Morto anche Pete Burns, personaggio della mia infanzia

In questo tormentatissimo 2016 è venuto a mancare anche Pete Burns, eccentrico cantante inglese, leader dei Dead Or Alive, quelli di You Spin Me Round (Like A Record), un grande successo pop del 1985 che probabilmente conoscono anche i sassi.

Quel cantante e quella canzone io me li ricordo perfettamente proprio fin dal 1985, quando seguivo un programma televisivo pomeridiano chiamato Deejay Television, in onda su quella che all’epoca era una nuova rete televisiva commerciale, Italia 1. A quel tempo non sapevo che dietro Italia 1 ci fosse un personaggio discutibile come Silvio Berlusconi, anche se Deejay Television mi mostrava dei personaggi non meno inquietanti, gente come Claudio Cecchetto e Jovanotti.

Ad un bambino di sette anni come me, tuttavia, interessavano soltanto le “canzonette” che mi faceva vedere/ascoltare Deejay Television, mentre aspettavo il mio programma televisivo preferito, Bim Bum Bam, sempre su Italia 1. Tra quelle “canzonette”, per l’appunto, in un giorno imprecisato del 1985, spunta la travolgente You Spin Me Round (Like A Record), una sorta di power-pop in chiave disco che era praticamente impossibile ignorare, tanto era coinvolgente. Restavo incollato allo schermo anche perché, epica-sonorità-pop-a-tutto-gas a parte, quel potente vocione che cantava il tutto usciva fuori da un personaggio a dir poco bizzarro: capelli lunghi ma sparati come se avessero preso la scossa, con una benda da pirata sull’occhio, vestito come una geisha, inequivocabilmente effeminato.

Un personaggio del genere, che all’epoca non sapevo nemmeno che si chiamasse Pete Burns, era impossibile non guardarlo con gli occhi sgranati. Quell’immagine così insolita, abbinata ad una canzone così potente come You Spin Me Round (la cui musica, come molti anni dopo uno dei produttori ebbe a rivelare, era basata su La Cavalcata delle Valchirie di Richard Wagner) era un mix davvero ad effetto, tanto da diventare – giustamente – un successo d’alta classifica a livello internazionale, oltre che uno dei pezzi più rappresentativi del pop anni inglese anni Ottanta. Se volessimo compilare un campione della musica commerciale di quegli anni, infatti, un pezzo come You Spin Me Round dei Dead Or Alive non dovrebbe e né potrebbe mancare.

Così radicato nei miei ricordi di quegli anni, un cantante come Pete Burns è stato sempre per me un personaggio legato alla mia infanzia, un personaggio come George Jefferson (il protagonista di una serie televisiva che adoravo, I Jefferson), come il comandante Lassard della “Scuola di Polizia”, come Slimer di “Ghostbusters”, come i mitici robottoni giapponesi della serie “Mazinga”.

Tanti anni dopo, quando mi sono appassionato alle vicende musical-professionali di Wayne Hussey, sia come chitarrista/autore dei Sisters Of Mercy che come fondatore dei Mission (due band inglesi che da allora ho sempre amato) sono tornato ad “incrociare” Pete Burns. Venni infatti a sapere che il buon Wayne, prima appunto di entrare nei Sisters Of Mercy, era stato proprio un componente dei Dead  Or Alive. Andai quindi a curiosare – finalmente – anche nel repertorio di questi ultimi, scoprendo così che era proprio Hussey a duettare con Burns nella cover di That’s The Way (I Like It) e in Misty Circles. Insomma, in un modo o nell’altro, tutto torna sempre a quadrare tra i conti che la mia curiosità musicale mi ha fatto aprire in tutti questi anni.

Pete Burns è morto ieri, anche lui, dopo tanti altri che ormai cominciano a diventare pure troppi. E’ una questione generazionale, ovviamente, prima o poi tocca a tutti. Vederne morire ancora un altro è pur sempre un leggero dolore (che però io non so più sopportare, per dirla alla battistimogolesca maniera).

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I concerti più memorabili

Paul McCartney live roma 2003Se in questo 2008 che ormai volge alla fine ho stabilito il mio record personale di dischi acquistati, non ho però assistito a nessun concerto di particolare rilevanza. Un po’ per mancanza di soldi, un altro po’ per pigrizia e molto per via del fatto che i miei artisti preferiti non hanno dato concerti in Italia. E così, sia come augurio per l’anno che verrà e sia per guardarmi indietro con piacevole nostalgia, ecco una breve lista dei concerti che più mi hanno emozionato negli ultimi anni, con qualche sintetico commento da parte del sottoscritto.

Eric Clapton: dal vivo a Pesaro nel marzo del 2001 con una band cazzutissima. Anche se ora ritengo il buon Eric un sopravvalutato, questo fu un concerto bellissimo e senza nessun calo di forma e/o stile.

The Cure: dal vivo a Roma nell’estate del 2002, per quasi tre ore di musica dove la band di Robert Smith ha spaziato senza risparmiarsi dalle canzoni di “Three Imaginary Boys” ai brani più recenti (per l’epoca) di “Bloodflowers”. Grandissimi!

Depeche Mode: dal vivo a Bologna nell’ottobre 2001, in un concerto esaltante del tour di “Exciter” che la sera prima aveva fatto tappa a Milano. Una band in formissima alle prese con un repertorio che ho cantato dalla prima all’ultima canzone. Apprezzai anche l’esibizione del gruppo di supporto, i Fad Gadget.

Genesis: dal vivo a Roma nell’estate 2007, in occasione del Telecomcerto gratuito del 14 luglio che ha attirato ben 500mila persone. La formazione includeva tre membri originali – Phil Collins, Tony Banks e Mike Rutherford – più due storici collaboratori, Daryl Stuermer (chitarra) e Chester Thompson (batteria). Uno dei più maestosi spettacoli che ho avuto il privilegio di gustare.

Steve Hackett: dal vivo a Pescara nel marzo 2007, fu un graditissimo aperitivo acustico prima del grande concerto romano dei Genesis. Ne ho parlato QUI.

Scott Henderson: dal vivo a Orsogna (Chieti) nell’agosto del 2006 vidi in azione uno dei più abili e impressionanti chitarristi che io abbia mai avuto il piacere d’ascoltare. Eccezionalmente bravi anche i due musicisti che quella sera accompagnarono Scott sul palco: Kirk Covington alla batteria e John Humphrey al basso.

Paul McCartney: dal vivo a Roma, lungo il suggestivo sfondo dei Fori Imperiali, nel maggio del 2003, in occasione del primo Telecomcerto gratuito (nella foto sopra). Questo è stato forse il concerto più emozionante della mia vita, se la batte alla pari con un altro che vedremo fra poco…

The Mission: dal vivo a Roma nell’autunno del 2005, in una formazione che purtroppo includeva il solo Wayne Hussey fra i componenti storici della band inglese; la scelta dei pezzi e la loro esecuzione furono comunque memorabili.

Peter Murphy: dal vivo a Roma nell’estate 2005, in uno dei posti peggiori che io abbia mai visitato per ascoltare della musica dal vivo. Ma l’emozione di aver visto cantare a un metro da me il leader dei Bauhaus, il piacere di avergli stretto la mano, e i suoi autografi sulle copertine dei miei dischi hanno ben ripagato i soldi spesi per il biglietto e il viaggio.

The Police: dal vivo a Torino nell’ottobre del 2007… strepitosissimi! Ne ho parlato abbondantemente QUI.

Prince: dal vivo a Milano il 31 ottobre 2002 per un concertone che riportava il folletto di Minneapolis in terra italiana dopo dieci anni buoni d’assenza, stavolta per promuovere l’album “The Rainbow Children”. Ci andai da solo, contro tutti & tutto, e ne valse la pena alla grandissima, fosse solo per il fatto di averlo visto suonare e cantare Purple Rain a pochi metri da me!

David Sylvian: dal vivo a Roma nel settembre 2007 in uno dei posti più splendidi dove ho potuto ascoltare della musica live, l’Auditorium della Conciliazione, a pochi passi dal Cupolone. Tanti i pezzi tratti dal recente “Snow Borne Sorrow” (2005) ma anche tante piacevoli escursioni nel suo passato solista. Ospite d’eccezione, alla batteria, il fratello Steve Jansen.

Roger Waters: dal vivo a Roma nel giugno 2002 con una band grandissima di musicisti e coriste. Tre ore in compagnia di una leggenda alle prese con delle canzoni che sono entrate nella storia. Ho detto tutto. Permettetemi di chiudere questo post su toni di nostalgia dolceamara… mi sento fortunatissimo ad aver avuto l’opportunità di applaudire da vicino tutti questi grossi calibri, rimpiango però di non aver mai visto dal vivo Miles Davis, Freddie Mercury e i Clash.

– Mat

Altre canzoni, altre citazioni musicali

Stevie Wonder Sir Duke immagine pubblicaDopo un post che riportava alcune autoreferenze musicali fra (ex) componenti d’una stessa band, ora vediamo quali brani si riferiscono – più o meno direttamente – a cantanti, gruppi o componenti di band esterne all’artista che canta e/o scrive la canzone.

Citazioni che esplicitano i Beatles si trovano in All The Young Dudes dei Mott The Hoople, Born In The 50’s dei Police, in Ready Steady Go dei Generation X e in Encore dei Red Hot Chili Peppers, mentre i Clash sfottono la beatlemania in un verso dell’ormai classica London Calling. In realtà, nel periodo in cui i Beatles erano attivi e famosi in tutto il mondo, comparvero diverse canzoni di artisti meteore che citavano i quattro per i motivi più disparati: ricordo, ad esempio, una canzone rivolta a Maureen Starkey, prima moglie di Ringo Starr, che doveva ‘trattare bene’ il batterista, ma anche una rivolta a John Lennon, che, secondo il suo autore, s’era spinto troppo oltre con la celebre sparata dei ‘Beatles più famosi di Cristo’. Anche noti artisti italiani hanno citato i Beatles, come Gianni Morandi in C’era Un Ragazzo Che Come Me… e gli Stadio in Chiedi Chi Erano i Beatles.

Alla prematura & sconvolgente morte di Lennon fanno invece riferimento Empty Garden di Elton John, Life Is Real (Song For Lennon) e Put Out The Fire dei Queen, Murder di David Gilmour, ma anche la famosa Moonlight Shadow di Mike Oldfield. John vivo & vegeto viene invece citato da David Bowie nella sua celebre Life On Mars? del 1971… Bowie che a sua volta viene citato – con Iggy Pop – in Trans Europe Express dai Kraftwerk. Esiste tuttavia una canzone chiamata proprio David Bowie, pubblicata dai Phish… che poi, a dire il vero, le citazioni riguardanti Bowie sono molte di più: uno dei più acclamati biografi di David, Nicholas Pegg, dedica alla questione un intero paragrafo nella sua notevole enciclopedia.

Anche i Rolling Stones sono stati oggetto di diverse citazioni, fra le quali le stesse C’era Un Ragazzo Che Come Me…, All The Young Dudes e Ready Steady Go viste sopra, ma anche I Go Crazy dei Queen e She’s Only 18 dei Red Hot Chili Peppers. Il solo Mick Jagger viene invece citato da David Bowie nella sua Drive In Saturday e ritratto in altre canzoni del suo “Aladdin Sane” (1973), mentre i Maroon 5 hanno addirittura creato una Moves Like Jagger.

Billy Squier ci ricorda Freddie Mercury con I Have Watched You Fly, così come ha fatto anche il nostro Peppino Di Capri in La Voce Delle Stelle, mentre a commemorare Kurt Cobain ci hanno pensato Patti Smith in About A Boy e i Cult con Sacred Life. Riferimenti a Elvis Presley si trovano in diverse canzoni di Nick Cave, così come in Angel degli Eurythmics, mentre i Dire Straits lo invocano in Calling Elvis. Nella sua God, John Lennon dice invece di non crederci più, in Elvis, così come in Bob Dylan. Dylan che viene esplicitamente citato in Song For Bob Dylan di Bowie e in Bob Dylan Blues di Syd Barrett ma che tuttavia viene sbeffeggiato in alcuni inediti lennoniani come Serve Yourself.

Citazione-omaggio per Brian Wilson dei Beach Boys da parte dei Tears For Fears in Brian Wilson Said, dove la band inglese rifà anche il verso ad alcuni tipici effetti corali dell’indimenticata surf band americana. Invece al celebre tenore Enrico Caruso hanno reso omaggio, oltre a Lucio Dalla con la struggente Caruso, anche gli inglesi Everything But The Girl con The Night I Heard Caruso Sing. Il grande Duke Ellington ci viene ricordato da Stevie Wonder con la famosa Sir Duke (nella foto in alto, la copertina del singolo), ma il pezzo più impressionante dedicato al duca è di Miles Davis che, con He Loved Him Madly, realizza uno straordinario requiem in stile fusion per il suo idolo musicale. Un altro grande artista nero, Marvin Gaye, ci viene invece malinconicamente ricordato in un successo dei Commodores, Nightshift, mentre trent’anni dopo il giovane Charlie Puth si è fatto notare con una canzone chiamata proprio Marvin Gaye.

A Jonathan Melvoin, tastierista degli Smashing Pumpkins morto d’overdose nel ’96, Prince ha dedicato la bellissima The Love We Make (Jonathan era amico di Prince, giacché questi era stato fidanzato a lungo con sua sorella, Susannah Melvoin). Invece il truce rapper The Notorius B.I.G. è stato omaggiato dalla fortunata I’ll Be Missing You, un duetto fra Puff Daddy e Faith Evans basato sulle note di Every Breath You Take dei Police.

Oltre ai ricordi dolorosi, però, ci sono anche sentimenti d’amicizia e di stima, simpatie, accuse e sfottò… ecco quindi i Police che si fanno beffe di Rod Stewart in Peanuts e i Sex Pistols che, in New York, deridono tutta la scena punk americana che sembra averli preceduti. La scena punk inglese viene invece omaggiata da Bob Marley in Punky Reggae Party, dove il grande artista giamaicano cita i Clash, i Jam e i Damned. I Pink Floyd rimpiangono invece Vera Lynn in Vera, tratta dal loro monumentale “The Wall”. In She’s Madonna, Robbie Williams, oltre a farsi accompagnare dai Pet Shop Boys (citati anch’essi in un altro pezzo di Robbie), esprime il suo apprezzamento per… Madonna. E se Wayne Hussey dei Mission canta la sua vicinanza a Ian Astbury dei Cult in Blood Brother, gli Exploited urlano l’innocenza di Sid Vicious in, appunto, Sid Vicious Was Innocent. Altri riferimenti alla parabola di Sid (e della compagna Nancy Spungen) li possiamo trovare in I Don’t Want To Live This Life dei Ramones e in Love Kills di Joe Strummer. I Sex Pistols in quanto tali sono invece citati in una canzone dei Tin Machine, così come in un’altra di quel gruppo capeggiato da David Bowie viene citata Madonna.

Non è mai stato chiarito da Michael Jackson se la sua Dirty Diana si riferisca all’amica Diana Ross o meno, ma per completezza ci mettiamo anche questa, così come non è chiaro il destinatario di You’re So Vain, il più grande successo di Carly Simon (secondo i più è indirizzata a Mick Jagger che, in realtà, contribuisce ai cori della canzone stessa). Di certo una curiosa immagine di Yoko Ono ci viene invece offerta da Roger Waters nella sua The Pros And Cons Of Hitch Hiking.

Per quanto riguarda gli italiani, mi vengono in mente La Grande Assente di Renato Zero (un omaggio all’amica Mia Martini), No Vasco di Jovanotti (non so se il titolo è esatto, comunque il riferimento è Vasco Rossi) e quella buffa canzone di Simone Cristicchi che cita di continuo Biagio Antonacci.

Quali altri esempi conoscete? Di certo, oltre a quelli che non conosco io, ce ne sono molti altri che ho dimenticato di citare [ultimo aggiornamento, 7 aprile 2011].

Autoreferenze musicali: accuse, rimorsi e nostalgia

George Harrison All Those Years AgoUn altro aspetto della musica che mi ha sempre affascinato riguarda i riferimenti – espliciti o meno – di un artista verso uno o più componenti della sua stessa band. La storia del pop-rock è piena d’esempi, con testi che, da semplici sentimenti di nostalgia per qualcuno che purtroppo non c’è più, vanno ad accuse al vetriolo verso chi non s’è comportato bene per i motivi più disparati. Di seguito riporto quelli che per primi mi sono venuti in mente, riservandomi il diritto d’aggiornare il post in seguito, magari anche col contributo dei lettori.

Partiamo come sempre dai Beatles: già con You Never Give Me Your Money, Paul McCartney si lamentava delle beghe finanziare dell’ultima fase del celebre quartetto. In Two Of Us, invece, Paul ripensa malinconicamente a John Lennon e alla tanta strada che i due hanno fatto insieme. McCartney riuscì comunque a trovare sollievo nella consolatoria Let It Be, dopo i suoi ‘times of trouble’. I riferimenti all’uno o all’altro Beatle sono aumentati dopo lo scioglimento del gruppo: e così abbiamo Ringo Starr che in Early 1970 commenta l’amara fine dei Beatles, George Harrison che sfoga un suo litigio con Paul in Wah Wah, mentre McCartney e Lennon si scambiano accuse, rispettivamente, con Dear Friend e How Do You Sleep?. Altre frecciate da parte di George, verso Paul ma anche John, si trovanon in Living In The Material World. Altre beghe contrattuali e giudiziare in Sue Me Sue You Blues, ancora con Harrison, che tuttavia è l’autore della prima canzone-omaggio a Lennon, All Those Years Ago (nella foto, la copertina del singolo), cosa che anche McCartney farà con la sua Here Today. Invece la morte prematura dello stesso George sarà ricordata da Ringo in Never Without You. Altri riferimenti espliciti ai Beatles in quanto tali si trovano in God di John, in I’m The Greatest di Ringo e in When We Was Fab di George.

In realtà i riferimenti all’uno o all’altro Beatle sono molti di più: ricordo la tesi d’uno studente australiano che affermava come la maggior parte delle canzoni dei Beatles scritte da John e Paul fosse un continuo botta & risposta fra i due: e così, per esempio, se John sceglieva di cimentarsi con la cover di Money (That’s What I Want), Paul rispondeva con la sua Can’t Buy Me Love. Altri riferimenti a McCartney si trovano in You Can’t Do That e Glass Onion, mentre pare che il bassista fosse anche il destinatario di Back Off Boogaloo, uno dei primi pezzi solisti di Ringo, e nella conciliatoria I Know (I Know) di John. E’ un aspetto molto interessante nel canzoniere dei Beatles che meriterebbe un post tutto per sé… per ora andiamo avanti, con esempi presi da altre discografie.

Passando ai Pink Floyd, abbiamo l’arcinota Shine On You Crazy Diamond che ci ricorda Syd Barrett con struggente nostalgia, così come Wish You Were Here e Nobody Home. Ma è dopo la dolorosa defezione di Roger Waters che i componenti dei Floyd iniziano a battersi con le canzoni: e così per un David Gilmour che, rivolgendosi al burbero bassista, canta You Know I’m Right, abbiamo un Waters che replica in Towers Of Faith… ‘questa band è la mia band’. In seguito Gilmour cercherà di essere più conciliante ma Waters seppe solo mandarlo affanculo… è quanto sembra emergere fra le righe di Lost For Words. Altri riferimenti a Barrett e allo stesso Waters si ritrovano in Signs Of Life, brano d’apertura di “A Momentary Lapse Of Reason”.

Risentimenti vari anche in casa Rolling Stones: Mick Jagger e Keith Richards se li sono scambiati a vicenda negli anni Ottanta con, rispettivamente, Shoot Off Your Mouth e You Don’t Move Me. Rabbia verso altri (ex) partner musicali si trovano anche in F.F.F. dei PiL (indirizzata a Keith Levene, solo pochi anni prima affettuosamente ritratto in Bad Baby), in This Corrosion dei Sisters Of Mercy (l’indirizzo è quello di Wayne Hussey), in Fish Out Of Water dei Tears For Fears di Roland Orzabal (il destinatario è ovviamente Curt Smith) e sopratutto in Liar dei Megadeth, ovvero una scarica di pesanti insulti verso l’ex chitarrista Chris Poland.

In casa Queen siamo invece addolorati per la morte di Freddie Mercury: ce lo cantano Brian May con la sua Nothin’ But Blue (alla quale partecipa pure John Deacon) e Roger Taylor con Old Frieds. Ma trasudano tristezza anche Wish You Were Here dei Bee Gees e Knock Me Down dei Red Hot Chili Peppers: nella prima si piange la morte prematura di Andy Gibb, fratello più giovane di Barry, Robin e Maurice, nella seconda si piange invece quella del chitarrista Hillel Slovak. Ancora in casa Chili Peppers, fra l’altro, in Around The World del 1999 viene citato anche il sostituto di Slovak, il più noto John Frusciante.

Sentimenti di rivalsa invece con Don’t Forget To Remember dei Bee Gees, Solsbury Hill di Peter Gabriel, We Are The Clash dei Clash, Why? di Annie Lennox e No Regrets di Robbie Williams: la prima è un monito a Robin Gibb (in quel momento fuori dai Bee Gees), la seconda parla del perché Peter ha deciso di mollare i Genesis, la terza è rivolta da Joe Strummer contro Mick Jones, la quarta è indirizzata a Dave Stewart, partner della Lennox negli Eurythmics, mentre la quinta è rivolta al resto dei Take That, per i quali Robbie non prova ‘nessun rimorso’.

Altri riferimenti più o meno velati ai propri (ex) compagni di gruppo si trovano in Dum Dum Boys di Iggy Pop, Public Image dei PiL, The Winner Takes It All degli Abba, Should I Stay Or Should I Go? dei Clash, The Bitterest Pill dei Jam, In My Darkest Hour dei Megadeth. Ne conoscete degli altri? Sono sicuro che ce ne sono molti ma molti di più!

(ultimo aggiornamento il 2 marzo 2009)

The Sisters Of Mercy, “First And Last And Always”, 1985

the-sisters-of-mercy-first-and-last-and-alwaysDei tre album da studio pubblicati dai Sisters Of Mercy, il primo, “First And Last And Always”, resta di gran lunga il mio preferito, probabilmente perché è quello dove più si sente la mano d’una vera band, mentre i due dischi successivi suonano più come opere soliste di Andrew Eldritch, cantante e leader del gruppo dark inglese.

In effetti in “First And Last And Always” si fondano magnificamente le creatività di tre talenti: quello di Gary Marx (chitarrista e fondatore con Eldtrich del gruppo), quello di Wayne Hussey (chitarrista noto per la sua tecnica alla dodici corde e fino a quel punto ultimo acquisto in seno al gruppo) e quello dello stesso Andrew Eldtrich, la cui voce cavernosa è più unica che rara. Anche il bassista Craig Adams collabora con alcune idee – e comunque il suo strumento è sempre molto prominente nelle dieci canzoni che formano “First And Last And Always” – ma la composizione di quest’album è stata (grossomodo) così ripartita: a Wayne la musica della facciata A, a Gary la musica della facciata B e ad Andrew la scrittura dei testi.

Tre talenti che si fondano magnificamente, dicevo, con tre stili diversi & peculiari ma al tempo stesso incredibilmente affini per sensibilità musicale: “First And Last And Always” ce ne offre dieci prove. Vediamole da vicino una dopo l’altra, in ordine d’apparizione sul disco.

1) La dolente Black Planet è la canzone d’apertura più bella in un album dei Sisters Of Mercy: epica, cupa, ottima da ascoltare mentre si è alla guida in una strada al tramonto, con l’inconfondibile chitarra di Wayne Hussey a scandirne il ritmo. Nonostante non sia stata inclusa nella bella antologia “A Slight Case Of Overbombing” (1993), Black Planet è una delle canzoni migliori mai pubblicate dai Sisters.

2) La successiva Walk Away, pubblicata come singolo già nel corso del 1984, è un altro pezzo forte tanto di quest’album quanto dell’intera discografia dei nostri: se la musica tradisce una certa appartenenza alla new-wave, e l’uso della chitarra in funzione sia ritmica che melodica è semplicemente da manuale, lo scambio vocale fra parti soliste e cori è grandioso. Detto in poche parole, con Walk Away abbiamo un’altra perla dark.

3) Anche No Time To Cry è stata pubblicata su singolo e anche in questo caso il risultato è eccellente: altro stile new-wave, altro pezzo buono per guidare, altra prova vocale indimenticabile da parte di Eldtrich, per un brano più teatrale e assolutamente memorabile. Mi piace particolarmente la sequenza del bridge – dove Andrew canta ‘everything will be alright, everything will turn out fine…’ – e la successiva ripresa col ritornello finale.

4) A Rock And A Hard Place è quello che fino a pochi mesi fa consideravo un brano minore: i suoi pezzi forti sono il ritmo pulsante, il più tipico degli stili chitarristici di Hussey e la voce appassionata di Eldtrich. Di recente ho imparato ad apprezzare maggiormente A Rock And A Hard Place, anche se non è certamente ai livelli delle tre canzoni che la precedono in questa scaletta.

5) Le nostre avide orecchie dark si rifanno però con Marian, altro picco artistico nella pur breve discografia sisteriana. Un brano dalla melodia dolente – caratterizzata da una dimessa & impassibile prestazione vocale di Eldtrich – ma sorretto da un coinvolgente ritmo medio-veloce e dalla chitarra di Wayne che ci porta alla deriva. E’ interessante notare come ad un certo punto Eldtrich inizia a cantare in tedesco… per poi tornare all’inglese. Come già detto per Black Planet, anche Marian non avrebbe sfigurato nella bella antologia del 1993.

6) Cambiamo lato al nostro elleppì ed eccoci alla parte musicale composta da Gary Marx: non potrebbe iniziare meglio, grazie all’epica First And Last And Always, cantabilissima & appassionata, per quella che resta un’altra delle migliori canzoni dei Sisters Of Mercy.

7) Tuttavia, dopo il brano omonimo che abbiamo appena visto, “First And Last And Always” inizia ad assumere un tono più cupo e meditabondo, ben rappresentato da Possession, altro brano ben sorretto dal basso di Adams. Bello anche il contrappunto della chitarra di Marx in certe sezioni del cantato di Eldtrich.

8) Nine While Nine è un po’ come A Rock And A Hard Place: un buon dark se contestualizzato nell’economia sonora dell’album, più irrilevante se preso da solo per quello che è. In seguito, Eldtrich avrà comunque modo di migliorare il risultato, dando così vita a Driven Like The Snow per l’album dei Sisters datato 1987, “Floodland”.

9) Ben più interessante è invece la seguente Amphetamine Logic, canzone più viscerale e teatrale, dall’andamento medio-veloce sempre adatto alla guida in auto. La parte finale della canzone, con quelle voci sovrapposte e la musica che diventa più essenziale proprio per mettere in risalto la voce urlante di Eldtrich è davvero un momento d’alta drammaticità dark. Da notare come nella prima stampa su elleppì, la casa discografica, la Warner Bros, censurò la parola ‘amphetamine’ dal titolo, per cui la canzone è accreditata semplicemente come Logic.

10) Oltre ad essere la canzone più lunga del disco (dura sette minuti emmezzo), Some Kind Of Stranger è anche quella più atmosferica, una sorta di lungo addio che ben s’addice alla conclusione d’un album magnifico e dai tratti notevolmente peculiari. E’ molto difficile ascoltare altrove della musica come quella contenuta in “First And Last And Always”.

Come forse sarà noto ai fan dei Sisters Of Mercy, questo “First And Last And Always” uscì con diversi mesi di ritardo rispetto alla pubblicazione originaria, quando ormai il gruppo s’era frantumato: di lì a poco Gary Marx fondò i Ghost Dance, mentre Wayne Hussey e Craig Adams unirono invece le forze per dar vita ai Mission. I Sisters Of Mercy divennero quindi un affare privato del solo Eldtrich e il successivo “Floodland” lo dimostra alla grande. Ma quello è un album che merita un post tutto per sè.

Ultime note, più tecniche: le canzoni che si ascoltano sulla prima stampa in ciddì di “First And Last And Always” presentano un mix molto diverso dalla stampa originale dell’elleppì. E’ possibile ascoltare su ciddì quella prima versione nella recente ristampa di “First And Last And Always” (Rhino, 2006), arricchita da un inedito a dai lati B dei singoli originali, fra i quali la notevole Poison Door.

– Mat

Wayne Hussey

Wayne HusseyMi sembra sia giunto finalmente il momento di parlare di uno degli artisti che più apprezzo, il cantante-chitarrista Wayne Hussey. A molti il suo nome potrà non dire molto, ma io dirò subito che ha fatto parte degli incredibili Sisters Of Mercy, dei grandiosi Mission e, addirittura, dei Dead Or Alive…dài, quelli che negli anni Ottanta cantavano You Spin Me Roud (Like A Record)! Vediamo però di procedere con ordine…

Wayne Hussey, originario di Liverpool, esordisce discograficamente con varie formazioni fra gli ultimi anni Settanta e i primi Ottanta, ma è coi Dead Or Alive che debutta in una band sotto contratto con una major. E così Wayne suona la chitarra (sia 6 che 12 corde) e canta nell’album “Sophisticated Boom Boom” (1983), il primo per i Dead Or Alive. Bellissimi i duetti con Pete Burns (il vero leader del gruppo) in Misty Circles e la cover di That’s The Way (I Like It). Ma le ambizioni di Wayne sono differenti e così, dopo aver lasciato amichevolmente i Dead Or Alive, coglie l’opportunità di entrare nei Sisters Of Mercy, in procinto d’incidere il loro primo album per la Warner Bros.

Il lavoro di Hussey nei Sisters si rivela piuttosto complesso, soprattutto a causa della tensione crescente tra i due membri fondatori, Andrew Eldritch (cantante e principale autore dei testi) e Gary Marx (chitarrista e principale autore delle musiche), tuttavia l’attesa vale il risultato. Nel 1985 esce finalmente “First And Last And Always“, l’album dei Sisters Of Mercy che amo di più: il contributo di Wayne Hussey è piuttosto evidente, addirittura compone le musiche dell’intero lato A (mentre il lato B è affidato a Marx), canta i cori (ma non più di tanto perché Eldritch è Eldtrich e ne parlerò in altra sede) e suona la sua inconfondibile dodici corde. Un esempio? Walk Away oppure la magnifica Black Planet… da lasciare senza fiato.

Purtroppo le relazioni interne ai Sisters peggiorano nel corso del tour promozionale per l’album: Marx se ne va per fondare i Ghost Dance e per un breve periodo la band prova ad andare avanti come trio, iniziando anche a comporre nuovi brani. Le cose però non funzionano e Wayne Hussey, portando con sé il bassista Craig Adams, molla il gruppo per fondare una nuova band, The Sisterhood. Scoppia una guerra legale con Eldtrich, che non gradisce la similitudine dei nomi fra le due band: Eldtrich vince la causa (ma ne riparlerò in altra sede), mentre Hussey e Adams (con il batterista Mick Brown e il chitarrista Simon Hinkler) fondano i Mission.

La nuova band inizia già a pubblicare una serie di straordinari singoli nel circuito delle etichette indipendenti finché, nel corso del 1986, viene messa sotto contratto dalla Phonogram. All fine dell’anno esce quindi il primo album dei Mission, l’avvincente e immaginifico “Gods Own Medicine”: la voce di Wayne è incredibile (è un peccato se si pensa che per tanti anni sia stata nell’ombra dei pur validissimi Burns e Eldtrich), la sua chitarra a 12 corde è fantastica, l’album è uno dei migliori degli anni Ottanta. Non aggiungo altro. La carriera di Wayne Hussey coi Mission giunge all’anno cruciale 1991: dopo aver pubblicato gli strepitosi album “The First Chapter” (1987), “Children” (1988 – sentite la straordinaria Heaven On Earth, con la voce e la chitarra di Hussey in primissimo piano… ho i brividi solo a pensarci!), “Carved In Sand” (1990) e “Grains Of Sand” (1990), Simon Hinkler molla la band e il nostro medita l’incisione d’un album solista. La cosa non si concretizza, il materiale viene lavorato daccapo con Adams e Brown più alcuni turnisti e ne esce fuori un nuovo album dei Mission, il controverso “Masque” (1992). Metà dell’album è eccezionale, basta la sola Never Again a giustificare l’acquisto dellalbum, tuttavia l’altra metà del disco si rivela ben al di sotto delle aspettative, anche per chi come me adora questo sound.

Ulteriori defezioni e ritorni faranno in modo che la carriera dei Mission prosegua ben oltre l’anno 2000, passando per imbarazzanti periodi bassi – vedi l’album “Blue” del 1996 – e splendidi ritorni di forma – vedi l’album “Aura” del 2001 – con Wayne Hussey calato perfettamente nel ruolo di leader indiscusso della band. Nell’ottobre 2005 l’ho vista dal vivo a Roma, c’era solo Wayne a rappresentare i ‘vecchi’ membri del gruppo ma che concerto, gente!

I Mission si sono dimostrati più in forma che mai in quell’occasione, trasferendo il momento di grazia anche su disco, grazie al loro ultimo album, “God Is A Bullet” (2007), nel quale tornava a figurare in alcuni pezzi anche la chitarra di Simon Hinkler. Tuttavia quello che è seguito all’uscita dell’album è stato annunciato come il tour d’addio dei Mission, con Wayne in procinto di lanciarsi definitivamente nella carriera solista. Un suo primo album, “Bare”, è già pronto e ora si attendono interessanti sviluppi. (ultimo aggiornamento: 3 ottobre 2008)