Gusti musicali geograficamente parlando

ivan-graziani-rock-e-ballate-per-quattro-stagioniPer molti anni, diciamo pure tra il 1988 e il 2008, ho comprato e quindi ascoltato prevalentemente musica inglese. Gruppi da me amatissimi come Beatles, Queen, Police, Pink Floyd, Genesis, Bee Gees, Clash, Depeche Mode e Cure in primis (con tutti i relativi solisti del caso, come ad esempio Paul McCartney, Sting, Phil Collins, eccetera), ma anche Bauhaus, Japan, Cult, New Order (e quindi Joy Division), Tears For Fears, Pet Shop Boys, Smiths, Verve e tutti o quasi i relativi solisti (Peter Murphy, David Sylvian, Richard Achcroft e via dicendo). Per noi parlare poi di David Bowie. Discorsetto bello lungo, insomma.

Tra il 2007 e il 2008, invece, sono stato colto dalla febbre per Miles Davis, statunitense. E quindi via con tutti i suoi dischi (o meglio, con tutti i suoi cofanetti deluxe della Sony), ai quali, di lì a poco, si sono aggiungi nella mia collezione tutti i dischi di John Coltrane, altro illustre statunitense. Allargando un po’ i miei confini, ho iniziato a comprare dischi jazz di musicisti e band d’America, come ad esempio i Weather Report, Wayne Shorter, Herbie Hancock, Chick Corea, tutti nomi che sono andati ad aggiungersi ai vari Michael Jackson, Prince e Stevie Wonder che già avevo in vinili, ciddì e cassette.

E se la black music afroamericana in fondo in fondo m’è sempre piaciuta, in anni più recenti ho avuto modo di apprezzare sempre di più i dischi di Isaac Hayes e soprattutto di Marvin Gaye. Tutta roba americana, ovviamente. Ai quali si sono aggiunti presto i dischi di Simon & Garfunkel (li ho comprati tutti!), del solo Paul Simon (ne ho comprati quattro o cinque), di Bruce Springsteen e soprattutto di Bob Dylan.

Insomma, se la Gran Bretagna la faceva da padrona per quanto riguarda la provenienza artistica dei dischi presenti in casa mia, credo proprio che ormai la fetta sia equamente divisa tra Stati Uniti e Gran Bretagna, e forse i primi sono anche in leggero vantaggio. In questa sorta di duopolio ho però registrato un curioso fatto privato: non so perché e non so per come, ma una mattina mi sono svegliato con la voglia di ascoltarmi i dischi di Lucio Battisti! Dopo qualche acquisto casuale, tanto per scoprire l’artista, ho deciso di fare il grande passo: acquistare l’opera omnia contenente TUTTI  i suoi dischi. L’anno scorso, spinto dalla curiosità, sono invece andato a comprarmi a scatola chiusa un cofanetto da tre ciddì + divuddì di Lucio Dalla, chiamato per l’appunto “Trilogia”. Io che ascolto e che soprattutto compro Lucio Dalla?! Un paio d’anni prima non l’avrei mai detto ed ora eccomi qui, a canticchiare Come è profondo il mare o L’anno che verrà oppure ancora Come sarà con tanto di Francesco De Gregori a dividere il microfono.

De Gregori che pure ha iniziato a incuriosirmi, nonostante un’antipatia per il personaggio che nutro da sempre. Ieri pomeriggio, e qui sto svelando un aspetto davvero inquietante della mia vita privata, avevo preso una copia di “Rimmel” e mi stavo già dirigendo alla cassa. Ho quindi adocchiato una raccolta tripla, fresca d’uscita, di Ivan Graziani e chiamata “Rock e Ballate per Quattro Stagioni“, edita dalla Sony in occasione del ventennale della morte del compianto cantante e chitarrista (nella foto sopra). Ebbene, ho preso una copia di quest’ultima con buona pace del classico di De Gregori.

E così, in conclusione, se una volta i miei ascolti erano concentrati quasi unicamente sulla Gran Bretagna, da un po’ di tempo sono felicemente passato all’America. E ciò nonostante rivolgo più d’un pensiero all’Italia, chissà perché. Ho iniziato anche ad apprezzare e comprare Vasco Rossi. Si attendono ora clamorosi sviluppi.

-Mat

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Britpop: non mi piaceva ma aveva senso

britpop-blur-oasis-verve-anni-novantaMe ne stavo riascoltando con gran piacere il doppio vinile di “Urban Hymns”, quel capolavoro dei Verve datato 1997, e ripensavo a quella scena musicale nota come Britpop, una definizione peraltro che non ho mai veramente capito. Cosa c’è di più brit(ish) e di più pop dei Beatles, la cui parabola artistica si è svolta tra il 1962 e il 1970? Il cosiddetto Britpop, infatti, ha caratterizzato la musica per una buona parte degli anni Novanta, diciamo pressappoco la seconda metà di quel decennio, per cui quella definizione mi sembrava già allora vecchia di almeno venticinque anni.

Ad ogni modo, per chi come me c’era e comprava non soltanto musica con regolarità ma che leggeva anche le riviste “di settore”, gruppi come Blur e Oasis erano tanto chiacchierati quanto osannati, un po’ come era successo fino a pochi anni prima con le band “alternative” emerse negli Stati Uniti in seguito a quell’autentico tsunami musicale chiamato Nirvana. Insomma, che mi piacessero o meno, che acquistassi i loro dischi oppure no (e la risposta è no), sapevo praticamente tutto di questa scena Britpop: i nomi dei gruppi, i nomi dei loro stessi componenti, i nomi dei loro album e singoli inevitabilmente in testa alle classifiche, e perfino le immagini delle copertine dei loro dischi. Dischi che, tuttavia, non entravano a casa mia.

Ciò che proprio non mi piaceva del fenomeno Britpop (e del grunge dei primi anni Novanta) erano sostanzialmente due aspetti, strettamente correlati: che – nonostante gli entusiasmi dei critici e degli espertoni di turno – in quei dischi non si ascoltava in realtà niente di nuovo, e che nell’introdurre queste nuove band degli anni Novanta si procedesse in maniera pressoché sistematica a deridere quelle che le avevano precedute negli anni Ottanta. Faccio un esempio: ricordo la recensione d’un festival inglese (del ’95 o del ’96, il periodo era quello) in cui erano presenti, tra i tanti nomi in cartellone, i Simple Minds e gli Oasis; ebbene, l’autore dell’articolo evidentemente godeva nel riportare che, durante l’esibizione dei Simple Minds, i fan degli Oasis avessero esposto uno striscione con la scritta “why don’t you fuck off” (ironizzando, oltre che a mandarli a quel paese, su quella che probabilmente resta il brano più popolare dei Simple Minds, Don’t You Forget About Me).

Ora, nonostante io debba ammettere che non ascolto praticamente più i miei dischi dei Simple Minds, quei dischi li avevo effettivamente comprati, mentre non ho mai sentito la necessità d’andarmi a comprare un album degli Oasis. Inoltre, e mi fa piacere sottolinearlo, i Simple Minds sono attivi tuttora, mentre gli Oasis si sono sciolti già da un bel po’ di annetti. Ecco, in definitiva, che cosa ha rappresentato per me un fenomeno come quello del Britpop: qualcosa si effimero, di poco esaltante, che si è esaurito da solo senza lasciare né grandi rimpianti e – soprattutto – né eredi davvero degni di nota. Perché il punto centrale di questo post è proprio questo, in fondo: che ci sia piaciuto o meno, il fenomeno del Britpop è stato l’ultimo fenomeno pop davvero riconoscibile al quale abbiamo assistito, l’ultimo che abbia potuto vantare ancora vendite milionarie (anche se, c’è da dire, la musica liquida era ancora agli albori) e nomi dalla risonanza internazionale.

Se dovessi definire la musica del decennio successivo, quella compresa tra gli anni 2000 e 2009, davvero non saprei che parole utilizzare. Stiamo per entrare in un altro decennio ma io, musicalmente parlando, il decennio scorso non l’ho ancora messo a fuoco, non riesco ancora a storicizzarlo, ecco. Insomma, il Britpop – con la sola eccezione dei Verve e di una manciata di canzoni dei Blur – non mi è affatto piaciuto, eppure devo riconoscere che a suo modo, in quegli anni, ha avuto un senso. Mi piacerebbe però leggere anche la vostra opinione.

-Mat

Richard Ashcroft, “These People”, 2016

richard ashcroft these peopleOltre al peppersiano “The Getaway” del quale si è già parlato nel post precedente, c’è un secondo ciddì fresco di stampa che sono andato a comprarmi negli ultimi giorni: “These People”, l’album che segna il ritorno di Richard Ashcroft dopo ben sei anni d’assenza discografica (un’eternità per l’effimero universo del pop, a pensarci bene). Dico subito che, per quanto io abbia sempre apprezzato Ashcroft, sia da solista che come leader dei Verve, “These People” non è un lavoro che mi abbia esaltato.

Non che sia un brutto disco, tutt’altro, ma semplicemente manca di organicità: alcune canzoni, dall’arrangiamento insolitamente virato verso l’elettronica (come l’iniziale Out Of My Body e il singolo Hold On), sembrano non c’entrare un bel nulla con quelle più vicine al classico sound ashcroftiano (come These People, come They Don’t Own Me o Picture Of You, ad esempio), come se il nostro non fosse stato in grado di capire bene quale direzione prendere, se cioè tentare una nuova strada o continuare a restare sé stesso.

E così, ascoltando sequenzialmente le dieci canzoni di “These People”, si ha quasi la sensazione d’imbattersi in inediti risalenti al tempo di “Keys To The World” (2006) – se non addirittura di “Urban Hymns” (1997), quando Ashcroft guidava quella che forse era la band più interessante emersa dal cosiddetto Britpop, i Verve per l’appunto – intervallati qua e là da canzoni ben più elettroniche che francamente si addicono poco allo stile del nostro.

Stile che  resta sempre riconoscibilissimo, fosse solo per quella voce così peculiare (che a me ha sempre ricordato un po’ quella di John Lennon), che fa sì che i dischi di Richard Ashcroft risultino sempre gradevoli a chi questo stile lo (ha sempre) apprezza(to). Può in definitiva una canzone come They Don’t Own Me, l’unica che mi piaccia davvero (almeno finora), giustificare l’acquisto di un album come “These People”? Evidentemente no, ma è pur vero che una canzone come They Don’t Own Me non esce tutti i giorni e non si trova in altri dischi. Grazie Richard, comunque.

-Mat

Seal, “Soul”, 2008

seal-soul-2008-immagine-pubblicaNel 2008, tre dischi freschi di stampa attrassero subito la mia attenzione: il gradito ritorno dei Verve con “Forth”, l’attesissimo “Chinese Democracy” dei Guns N’ Roses, e un album di sole cover che ho finalmente comprato qualche giorno fa, “Soul”, del cantante anglonigeriano Seal.

Finalmente perché, fra i tre, quest’ultimo disco era il più costoso e da qualche anno a questa parte mi sono promesso di non spendere più di quindici euro per un ciddì (a meno che non si tratti di qualche edizione particolare); una volta che me lo sono trovato davanti a dodici euro non ho esitato minimamente nel portarmelo a casa!

“Soul” di Seal, un facile gioco di assonanze, quasi come a voler mettere in luce il legame simbiotico fra il cantante e i dodici classici del soul contenuti nel suo ultimo album. Dodici pezzi famosi & strafamosi in quanto alcuni di essi dovrebbero essere ormai noti anche ai sassi, dei veri e propri standard quali If You Don’t Know Me By Now, Stand By Me e People Get Ready. Realizzato dal noto produttore David Foster, “Soul” figura un Seal perfettamente a suo agio con questo repertorio, come se fossero canzoni sue; tuttavia il pregio dell’album è, secondo me, il non aver stravolto l’arrangiamento originale dei brani, bensì di averli riproposti con classe, passione, onestà e professionalità.

La prima canzone, la celebre A Change Is Gonna Come di Sam Cooke, mette già i brividi, soprattutto se consideriamo che in quell’anno, il 2008, il primo presidente afromamericano della storia veniva eletto per la Casa Bianca. Segue un’intensa I Can’t Stand The Rain, portata al successo anche da Tina Turner negli anni Ottanta, mentre la successiva It’s A Man’s Man’s Man’s World – originariamente scritta e interpretata dal grande James Brown – è semplicemente stupenda. Il resto del disco non è però da meno, con rivisitazioni sublimi di Here I Am (Come And Take Me) – noto brano di Al Green – , di I’ve Been Loving You Too Long (grande classico di Otis Redding), della mayfieldiana It’s Alright, di If You Don’t Know Me By Now (il classicone di Harold Melvin & The Blue Notes, reinterpretato innumerevoli volte, fra cui nella nota cover dei Simply Red di fine anni Ottanta), di Knock On Wood (altro brano riproposto da numerosi altri artisti), di I’m Still In Love With You (ancora un brano di Al Green), di Free (originariamente cantata da Deniece Williams), di Standy By Me (un altro classicone, di Ben E. King, portato al successo anche da John Lennon nel 1975) e, infine, di People Get Ready (ancora un pezzo di Curtis Mayfield, anch’esso cantato innumerevoli volte dai nomi più disparati del panorama musicale mondiale).

Un album realizzato da Seal col celebre David Foster, si diceva prima, che gli ha messo a disposizione alcuni dei turnisti più richiesti da quattro decadi a questa parte: il trombettista (qui anche in veste di arrangiatore) Jerry Hey, i chitarristi Michael Thompson e Dean Parks, il bassista Nathan East e il batterista John Robinson. “Soul” è un grande disco, di sicuro uno dei migliori usciti nel decennio appena trascorso, un disco che non deluderà nessun vero appassionato di musica.

– Mat

La musica del 2009 tra realtà e sogni

Eccoci così al 2009! Prima di cominciare, però, lasciatemi augurarvi buon anno, di cuore. Non possiamo dire come sarà l’ultimo anno di questo decennio, ovvio, ma possiamo già tracciare i contorni della musica che ascolteremo nei prossimi mesi. Ecco quindi una breve rassegna della musica che verrà…

Album
Per me il più atteso è il nuovo dei Depeche Mode, previsto in primavera e al momento ancora senza titolo: la band inglese (nella foto) ha anche girato il video di Wrong, il singolo apripista… sono molto curioso, non vedo l’ora di vederlo! Pare che questo nuovo capitolo depechiano dovrebbe recuperare delle sonorità retrò. Intanto usciranno anche i nuovi album di Bruce Springsteen (a giorni), Peter Murphy (il cantante dei Bauhaus), Prince, David Sylvian, Morrissey, Neil Young, Megadeth, P.J. Harvey, Green Day, Devo, Roxy Music, U2, No Doubt e Robin Gibb. Forse anche il nuovo di Michael Jackson e forse – udite udite – anche il secondo album dei redivivi Sex Pistols, che darebbero quindi un seguito al celeberrimo “Never Mind The Bollocks” del 1977.

Concerti
Per quanto riguarda gli appuntamenti live previsti nel nostro paese, per ora segnalo solo i Depeche Mode, gli Eagles, i Metallica, gli Ac/Dc, i Judas Priest, i Megadeth, i Lynyrd Skynyrd e gli odiosi Oasis. Mi piacerebbe tantissimo vedere il concerto degli Eagles… ma suoneranno a Milano… per me sarà difficile starci. Spero anche che i Verve recuperino l’unica tappa del loro tour del 2008 – quello che segnava la reunion dopo quasi dieci anni dallo scioglimento – che avevano programmato in Italia: dovevano suonare a Livorno ma la loro esibizione saltò perché Richard Ashcroft aveva la laringite.

Reunion
Dopo le innumerevoli reunion degli ultimi anni, nel 2009 si attendono i ritorni – sul palco e/o in studio – di Blur (nella originale formazione a quattro), Magazine, Ultravox (nella formazione condotta da Midge Ure), The Specials, The Faces (sì, proprio il gruppo di Rod Stewart e Ron Wood, scioltosi nei primi anni Settanta!) e forse anche Faith No More, Smiths (ma qui ci credo poco… sarebbe un miracolo!), Stone Roses e Spandau Ballet. Voci incontrollate parlano anche dei Jackson 5

Ristampe
“Odessa” dei Bee Gees uscirà fra pochi giorni, il 12, in un bel cofanetto con tanto di rarità & inediti (… e io ho già la bava alla bocca!) in occasione del quarantennale della sua edizione. A marzo sarà invece la volta di “Ten”, il classico dei Pearl Jam. Dovrebbero uscire anche gli ultimi capitoli della bella serie di remaster dei Cure, in particolare dell’album “Disintegration” che nel 2009 compie ventanni. In autunno, secondo alcune indiscrezioni, dovrebbero uscire anche i ciddì rimasterizzati di tutti gli album dei Beatles… chissà, io lo spero vivamente, a patto, cazzo, che vi siano inclusi degli inediti!

Film
In questo 2009 dovremmo vedere il benedetto film sulla vita di Bob Marley, in cantiere almeno dal 2003. Pare che quest’anno sia la volta buona, chissà, certo è che al momento non se ne conoscono molti particolari. Don Cheadle dovrebbe dar vita al suo film sull’immenso Miles Davis, in attesa almeno dal 2007. Si attendono anche film biografici su Freddie Mercury e Kurt Cobain, annunciati anch’essi alcuni anni fa. Correrei subito al cinema per vedermi quello su Mercury, si era parlato di Johnny Depp per la sua interpretazione, chissà.

Questo quello che è stato confermato, in maniera più o meno ufficiale da parte dei diretti interessati o da chi per loro. Ora passo brevemente alle mie aspettative per quest’anno:

  • spero in un ritorno sulle scene del grande David Bowie, magari anche solo per dei concerti, ovviamente con transito obbligatorio in Italia;
  • una cazzutissima ristampa di “The Wall” dei Pink Floyd in occasione del trentennale di quello che resta il mio album rock preferito;
  • un nuovo album da studio di Sting che, a parte la divagazione medievale di “Songs From The Labyrinth”, non mi pubblica un album con canzoni sue dal 2003;
  • un nuovo album e/o tour per i Tears For Fears con tassativo passaggio live in Italia;
  • la pubblicazione d’un cofanetto di Miles Davis con le sue collaborazioni con Prince (si parla comunque d’un nuovo cofanetto davisiano della sua discussa produzione anni Ottanta);
  • almeno un concerto in terra italiana per Paul McCartney;
  • un nuovo album per Roger Waters, che non pubblica un disco d’inediti dai tempi di “Amused To Death”.

Questo è quel che le mie antenne sono riuscite a captare nell’aria; se non altro si prefigura un 2009 abbastanza interessante sotto il profilo musicale. Per tutto il resto, come sempre, staremo a vedere!

– Mat

Ritorni parziali

alice-in-chainsMai come negli ultimi anni si sono visti ritorni (più o meno illustri) di band attive in un passato più o meno recente. Ha fatto clamore, per esempio, la reunion dei Police nel 2007, generando un fortunatissimo tour mondiale conclusosi lo scorso agosto. La formazione dei Police era quella classica, quella storica di sempre, vale a dire Stewart Copeland, Sting e Andy Summers. Stessa cosa si può dire dei Sex Pistols, che nella formazione originale composta da John Lydon, Steve Jones, Paul Cook e Glen Matlock è tornata a proporre dal vivo il suo punk irriverente in giro per il mondo.

Negli ultimi anni si sono riviste in azione le formazioni originali anche nel caso dei Duran Duran, degli Eagles (vabbé mancava Don Felder ma non se n’è accorto nessuno), dei Genesis formato trio, dei Cream, dei Verve, degli Stone Temple Pilots, ma anche dei Take That (quelli dell’ultima formazione, senza Robbie Williams), delle Spice Girls e addirittura degli Yazoo. Anche la classica formazione a quattro dei Pink Floyd, seppur per il solo evento benefico del Live Eight. Tuttavia non è stato affatto infrequente il caso di nomi celebri che, resuscitati dal passato fra mille clamori, presentavano in realtà solo alcuni dei componenti originali della band, con gli altri a volte rimpiazzati da autentici sconosciuti. E’ il caso dei Supertramp, degli Who, dei Queen, dei Guns N’ Roses, dei Cult, degli Smashing Pumpkins, dei Led Zeppelin, degli INXS e recentemente degli Alice In Chains (nella foto).

E’ proprio di questi giorni, infatti, la notizia che gli Alice In Chains, dopo essersi riformati qualche anno fa per una serie di concerti, stanno per tornare con un nuovo album di materiale inedito, il primo dai tempi dell’album eponimo del 1995: il tutto dopo aver superato lo shock della morte del cantante Layne Staley nel 2002 e l’ingaggio d’un suo sostituto, lo sconosciuto (a me) William Duvall.

Ora, da gran patito di musica ma anche di storia & storiografia, mi chiedo che legittimità abbiano queste reunion parziali, questi acclamati ritorni che figurano due o a volte anche uno solo dei componenti originali di un gruppo. A giudicare da quello che è successo ai Queen – che non solo hanno continuato senza Freddie Mercury rimpiazzandolo con Paul Rodgers, ma hanno serenamente fatto a meno di John Deacon – e dal successo che hanno ottenuto nei loro ultimi tour in giro per il mondo, penso che la differenza la faccia il celebre marchio: non importa chi vi sia dietro, quali musicisti stanno effettivamente suonando sul palco, ciò che conta è la consapevolezza che stiamo assistendo al concerto di un celebre nome del rock.

E così benvengano due Queen originali su quattro, due Who su quattro, due Doors (con buona pace di quelli che dicono che Jim Morrison sia ancora vivo) su quatro, due Smashing Pumpkins su quattro, tre Alice In Chains su quattro, ma anche un solo Guns N’ Roses su cinque. E’ ovvio che fa sempre piacere sentire dal vivo le nostri canzoni preferite anche se nel gruppo ricomposto c’è un solo ‘vecchio’ ma, non so, mi sembra che tutto questo revival sia poco dettato dalla nostalgia. Il vero motivo, secondo la mia modesta opinione, è uno solo, il più classico: i soldi. Unito ad un altro di fondo… la mancanza di coraggio, di andare avanti per la propria strada con progetti solistici che spesso & volentieri hanno molta più dignità di questi ritorni parziali. A questo punto lasciamo pure che Paul McCartney, dopo essersi assicurato Ringo Starr alla batteria, se ne vada in giro con una band facendosi chiamare The Beatles. Non se ne scandalizzerebbe quasi nessuno e gli stadi sarebbero pieni.. beh, forse in quel caso, mascherato & mimetizzato fra la folla urlante, ci sarebbe anche il sottoscritto.

– Mat

The Verve, “Forth”, 2008

the-verve-forth-immagine-pubblicaIn questi giorni c’è praticamente un solo disco che sto ascoltando: si tratta di “Forth”, il nuovo album dei redivivi Verve, giunto nelle rivendite dopo un periodo di separazione fra i membri della band durato quasi dieci anni.

Il primo singolo, Love Is Noise, mi è subito piaciuto parecchio, le recensioni dell’album sono state se non entusiastiche almeno tutte positive, la confezione del disco si presentava in un’elegante cartonatura e così… ho sborsato sedici euro e mi sono portato la mia bella copia a casa.

Per la verità ero stato tentato dall’edizione in vinile, due elleppì per un totale di ventuno euro… ma le canzoni sono dieci in tutto e non mi andava di cambiare una facciata ogni tre canzoni (ho invece escluso subito la versione ‘deluxe’, il solito ciddì abbinato all’inutile divvuddì che per mezzora ci mostra i nostri beniamini che ci raccontano su quanto sia stato bello incidere questo disco, che è il migliore che hanno mai fatto, e blah-blah-blah…).

Spazzando subito ogni dubbio, dico subito che questo “Forth” è veramente un bel disco, esattamente come me lo immaginavo. Mi fa piacere, inoltre, notare come sia stato scritto, eseguito e prodotto dai soli Verve (con un minimo contributo esterno), tanto che tutto il lavoro – oltre un’ora di musica con una media di sei minuti buoni per canzone – scorre via che è una bellezza, specialmente se lo si ascolta mentre si è alla guida.

Il brano più immediato è senza dubbio Love Is Noise, danzereccio e accattivante, sebbene il resto del disco non sia affatto di quel genere. L’album è piuttosto un insieme di grandi ballate pop-rock e di brani più tirati e rockeggianti, aggiungendo al tutto un po’ di psichedelia, un po’ di progressive e un po’ di noise qua e là. Fra i miei brani preferiti vi sono l’iniziale Sit And Wonder, un rock arrembante e vagamente minaccioso, l’eterea & distesa Judas, l’indolente psichedelia di Numbness, le più pop I See Houses e Valium Skies (dove si sente più la mano del cantante Richard Ashcroft che degli stessi Verve) ma soprattutto la conclusiva Appalachian Springs, una dolente ballata che per me rappresenta il pezzo migliore di tutto il disco. Comunque buono il resto dell’album, con quella Rather Be (candidata a prossimo singolo) che ricorda un po’ Check The Meaning, una delle perle dell’Ashcroft solista, gli otto tormentosi minuti di Noise Epic e il funk (o quasi) progressivo di Columbo.

Insomma, pur se ho scritto questa recensione di getto e ho “Forth” da pochi giorni, posso ritenermi più che soddisfatto del mio recente acquisto, anche perché ho la netta impressione che questo sia uno di quegli album che migliorano ascolto dopo ascolto.

– Mat

The Verve, “The Drugs Don’t Work”, 1997

the-verve-the-drugs-dont-workSarà pure una canzone triste, o deprimente che dir si voglia, ma ciò non esclude il fatto che The Drugs Don’t Work dei Verve sia una canzone magnifica.

Una notevole ballata, dolente ma a suo modo consolatoria, che ascoltai la prima volta alla radio, nei tardi & tristi anni Novanta.

Bellissima la sequenza dei versi, memorabile il ritornello, cantabilissimo, il tutto impreziosito dalla bella voce di Richard Ashcroft e da un azzeccatissimo arrangiamento che fa leva sulle chitarre acustiche e l’orchestrazione.

Copiando questo indirizzo [http://www.youtube.com/watch?v=n4XCGeckA-E] si può ascoltare The Drugs Don’t Work e vederne il bel video, semplice ma gradevole.

Ah, dimenticavo, The Drugs Don’t Work si trova sul terzo (e finora ultimo) album dei Verve, il celebre “Urban Hymns” (1997), ma anche sulla raccolta “This Is Music: The Singles 92-98”, pubblicata nel 2004.

– Mat

Un anno di ritorni, il 2007… e il 2008?

Il 2007 appena trascorso s’è rivelato come l’anno dei grandi ritorni, molti dei quali del tutto inattesi. Solo un anno prima non avrei mai detto che, a distanza di pochi mesi, avrei visto dal vivo due delle mie bande rock preferite, i Genesis (con Phil Collins di nuovo nei ranghi) a Roma, e i Police a Torino… insomma, nei primi mesi del 2006 tutto questo era fantascienza per me!

L’ultima, clamorosa reunion in ordine di tempo è stata quella dei Led Zeppelin (col figlio di John Bonham a sostituire l’illustre genitore, scomparso nell’80), ma grande attenzione da parte della stampa è stata riservata ai ritorni di due celeberrime formazioni pop degli anni Novanta, i Take That (anche se privi di Robbie Williams) e le Spice Girls al gran completo. Grande attenzione da parte degli acquirenti di dischi come il sottoscritto è stata riservata invece agli Eagles che, col loro recente “Long Road Out Of Eden” (l’ho comprato per Natale… lo recensirò presto…), hanno meritatamente conquistato il 1° posto della classifica americana, vale a dire il mercato discografico più importante al mondo.

Nel corso del 2007, tuttavia, sono state parecchie le formazioni che si sono ritrovate insieme dopo molti anni, sia sul palco, sia in studio o in entrambi i casi. Qui mi limito a citare i Sex Pistols – sul palco (nella foto sopra, una rassicurante immagine del loro cantante, quel gran soggettone di Johnny Rotten) – i Verve di Richard Ashcroft – palco e studio – gli Smashing Pumpkins – studio e palco – i James (quelli di Sit Down), i Crowded House (quelli di Don’t Dream It’s Over) – palco e studio – i Jesus And Mary Chain, gli Stooges del selvaggio e carismatico Iggy Pop – studio e palco – e gli Happy Mondays, una band di sballoni proveniente da Manchester particolarmente celebre (in patria) fra gli ultimi anni Ottanta e i primi Novanta.

Pure i Queen, o ciò che ne rimane, ovvero Brian May con Roger Taylor, sono tornati in pista: a dicembre è uscito il singolo Say It’s Not True, sempre con la partecipazione di Paul Rodgers come cantante, mentre per questo 2008 si attende un album completo. Si attendono inoltre i nuovi album dei già citati Verve, dei Cure, dei R.E.M., dei Metallica e, udite udite, di Michael Jackson. Proprio il nome di Michael Jackson potrebbe essere quello più discusso in questo 2008… dovrebbe intraprendere un tour per sanare i suoi debiti e, per farlo, potrebbe resuscitare addirittura i Jacksons, la sua storica band con i fratelli. Personalmente sono molto curioso, nel frattempo a febbraio uscirà una lussuosa riedizione del suo classicissimo, l’album “Thriller” datato 1982.

Insomma, musicalmente anche questo 2008 promette bene… spero che si avranno altre piacevoli sorprese! A questo punto, per quanto mi riguarda, ora aspetto una sola reunion… quella dei benedetti Pink Floyd… ma, sia ben chiaro, senza Roger Waters non ne voglio sapere alcunché!

Buon anno a tutti, amici blogger & lettori, ci sentiamo nei prossimi giorni. Ciao!

– Mat

The Good, The Bad & The Queen, 2007

the-good-the-bad-and-the-queen-damon-albarn-clash-blurIn questi giorni sto ascoltando quasi a ripetizione (o a manetta, come si dice in gergo) l’album omonimo di The Good, The Bad & The Queen, ovvero un supergruppo costituito nel 2006 da Damon Albarn dei Blur (o dei Gorillaz, se preferite), da quel monumento di Paul Simonon dei Clash, da Simon Tong (ex chitarrista dei Verve) e dal raffinato batterista Tony Allen, collaboratore di Albarn già da un po’.

“The Good, The Bad & The Queen” è un disco uscito al principio di quest’anno ma che non ho comprato immediatamente, nonostante l’allettante presenza di Paul, che suona il basso in tutti i pezzi e contribuisce ai cori. Diversi mesi prima, un amico blogger mi aveva già anticipato la bellezza di quest’album, avvertendomi che l’avrei apprezzato via via sempre di più. Ebbene devo dargli ragione (oltre che ringraziarlo): ho comprato il ciddì di “The Good, The Bad & The Queen” un mesetto fa ma in questi giorni è finalmente esploso il mio amore per questa musica. Sarò banale & scontato se mi azzardo a dire che questo è un sound di non facile catalogazione? A me suona come una sorta di disincantato ma cullante dub/reggae, spruzzato con la tipica eccentricità di tanti arrangiamenti pop-rock che la musica inglese ci ha splendidamente proposto dall’era Beatles ad oggi.

Qui non mi prodigherò in una delle mie solite (e forse noiose, chissà…) recensioni. Mi limiterò a dire che il motivo per cui ho comprato questo disco, cioè il basso di Paul Simonon, c’è & si sente, che lo stile di Damon Albarn (che conoscevo appena da qualche pezzo dei Blur e dei Gorillaz) è molto interessante & personale (lui è la mente del gruppo, il cantante & l’autore dei pezzi, e mi pare decisamente bravo), che Simon Tong è un menestrello tanto discreto & puntuale quanto abile, che il tocco di Tony Allen è proprio sorprendente.

Ovviamente, i pezzi che preferisco sono… tutti! Sul serio, non ce n’è uno che non s’incastri perfettamente nei quasi cinquanta minuti di durata dell’album. Comunque, se proprio devo citare qualche canzone, dico che trovo bellissima 80’s Life, con reminiscenze dell’era “Pet Sounds” dei Beach Boys, memorabili la saltellante Northern Whale e l’iniziale History Song. Ma anche A Soldier’s Tale … ma anche The Bunting Song… ma anche il primo singolo, Herculean …insomma, tutte!

Per farla corta, per farla breve, “The Good, The Bad & The Queen” è un album che non dovrebbe scontentare nessun vero fan dei Clash, specie se ammiratore come me dell’era “Sandinista!”. A me è piaciuto. E tanto.

– Mat