmente, mese di ripartenze, ed è tempo di far ripartire anche questo modesto blog. Purtroppo si riparte con una brutta notizia: il chitarrista-autore-produttore Walter Becker (a sinistra nella foto), cofondatore degli Steely Dan assieme Donald Fagen (a destra nella foto), è morto ieri in circostanze non ancora rese note. Un tumore, probabilmente. Personalmente mi dispiace molto, giacché gli Steely Dan sono uno dei miei gruppi preferiti: ho tutti i loro dischi, quelli di Fagen da solista e, ovviamente, anche quelli di Becker da solista, cioè “11 Tracks Of Whack” (1994) e “Circus Money” (2008). Da qualche anno a questa parte sono clamorosamente scomparsi alcuni dei più famosi & celebrati divi musicali – qui metto soltanto David Bowie, Prince e George Michael, tanto per citarne alcuni tra i più recenti, ma la lista è tristemente lunga – per cui la morte di un personaggio peraltro schivo come Walter Becker mi addolora ma non mi sconvolge più di tanto. E’ anche una questione anagrafica, insomma. Non saranno certamente vecchie, le mie pop-rockstar preferite, ma non sono neppure nate ieri.

Queen News Of The World 40th Anniversary EditionE’ notizia di oggi, invece, che l’album “News Of The World” (1977) dei Queen verrà ristampato il prossimo novembre dalla Universal in un lussuoso cofanetto commemorativo in occasione del suo quarantennale. Ebbene sì, canzoni come We Will Rock You e We Are The Champions sono state pubblicate la bellezza di quaranta anni fa… sembra ieri, vero? “News Of The World – 40th Anniversary Edition” sarà un box multiformato contenente l’edizione in vinile dell’album originale, un divuddì con documentario e filmati d’archivio, tre ciddì (uno con l’album originale e due contenenti inedite versioni alternative e/o demo delle undici canzoni originariamente incluse nell’album del ’77, più alcuni brani che ne vennero scartati e una selezione degli stessi pezzi registrati dal vivo tra il 1977 e il 1982). Non mancheranno, infine, un bel libretto di sessanta pagine dalle dimensioni d’un vinile e un paio di poster del quale, probabilmente, chiunque di noi potrebbe anche fare a meno.

Il materiale presente in “News Of The World – 40th Anniversary Edition” è, in effetti, abbastanza ridondante, considerando che i master del vinile e del ciddì sono gli stessi della più recente riedizione dell’album (2011) e i pezzi dal vivo avevano già visto la luce in precedenti uscite discografiche dei Queen (come ad esempio le BBC sessions). I due ciddì contenenti i provini, gli strumentali e le versioni alternative dovrebbero però giustificare l’acquisto (secondo me siamo sui cento euro), almeno per noi fan accaniti del gruppo inglese. Senza contare il bel formato che anche solo a vederlo così, in questa prima immagine che è stata resa pubblica dal sito ufficiale, fa la sua porca figura.

Neil Young HitchhikerUscirà invece già questo venerdì “Hitchhiker”, un album inedito di Neil Young registrato nel lontano 1976. Si tratta di una raccolta di dieci brani perlopiù per sola voce & chitarra messi su nastro dal nostro in presa diretta. Soltanto due canzoni sono effettivamente inedite, Give Me Strenght e Hawaii, mentre le altre, in un modo o nell’altro, erano già comparse in altri album di Neil Young successivi, come ad esempio la splendida Pocahontas, che debuttò in “Rust Never Sleeps” del 1979. Per quanto io conosca Neil Young da una vita, soltanto di recente ho imparato ad apprezzarlo davvero: se tanti anni fa comprai su musicassetta (anzi, era un doppia musicassetta!) la raccolta “Decade”, negli ultimi mesi sono andato a comprarmi il celeberrimo “Harvest” (finalmente!) e “On The Beach”, che mi è piaciuto anche di più e del quale mi piacerebbe parlare prossimamente in un post dedicato.

-Mat

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Queen, “Queen II”, 1974

queen-queen-ii-immagine-pubblicaTornando ad occuparmi di Freddie Mercury e curiosando a tal proposito nei miei archivi segreti, scopro di aver dedicato all’album “Queen II” (1974) ben due post nelle precedenti edizioni di questo modesto blog: l’uno datato 24 maggio 2007 e l’altro 26 febbraio 2008, mentre nel 2011 ne pubblicai un’unica revisione completa in seguito alla ristampa con bonus track edita quell’anno dalla Universal. Siccome quanto scritto allora non mi soddisfa più, proverò con questo post a rielaborare e ricontestualizzare quanto scritto a proposito di quello che resta uno dei miei album preferiti dei Queen. Seguito dell’album “Queen” (1973), questo lavoro successivo si rivela già straordinariamente maturo, ricco d’inventiva e di grandi canzoni, con i Queen già ad introdurre quello stile epico e teatrale che perfezioneranno con gli anni a venire, fino a farne un sound inconfondibile, potente e melodico a un tempo.

Le due facciate del vinile originale di “Queen II” non erano chiamate lato A e lato B come da tradizione, bensì White Side (composto da Brian May, più una canzone di Roger Taylor) e Black Side (composto interamente da Freddie Mercury), per un totale di undici straordinari brani. Si parte dallo strumentale Procession, suonato dal solo May con una sovrapposizione progressiva di chitarra che sembra ricordare il grave suono di un’orchestra sinfonica. Basterebbe questo breve pezzo (dura poco più d’un minuto) per illustrare tutta la grandezza e la fantasia che ha sempre caratterizzato quel grande chitarrista che è Brian May.

Father To Son è invece il brano più lungo dell’album: forte di oltre sei minuti, la canzone è un’eccellente fusione fra hard rock e progressive; molto bello l’intermezzo strumentale, decisamente heavy, mentre Freddie sfoggia al meglio la sua grande voce. La prolungata e corale dissolvenza di Father To Son ci conduce al pezzo successivo, la stupenda White Queen (As It Began): canzone assai malinconica ma potente in egual misura, questo è uno dei momenti più emozionati del disco e, detto fra noi, una delle canzoni dei Queen che preferisco.

Con Some Day One Day troviamo May alla voce solista, in una canzone che inevitabilmente fa grande uso del suo strumento: ad una vivace chitarra ritmica acustica, si sovrappone infatti una (ma in alcuni punti sono due) pigra chitarra solista elettrica; il tutto costituisce un momento rilassato e piuttosto gradevole in quello che altrimenti è un disco potente e brioso.

Anche la successiva The Loser In The End è cantata dal proprio autore, Roger Taylor: meno gradevole delle altre, questa canzone è comunque una delle opere meglio riuscite – o meno irritanti, dipende da che parte si vuole stare – del Taylor anni Settanta (negli Ottanta avrà modo di maturare parecchio come autore, arrivando alle celeberrime Radio Ga Ga e A Kind Of Magic).

queen-queen-ii-copertina-interna-immagine-pubblicaI nastri che scorrono impetuosamente al contrario ci introducono al Black Side di “Queen II”, con la grandiosa Ogre Battle, un tipico brano mercuryano: hard rock epico e tirato, con l’ennesima maestosa prestazione vocale da parte di Freddie. Segue The Fairy Feller’s Master-Stroke, il brano più teatrale dell’album, a riprova della grande versatilità di questa band: è un fantasioso brano ispirato ad un quadro altrettanto immaginifico, dipinto da Richard Dadd e a quel tempo esposto alla Tate Gallery di Londra.

La deliziosa Nevermore, una ballata guidata dal piano e dal dolce timbro vocale che Mercury vi utilizza, è un brano forse troppo breve per essere apprezzato appieno. Fa meglio la successiva The March Of The Black Queen, che resta la canzone che preferisco di “Queen II”: sorta di prova generale per quella più fortunata e celebre Bohemian Rhapsody che verrà, Black Queen non ha comunque nulla da inviarle, grazie ai suoi cambi di tempo e di atmosfera, alla solita fantastica parte vocale di Freddie e alle grandiose parti di chitarra di Brian; il tutto sostenuto abilmente dal basso di John Deacon e dalla batteria di Taylor (quest’ultimo canta anche un verso solista nella superba parte veloce del brano).

E’ quindi la volta di Funny How Love Is, una scintillante canzone pop che ricorda parecchio le sonorità più riverberate e gioiose dei Beach Boys, anche se prima passa per un’introduzione decisamente rock e tipicamente Queen. Mi sembra interessante notare la somiglianza tra Funny How Love Is e I Can Hear Music, prodotte entrambe da Robin Cable: la prima canzone sembra infatti un’originale rivisitazione della seconda, che – uscita nel 1972 sotto lo pseudonimo di Larry Lurex – è effettivamente la cover d’un brano dei Beach Boys.

La conclusiva Seven Seas Of Rhye è il singolo di maggior successo estratto dall’album (10° nella classifica inglese dell’epoca): un’epica cavalcata pop-rock a metà strada tra i Beatles e i Led Zeppelin che nel 1986, durante il loro ultimo tour, i Queen ancora proponevano. Per la cronaca, un primo abbozzo di Seven Seas Of Rhye, del tutto strumentale, appare già su “Queen”, il primo album dei nostri, mentre nell’ultimo album realizzato “con” Freddie Mercury, ovvero “Made In Heaven“, la base strumentale di Seven Seas Of Rhye compare nel mix della versione rock di It’s A Beautiful Day. A quanto pare, insomma, un pezzo decisamente centrale nella mitologia queeniana.

Nella discografia dei Queen ci sono album ben più celebrati di questo – quali “A Night At The Opera” (1975), “News Of The World” (1977), “A Kind Of Magic” (1986) e “Innuendo” (1991) – ma a mio avviso “Queen II” rappresenta la band di Freddie Mercury in uno dei suoi migliori momenti creativi ed espressivi.

-Mat

Tears For Fears, “The Seeds Of Love”, 1989

tears-for-fears-the-seeds-of-love-immagine-pubblica-blogA lungo mi proposi di dedicare un post a “The Seeds Of Love” dei Tears For Fears, e più volte iniziai una bozza che puntualmente cancellavo dopo poche righe. Infine, il 2 febbraio 2010, sulla prima versione di Immagine Pubblica fece capolino il fatidico post che qui vado a riproporre, con le dovute aggiunte e revisioni del caso.

Allora come adesso, ritengo “The Seeds Of Love” il miglior album dei Tears For Fears, forte di tre famose canzoni come Sowing The Seeds Of Love, Woman In Chains e Advice For The Young At Heart che ancora oggi vengono programmate con una certa frequenza dalle radio italiane. E che ancora oggi continuano a emozionarmi.

Terzo album per il gruppo inglese, “The Seeds Of Love” potrebbe tuttavia essere considerato il primo da solista per Roland Orzabal, dato che il suo partner storico, il bassista/cantante Curt Smith, partecipa solo in alcune delle otto composizioni che formano il disco. Lo stesso Smith, nelle note di copertina, accenna a ‘un periodo di crisi’: crisi che prima lo condurrà al divorzio dalla moglie e poi, nel 1991, al divorzio (artistico) da Orzabal. “The Seeds Of Love” è quindi un album scritto, cantato e suonato da Roland col supporto prezioso di ospiti più o meno illustri, fra cui Phil Collins, Robbie McIntosh, Neil Taylor, Pino Palladino, Jon Hassell, Luis Jardim, Manu Katché e una giovane scoperta degli stessi Tears For Fears, ovvero la cantante/pianista Oleta Adams. La parte da leone la fa comunque la bravissima tastierista Nicky Holland, vera partner artistica di Orzabal per questo progetto, la quale firma con lui ben cinque delle otto canzoni qui presenti.

L’album parte subito in grande stile, con quell’autentico classico degli anni Ottanta chiamato Woman In Chains, una stupenda ballata dove si fa grande spolvero di chitarre arpeggiate e dove Roland duetta magnificamente con Oleta. Pubblicata anche come singolo, Woman In Chains è una canzone delicata & possente a un tempo, sulla condizione della donna nel mondo, la quale resta tristemente un tema di grande attualità. Badman’s Song, chiaramente nata da una jam session in studio, è il brano più lungo del disco: otto minuti & mezzo lungo i quali Roland e Oleta duettano ancora una volta fra cambi di tempo a cavallo fra rock, blues e raffinato pop d’autore.

Altro celebre classico con Sowing The Seeds Of Love, edito come singolo apripista: gioiosa & squisita collaborazione Orzabal-Smith (quindi un brano puramente tearsforfearsiano) per una rivisitazione della I Am The Walrus dei Beatles incentrata sulla situazione sociopolitica dell’Inghilterra di quegli anni. Segue una delle mie canzoni preferite in assoluto, Advice For The Young At Heart: stavolta alla voce troviamo proprio Curt, in quello che sarà il suo ultimo contributo vocale a un brano dei Tears For Fears prima del misconosciuto “Everybody Loves A Happy Ending” del 2004. Con quell’arrangiamento tanto elegante quanto coinvolgente e col suo invito ad aprire i nostri cuori all’amore prima che il tempo ci ricordi che ormai è troppo tardi, Advice For The Young At Heart è una canzone a me molto cara, che mi ricorda inoltre quei giorni in cui mi recavo a piedi alla scuola media, mentre la ascoltavo col walkman.

Standing On The Corner Of The Third World presenta un sound che si discosta parecchio dalla produzione tipica del gruppo: come immersa in una dimensione onirica, è una suadente ballata dai toni africaneggianti che poi termina con accenni progressive. Swords And Knives è invece un pop-rock anch’esso caratterizzato da alcuni cambi di tempo, fra i quali s’annidano parti strumentali dai suoni più disparati. Con Year Of The Knife torniamo in territori pop-rock più abituali e lo facciamo fin da subito, grazie a quella travolgente chitarra elettrica che introduce la canzone; al resto ci pensano una batteria pestante, i cori femminili e una versatilissima parte vocale ad opera di Roland. La conclusiva Famous Last Words – edita anch’essa su singolo benché non sia propriamente un pezzo radiofonico – inizia in modo alquanto minimale, con la voce di Orzabal ridotta a poco più d’un sussurro e adagiata su un tappeto d’effetti tastieristici e orchestrali; segue un rockeggiante interludio dove Roland ritrova tutta la potenza della sua voce, prima di tornare all’atmosfera iniziale del brano che va quindi a chiudere il disco.

Prodotto dagli stessi Tears For Fears con Dave Bascombe, nel 1989 “The Seeds Of Love” volò al primo posto della classifica inglese, così come fecero i precedenti “The Hurting” (1983) e “Songs From The Big Chair” (1985), confermando il duo Orzabal-Smith come uno dei gruppi di maggior successo di quel decennio. Un successo vissuto in modo contraddittorio dai nostri, che a Smith in particolare pesava sempre più e che lo portò presto a dire addio alle luci della ribalta. E anche alla stessa Inghilterra.

E se, a partire dal 2013, prima “The Hurting” e poi “Songs From The Big Chair” sono stati riproposti dalla Universal in sontuose edizioni cofanettate, stessa sorte non è toccata al mio amato “The Seeds Of Love”. Nell’attesa (e io continuo a sperarci) vale quindi la pena di segnalare ancora una volta la riedizione in ciddì del 1999, arricchita dai quattro lati B dei singoli estratti dall’album: il placido strumentale Music For Tables, la latineggiante Always In The Past, l’eccentrica Johnny Panic And The Bible Of Dreams e la percussiva Tears Roll Down, che poi verrà successivamente rielaborata dal solo Orzabal come primo tassello della storia dei Tears For Fears senza Smith, Laid So Low.

– Mat

Tutti gli album di George Harrison in vinile

george-harrison-tutti-gli-album-in-vinileTorno a scrivere su Immagine Pubblica dopo i drammatici fatti che hanno sconvolto il mio Abruzzo e le regioni circostanti. Sono giorni duri e tristi, ne verremo fuori ma ci vorrà tempo. Sembra una cosa del tutto inutile, in momenti come questi, scrivere di musica in un blog personale. Eppure è un modo come un altro per evadere un po’ dalla realtà; ogni tanto se ne sente proprio il bisogno. E il mio è un piccolo contributo alla causa.

La notizia è di qualche giorno fa: il prossimo 25 febbraio, data di nascita del compianto George Harrison, la Universal distribuirà un lussuoso cofanetto contenente tutti gli album da solista – e in formato vinile – del chitarrista dei Beatles. Come ormai è d’obbligo in questi casi di riedizioni deluxe, ogni elleppì sarà stampato in vinile da 180 grammi e riproposto con la stessa veste grafica dell’originale dell’epoca. Oltre a tutti gli album che George Harrison ha fatto pubblicare a suo nome tra il 1968 e il 2002, il box – chiamato semplicemente “The Vinyl Collection” – conterrà anche due picture disc di 12 pollici riproducenti, rispettivamente, i singoli Got My Mind Set On You e When We Fas Fab. Nonostante due cofanetti usciti in anni recenti (“The Dark Horse Years” e “The Apple Years”, entrambi su ciddì), questa è la prima volta che tutta la produzione dell’Harrison solista viene contemplata in un’unica opera omnia. Cerchiamo ora di fare un punto della situazione, album dopo album, dei titoli presenti in “The Vinyl Collection”, con qualche piccola nota storico-critica.

“Wonderwall Music” (1968): il disco indiano di George, strumentale, colonna sonora dell’omonimo film. Inciso prevalentemente agli studi EMI di Bombay da musicisti locali, figura Harrison per lo più come produttore e supervisore generale. Ascoltato tanti anni fa, non lo trovai particolarmente memorabile; mi sembrò la versione estesa, per così dire, di brani dei Beatles come The Inner Light, Love You To e Within You Without You.

“Electronic Sound” (1969): edito dalla Zapple, l’etichetta “sperimentale” della stessa Apple di proprietà dei Beatles, è un lavoro completamente strumentale eseguito dal solo George al sintetizzatore. L’avrò ascoltato una volta, diversi anni fa, senza particolare entusiasmo; il mio sospetto è che di un album come “Electronic Sound” si continui a parlare perché presente nell’orbita Beatles, più che per i meriti intrinseci del disco.

All Things Must Pass” (1970): il vero capolavoro di George Harrison, è l’album più bello d’un Beatle in veste solista. E’ anche uno dei pochi album solistici che possono essere posti sullo stesso livello dei capolavori beatlesiani del periodo 1966-1969. Qui viene riproposto nella sua gloriosa edizione tripla con tanto di confezione scatolata. La scaletta dei brani è fedele all’originale, mentre nelle riedizioni a partire dal 2001 è sempre stata alterata dalla presenza di brani aggiuntivi.

Living In The Material World” (1973): sulla scia dei grandi successi di “All Things Must Pass” e “The Concert For Bangla Desh” (peraltro escluso da questo cofanetto del 2017), confermò tutto il talento di George con un album tanto personale quanto caldo & sentimentale. Da annoverare anch’esso tra le migliori realizzazioni beatlesiane da solista.

“Dark Horse” (1974): un disco interlocutorio, inciso quasi “per forza”, nonostante l’evidentissimo calo della voce del nostro in seguito alla tournée che aveva intrapreso parallelamente all’incisione dell’album. Un mezzo passo falso.

“Extra Texture” (1975): un lavoro più pop e gioioso del precedente, anche se non più assimilabile qualitativamente agli album del periodo 1970-73. E’ tuttavia un disco che manca fisicamente dalla mia collezione di dischi, come il precedente “Dark Horse”.

“Thirty Three & 1/3” (1976): originariamente distribuito dall’etichetta di proprietà dello stesso Harrison (la Dark Horse, per l’appunto) quando il chitarrista aveva effettivamente compiuto trentatrè anni… e quattro mesi! Un disco pregevole, suonato molto bene a discapito dell’ispirazione non sempre costante.

“George Harrison” (1979): pubblicato dopo una pausa di tre anni, questo album può essere annoverato tra i lavori migliori del nostro, forte di canzoni irresistibili come Blow Away, Faster e Your Love Is Forever.

“Somewhere In England” (1981): un lavoro mediocre, bisogna ammetterlo, ricordato per All Those Years Ago (singolo edito come risposta all’omicidio di John Lennon del dicembre ’80) e davvero poco altro.

“Gone Troppo” (1982): il punto più basso della carriera discografica di George Harrison, tanto da indurlo ad abbandonare la musica per anni, per dedicarsi prevalentemente alla sua seconda attività di impresario cinematografico.

“Cloud Nine” (1987): l’album del grande ritorno e uno dei punti più alti tanto nella discografia del nostro quanto in quella dei Beatles in veste solista. Mi piacerebbe parlarne in un post ad hoc, così come di “All Things Must Pass”, la cui bozza giace da anni tra i miei appunti.

“Live In Japan” (1992): vinile doppio, contenente una registrazione dal vivo con la band di Eric Clapton del ’91. Per il nostro è una sorta di Greatest Hits Live, contenente anche diversi brani dei Beatles; un album non proprio necessario ma molto piacevole.

“Brainwashed” (2002): nonostante il clamore di “Cloud Nine”, della relativa tournée e del successo riscosso dai suoi due dischi realizzati come componente dei Traveling Wilburys, George Harrison restò inattivo come solista per tutti gli anni Novanta, tornando a proporre musica a suo nome quando era già seriamente malato. Piacevolissima sorpresa, senza dubbio tra i dischi più belli di George, “Brainwashed” uscì nel corso del 2002, quando purtroppo il musicista era già defunto. Mi piacerebbe riparlarne in un apposito post.

Fin qui gli album. Come abbiamo detto prima, “The Vinyl Collection” contiene inoltre due singoli originariamente estratti da “Cloud Nine”, ovvero la cover di Got My Mind Set On You (l’ultimo vero hit da classifica per il nostro) e la beatlesiana When We Was Fab, un brano che rifà malinconicamente il verso a I Am The Walrus e che si avvale della collaborazione dello stesso Ringo Starr (che peraltro partecipa in tanti altri episodi presenti in questo cofanetto). Insomma, siamo alle prese con un corpulento cofanettone da ben diciotto vinili… e da trecentocinquanta euro di prezzo. Uscirà comunque anche “a puntate”, album per album, ma senza i due picture disc bonus. Mi farò due conti prima di decidere se prenderlo in blocco o se andarmi ad acquistare quei singoli titoli che ancora mi mancano. Ovviamente, ma che lo dico a fare, sono molto tentato dalla prima opzione.

-Mat

Freddie Mercury, Montserrat Caballé, “Barcelona”, 1988

freddie-mercury-montserrat-caballe-barcelona-1988Vorrei concludere la mia serie di post dedicata al mai-dimenticato & sempre-più-rimpianto Freddie Mercury recuperando e ampliando un post che pubblicai il 24 novembre 2009, a proposito dell’album “Barcelona”. Famoso disco di duetti tra il nostro e la regina spagnola della lirica, Montserrat Caballé, “Barcelona” è un album tanto apprezzato dai fan dei Queen quanto ridicolizzato dai detrattori di Mercury & soci. Essendo io un fan duro & puro dei Queen, non posso che apprezzare un disco del genere, un disco che con gli anni, per giunta, ho finito con l’amare. Ora è chiaro che tutto si riduce a una questione di gusti: potremmo pontificare in eterno su quale sia l’album più bello del mondo, o se un artista valga più dell’altro, rafforzando magari le nostre ragioni coi pareri critici degli esperti musicali di turno. Per quanto mi riguarda, ciò che conta davvero è l’emozione: se un disco ci emoziona, e soprattutto se continua a farlo anche dopo decenni, ebbene quello è un gran disco. Non ci sarebbe altro da aggiungere. La maniera migliore per giudicare se un album (o una canzone, o anche un film o un libro) sia “bello” è se ci fa venire la pelle d’oca, se ci mette i brividi, se ci commuove. Insomma, se ci trasmette un’emozione. Nel mio personalissimo caso, “Barcelona” fa proprio questo, e quelle che seguono sono le mie personalissime impressioni. Chiunque, fra i commenti, può esternare le sue (e un blog serve anche a questo).

Spettacolare, raffinato e tuttora unico nel suo genere, “Barcelona” fonde con originalità l’universo sonoro di Freddie Mercury con gli stilemi della musica lirica, in una resa sonora che in fondo non lascia né sorpresi e né perplessi: la musica di Mercury è stata sempre melodrammatica, teatrale, epica e potente. Approntando un album come “Barcelona”, il nostro non deve aver fatto una gran fatica, o addirittura una violenza a sé stesso. Anzi, si è proprio divertito, si è appassionato e ci ha messo l’anima, come ha scritto in proposito Peter Freestone, assistente personale di Freddie, nel suo ormai noto libro di memorie: “Barcelona era la sua essenza. Siccome era un disco che voleva fare a tutti i costi, aveva deciso che avrebbe dovuto contenere il meglio che Freddie Mercury potesse offrire. Dopo tutto, avrebbe potuto essere il suo memoriale”. Freestone, nel rievocare la gestazione d’un disco tanto originale, non nasconde infatti la possibilità che Freddie già allora sapeva di essersi seriamente ammalato. Non bisogna dimenticare, tuttavia, il fondamentale contributo creativo e strumentale del pianista, tastierista e arrangiatore Mike Moran, coautore di tutte le canzoni di “Barcelona” e produttore, assieme a David Richards e allo stesso Mercury, di questo autentico capolavoro.

montserrat-caballe-freddie-mercury-barcelona-recensioneFreestone ricorda inoltre il primo incontro Mercury-Caballé, che si svolse al Ritz Hotel di Barcellona nel marzo ’87: “questa collaborazione iniziale con Mike [Moran, già al fianco del nostro per il singolo The Great Pretender / Exercises In Free Love edito a febbraio] produsse una cassetta di tre brani di base. Uno di questi diventò Exercises In Free Love che poi diventò Ensueno nell’album Barcelona. Gli altri due erano il formato di base di The Fallen Priest e Guide Me Home che Mike aveva messo insieme con Freddie usando una voce in falsetto per approssimare la parte di Montserrat”. E infatti possiamo ascoltare alcuni di questi provini fra le numerose rarità presenti in “The Solo Collection”, un monumentale cofanetto di 12 dischi dedicato a Mercury e pubblicato dalla EMI nel 2000. In quelle rivelatorie sedute di registrazione – provini casalinghi con la stessa Caballé e registrazioni di studio vere & proprie nelle quali ascoltiamo la voce del solo Freddie – possiamo così ammirare tutto il talento (e la passione) di Mercury alle prese con uno dei suoi dischi più significativi. Ma è un altro libro di memorie, scritto da Jim Hutton, l’ultimo compagno di vita di Freddie, ad offrirci un’interessante testimonianza di quelle sedute: “Qualche giorno più tardi, quella stessa settimana [della primavera ’87], quando Montsy arriviò in studio di registrazione per lavorare con Freddie, le cose non andarono precisamente come lei si aspettava. Lei pensava che per registrare con Freddie le sarebbe bastato arrivare, cantare qualche canzone seguendo lo spartito e andarsene; ma non aveva idea della singolarità del metodo di lavoro di Freddie. Lui non aveva preparato in anticipo nessuna musica per Montsy, ma invece intendeva chiederle di provare qualcosa di improvvisato e poi cominciare a lavorarci sopra fino a trovare insieme il miglior risultato. […] E così, lei accettò il suo particolare metodo di lavoro. Freddie si dimostrò un maestro esigente. In seguito, Montsy ammise che in quelle sedute di registrazione Freddie era riuscito a ottenere dalla sua voce più di quanto lei stessa riteneva di poter dare”.

montserrat-caballe-freddie-mercury-barcelona-sessionsEpica ed emozionante ballata pianistica dove la potenza delle due voci viene espressa ai massimi livelli, Barcelona, edita su singolo già nell’ottobre ’87, è di certo la canzone più famosa del disco. Il testo stesso della canzone narra delle emozioni scaturite in Freddie da questa sua agognata collaborazione. Barcelona è senza dubbio uno dei vertici artistici di Mercury, una delle canzoni più rappresentative del suo stile barocco e melodrammatico. La Japonaise è invece un brano più d’atmosfera, con Freddie che canta diverse parti in giapponese, mentre la musica – mescolando elementi della tradizione sacra con sonorità tipicamente orientali – ci accompagna in un viaggio suggestivo e suadente. Pezzo decisamente operistico, il successivo The Fallen Priest non sfigurerebbe affatto in una qualsiasi compilation di lirica: un brano di assoluta potenza e drammaticità che rappresenta uno dei duetti più riusciti della coppia Mercury-Caballé. La lenta e malinconica Ensueno (basata come sappiamo su Exercises In Free Love) è un incredibile duetto in spagnolo dove Freddie si esprime come mai si era espresso prima grazie all’uso del suo timbro naturale, ovvero un caldo baritono. Ensueno è l’unico numero in “Barcelona” dove Mercury e la Caballé hanno cantato fianco a fianco, dato che, per via dei numerosi impegni della soprano, Freddie si vide costretto ad operare da solo in studio e poi a far sovraincidere la voce alla sua partner.

The Golden Boy – pubblicata anche su singolo, in un’orrenda versione editata – figura un’interessante fusione di stili: lirica, pop e gospel, con Mercury sempre protagonista a discapito della Caballé, maggiormente a suo agio nella prima parte e nel finale della canzone, entrambe sezioni di vera musica lirica che testimoniano, inoltre, la grande versatilità della voce di Freddie. Delicata e commovente ballata sulla fragilità della condizione umana, Guide Me Home è una canzone semplicissima eppure molto emozionante, quieta e potente al tempo stesso; il finale è collegato alla successiva How Can I Go On?, il brano dall’arrangiamento più convenzionalmente pop di questo disco, tanto che al basso figura un altro componente dei Queen, John Deacon. Anche in questo caso siamo alle prese con uno dei vertici artistici di Freddie Mercury, con quell’intreccio tra la sua voce e quella della Caballé che, soprattutto nel finale, è davvero da pelle d’oca. La conclusiva Ouverture Piccante non è una canzone vera e propria, bensì un lungo mix fra alcuni degli altri brani presenti sul disco, anche se include una veloce sezione di piano del tutto inedita. Pur non memorabile, Ouverture Piccante resta se non altro un ascolto interessante: ci permette di apprezzare maggiormente l’elaborato uso delle voci sovrapposte da parte dello stesso Freddie, alcune delle quali scorrono al contrario.

“Ci furono un paio di altre idee – scrive ancora Peter Freestone nel suo libro – che a Freddie sarebbe piaciuto provare con Montserrat in quel periodo, una delle quali era l’incisione di La Barcarole tratta da The Tales Of Hoffman di Offenbach, ma a causa della limitata disponibilità di tempo di Montserrat, la cosa fu tralasciata, forse per una data successiva”. L’altra idea era invece Africa By Night, grande inedito mercuryano che non abbiamo ancora avuto il piacere d’ascoltare nella versione originaria, successivamente recuperata per quella All God’s People inserita in “Innuendo” (1991).

freddie-mercury-montserrat-caballe-barcelona-2012-cofanettoAggiungo, per finire, che nel 2012, in occasione del venticinquennale della collaborazione Mercury-Caballé, la Universal ha distribuito una interessante (anche perché piuttosto economica) edizione deluxe dell’album “Barcelona” comprendente 4 dischi: accanto all’inevitabile divuddì contenente video e interviste, troviamo infatti un compendio delle “Barcelona Sessions” apparso nel 2000 nel ben più dispendioso “The Solo Collection” (il cofanettone monografico dedicato a Mercury che abbiamo già citato sopra) e un completo remix dell’album originale a base di vera orchestra curato da Stuart Morley (in uno dei 3 ciddì se ne può ascoltare la sola versione strumentale).

Per quanto possa risultare affascinante, l’ascolto delle parti vocali che Freddie e Montserrat hanno messo su nastro tra l’87 e l’88, sovrapposte a un lavoro orchestrale del tutto nuovo ma che ricalca fedelmente la musica originale, non si traduce – almeno nel mio caso – in un valore aggiunto. E’ stato un esperimento lecito, che prima o poi andava anche fatto, ma che tuttavia non ha aggiunto niente di che al valore complessivo dell’opera, il cui vero spettacolo resta l’intreccio tra le bellissime voci dei due veri protagonisti del disco.

– Mat

Queen, “Greatest Hits” in doppio vinile

queen-greatest-hits-doppio-vinile-immagine-pubblicaE’ notizia di oggi che la Universal si appresta a ripubblicare in vinile le due storiche raccolte antologiche dei Queen, ovvero “Greatest Hits” (1981) e “Greatest Hits II” (1991). Tralasciando per il momento quest’ultima, che detto tra noi è il primo disco dei Queen che ho comprato (nell’ormai lontano maggio 1992, in formato compact disc, il mio primo ciddì, fra l’altro… che ricordi!), ci occupiamo qui di “Greatest Hits”, ovvero il titolo discografico più venduto di tutti i tempi nel Regno Unito, ovvero il primo mercato discografico più importante al mondo dopo quello americano.

La grande peculiarità di questa ristampa – che, va detto subito, non aggiunge proprio nulla di nuovo in termini strettamente musicali – è che viene presentata in due bei viniloni da 180 grammi (sì, ok, vabbene, c’è anche l’ormai inevitabile mp3 download voucher del quale tutti sembrate avere un gran bisogno), mentre trentacinque anni fa le diciassette canzoni che compongono il “Greatest Hits” erano state stipate lungo i solchi d’un unico vinile.

Nel dettaglio, sul lato A troviamo quella che forse è proprio la canzone più rappresentativa dei Queen, Bohemian Rhapsody, seguita quindi dalla funky Another One Bites The Dust, dalla beatlesiana Killer Queen e dalla rockeggiante Fat Bottomed Girls. Sul lato B abbiamo quindi la straordinaria Bicycle Race, la pulsante You’re My Best Friend, l’eccitata & eccitante Don’t Stop Me Now e la commovente Save Me. Sul lato C sono quindi presenti il rockabilly di Crazy Little Thing Called Love, il gospel di Somebody To Love, il proto-heavy di Now I’m Here, il pop-cabaret di Good Old-Fashioned Lover Boy. Infine, nel lato D, troviamo la melodica Play The Game, la cinematografica Flash, il powerpop psichedelico di Seven Seas Of Rhye, e quindi quei due veri e propri inni da stadio che ormai conoscono anche le pietre chiamati We Will Rock You e We Are The Champions.

Ora io, conoscendo queste diciassette canzoni a memoria, nota per nota, da molti anni ormai (credo di aver acquistato la mia prima copia del “Greatest Hits” nel 1994, anche allora una ristampa, in ciddì, la prima remaster) non dovrei essere affatto tentato da quest’ennesima ristampa in vinile centottantagrammato che va ad affollarsi alle molte altre ormai disponibili nei più disparati centri commerciali del mondo. Eppure un po’ tentato lo sono. Non dico che andrò ad ordinarmela da Amazon questo venerdì, giorno d’uscita, tuttavia, in un ventoso giorno d’autunno, con la tristezza nel cuore, con la speranza ormai al tramonto e la voglia di vivere in riserva, entrando per puro caso in un negozio di dischi, sfortunatamente proprio nel giorno d’accredito dello stipendio, ebbene sì, io potrei cedere.

-Mat

Queen, “Highlander” e una colonna sonora ancora inedita

queen-a-kind-of-magic-highlanderTornando a occuparmi di Freddie Mercury, in una sorta di personale omaggio a 70 anni dalla nascita & a 25 dalla morte, vorrei dedicare questo post alla colonna sonora che i Queen scrissero, produssero ed eseguirono per il film “Highlander”, quell’ormai celebre fantasy del 1986 diretto da Russell Mulcahy e incentrato sulle vicende di Connor MacLeod, l’ultimo immortale interpretato da Christopher Lambert.

Colonna sonora che, dopo trent’anni, continua a restare ufficialmente inedita su disco. Prendendo così spunto da un mio vecchio post sull’album “A Kind Of Magic“, cercherò di contestualizzare il discorso, anche alla luce dell’interessante materiale inedito pubblicato cinque anni fa dalla Universal, in occasione della ristampa di tutti gli album dei Queen per la serie “2011 Digital Remaster”.

Russell Mulcahy, regista australiano già distintosi per alcuni videoclip dell’epoca (ne cito uno, l’inquietante Wild Boys dei Duran Duran) e fan dichiarato dei Queen, invitò proprio Freddie Mercury & soci ad occuparsi della colonna sonora del suo primo lungometraggio, “Highlander” per l’appunto. E così i Queen, rivitalizzati dal trionfo del Live Aid ottenuto sul palco di Wembley nel luglio ’85, tornarono in studio con rinnovato entusiasmo: se la richiesta iniziale di Mulcahy era di sole due nuove canzoni, i Queen ne registrarono molte di più e contribuirono attivamente anche agli stessi effetti sonori che il film necessitava. Ad esempio, c’è una scena in cui il cavallo dell’attore antagonista, il bravissimo Clancy Brown, nitrisce dalla cima di una collina; beh, quel nitrito altro non è che la chitarra di Brian May… e si sente!

queen-singolo-princes-of-the-universe-colonna-sonora-highlanderLe canzoni che si ascoltano in “Highlander” sono quindi Princes Of The Universe, One Year Of Love, Gimme The Prize, Who Wants To Live Forever, A Dozen Red Roses For My Darling, la cover di New York New York, la celeberrima A Kind Of Magic, e anche Hammer To Fall, ripescata dall’album “The Works” (1984). Molte di esse suonano notevolmente diverse dalle versioni incluse in “A Kind Of Magic”, così come riportato nelle note interne del disco stesso. I Queen decisero infatti di non voler ripetere quanto fatto sei anni prima con la colonna sonora di “Flash Gordon“: con l’aggiunta di qualche altra nuova canzone, avrebbero quindi realizzato un nuovo album vero e proprio. Da qui la pubblicazione, nel giugno ’86, di “A Kind Of Magic”, dodicesimo album da studio dei Queen che, come il precedente “The Works”, volò al 1° posto della classifica inglese. Quattro mesi dopo uscì nelle sale “Highlander”, nel quale i fan dei Queen poterono quindi ascoltare le versioni iniziali di molte delle canzoni che avevano avuto già modo di apprezzare sull’album. Vediamone adesso le differenze.

Quella che su “A Kind Of Magic” è la canzone conclusiva, Princes Of The Universe, nel film ne accompagna invece i titoli di testa. Rock potente, drammatico & epico scritto da Freddie Mercury, Princes resta una delle mie canzoni preferite dei Queen. Superbamente disinvolta la parte vocale, eccellente l’arrangiamento fra musica & cori, da antologia l’interludio di chitarra in chiave speed-metal. Il video di Princes Of The Universe, girato dallo stesso Russell Mulcahy così come quello di A Kind Of Magic, figura diverse scene del film e la partecipazione attiva di Christopher Lambert, che duella con quello che a distanza di tanti anni possiamo considerare il vero immortale, Freddie Mercury. Nel film, invece, possiamo ascoltare due parti distinte di Princes Of The Universe: la parte iniziale, in tempo medio-lento, che termina con grande effetto sulla parola “world”, riproposta con l’eco mentre viene introdotta la prima sequenza filmata; e quindi il solo interludio chitarristico, mentre i wrestler fanno finta di darsele di santa ragione. Manca quindi la parte in tempo veloce che possiamo apprezzare su “A Kind Of Magic”: chissà se originariamente quei due frammenti che si ascoltano nel film non fossero due brani distinti?

Scritta da Brian May, Gimme The Prize è la canzone più metallara dei Queen: cantando il punto di vista del Kurgan, il temibilissimo antagonista del nostro eroe scozzese, Mercury sfodera la voce più urlante e cattiva che abbia mai messo su nastro, in un brano schiacciasassi dal pesante andamento in tempo medio (che peraltro suona simile alla base di Princes Of The Universe). Nel film, tuttavia, se ne ascolta soltanto una manciata di secondi, giusto il tempo di arrivare al primo ritornello.

queen-singolo-one-year-of-love-colonna-sonora-highlanderOne Year Of Love è invece una romantica ballata scritta da John Deacon, il mite bassista del gruppo. A parte l’appassionata prestazione vocale di Mercury, degna di nota come sempre, spicca in questa canzone l’assolo di sax di Steve Gregory (lo stesso musicista che suona il celebre assolo in Careless Whisper di George Michael); assolo che, nella versione cinematografica, suona leggermente diverso rispetto alla versione inclusa su “A Kind Of Magic”.

Sinfonica ballata d’atmosfera – dove la musica dei Queen è accompagnata dall’orchestra diretta dal compianto Michael Kamen (che in effetti è il compositore dello score vero e proprio di “Highlander”) – Who Wants To Live Forever, tema centrale della narrazione, è anch’essa diversa da quanto ascoltiamo nel film e su disco: nel primo viene cantata dal solo Freddie Mercury, nel secondo l’introduzione, parte del bridge e la frase conclusiva (che peraltro mancano dalla versione filmica) sono invece cantate dal suo autore, Brian May. Canzone molto toccante, nel film accompagna forse le sue scene più belle, e il tutto – canzone dei Queen, voce inedita di Freddie, orchestra di Kamen, paesaggi scozzesi mozzafiato, struggente storia d’amora destinata a non sopravvivere ad entrambi – giustifica un po’ tutto il film e tutta la colonna sonora.

A Dozen Red Roses For My Darling, uno pseudo techno strumentale composto da quel simpaticone (si fa per dire…) del batterista Roger Taylor, è stato pubblicato sul lato B del singolo A Kind Of Magic ma non sull’omonimo album. Su quest’ultimo trova invece spazio Don’t Lose Your Head , naturale evoluzione di A Dozen Red Roses ed interessante per l’utilizzo delle parti vocali: solista e cori per Freddie, distorte per Roger e d’abbellimento per la cantante anglocaraibica Joan Armatrading. Tutto ciò però non compare affatto nel film, dove invece ascoltiamo una versione più elaborata di A Dozen Red Roses (di gruppo, mentre il B side di A Kind Of Magic suona chiaramente come un’esibizione da solista di Taylor): siamo insomma a metà strada tra l’originale A Dozen Red Roses For My Darling e Don’t Lose Your Head e per giunta, sul finale del film, il brano sfocia nella cover di New York New York, brano reso celebre da Liza Minnelli. La versione dei Queen, che sul film si sente per meno d’un minuto e che costituisce così un medley con A Dozen Red Roses, non è presente in nessuna pubblicazione discografica ufficiale dei Queen.

Resta, infine, un’ultima canzone, la più famosa, A Kind Of Magic. Scritta anch’essa da Taylor, la versione che ha il compito di musicare i titoli di coda di “Highlander” è tuttavia la canzone che più differisce al confronto film/disco: è più lenta e, sebbene sia meno rifinita nell’arrangiamento (nelle parti di chitarra, in particolare), è ben più epica del celeberrimo hit single che resta comunque uno dei pezzi più rappresentativi dei Queen. La cosiddetta Highlander Version ha finalmente debuttato (in forma integrale) nella discografia ufficiale del gruppo con l’edizione deluxe di “A Kind Of Magic” della serie “2011 Digital Remaster”.

queen-singolo-who-wants-to-live-forever-colonna-sonora-highlanderRicapitolando, in conclusione, sull’album “A Kind Of Magic” i Queen includettero nove brani: One Vision (singolo, novembre ’85, tratto dalla colonna sonora di “Aquila d’Acciaio”), A Kind Of Magic (singolo, marzo ’86, versione diversa da quella del film), One Year Of Love (leggermente diversa da quella del film), Pain Is So Close To Pleasure (anche in versione remix pubblicata come singolo in alcuni Paesi), Friends Will Be Friends (singolo, giugno ’86), Who Wants To Live Forever (singolo, settembre ’86, versione diversa da quella del film), Gimme The Prize (sembra identica a quanto si ascolta nel film), Don’t Lose Your Head (basata su A Dozen Red Roses For My Darling, la quale potrebbe esserne considerata il demo iniziale eseguito dal solo Taylor), Princes Of The Universe (singolo, marzo ’86, versione diversa da quella del film).

A trenta anni dall’uscita di quello che resta un film cult, “Highlander”, e dopo una ridondanza di ripubblicazioni e antologie della quale spesso ho fatto fatica a scorgerne un senso (money a parte, of course), resta ancora sorprendente per un fan dei Queen come me l’assenza dal mercato discografico di un disco intitolato, che so, “Original Soundtrack from the motion picture Highlander” o anche “The Complete A Kind Of Magic Sessions”. Il 2016 è agli sgoccioli: si dovrà attendere il 2026 per una “Anniversary Edition” del film e della sua colonna sonora?

– Mat

Prince, “4ever”, 2016

prince-4everChe Prince non sia più di questo mondo mi fa ancora impressione. Che nella compilation postuma che la Warner Bros si appresta a pubblicare, chiamata “4ever” con tipico stile princiano, ci sia scritto “Prince Rogers Nelson 1958-2016” è un qualcosa che trovo ancora un tantino sconvolgente.

Mi ci sono voluti anni per metabolizzare il lutto di Michael Jackson, figuriamoci per quanto ne avrò con David Bowie, Glenn Frey e lo stesso Prince, tutti venuti a mancare in questo a dir poco inquietante 2016. Ma tant’è… è la vita, bellezza, e ne facciamo tutti parte.

Dal disco-funk di Soft And Wet (1978) al rock di Peach (1993), in quaranta brani la nuova antologia “4ever” dedicata Prince presenta una cavalcata trionfale di successi e momenti memorabili di quello che – ormai pacificamente – possiamo definire l’epoca d’oro di Prince come artista di fama internazionale. Gli anni della Warner Bros, per l’appunto, che proprio nel 1993 volsero polemicamente al termine con Prince che preferì addirittura cambiare nome pur di svincolarsi da quello che riteneva un contratto capestro, stipulato quando aveva a mala pena venti anni d’età.

Dopo la Warner, Prince non ha certamente smesso di far pubblicare i suoi dischi, appoggiandosi per la distribuzione a un po’ tutte le altre etichette controllate dalle major del disco, dalla EMI alla Sony, passando per la Arista e addirittura la Motown (entrambe sotto l’egida Universal), con risultati artistici quasi mai all’altezza delle aspettative ma pur sempre degni d’attenzione, finché non ha trovato un nuovo accordo con mamma Warner, ridefinito nel corso del 2014.

Ed è proprio per effetto di tale accordo che oggi stiamo qui a parlare di questa nuova raccolta, “4ever” (che comunque un pezzo inedito lo contiene, Moonbeam Levels, inciso nel 1982 a quanto pare), e dei classici album di Prince di nuovo in LP. Insomma, si potrebbe facilmente accusare la Warner di sciacallaggio, come in effetti alcuni non hanno mancato di fare, ma tutto ciò che sta uscendo in questo 2016 e che uscirà almeno fino a tutto il 2017 è frutto del trattato di pace Prince-WB stipulato due anni fa.

Non credo che andrò a comprarmi “4ever” – a parte il brano inedito, del quale confesso di non saperne un bel nulla, gli altri diciannove brani li ho già nelle precedenti antologie e negli album di quel periodo – a meno che non si presenti con una grafica particolare o sotto forma di “lussuoso” cofanetto. Sono tuttavia interessato all’annunciata riedizione di “Purple Rain” del 2017, finalmente ufficializzata, anche se non se ne conosce ancora il contenuto, né il mese esatto di pubblicazione. Avremo certamente modo di tornare sull’argomento. Anche perché il sospetto ormai è fondato: Prince acquisirà sempre più importanza col passare degli anni. Non sarà facile dimenticalo, anzi… ci mancherà enormemente.

-Mat

Steely Dan, “Citizen 1972 1980”, 1993

Citizen Steely Dan 1972 1980Cofanetti, cofanetti, cofanetti!!! Per me questi cofanetti antologici dedicati ad un singolo artista/gruppo sono una croce & una delizia a un tempo. Delizia perché con un colpo solo, e da un decennio a questa parte, anche a prezzi stracciati, posso portarmi a casa l’intera discografia d’una band o d’un cantante che m’incuriosivano da un po’. Croce perché ritrovandomi tutto insieme, con un colpo solo come detto, non ricordo mai dove comincia un album e dove ne finisce un altro, oppure, più semplicemente, non sempre riesco a ricollegare una canzone al suo album d’appartenenza.

Nel 2012, ad esempio, mentre mi trovavo a New York in occasione del mio viaggio di nozze, acquistai per poche decine di dollari l’unico cofanetto monografico tuttora disponibile dedicato agli Steely Dan, ovvero un quadruplo ciddì chiamato “Citizen 1972 1980”, comprendente tutti gli album realizzati dalla band americana tra “Can’t Buy A Thrill” (1972) e “Gaucho” (1980). Inizialmente pubblicato dalla MCA nel 1993, “Citizen” è stato successivamente ristampato (credo dalla Universal) in una confezione meno ingombrante ma sempre condensando i sette album storici degli Steely Dan in soli quattro dischi. E includendovi anche quei singoli originariamente pubblicati in quanto tali, tra un album e il successivo senza essere inclusi in nessuno dei due, o anche i brani originariamente apparsi in colonne sonore o altre compilation del tempo. Oltre, ovviamente, agli inediti di turno (pochi, comunque).

Insomma, nonostante tutta la curiosità e tutto l’entusiasmo che ho nutrito negli anni per gli Steely Dan, non ricordo mai quanti album hanno fatto, e se – ad esempio – “Kathy Lied” sia uscito prima o dopo “Pretzel Logic”. Ho le note informative, ovviamente consultate per scrivere questo post, contenute nell’indispensabile libretto presente nel cofanetto, che puntualmente mi ricordano che “Prezel Logic” è uscito prima di “Kathy Lied”: 1974 e 1975, rispettivamente, preceduti a loro volta dal già citato “Can’t Buy A Thrill” (che, detto tra noi, mi suona decisamente come uno degli album di debutto più belli di sempre) e da quel “Countdown To Ecstasy” del 1973 già così diverso, e quindi seguiti dal cupo “The Royal Scam” (1976), dallo splendido “Aja” (1977, ritenuto da molti il capolavoro degli Steely Dan) e dal superlativo “Gaucho” (che resta il mio preferito).

Titoli di album a parte, ciò che viene fuori da questo cofanetto è una sequenza strepitosa di canzoni sopraffine, molte delle quali includo senza dubbio tra le cose più belle che io abbia mai sentito. Canzoni – tanto per dirne un po’ – come Do It Again (forse la più nota), Only A Fool Would Say That, The Boston Rag, Show Biz Kids, My Old School, Rikki Don’t Lose That Number, Any Major Dude Will Tell You, Bad Sneakers, Any World (That I’m Welcome To), The Caves Of Altamira, Here At The Western World, Peg, Deacon Blues, Hey Nineteen o Third World Man (forse la più bella) sono tra le mie preferite, quelle canzoni che non mi stanco mai di ascoltare, anche perché si possono sentire benissimo in qualsiasi occasione e pressoché in ogni contesto. Canzoni che, inoltre, come i veri classici, risultano ancora fresche, ancora attuali, ancora godibilissime, sopratutto se ascoltate con un onesto impianto hi-fi domestico.

Mi rimane ancora un aspetto di “Citizen” che volevo affrontare prima di chiudere, quello della sua collocazione storico-temporale. Uscito come già sappiamo nel 1993, questo cofanetto celebrava il ritorno degli Steely Dan all’attività concertistica dopo quasi vent’anni d’assenza dalle scene. Questo perché a partire da un certo punto del 1974, i signori Donald Fagen e Walter Becker, rimasti i soli membri originari della band (oltre che, da sempre, le due menti creative) decisero di concentrarsi esclusivamente sull’attività di studio, assumendo di volta in volta i migliori musicisti turnisti sulla piazza, in una smania continua di perfezionismo che – di fatto – portò all’implosione stessa degli Steely Dan nel 1981 (oltre ai consueti problemi contrattuali e di droga, denominatori comuni di tutti gli scioglimenti del pop-rock).

E fu così che nel 1993 Fagen & Becker tornarono clamorosamente in tour, come più tardi documentato dal bell’album dal vivo “Alive In America” (1995). Fu l’inizio di una lenta ma sempre più consistente reunion che portò prima a quei due album mascherati da progetti solistici – “Kamakiriad” (1993) e “11 Tracks Of Whack” (1994) – e quindi al nuovo album d’inediti “Two Against Nature” (2000), finalmente accreditato al glorioso marchio Steely Dan. Ma questa è già un’altra storia. Ne parleremo un’altra volta.

– Mat

Queen, “Innuendo”, 1991

Queen InnuendoNavigando in rete, un paio di giorni fa, leggevo una notizia che ha dell’incredibile: “Innuendo” dei Queen compie venticinque anni! Come?! Sono già passati venticinque anni?! E io che ho fatto in tutto quel tempo?! Ebbene sì, la pubblicazione dell’ultimo album inciso dalla celeberrima band inglese col compianto Freddie Mercury risale per l’appunto a un quarto di secolo fa. Come vola il tempo! E allora, con la scusa di dover rimpolpare questo blog redivivo, colgo l’occasione d’un tale anniversario per rielaborare un vecchio post che scrissi nel febbraio 2007, quando ancora il mio sito si chiamava Parliamo di Musica.

Checché ne dicano gli ammiratori di “A Night At The Opera” (1975) e i nostalgici del rock anni Settanta, secondo me il miglior album dei Queen è proprio “Innuendo”, ultimo disco al quale abbia partecipato attivamente Freddie Mercury. E’ l’album della completa maturità, l’album definitivo (in tutti i sensi, purtroppo…), il disco nel quale i Queen sfoggiano al meglio il loro inconfondibile stile musicale, infondendovi grande epicità e carica melodrammatica, in una sequenza mozzafiato di dodici canzoni indimenticabili.

Si parte col brano omonimo, Innuendo, una grandiosa progressione rock suddivisa in quattro tempi, per una lunghezza complessiva di sei minuti e mezzo. La prima parte è un irresistibile – e ormai famosissimo – bolero in chiave rock che quindi sfuma in una composizione più lenta per sola chitarra e voce. Segue una parte in stile flamenco – suonata da Brian May con Steve Howe, il chitarrista degli Yes – e poi una breve sequenza tipicamente mercuriana (“You can be everything you want to be”… ecc), prima della ripresa in chiave heavy del pezzo di flamenco, seguita infine dalla ripresa del bolero iniziale. Una canzone straordinaria, Innuendo, degna erede d’un altro capolavoro chiamato Bohemian Rhapsody. Pubblicata nel gennaio ’91 come primo estratto dall’album, Innuendo riportò meritatamente i Queen al vertice della classifica inglese dei singoli.

Dopo Innuendo troviamo la splendida I’m Going Slightly Mad, altro brano tipicamente mercuriano, dove il cantante ci regala una delle sue migliori prove vocali. Da applauso è anche tutta la parte di chitarra di Brian, con svariati effetti che passano dal canale sinistro dello stereo a quello destro, e viceversa (un giochetto molto frequente nella produzione dei Queen che personalmente ho sempre gradito).

Segue la rockeggiante Headlong, caratterizzata da un ritmo incalzante che rispolvera la vena più heavy dei nostri; così come I’m Going Slightly Mad, anche Headlong è stata pubblicata su singolo in una versione leggermente editata (mentre nella riedizione di “Innuendo” pubblicata cinque anni fa dalla Universal per la serie “2011 Digital Remaster” si può ascoltare Brian alla voce solista, in quella che viene accreditata come Embryo with Guide Vocal). E’ quindi la volta di I Can’t Live With You, una bella canzone dalla sonorità decisamente pop ma dall’approccio complessivo più vicino ai canoni rock, specie nell’emozionante parte finale.

Dopodiché troviamo la prima lenta del disco, ovvero Don’t Try So Hard: dolente, malinconica ma al contempo inconfondibilmente queeniana, dove, ancora una volta, Freddie si rende protagonista con una voce da brividi. Come un’auto in corsa giunge invece la tempestosa e serrata Ride The Wild Wind, dove la parte ritmica è in poderosa evidenza per tutta la durata del brano. Non a caso l’autore principale del brano è il batterista Roger Taylor, il quale è anche il cantante nella versione Early Version with Guide Vocal, inserita nella riedizione “2011 Digital Remaster”.

La successiva All God’s People è una canzone ben più complessa, una sorta di mix fra generi tipicamente black come soul, gospel e blues; un brano a suo modo anche sinfonico, ricavato da un demo del 1987 (tuttora inedito) che Freddie aveva concepito come uno dei potenziali duetti col soprano Montserrat Caballé per l’album “Barcelona“.

La dolce e malinconica These Are The Days Of Our Lives è una calda e distesa ballata di gran classe: tutto è perfettamente equilibrato in questo brano pop-rock, dalle parti vocali all’arrangiamento delle percussioni, passando per un memorabile e struggente assolo di chitarra. Con Delilah siamo invece alle prese col momento più leggero dell’album: un brano gradevolmente elettropop con cadenze orientaleggianti, dedicato da Mercury alla sua gatta preferita (diverte a tal proposito l’assolo di May, che ricorda il miagolare d’un gatto).

E se la cupa The Hitman ci riconduce in territori ben più heavy, in quella che è una delle canzoni più fragorose e casinare dei Queen, la successiva Bijou, perlopiù strumentale, è una malinconica canzone d’amore dove il virtuosismo di Brian fa superba mostra di sé. Chiude questo splendido disco che è “Innuendo” un’autentica gemma chiamata The Show Must Go On, una delle canzoni più famose e amate dei Queen, pubblicata come ultimo singolo estratto dall’album. Tutto il brano è un’esaltazione dello stile Queen più melodrammatico ed epico, con una prestazione vocale di Freddie da pelle d’oca e un Brian in forma strepitosa. Una chiusura memorabile che forse vale da sola l’acquisto di un tale, straordinario album.

Inciso fra il 1989 (all’indomani della pubblicazione dell’album “The Miracle“) e il ’90, “Innuendo” è stato prodotto dagli stessi Queen col fido David Richards, al fianco dei nostri fin dal 1986. Tutte le canzoni sono firmate Queen anche se pare che l’autore più prolifico sia stato Freddie Mercury mentre quello meno attivo sia stato il bassista John Deacon. A Roger Taylor va il merito d’aver composto una delle migliori ballate del gruppo, These Are The Days Of Our Lives, e di aver suonato ottimamente in tutto l’album, come in studio non faceva forse da dieci anni. Per tutto il disco troviamo un originale e brillante lavoro di chitarra con Brian May, mentre la voce di Mercury, seppur sensibilmente minata dalla malattia, è incredibilmente appassionata e squillante.

– Mat