Prince, John Coltrane e quei piacevoli ritrovamenti musicali

Prince Piano & A Microphone Immagine PubblicaTra ieri e oggi ho avuto la conferma di due ghiotte pubblicazioni discografiche a proposito di due tra i miei artisti preferiti, Prince e John Coltrane. Nel caso di Prince, proprio ieri, in quello che sarebbe stato il sessantesimo compleanno del folletto di Minneapolis,  la Warner Bros ha annunciato la pubblicazione – prevista per il 21 settembre – di “Piano & A Microphone 1983”, ovvero una raccolta di nove registrazioni effettuate da Prince per solo piano e voce, per l’appunto, di altrettante canzoni, più o meno note, tra le quali Purple Rain (che vedrà quindi la luce con l’album eponimo uscito l’anno seguente, il 1984) e Strange Relationship (in una sorta d’anteprima del futuro, dato che il brano sarebbe apparso soltanto nel 1987, sull’album “Sign O The Times“). Tutte registrate nel corso del 1983, ovviamente, e tutte nell’atmosfera informale del suo studio casalingo.

John Coltrane Both Directions Immagine PubblicaE se con Prince facciamo un salto indietro nel tempo di ben trentacinque anni, con John Coltrane torniamo indietro di ulteriori vent’anni, e precisamente al 6 marzo 1963, quando il leggendario sassofonista – accompagnato da quello che resta il suo gruppo più formidabile (e probabilmente più amato), ovvero il quartetto formato con McCoy Tyner (piano), Jimmy Garrison (basso) e Elvin Jones (batteria) – mise su nastro un vero e proprio album rimasto inedito per tutti questi anni. In uscita per la Impulse! già il 29 di questo mese, il disco è stato intitolato “Both Directions At Once: The Lost Album” dal figlio del sassofonista, Ravi Coltrane. Ancora una volta, l’incisione del quartetto storico di Coltrane è avvenuta ai Van Gelder Studios di Hackensack, nel New Jersey, nel corso di un anno nel quale Coltrane – con o senza i suoi fidati musicisti – aveva dato alle stampe un album con Duke Ellington, uno con Johnny Hartman (ne abbiamo parlato QUI) e un altro di sole ballate per quartetto. Insomma, nella testa e tra le mani di John Coltrane passava a quel tempo un flusso di creatività, una vera e propria corrente, nella quale qualcosa andava inevitabilmente trascinato via e quindi ritenuto perso. Si deve quindi alla prima moglie di Coltrane, quella Naima immortalata anche in un brano eponimo dello stesso, il recente ritrovamento d’un nastro con ben sette brani e le relative “alternative takes”.

E se il “nuovo” disco di Prince dura appena trentacinque minuti, quello di Coltrane sarà disponibile anche in una versione deluxe che conterrà, in un ciddì, le sette esecuzioni “master” e, in un secondo ciddì, altrettante versioni alternative, tra cui quattro diverse registrazioni di Impressions. Anche “Piano & A Microphone 1983” sarà in verità disponibile in un’elegante deluxe edition ma il contenuto musicale resta lo stesso per entrambe le versioni (quella deluxe offre infatti anche la stampa in vinile, oltre a quella su ciddì, più un libro fotografico ad hoc).

Insomma, per quanto mi riguarda, si tratta di materiale notevole che merita certamente l’acquisto; e se nel caso di Prince mi dovrebbe bastare l’edizione standard dell’album, nel caso di Coltrane sono molto più orientato sull’acquisto dell’edizione deluxe. Di certo torneremo presto a parlarne, in post dedicati e più approfonditi.

-Mat

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Altre brutte copertine di dischi

La musica di Miles Davis che più amo è quella che il grande trombettista americano ha inciso quando era sotto contratto con la Columbia (gli anni 1955-1985). La musica che successivamente ha inciso per conto della Warner Bros, nella fase finale della sua carriera, mi piace un po’ meno ma ancora meno mi piacciono i suoi anni pre-Columbia, per così dire, soprattutto quando incideva per la Prestige. E tra i motivi che mi tengono alla larga da quei dischi metto proprio le orride copertine che molto spesso ornavano i lavori comunque degni di nota di Davis. Eccone una selezione.

Miles Davis, Relaxin

“Relaxin’ With The Miles Davis Quintet” è una raccolta di materiale inciso nel 1956 e quindi pubblicato dalla Prestige nel 1958, quando Miles era già passato alla Columbia. Non discuto il contenuto dell’album, peraltro registrato dal nostro assieme a uno dei suoi gruppi migliori, ovvero quello con John Coltrane, Red Garland, Paul Chambers e Philly Joe Jones. Ma la copertina? Mi ha sempre raffreddato la voglia di ascoltarmi il disco, purtroppo.

Miles Davis, Collectors Items

E che dire di “Collectors’ Items”, inciso sempre in quel 1956 ma con tutt’altra formazione?

Miles Davis, Miles Davis And Horns

Anche se, per quanto mi riguarda, la copertina più brutta d’un disco di Miles Davis resta quella di “Miles Davis And Horns”, anch’essa del 1956. Certo che l’allora reparto grafico della Prestige era a dir poco originale.

Il mondo è comunque pieno di brutte copertine di dischi, e continuano a farne anche in tempi recenti. Vediamone qualcuna.

Ed Sheeran, X

Ecco l’album “X” (gruppo Warner, 2014) di Ed Sheeran, un cantante del quale oggi tutti sembrano proprio non poterne fare a meno, in particolare i programmisti radiofonici.

Katy Perry, Witness, 2017

Questa è invece la spaventosa copertina di “Witness”, l’ultimo album di Katy Perry, pubblicato dalla Capitol nel 2017. E pensare che sarebbe bastata una semplice foto alla stessa Perry per dare invece alle stampe una bella copertina.

Depeche Mode - Spirit

Ancora i Depeche Mode, con una brutta copertina tratta da quello che molto probabilmente è il loro album più brutto, il recente “Spirit” (Sony, 2017).

Lou Reed, Metallica, Lulu

E che dire poi dell’orrenda copertina di “Lulu”, una collaborazione del 2011 tra Lou Reed e i Metallica pubblicata dalla Warner nel 2011?

Ma in casa, oltre a “Spirit” dei Depeche Mode e ai dischi Prestige di Miles Davis ho anche i seguenti…

Prince, Rave Un2 The Joy Fantastic, 1999

Prince, “Joy Un2 The Joy Fantastic” (gruppo BMG, 1999), oltre a…

New Order Republic

New Order, “Republic” (gruppo Warner, 1993), oppure, per fare un esempio nostrano…

Mango, Visto Così

Mango, “Visto Così” (gruppo Warner anch’esso, 1999).

Beh, penso che per ora la nostra carrellata di brutte copertine possa bastare. Ovviamente tutto è discutibile, quello che non piace a me potrebbe benissimo rappresentare un capolavoro per qualcun altro. Col prossimo post torneremo a parlare di musica vera. Forse proprio d’un noto album di Miles Davis che in questi giorni sto riascoltando spesso & volentieri.

-Mat

Dischi, le copertine davvero brutte

Il mondo della discografia è pieno di bei dischi ma anche di una quantità impressionante di brutte copertine. Spulciando nel web è facile imbattersi in vere e proprie antologie dell’orrore che mettono a raccolta alcune delle copertine di dischi più raccapriccianti di sempre, in una sorta di sagra del cattivo gusto che passa trasversalmente i generi musicali, le epoche storiche e la geografia. Ecco, dal punto di vista geografico, c’è da dire che le peggiori copertine provengono forse dal mercato est-europeo, non fosse altro che per l’abbigliamento e le acconciature degli artisti (?) immortalati in copertina. Nell’antologia del bruttocopertinismo (mi si passi il neologismo, brutto anch’esso) non fa però eccezione nessuno, neanche gli artisti più celebri e le case discografiche più blasonate.

E’ proprio in tal senso che vorrei anch’io proporre una serie di brutte copertine di dischi; non mostrerò le solite immagini prese a caso dalla discografia albanese/rumena degli anni Settanta-Ottanta ma farò vedere – a vostro rischio & pericolo, s’intende – le brutte copertine di alcuni dei più famosi musicisti internazionali d’alta classifica.

simple minds - Celebration

In casa, ad esempio, ho da molti anni una copia in ciddì di quest’antologia dei Simple Minds: si chiama “Celebration”, è uscita originariamente nel 1982 per conto della Virgin e riassume un po’ gli anni cosiddetti formativi della band scozzese (1978-1981). Personalmente la trovo bruttissima. Che avevano da celebrare con una copertina così?

John Lennon - Mind Games

Altra brutta copertina che ritrovo in casa – per giunta in due edizioni, ovvero vinile e ciddì – è quella che confeziona l’album “Mind Games” (EMI, 1973) di John Lennon. E il mio idolo non s’è risparmiato nemmeno per la copertina di “Imagine” (EMI, 1971), per non dire poi degli album sperimentali che pubblicò alla fine degli anni Sessanta con la moglie, Yoko Ono, come “Two Virgins” e “Life With The Lions”. Ve le risparmio.

Steely Dan - Gaucho

Ancora una brutta copertina d’un mio disco che sento spesso & volentieri è quella di “Gaucho” (MCA, 1980) degli Steely Dan. Sicuramente si è visto di peggio ma anche di molto meglio. E comunque le copertine degli ultimi album degli Steely Dan, ovvero “Two Against Nature” (gruppo Warner Bros, 2000) e “Everything Must Go” (2003) non sono esattamente da esposizione.

elton john - wonderful crazy night

Un altro campione del cattivo gusto, e qui c’è davvero poco da stupirsi, è Elton John. Guardate un po’ la copertina di uno dei suoi ultimi album, “Wonderful Crazy Night” (Island, 2016). Certo è che ai tempi di “Caribou” (MCA, 1974), non proponeva – lui o chi per lui, è bene precisare – molto di meglio.

Elton John - Caribou

Altre copertine che spiccano per la loro bruttezza, prese un po’ a caso, riguardano…

Bon Jovi - Have A Nice Day

Bon Jovi, “Have A Nice Day” (Island, 2005), oppure…

Eric Clapton - Old Sock

Eric Clapton, “Old Sock” (gruppo Warner, 2013), ma anche…

Pink Floyd - Obscured by Clouds

Pink Floyd, “Obscured By Clouds” (EMI, 1972), per non dire poi…

Depeche Mode - Delta Machine

Depeche Mode, “Delta Machine” (Sony, 2013), e ovviamente anche…

madonna - American Life

Madonna, “American Life” (gruppo Warner, 2003), oppure peggio…

Chic - Chic-ism

Chic, “Chic-ism” (sempre Warner, 1992), e infine…

Paul Rodgers - Electric

Paul Rodgers, “Electric” (gruppo BMG, 1999).

Questo è quanto per ora. Un prossimo post del genere potrebbe comparire su questo blog in tempi brevi. Sembra una minaccia.

-Mat

Record Store Day 2018: le succose novità

David Sylvian, Dead Bees On A Cake, RSD 2018Le case discografiche hanno cominciato a diffondere le prime immagini e le informazioni relative alle uscite previste in occasione del Record Store Day 2018, che si terrà in tutti i negozi di dischi del mondo il prossimo 21 aprile. Se negli ultimi anni non avevo avuto modo d’andarci, l’anno scorso ci sono stato eccome, in entrambi i negozi di dischi della mia città, Pescara, trovando dei titoli che pur non essendo essenziali non mi hanno fatto dubitare sulla necessità di acquistarli (vuoi per il formato, vuoi per la grafica, vuoi ancora per una bella confezione).

Quest’anno, da quel che ho visto & letto finora, l’edizione che più m’interessa – la sola che vorrei acquistare davvero – è la riedizione di “Dead Bees On A Cake” (nella foto), l’album di David Sylvian datato 1999. Ristampato in doppio vinile bianco, con una nuova copertina, con tutte le foto di Anton Corbijn e soprattutto con quattro brani in più (quelli che, pur incisi durante la lavorazione dell’album, sono invece stati inclusi nella successiva raccolta del 2000, “Everything And Nothing”), l’album “Dead Bees On A Cake” viene finalmente presentato – per dirla con le parole dello stesso Sylvian – “come il doppio album che avevo sempre inteso di proporre, prima che l’etichetta perdesse la pazienza aspettandone l’arrivo”.

“Dead Bees On A Cake”, infatti, rappresentava un grande ritorno dopo anni di collaborazioni e dischi sperimentali. Di fatto, “Dead Bees”, uscito come ricordato nel 1999, fu il primo vero album di David Sylvian dai tempi di “Secrets Of The Beehive“. Sarà quindi l’occasione per godere ancora una volta e ancora di più (grazie all’inserimento di altri quattro splendidi brani, tra cui The Scent Of Magnolia e Cover Me With Flowers) di un album che a mio modesto avviso è stato un tantino sottovalutato. Gran disco, a parte tutto, mi piacerebbe dedicargli un post ad hoc, magari proprio a partire da questa ristampa, se mai riuscirò a portarmene a casa una copia.

Per quanto riguarda gli altri titoli riservati ad altri artisti, quelli che mi hanno fatto drizzare di più le orecchie sono i seguenti, tutti in vinile, e tutti in rigoroso ordine alfabetico.

Ac/Dc – “Back In Black”: il primo album della celeberrima band australiana con Brian Johnson alla voce, probabilmente il loro disco più famoso, ristampato addirittura in cassetta per questo RSD 2018.

Big Audio Dynamite II – “On The Road Live ’92”: un EP di soli cinque pezzi – tutti dal vivo, e mai prima d’ora stampati in vinile – in formato dodici pollici per la seconda reincarnazione del gruppo post-Clash di Mick Jones.

David Bowie – In questo caso abbiamo tre interessanti proposte. Partiamo in ordine cronologico, con la ristampa dell’album eponimo del 1967, “David Bowie” per l’appunto: edizione doppia in elleppì, contenente la versione mono (in vinile rosso) e la versione stereo (in vinile blu) dello stesso album. La seconda proposta, sempre su vinile, è un dodici pollici da 45 giri contenente la versione demo di Let’s Dance del dicembre 1982, pubblicata nella sua lunghezza integrale (sul lato B del singolo troviamo invece una versione live dell’epoca della stessa Let’s Dance). Infine, il nome di Bowie è legato a un triplo vinile, “Welcome To The Blackout”, contenente un inedito concerto londinese del 1978.

Johnny Cash – “At Folsom Prison: Legacy Edition”: forse il disco più famoso di Cash e senz’altro uno degli album live più acclamati di tutti i tempi, qui proposto in un lussuoso box da ben cinque vinili, contenente per la prima volta entrambi i concerti integrali che Cash e la sua band tennero nel carcere di Folsom in quel lontano 1968. Secondo me il tutto costerà un botto ma con ogni probabilità saranno soldi ben spesi. Ci sto facendo un pensierino.

John Coltrane – “My Favorite Things, Part I & II”: soltanto mille copie per questo singolo contenente entrambi i single edit di My Favourite Things, brano portante dell’omonimo e storico album uscito per la Atlantic nel 1961.

The Cure – Due uscite per la band di Robert Smith, decisamente peculiari: “Torn Down” è un doppio elleppì (entrambi in picture disc) contenente sedici nuovi remix curati dallo stesso Smith, mentre “Mixed Up”, anch’esso in doppio picture disc, è la riproposizione dell’album di remix dei Cure uscito nel 1990.

Miles Davis – “Rubberband EP”: quando ho letto “Rubberband” sono saltato sulla sedia! Quello, infatti, è il titolo dell’album inedito che Miles registrò nel 1985 come primo disco da far distribuire alla sua nuova etichetta, la Warner Bros. Poi s’imbatté nei demo di Marcus Miller e ricominciò daccapo con un nuovo progetto, che quindi divenne il celebre “Tutu”. In questo caso siamo però alle prese con un EP di soli quattro brani, e per giunta non tutti originali: c’è infatti qualche remix attuale, accanto al materiale inciso all’epoca da Miles e i suoi collaboratori del periodo. Sono tentato dall’acquisto ma anche fortemente dubbioso. Spero che questo EP sia invece l’anticipazione di qualcosa di più consistente che la Warner potrebbe distribuire in autunno.

Bob Dylan & The Grateful Dead – “Dylan & The Dead”: originariamente uscito nel 1989, questo live nel quale Bob Dylan era accompagnato dai Greteful Dead viene riproposto in un vinile dalle facciate diversamente colorate (quella A è rossa, quella B è blu). Un po’ troppo poco, forse? I soli Grateful Dead, ad ogni modo, potrebbero consolare i fan con un ben più corposo cofanetto da quattro vinili contenente un loro concerto al Fillmore West di San Francisco del 1969.

Fleetwood Mac – “The Alternate Tango In The Night”: se l’anno scorso è stato stampato un acclamato box da ben cinque dischi dedicato al trentennale di “Tango In The Night”, in occasione del RSD 2018 la sola versione alternativa dell’album (ovvero con mix diversi tratti dalle varie sedute d’incisione) viene qui estrapolata per un’edizione nel più tradizionale elleppì nero, il tutto disponibile in sole 8500 copie.

Marvin Gaye – Due uscite anche nel caso di questo leggendario soul singer, ovvero “Let’s Get It On” – uno dei suoi dischi più belli, datato 1972, del quale vorrei presto parlare in un post ad hoc – in vinile rosso da 180 grammi di peso, e quindi “Sexual Healing: The Remixes”, ovvero un altro vinile rosso contente sette versioni – vecchie e nuove – della classica Sexual Healing, il formidabile hit single del 1982.

Van Morrison – “The Alternative Moondance”: ovvero il classico album “Moondance” del 1970 qui ricreato a partire dalle versioni alternative / demo / provini tratti dalle sedute d’incisione originali (come nel caso di “Tango In The Night” dei Fleetwood Mac che abbiamo visto sopra, insomma).

Pink Floyd – “The Piper At The Gates Of Dawn”: edizione in vinile, e mono, per il primo album della storica band inglese, quando ancora era dominato dalla figura e dall’estro di Syd Barrett. In questo caso si tratta, stando al comunicato stampa ufficiale, di “a new mono 2018 remaster by James Guthrie, Joel Plante and Bernie Grundman. Remastered from the original 1967 mono mix”. Anche la grafica promette bene, con una sovracopertina tutta nuova.

Prince – “1999”: questa, vi dirò, non l’ho capita. Si tratta di una riduzione a soli sette brani dell’originale doppio album che il folletto di Minneapolis diede alle stampe nel 1982. C’è una nuova grafica ma mi sembra pochino… perché non distribuire di nuovo l’album nel suo glorioso doppio formato, magari con l’aggiunta dei B-side o versioni alternative?

Rolling Stones – “Their Satanic Majesties Request”: la risposta degli Stones, a quanto pare non troppo riuscita, al “Sgt. Pepper” beatlesiano. Qui siamo in presenza d’un vinile colorato ma trasparente, con tanto d’immagine lenticolare in copertina. Potrà bastare?

Bruce Springsteen – “Greatest Hits”: ovvero la riedizione in due vinili della prima raccolta antologica del Boss, edita per la prima volta nel 1995. Si tratta d’una gran bella antologia, stavolta riproposta in vinili rossi per un’edizione limitata & numerata. Anche qui, c’è il pensierino (e la minaccia al portafogli).

Neil Young – “Roxy: Tonight’s The Night Live”: due vinili contenenti un concerto losangelino inedito del 1973, quando l’album “Tonight’s The Night” doveva ancora uscire.

Questo è quanto, per ora, ma sono più che sicuro che da qui al prossimo 21 aprile ne sentiremo ancora delle belle. Magari ci sarà l’occasione per dare un seguito a questo post.

-Mat

David Bowie, “Lodger”, 1979

DAVID BOWIE LODGER immagine pubblicaEro convinto d’aver già dedicato, in passato, un post a “Lodger”, l’album di David Bowie del 1979. Rimettendo ordine fra i miei vecchi scritti (nel corso del mese sono riuscito finalmente a recuperare quanto pubblicato tra il 2006 e il 2011, o almeno i post più decenti, ecco) ho invece constatato una stridente assenza. Forse ne avevo tentato più volte la bozza, nel corso degli anni, resta il fatto che su Immagine Pubblica non ho mai speso pubblicamente due parole – per quello che possono valere – a proposito di “Lodger”.

Considerato il capitolo conclusivo della celeberrima “trilogia berlinese” di David Bowie, “Lodger” non c’entra un bel nulla con Berlino. E’ stato principalmente registrato nello studio svizzero dei Queen, gli ormai famosi Mountain Studios di Montreux, più una serie d’incisioni finali (soprattutto per quanto riguarda le parti vocali) effettuata a New York. Anche la concezione di base di “Lodger” si discosta parecchio dai due album che l’hanno preceduto, ovvero “Low” e “Heroes“: se questi ultimi presentavano grosso modo i brani cantati e più convenzionalmente pop sulla facciata A, lasciando così quelli strumentali e più sperimentali sulla facciata B dei vinili originali, in “Lodger” non soltanto questa distinzione non viene applicata ma sono del tutto assenti i pezzi strumentali.

Ad ogni modo, similitudini stilistiche e sonore tra i tre dischi in questione sono però evidenti, anche perché sostanzialmente sono il frutto della creatività delle stesse tre menti: il musicista e compositore Brian Eno, il produttore Tony Visconti e ovviamente lo stesso David Bowie. Mettendo per un momento da parte il buon Visconti, che ha prodotto dischi per Bowie sia prima che dopo quelli della “trilogia berlinese”, ecco che la vera e propria trilogia – se proprio di trilogia vogliamo parlare – è quella realizzata dal duo Bowie-Eno nella seconda metà degli anni Settanta, tre magnifici album appunto chiamati “Low”, “Heroes” e “Lodger”. Sgombrato il campo dagli equivoci (mi sembra d’aver scritto per uno di quegli orrendi trattati sociologici che mi toccava studiare all’università…), passiamo ora a vedere “Lodger” un po’ più da vicino.

Trilogico o meno, “Lodger” è un gran disco, uno dei migliori che si possano trovare nella discografia di David Bowie. In perfetto equilibrio tra commercialità pop e sperimentazione d’artista, quest’album originariamente edito dalla RCA quasi quarant’anni fa è uno di quei rari casi in cui ogni ascolto sembra rivelarci qualcosa di nuovo, come se avessimo il disco fra le mani solo da qualche giorno e non, come nel mio caso, da decenni. Ogni volta che l’ascolto, voglio dire, mi sembra di sentirlo differente da come me lo ricordavo: dieci brani per trentacinque minuti di musica che spaziano dalla ballad pianistica di Fantastic Voyage, il sublime pezzo d’apertura di “Lodger”, al funk-rock robo(ipno)tico di Red Money (posto a chiusura dell’album, proprio esso che apriva le danze in “The Idiot” di Iggy Pop con il titolo di Sister Midnight e tutt’altro testo), passando per veri e propri antesignani della world music che verrà negli anni Ottanta (African Night Flight, Move On e Yassassin) e delizie pop-rock che restano tra i brani più riusciti e apprezzati di Bowie (Look Back In Anger, Boys Keep Swinging e D.J.).

Su “Lodger” ci sarebbe molto altro da dire (anche dell’inquietante veste grafica), ma in attesa di sviluppi futuri per ora mi fermo qui. Sviluppi futuri perché quest’anno dovrebbe vedere la luce il terzo d’una serie di lussuosi cofanetti comprendente l’intera produzione di David Bowie: dopo aver pubblicato “Five Years (1969-1973)” nel 2015 (dodici ciddì o tredici vinili) e “Who Can I Be Now? (1974–1976)” l’anno dopo (sempre dodici ciddì o tredici vinili), la Warner Bros (la casa madre che attualmente detiene i diritti di edizione sui dischi bowiani) dovrebbe infatti distribuire un altro cofanetto con presumibilmente una decina buona di dischi del periodo 1977-1980, tra i quali figura quindi anche “Lodger”. Ecco, spero proprio che il box contenga qualche succosa versione alternativa dell’album, qualcosa che ci faccia ulteriormente appassionare a un lavoro sempre un po’ ingiustamente sottovalutato e che magari ci racconti la sua storia da angolazioni sonore inedite. Avremo modo di riparlarne.

-Mat

Jane’s Addiction, “Nothing’s Shocking”, 1988

janes-addiction-nothings-shocking-immagine-pubblica-blogAscrivibile alla categoria “alternative rock” quando il termine stesso non aveva ancora un senso (ammesso poi che l’abbia mai avuto), “Nothing’s Shocking” dei Jane’s Addiction è stato pubblicato in un periodo, la fine degli anni Ottanta, che non vedeva ancora l’esplosione a fenomeni di massa di gruppi come Red Hot Chili Peppers o Nirvana, mentre i Guns N’ Roses spadroneggiavano come gli ultimi eredi della grande tradizione delle rock band dure & pure. Una nuova scena musicale stava maturando in quei tardi anni Ottanta negli Stati Uniti, e i Jane’s Addiction con questo “Nothing’s Shocking” sono i principali protagonisti di quella rivoluzione sonora che tanto ha influito – nel bene e nel male – sulla musica del decennio successivo e anche oltre. Vediamo questo potente e vigoroso album più da vicino, canzone dopo canzone.

Grazie all’originale fusione di sonorità dark e psichedeliche, l’atmosferico Up The Beach, brano perlopiù strumentale, è un inizio da brividi: comincia il lento e solleticante basso di Eric Avery finché, quando la possente batteria di Stephen Perkins prende a marcare il ritmo, la chitarra di Dave Navarro ci trasporta in una dimensione sospesa nel tempo, con Perry Farrell che canta la parola ‘home’ a più riprese.

Segue Ocean Size, la canzone che qui preferisco: introdotta da un dolce arpeggiare di chitarra acustica, dopo qualche secondo si scatena il finimondo, col pezzo che si mostra per quello che è, vale a dire uno splendido hard rock, con la tagliente voce di Farrell in primo piano e i tormentati assoli di Navarro a scuotere il tutto. Segue a sua volta la nervosa e trascinante Had A Dad, caratterizzata da un’irrequieta ma compatta parte di batteria sulla quale si dimenano magnificamente il basso, la chitarra ritmica, la chitarra solista e la voce incattivita di Perry.

Il ritmo rallenta con Ted, Just Admit It… dove il Ted in questione è il serial killer Ted Bundy: l’inizio del brano è superbo, con quell’incedere di percussioni nel quale s’inserisce poco dopo il pulsante basso in stile dub di Avery; se la prima parte della canzone è alquanto distesa, a due minuti e mezzo dalla fine (coi suoi sette minuti e passa, Ted è il brano più lungo del disco) si metallizza di brutto, proponendoci quindi un finale infuocato dove Farrell urla più volte ‘sex is violent’ e la chitarra di Navarro è più tagliente che mai.

E se con Standing In The Shower… Thinking abbiamo una interessante e vivace fusione di rock & funk, con la seguente Summertime Rolls ci godiamo invece il momento più rilassato dell’album, grazie a una cullante melodia che ci estranea dalla realtà per ben sei minuti; belli & pigri i lunghi assoli di Dave, grandi inoltre i tocchi di Eric al suo basso, che contribuiscono enormemente al sound dei Jane’s Addiction. Ed è sempre il basso di Avery che c’introduce il pezzo successivo, Mountain Song, uno dei più celebri e rappresentativi della nostra band (ascolta QUI), caratterizzato da un coriaceo tempo medio dove il rock duro attraversa le atmosfere più rarefatte della psichedelia e la voce di Farrell è spettacolarmente carica d’eco. Segue la redchilipepperesca Idiots Rule – tanto che vi suona la tromba proprio un componente dei RHCP, ovvero Flea – una canzone vivace ma leggermente nervosa.

E’ quindi la volta della melodica Jane Says, la canzone che probabilmente resta ancora la più conosciuta dei Jane’s Addiction; grazie alle sue gentili parti di chitarra acustica (suonate sia da Avery che da Navarro) e all’assenza della batteria, Jane Says rappresenta il momento più gradevolmente pop dell’album. Chiude quindi Thank You Boys, un minuto esatto d’improvvisazione jazzistica strumentale dove Farrell ringrazia i ragazzi che alla fine applaudono. Questa la versione in elleppì di “Nothing’s Shocking”, mentre il ciddì include una canzone ulteriore, la dura Pig’s In Zen, altro brano dove al basso di Avery è riservato un ruolo da protagonista, lasciando però spazio alla chitarra di Navarro di prodigarsi in scintillanti assoli.

Pubblicato dalla Warner Bros e prodotto da Dave Jerden, “Nothing’s Shocking” ha tuttora un suono incredibile sia per potenza che per modernità, frutto della miscela esplosiva di tre eccezionali musicisti e di un cantante sempre un po’ fuori dalle righe ma forte di una voce più unica che rara. Una miscela esplosiva che si rivelò letale per gli stessi Jane’s Addiction già all’indomani della pubblicazione dell’atteso seguito di “Nothing’s Shocking”, ovvero quell’altro capolavoro irrinunciabile dell’alternative rock chiamato “Ritual De Lo Habitual” (1990), del quale mi piacerebbe parlare prossimamente in un apposito post.

Lo scioglimento della band e gli immancabili problemi di droga dei suoi componenti spazzarono ingiustamente il nome Jane’s Addiction dal campo dei protagonisti del rock anni Novanta, spianando forse la strada a gruppi come Nirvana e Pearl Jam. Di recente, con la band nuovamente attiva e in giro per concerti in America, Perry Farrell si è concesso il lusso di farsi intervistare nientemeno che dal Wall Street Journal: se non si fossero sciolti una prima volta in quell’esaltante ma funereo 1991, i Jane’s Addiction avrebbero potuto vendere più dischi dei Guns N’ Roses. E’ il parere di Farrell dopo oltre un quarto di secolo dal fattaccio, e io nel mio piccolo lo sottoscrivo in pieno.

-Mat (giugno 2007 / febbraio 2017)

Il mio Miles Davis

miles-davisNell’acquistare ogni disco che suscitava il mio interesse non ho badato (quasi mai) a spese. Contrariamente all’opinione comune, sborsare una ventina di euro per un ciddì non mi sembra una follia, come se l’edizione fresca di stampa d’un qualsiasi libro non ci alleggerisse di altrettanti soldini (e nonostante un’IVA decisamente più bassa). Eppure, chissà perché, non sento nessuno lamentarsi del caro-libri, se non a settembre, nei confronti dei libri di testo scolastici. Per me è una follia spendere 600 euro per un telefono, ecco il punto, senza parlare di chi spende allegramente 30mila euro per il più fesso degli status symbol: l’automobile.

Qualche follia, però, l’ho fatta anch’io, in particolare per i dischi di Miles Davis, probabilmente l’artista per cui ho speso più soldi. “Colpa” anche di quelle magnifiche edizioni Sony uscite tra il 1996 e il 2007, quei cofanetti da quattro, cinque, sei o addirittura sette ciddì con la rilegatura laterale in metallo che li tiene a mo’ di libro. Io non mai ho saputo resistere e, nel giro di pochi anni, sono andato a comprarmeli tutti, questi cofanetti deluxe, comprese le ristampe “economiche” riproposte di recente con le sole custodie cartacee. Dannata Sony, hai stampato e ristampato di tutto, bastava che recasse il nome Miles Davis sopra! E io ci sono cascato in pieno, facendo la gioia dei vostri geni del marketing! Ma me ne sono pentito? NO.

Anche la Warner Bros, che ha avuto Miles Davis sotto contratto nei suoi ultimi cinque anni di vita (1986-1991), ci è andata giù abbastanza pesantemente. Mi pubblica un costoso cofanetto da 20 (venti!) ciddì contenente tutte le sue esibizioni al Montreux Jazz Festival? Ebbene, io sono andato a comprarmelo! E le incisioni Blue Note? Le Capitol? Le Prestige? Tutte, prese tutte! La mia debolezza sentimentale, tuttavia, è per le etichette di proprietà della Sony, ovvero quelle che coprono gli anni d’incisione 1955-1985, un trentennio tondo tondo di musica straordinaria che, per quanto mi riguarda, rappresenta la più bella avventura musicale del secondo dopoguerra, seconda forse a quella dei Beatles.

Ecco, volevo scrivere un post più biografico su Miles Davis, in questo 2016 che segna il novantesimo anniversario della nascita e il venticinquesimo della morte, e non scrivendo dei dischi. Almeno non ora. Però, a ben vedere, i dischi sono l’unica cosa che posso vantare a proposito dell’universo di Miles Davis giacché, per questioni anagrafiche, ho iniziato a interessarmi all’arte e alla figura del celeberrimo trombettista soltanto molti anni dopo la sua morte.

A breve mi piacerebbe ripubblicare quanto scritto sulle precedenti incarnazioni di questo modesto blog; i miei “archivi segreti” contengono cinque post originariamente pubblicati tra il maggio 2008 e il maggio 2009, più l’abbozzo d’un sesto. Con le dovute revisioni, vorrei riproporli qui nelle settimane prossime, non perché particolarmente memorabili ma perché forse non saprei fare di meglio. Sarà inoltre un’occasione per lasciarmi ispirare nello scrivere qualche nuovo post. Ad ogni modo, mi riserverò una “milesdavizzazione” di Immagine Pubblica che forse ho rinviato anche troppo, un po’ come la “freddiemercuryzzazione” degli scorsi mesi. Tra un post e l’altro, come sempre, avremo comunque modo di parlare d’altro.

-Mat

Prince, “4ever”, 2016

prince-4everChe Prince non sia più di questo mondo mi fa ancora impressione. Che nella compilation postuma che la Warner Bros si appresta a pubblicare, chiamata “4ever” con tipico stile princiano, ci sia scritto “Prince Rogers Nelson 1958-2016” è un qualcosa che trovo ancora un tantino sconvolgente.

Mi ci sono voluti anni per metabolizzare il lutto di Michael Jackson, figuriamoci per quanto ne avrò con David Bowie, Glenn Frey e lo stesso Prince, tutti venuti a mancare in questo a dir poco inquietante 2016. Ma tant’è… è la vita, bellezza, e ne facciamo tutti parte.

Dal disco-funk di Soft And Wet (1978) al rock di Peach (1993), in quaranta brani la nuova antologia “4ever” dedicata Prince presenta una cavalcata trionfale di successi e momenti memorabili di quello che – ormai pacificamente – possiamo definire l’epoca d’oro di Prince come artista di fama internazionale. Gli anni della Warner Bros, per l’appunto, che proprio nel 1993 volsero polemicamente al termine con Prince che preferì addirittura cambiare nome pur di svincolarsi da quello che riteneva un contratto capestro, stipulato quando aveva a mala pena venti anni d’età.

Dopo la Warner, Prince non ha certamente smesso di far pubblicare i suoi dischi, appoggiandosi per la distribuzione a un po’ tutte le altre etichette controllate dalle major del disco, dalla EMI alla Sony, passando per la Arista e addirittura la Motown (entrambe sotto l’egida Universal), con risultati artistici quasi mai all’altezza delle aspettative ma pur sempre degni d’attenzione, finché non ha trovato un nuovo accordo con mamma Warner, ridefinito nel corso del 2014.

Ed è proprio per effetto di tale accordo che oggi stiamo qui a parlare di questa nuova raccolta, “4ever” (che comunque un pezzo inedito lo contiene, Moonbeam Levels, inciso nel 1982 a quanto pare), e dei classici album di Prince di nuovo in LP. Insomma, si potrebbe facilmente accusare la Warner di sciacallaggio, come in effetti alcuni non hanno mancato di fare, ma tutto ciò che sta uscendo in questo 2016 e che uscirà almeno fino a tutto il 2017 è frutto del trattato di pace Prince-WB stipulato due anni fa.

Non credo che andrò a comprarmi “4ever” – a parte il brano inedito, del quale confesso di non saperne un bel nulla, gli altri diciannove brani li ho già nelle precedenti antologie e negli album di quel periodo – a meno che non si presenti con una grafica particolare o sotto forma di “lussuoso” cofanetto. Sono tuttavia interessato all’annunciata riedizione di “Purple Rain” del 2017, finalmente ufficializzata, anche se non se ne conosce ancora il contenuto, né il mese esatto di pubblicazione. Avremo certamente modo di tornare sull’argomento. Anche perché il sospetto ormai è fondato: Prince acquisirà sempre più importanza col passare degli anni. Non sarà facile dimenticalo, anzi… ci mancherà enormemente.

-Mat

I classici album di Prince di nuovo in LP

gli album di princeCome sappiamo, a distanza di venti anni dalla celebre rottura tra Prince e la Warner Bros, nel 2014 le due parti hanno finalmente fatto la pace, giungendo a un nuovo accordo per la pubblicazione di nuovi album e la riproposizione del catalogo storico dell’artista.

Ora, come sappiamo anche meglio, purtroppo, Prince non è sopravvissuto abbastanza a lungo per veder maturare i frutti di questa ritrovata armonia con la sua storica etichetta discografica. Proprio adesso che i suoi dischi stanno tornando nelle rivendite, a partire proprio dai suoi primi due album, “For You” del 1978 e “Prince” del 1979. Può sembrare, insomma, che la Warner stia già speculando sulla morte di Prince ma la realtà è che queste ristampe – in vinile, per ora – erano attese da due anni e sono state autorizzate dallo stesso folletto di Minneapolis. Senza poi contare che molti suoi album erano praticamente introvabili e che non erano mai stati remasterizzati a dovere.

E allora, nel corso di quest’anno così tormentato, sono stati redistribuiti in vinile quasi tutti gli album storici di Prince compresi tra gli anni 1980-1987: ad agosto “Parade” (1986),  a settembre “Sign ‘O’ The Times” (1987, doppio elleppì) e a ottobre “Around The World In A Day” (1985). E se per il mercato statunitense sono addirittura state riproposte le edizioni in musicassetta degli album “1999” (1982) e “Purple Rain”, per quanto riguarda il mercato italiano tali ristampe in vinile sono però ancora quelle degli anni precedenti alla morte di Prince, per cui non saprei dire di che tipo di master si trattino. Per quanto riguarda il solo “Purple Rain”, tuttavia, non è affatto esclusa la possibilità che questo che resta l’album più fortunato del nostro possa essere riproposto nel 2017 in un’edizione deluxe con più dischi.

Infine, per quanto riguarda i restanti album di Prince inseriti in questa campagna di remaster del periodo “classico” con la Warner, ovvero gli anni 1978-1994, c’è da dire che – purtroppo – le riedizioni 2016 di “The Black Album” (1987), “Lovesexy” (1988), “Batman” (1989), “Graffiti Bridge” (1990, doppio elleppì), “Diamond And Pearls” (1991), “Love Symbol” (1992, anch’esso un doppio) e “Come” (1994) sono state rimandate ai prossimi mesi o definitivamente al prossimo anno con data da definire, almeno per quanto riguarda il mercato europeo.

La mia opinione su tutta questa interessante opera di riscoperta dei dischi più noti di Prince resta sempre l’auspicio che ognuno dei titoli citati possa essere presto riproposto in edizione “deluxe” o quanto meno “expanded”, considerando la ben nota prolificità in studio da parte del nostro artista, spesso sfogata anche sui lati B dei singoli con canzoni non incluse negli rispettivi album dell’epoca o con versioni estese (a volte con parti vocali e strumentali del tutto inedite) degli stessi lati A. Insomma, anche in questo caso staremo a vedere (e a sentire), certi che avremo modo di tornare sull’argomento.

-Mat

(aggiornato il 20 ottobre 2016)

Prince, un mio personale ricordo

Prince Immagine Pubblica ricordoFine estate 1993: come sottofondo alla pubblicità televisiva di una nota marca di orologi, scorrono i video e le musiche tratti da “The Hits 1” e “The Hits 2”, le prime antologie ufficiali di Prince, in occasione dei suoi quindici anni di carriera discografica con la Warner Bros. Ciò che ho il piacere di sentire in quello spot, seppur condensato in trenta secondi, è un mix straordinario di canzoni a me sia note che sconosciute, ma tutte grandiose, e tutte in grado di catturare immediatamente la mia curiosità.

“E così questo è Prince – mi dico – devo avere quei dischi!”. Il nome di Prince l’avrò sentito nel corso dell’infanzia, e di fatto non ricordo la prima volta che l’ho sentito nominare, ma ricordo benissimo quei giorni del ’93, quando non avevo ancora nella mia pur esigua (a quel tempo) collezione di dischi nessun titolo di Prince. Dopo aver racimolato la considerevole (per me in quei tempi) cifra di trentatremila lire, vado in quello che mi sembrava il negozio di dischi più figo del (mio piccolo) mondo: Happy Music, nei pressi della stazione di Chieti Scalo.

“Vorrei la raccolta di Prince”, dico trionfalmente al proprietario del negozio e lui mi mostra i due ciddì disponibili, “The Hits 1” e “The Hits 2”. “Uhm, non ho con me sessantaseimila lire, ne avrò a malapena quaranta… devo fare una scelta”. Leggo i titoli in scaletta di entrambi i dischi e dopo qualche minuto di riflessione sono pronto a scegliere: vada per “The Hits 2”. “Ovvio, c’è Purple Rain“, mi fa fa il negoziante.

Una volta a casa, messo immediatamente il mio nuovo acquisto nel lettore ciddì, scopro un mondo sonoro che non consideravo possibile. A parte che quella era la prima opera di black music che avevo modo di ascoltare seriamente, ma l’inventiva di questo musicista e tutti i suoni contaminati che uscivano dalle casse mi aprirono degli orizzonti sonori per me del tutto inediti. Va da sé che di lì a qualche settimana andai a comprarmi pure “The Hits 1” (anche se di quest’altro acquisto non ricordo più nulla, forse – ora che ci penso meglio – lo comprai in un negozio di Chieti ormai chiuso da tempo, Music Time mi pare che si chiamasse).

Qualche mese ancora e tornai da Happy Music per comprarmi la colonna sonora di “Batman”, film in cui le canzoni di Prince si sentivano chiaro & forte e che io avevo apprezzato già enormemente quando vidi per la prima volta il film di Tim Burton in tivù. Purtroppo il ciddì non era più disponibile, mi dissero, sarebbe stato più facile ordinare il vinile, oppure avrei potuto prendere la musicassetta, che era lì di fronte ai miei occhi per la ben più modica cifra di diciottomila lire. E vada per la cassetta!

“Prince è un genio, non c’è ombra di dubbio!”, esclamai ascoltando pure la colonna sonora di “Batman” e con le canzoni della serie “The Hits” ormai impresse indelebilmente nei miei circuiti cerebrali. Insomma, fu così che diventai un fan di Prince, in quei mesi a cavallo tra il 1993 e il ’94. Un 1994 che quindi avrebbe prodotto ben altri tre ciddì del mio nuovo idolo mentre all’orizzonte si profilava una svolta epocale: Prince avrebbe cambiato nome e si sarebbe impegnato in una lunga controversia giudiziaria con la Warner per un maggior controllo artistico sulle sue opere e per una maggior libertà creativa.

Insomma, ero appena giunto alla corte del mio principe che questi già non si faceva più trovare al palazzo, cambiando nome (in realtà si faceva identificare con un simbolo grafico – impronunciabile – che era già apparso sulla copertina del suo album da studio del ’92) ed etichetta discografica. Uscì così per un’etichetta minore un mini ciddì – o un maxi singolo, se preferite –  chiamato “The Beautiful Experience”: sette versioni diverse della stessa canzone, l’ormai celebre The Most Beautiful Girl In The World, che iniziò presto ad impazzare nelle radio. Quell’estate uscì anche l’oscuro album “Come”, stavolta ancora per la Warner, presentato come l’ultimo disco in cui il nostro si sarebbe chiamato Prince, mentre a novembre uscì niente meno che il controverso “The Black Album”, quel seguito di “Sign ‘O’ The Times” progettato nel 1987 che venne infine ritirato dal mercato all’ultimo momento.

Un mio amico mi prestò “Come”, io stesso acquistai il “Black Album” e così riuscii a stare al passo con le pubblicazioni discografiche del nostro. In quel periodo, inoltre, scoprii che c’era un negozietto a Chieti – che evidentemente operava sfruttando qualche vuoto legislativo – che affittava i ciddì: riuscii quindi a noleggiare (e a copiarmi su cassette vergini) gli album di Prince usciti prima del ’93, scoprendo così  per la prima volta titoli come “Purple Rain”, “Sign ‘O’ The Times”, “Lovesexy”, “1999”, “Graffiti Bridge” e un po’tutti gli altri. Sempre tramite questo negozietto semiclandestino – si chiamava Fox, bastava fare una tessera e pagare qualcosa come duemila lire al giorno per tenersi il disco a casa propria – riuscii successivamente anche ad ascoltare “The Gold Experience”, il primo album ufficiale di Prince col nuovo nome (l’impronunciabile simbolo grafico) ad uscire per la Warner. Ma quello fu l’ultimo atto dell’ormai deteriorato rapporto tra l’artista e la sua casa discografica, anche perché da qualche parte tra il “Black Album” e “Gold Experience” sbucò fuori l’ennesimo nuovo album del nostro, “Exodus”, edito dalla Edel e accreditato ai New Power Generation, la band che a quel tempo accompagnava Prince in studio e in tour.

A quel punto, quando io già non ci stavo capendo più nulla, giunse la notizia che Prince aveva firmato con la EMI, la quale si apprestava a pubblicare un nuovo album (un altro?!) entro la fine del 1996, addirittura un triplo ciddì, chiamato appropriatamente “Emancipation”. Devo ora ammettere che, escludendo “The Black Album”, comunque figlio di un’altra epoca, tutto questo effluvio recente di dischi più o meno riconducibili a Prince non mi aveva esaltato granché: belle canzoni ovunque, ma un capolavoro di disco non l’avevo trovato da nessuna parte. L’ambizioso “Emancipation”, invece, mi piacque subito (e mi piace tuttora) e mi fece sperare che in qualche modo il mio cantante preferito – una volta liberatosi dalla Warner – potesse aver ritrovato la creatività dei tempi migliori.

Non era così, e la confusione continuava: uscirono infatti altri due album per la Warner, “Chaos & Disorder” e “Old Friends 4 Sale”, evidentemente dovuti per questioni contrattuali, ed evidentemente sotto tono (sembravano più un’accozzaglia casuale d’inediti – e nemmeno troppo memorabili – che delle opere compiute), mentre un altro paio di titoli vennero distribuiti attraverso il sito internet dell’artista (e in questo – bisogna riconoscerlo – Prince fu un autentico pioniere). Con l’ambizioso “Emancipation” già nel dimenticatoio, con un nuovo accordo di distribuzione con un’altra major del disco della quale oggi ho perso la memoria (forse era la BMG?), con un secondo album accreditato ai New Power Generation (ma con Prince in bella mostra – e da solo – in copertina), ammetto di aver smesso di seguire quello che nonostante la confusione continuavo a ritenere un musicista geniale.

Ripresi ad interessarmi a Prince e alla sua attività nel 2002, quando tornò a suonare in Italia dopo oltre vent’anni d’assenza. Decisi di non lasciarmi scappare l’occasione, e nella sera del 31 ottobre ero uno dei tantissimi ad applaudirlo al Palatrussardi di Milano. In quegli anni, inoltre, frequentando i mercatini e sfruttando le ben più ampie possibilità offerte dalla rete, mi procurai tutti i vinili storici del nostro, oltre a comprare di tanto in tanto alcuni dei suoi ciddì più recenti per una manciata di euro l’uno.

L’ultimo album in ordine di tempo di Prince che ho sentito è stato “Planet Earth” del 2007, mentre l’ultimo che mi sia piaciuto sul serio è stato il precedente “3121” del 2006. Negli ultimi anni, il nostro ha continuato a cambiare etichette discografiche, a sfornare dischi, a tenere concerti e anche a produrre/promuovere altri artisti. La notizia per me più interessante è però giunta nel 2014, quando è stato annunciato un riavvicinamento Prince-Warner, con tanto d’inevitabile nuovo album, che avrebbe anche portato in tempi brevi alla remasterizzazione e alla riproposizione (magari sotto forma di succose edizioni deluxe) del catalogo storico dell’artista. Io, come credo ogni altro fan sfegatato, già sognavo di mettere mano al cofanetto “Purple Rain – The 30th Anniversary Super Deluxe Edition”, e invece passò il 2014, passò pure il 2015 e venne infine il tragico 2016.

Ora sono qui a scrivere di Prince dopo tanto tempo (gli avevo dedicato parecchi post nella prima edizione di Immagine Pubblica, tra il 2006 e il 2012, e qualcosa vedrò di riproporre nelle prossime settimane), a due giorni dalla sua morte imprevista, una morte che ha sorpreso e addolorato tutto il mondo. Ho scritto queste righe con gran piacere, di getto, dilungandomi pure troppo, ma ora che ci penso provo anche una certa tristezza. La musica di Prince è una delle più vitali che io abbia mai sentito, e sapere ora che non c’è più l’artefice di quella che è stata parte della colonna sonora della mia vita rende tutto questo un po’ inutile.

Torna la confusione, anche pensando a cosa ne sarà di tutti gli inediti rimasti in archivio (pare che si tratti del settanta per cento di tutto ciò che il nostro ha registrato nei suoi celebri Paisley Park Studios), dato che Prince non aveva né moglie (sebbene sia stato sposato due volte) e né figli. Ad ogni modo, questo post è il mio piccolo tributo a un personaggio che ho davvero amato.

-Mat