Wayne Shorter, “Adam’s Apple”, 1966

wayne shorter adam's apple immagine pubblicaDecimo album da leader per Wayne Shorter, “Adam’s Apple” è uno di quei dischi che ho scelto per caso e acquistato a scatola chiusa, senza cioè conoscerne prima una sola nota. Insomma, una volta entrato in negozio con l’intenzione di comprarmi un disco, non ho saputo resistere a una ristampa del 2013 d’un classico della Blue Note uscito originariamente nel 1966. Anche perché l’album vanta due dei miei musicisti preferiti, ovvero il pianista Herbie Hancock e ovviamente il sassofonista Wayne Shorter, qui esclusivamente alle prese col sax tenore.

Registrato anch’esso come tanti altri capolavori del jazz allo studio di Rudy Van Gelder, “Adam’s Apple” figura cinque composizioni originali, tutte scritte dallo stesso Shorter, e una magnifica reinterpretazione di 502 Blues (Drinkin’ And Drivin’), originariamente firmata da Jimmy Rowles. Tutti i brani sono stati incisi il 24 febbraio ’66 – tranne quella Adam’s Apple che dà il titolo al disco, messa su nastro tre settimane prima – e tutti sono eseguiti da un quartetto composto dai già citati Wayne Shorter e Herbie Hancock e quindi dal bassista Reggie Workman e dal batterista Joe Chambers.

La prima facciata del nostro vinile è caratterizzata soprattutto dall’avvolgente latineggiare di Adam’s Apple e di El Gaucho, intervallati comunque dal romantico incedere di 502 Blues. Invece Footprints, l’ammaliante brano che apre il lato B, è forse più noto nella versione incisa da Miles Davis sul finire di quello stesso 1966: sono due registrazioni magistrali, non c’è che dire, ma questa originale di Shorter (lui che comunque compare nella versione davisiana assieme ad Hancock) è quella che preferisco perché più essenziale e in qualche modo più ordinata di quella che figura su “Miles Smiles” (1967). Oltre a figurare un bellissimo assolo iniziale da parte di Wayne, inoltre, la Footprints shorteriana vanta un raro (almeno qui) ma notevole assolo di Workman, per quanto non molto esteso.

Teru è invece una di quelle sopraffini ballad jazzistiche che sembrano suonate in punta di piedi, tanto sono lievi e delicate, quasi che non si volesse disturbare troppo chi ascolta. Il conclusivo Chief Crazy Horse deve qualcosa allo stile compositivo/esecutivo che John Coltrane aveva introdotto col suo quartetto storico qualche anno prima in certi suoi brani dal sentore più blues; da qualche parte, inoltre, avevo letto che Chief Crazy Horse era proprio un esplicito omaggio a Coltrane. Ad ogni modo è un brano che forse non spicca per originalità ma che resta tuttavia un’esperienza d’ascolto interessante, soprattutto per il gran lavoro di Joe Chambers.

Album senza fronzoli, brioso e melodico a un tempo, suonato da quattro musicisti in stato di grazia, “Adam’s Apple” non può non piacere; dovrebbe risultare più che gradito anche a chi si avvicina all’arte di Wayne Shorter per la prima volta. Un disco godibile in quanto tale, indipendentemente dalle etichette, dalle epoche e dalle recensioni.

-Mat

Chick Corea, “Return To Forever”, 1972

Chick Corea Return To Forever immagine pubblicaMesi fa m’è capitato d’imbattermi, del tutto casualmente, in due distinte classifiche dei cento dischi jazz più importanti di sempre, o dei cento dischi jazz che sono assolutamente imprescindibili per gli appassionati di musica. Una classifica era stata redatta da un magazine italiano, credo Panorama, mentre l’altra era stata pubblicata da un quotidiano statunitense del quale ora mi sfugge il nome (un nome “importante”, ad ogni modo). Magari in seguito vedrò di ritrovarle, quelle due classifiche, ora quello che mi preme sottolineare è questo: per quanto diverse, entrambe contenevano un album che io avevo acquistato per pura curiosità qualche anno prima, “Return To Forever” di Chick Corea, un album del quale non avevo mai sentito parlare in precedenza e che mai mi sarei aspettato di vedere incluso in una ideale Top 100 del jazz.

Una decina d’anni fa, appassionandomi clamorosamente all’arte di Miles Davis, sono arrivato ad ascoltare e collezionare anche i dischi eseguiti come leader dai suoi principali collaboratori, nomi come John Coltrane, Wayne Shorter, Joe Zawinul, Tony Williams, Keith Jarrett e altri ancora, tra cui quindi anche Chick Corea. Non tutti mi sono piaciuti con uguale intensità, ovviamente; diciamo che il mio interesse va dal massimo per John Coltrane al minimo per i Lifetime di Tony Williams. Il buon Chick Corea, nello specifico, m’è piaciuto e non m’è piaciuto: un disco acclamatissimo che sono andato a comprarmi con grande entusiasmo, “Now He Sings, Now He Sobs” (1968), non mi ha detto niente nonostante i ripetuti ascolti nel corso del tempo, mentre un disco del quale non sapevo assolutamente nulla e che ho comprato a scatola chiusa per pura curiosità mentre spulciavo tra i vinili freschi d’uscita in occasione d’un Record Store Day, un disco chiamato appunto “Return To Forever”, si è rivelato un’autentica gioia per le mie orecchie.

Le mie impressioni da neofita non dovevano essere molto campate per aria, allora, se “Return To Forever” viene considerato sia dagli esperti italiani che da quelli americani come uno dei cento dischi jazz che proprio non possiamo perderci. E mi fa piacere che sia più un disco di fusion che di jazz in senso stretto. E se di fusion vogliamo parlare, la fusion in atto in “Return To Forever” è quella tra jazz e samba, come magnificamente esplicata dal primo  brano in programma, l’eponimo Return To Forever, dodici minuti di musica che volano via che è una bellezza, un po’ come l’albatro immortalato in copertina.

Del resto, due dei cinque componenti della formazione che suonano in questo disco sono appunto brasiliani, ovvero la cantante Flora Purim e il ben più celebre batterista/percussionista Airto Moreira. Gli altri sono invece il bassista Stanley Clarke (più tardi nuovamente al fianco di Corea in un gruppo chiamato proprio Return To Forever), il flautista/sassofonista Joe Farrell e quindi lo stesso Chick, qui al piano elettrico. E se il brano successivo, Crystal Silence, è sostanzialmente un contemplativo duetto tra il sax soprano di Farrell e il tremolante piano elettrico del leader, il terzo e ultimo brano della facciata A, What Game Shall We Play Today, è una bossanova con tanto di testo cantato dalla Purim.

Il lungo brano (23 minuti) che da solo occupata la facciata B del nostro album, Sometime Ago-La Fiesta, inizia in modo pacato, in quella sorta di fusion tra jazz e ambient tanto cara a Manfred Eicher (è infatti lui il produttore dell’album, per conto della sua storica etichetta, la ECM); sono tuttavia i primi minuti dell’opera, che quindi vira in ambito samba, con tanto di testo cantato ancora una volta dalla Purim e flauto di Farrell in grande spolvero (più avanti, quando il brano sconfinerà in movimentate sonorità flamenco, Farrell sarà passato al sax soprano). E’ una parte molto bella che idealmente si ricollega a quanto già ascoltato nel brano d’apertura dell’album. Da qui, probabilmente, anche l’idea circolare suggerita dal titolo stesso del disco, “ritorno al per sempre” o “ritorno all’eternità” che dir si voglia.

Un album ottimamente bilanciato tra intimismo ed estrosità, “Return To Forever” sarà pure uno dei cento dischi jazz più belli di ogni tempo, ma per me resta uno dei pochi dischi ad opera di Chick Corea che mi siano piaciuti davvero. Uno di quei vinili che metto sul piatto del giradischi per il puro piacere d’ascolto, indipendentemente dalle classifiche, dai generi musicali, dall’importanza dell’artista, dal tempo che passa.

-Mat

Gusti musicali geograficamente parlando

ivan-graziani-rock-e-ballate-per-quattro-stagioniPer molti anni, diciamo pure tra il 1988 e il 2008, ho comprato e quindi ascoltato prevalentemente musica inglese. Gruppi da me amatissimi come Beatles, Queen, Police, Pink Floyd, Genesis, Bee Gees, Clash, Depeche Mode e Cure in primis (con tutti i relativi solisti del caso, come ad esempio Paul McCartney, Sting, Phil Collins, eccetera), ma anche Bauhaus, Japan, Cult, New Order (e quindi Joy Division), Tears For Fears, Pet Shop Boys, Smiths, Verve e tutti o quasi i relativi solisti (Peter Murphy, David Sylvian, Richard Achcroft e via dicendo). Per noi parlare poi di David Bowie. Discorsetto bello lungo, insomma.

Tra il 2007 e il 2008, invece, sono stato colto dalla febbre per Miles Davis, statunitense. E quindi via con tutti i suoi dischi (o meglio, con tutti i suoi cofanetti deluxe della Sony), ai quali, di lì a poco, si sono aggiungi nella mia collezione tutti i dischi di John Coltrane, altro illustre statunitense. Allargando un po’ i miei confini, ho iniziato a comprare dischi jazz di musicisti e band d’America, come ad esempio i Weather Report, Wayne Shorter, Herbie Hancock, Chick Corea, tutti nomi che sono andati ad aggiungersi ai vari Michael Jackson, Prince e Stevie Wonder che già avevo in vinili, ciddì e cassette.

E se la black music afroamericana in fondo in fondo m’è sempre piaciuta, in anni più recenti ho avuto modo di apprezzare sempre di più i dischi di Isaac Hayes e soprattutto di Marvin Gaye. Tutta roba americana, ovviamente. Ai quali si sono aggiunti presto i dischi di Simon & Garfunkel (li ho comprati tutti!), del solo Paul Simon (ne ho comprati quattro o cinque), di Bruce Springsteen e soprattutto di Bob Dylan.

Insomma, se la Gran Bretagna la faceva da padrona per quanto riguarda la provenienza artistica dei dischi presenti in casa mia, credo proprio che ormai la fetta sia equamente divisa tra Stati Uniti e Gran Bretagna, e forse i primi sono anche in leggero vantaggio. In questa sorta di duopolio ho però registrato un curioso fatto privato: non so perché e non so per come, ma una mattina mi sono svegliato con la voglia di ascoltarmi i dischi di Lucio Battisti! Dopo qualche acquisto casuale, tanto per scoprire l’artista, ho deciso di fare il grande passo: acquistare l’opera omnia contenente TUTTI  i suoi dischi. L’anno scorso, spinto dalla curiosità, sono invece andato a comprarmi a scatola chiusa un cofanetto da tre ciddì + divuddì di Lucio Dalla, chiamato per l’appunto “Trilogia”. Io che ascolto e che soprattutto compro Lucio Dalla?! Un paio d’anni prima non l’avrei mai detto ed ora eccomi qui, a canticchiare Come è profondo il mare o L’anno che verrà oppure ancora Come sarà con tanto di Francesco De Gregori a dividere il microfono.

De Gregori che pure ha iniziato a incuriosirmi, nonostante un’antipatia per il personaggio che nutro da sempre. Ieri pomeriggio, e qui sto svelando un aspetto davvero inquietante della mia vita privata, avevo preso una copia di “Rimmel” e mi stavo già dirigendo alla cassa. Ho quindi adocchiato una raccolta tripla, fresca d’uscita, di Ivan Graziani e chiamata “Rock e Ballate per Quattro Stagioni“, edita dalla Sony in occasione del ventennale della morte del compianto cantante e chitarrista (nella foto sopra). Ebbene, ho preso una copia di quest’ultima con buona pace del classico di De Gregori.

E così, in conclusione, se una volta i miei ascolti erano concentrati quasi unicamente sulla Gran Bretagna, da un po’ di tempo sono felicemente passato all’America. E ciò nonostante rivolgo più d’un pensiero all’Italia, chissà perché. Ho iniziato anche ad apprezzare e comprare Vasco Rossi. Si attendono ora clamorosi sviluppi.

-Mat

Miles Davis, “Bitches Brew”, 1970

miles-davis-bitches-brew-immagine-pubblicaRiconosciuto dai critici, dagli studiosi e dai semplici appassionati come uno dei lavori più importanti e innovativi nella sterminata discografia di Miles Davis, “Bitches Brew” è l’album del celebre trombettista statunitense che più mi ha affascinato. Ne ho tre differenti edizioni, tanto per dire.

Originariamente pubblicato come doppio vinile nell’ormai remoto 1970, “Bitches Brew” appartiene al cosiddetto periodo elettrico di Miles Davis, quando cioè, verso il 1967, il nostro iniziò ad avvalersi in studio e dal vivo di soli strumenti amplificati elettricamente. Proseguendo poi sulla strada tracciata dal bellissimo “In A Silent Way” (1969), Miles Davis divenne praticamente l’esponente più in vista di quel sottogenere di jazz chiamato fusion. Ora, ci sarebbe da dire che tali etichette hanno dato vita ad innumerevoli controversie: che cosa s’intende per fusion? La fusione, per l’appunto, tra jazz e rock? Siamo sicuri che Miles amasse il rock? Siamo sicuri che il rock sia una forma d’arte musicale superiore? E poi, alla luce di dischi davisiani come “In A Silent Way”, “Bitches Brew” e “On The Corner” (1972), ha ancora senso parlare di jazz? E che cosa s’intende propriamente per jazz?

Non voglio dilungarmi ulteriormente su queste annose questioni che, per quanto mi riguarda, lasciano il tempo che trovano. M’importa davvero poco delle etichette, così come del parere dei critici. Mi interessano molto di più le considerazioni storiche, e la storia ci dice che dopo quarantasei anni stiamo ancora ascoltando “Bitches Brew”, nonostante tutto. Ed è solo a proposito di questo, dell’album in quanto tale, che m’interessa scambiare opinioni coi lettori di questo modesto blog.

Registrato negli studi della Columbia di New York in soli tre giorni dell’agosto 1969, “Bitches Brew” uscì quindi nell’aprile seguente, dopo che il produttore di quelle magnifiche sedute, Teo Macero, fece tutto il lavoro di editing creativo che i sei nuovi brani necessitavano, distribuendoli infine nelle quattro facciate d’un bel doppio vinile. Un lavoro imponente, “Bitches Brew”, che all’epoca divenne il pezzo più venduto del catalogo davisiano e che tuttavia alcuni critici sottovalutarono: Miles aveva infatti trovato una formula sonora che travalicava gli angusti confini del jazz per addentrarsi in territori sonori poco sperimentati, spiazzando praticamente tutti.

Le lunghe composizioni presenti in “Bitches Brew” ci offrono una musica calda, pulsante e pastosa, irresistibilmente funky e contaminatissima, spesso eseguita con tre tastiere, due batterie, due bassi e vari effetti postproduttivi di loop e cambi d’atmosfera. E’ un tipo di musica, questa, che mi ha colpito fin da subito, grazie a brani dalla resa – sia sonora che atmosferica – fantastica quali l’iniziale Pharaoh’s Dance (che coi suoi 20 minuti & passa riempie da solo una prima facciata di vinile), la stessa Bitches Brew (anch’essa, coi suoi quasi 27 minuti, riempie un’intera facciata), Spanish Key, John McLaughlin (che prende il nome dal noto chitarrista, presente nelle sedute), Miles Runs The Voodoo Down e la conclusiva Sanctuary, quest’ultima più lenta e meditabonda.

Imponente anche la schiera di collaboratori che Miles portò con sé in studio, grossi calibri, come sempre accadeva in quegli anni, tra cui Wayne Shorter (sax soprano e autore di Sanctuary), Bennie Maupin (clarinetto basso), Joe Zawinul (piano elettrico, nonché autore di Pharaoh’s Dance), Larry Young (piano elettrico), Chick Corea (piano elettrico), il già citato John McLaughlin (chitarra), Dave Holland (basso), Harvey Brooks (basso elettrico), Lenny White (batteria), Jack DeJohnette (batteria), Don Alias (batteria, conga).

Sul finire degli anni Novanta, la Columbia ha ristampato gli album di Davis con bei libretti illustrativi e brani aggiunti per ogni titolo: in questo caso abbiamo come settimo numero in programma Feio, un’atmosferica e misteriosa composizione di Shorter registrata il 28 gennaio 1970 negli stessi studi e rimasta inedita. Lunga quasi 12 minuti, Feio figura più o meno gli stessi musicisti citati sopra, ma con la partecipazione del celebre batterista Billy Cobham e del percussionista Airto Moreira. Per i più fanatici (come il sottoscritto) è stata invece approntata un’edizione in cofanetto da quattro ciddì intitolata “The Complete Bitches Brew Sessions”, contenente i sette brani visti finora più tutta una serie d’interessanti registrazioni effettuate fra gli ultimi mesi del ’69 e i primi del ’70.

Per quelli ancora più esaltati (come il sottoscritto, of course), nel 2010 alla Sony hanno pensato bene di distribuire una “super deluxe edition” in occasione del quarantennale di “Bitches Brew” contenente una ristampa in doppio vinile ad imitazione dell’originale del 1970, quattro ciddì contenenti – oltre alle inevitabili ripetizioni di quanto già visto sopra – anche qualche inedito dell’epoca e un gustoso live del ’70, oltre che tutta una serie di inserti editoriali che sono pur sempre meglio delle sciarpe, delle spille e delle sottocoppe che negli ultimi anni hanno ridicolmente accompagnato alcune delle ristampe più illustri dei dischi pop e rock.

Comunque lo si voglia prendere, e qui concludo nonostante io non abbia speso una sola parola tanto per la sua copertina quanto per tutto l’artwork in generale (mi piacerebbe dedicare un post ad hoc sull’argomento “copertine di dischi”, un giorno o l’altro) “Bitches Brew” resta un indiscutibile capolavoro nella vasta discografia di Miles Davis, un album monumentale che non smette di colpire e incantare.

-Mat (maggio 2008 – dicembre 2016)

Per fanaticoni davisiani

miles-davis-the-complete-columbia-album-collectionLa Columbia/Legacy ha da poco pubblicato un cofanettone dedicato a Miles Davis chiamato “The Complete Columbia Album Collection”, quasi un’opera omnia contenente la bellezza di settanta ciddì!

In pratica, con un sol colpo si hanno tutti gli album registrati da Miles in studio e dal vivo ufficialmente editi dalla Columbia fra gli anni Cinquanta e Ottanta. I titoli, tra singoli e doppi, sono così cinquantadue, più un divuddì contenente un concerto europeo inedito del 1967; il tutto impreziosito da un corposo libretto con note biografiche, tecniche e discografiche. La vera ghiottoneria è forse però la versione integrale dell’esibizione di Davis nel 1970 allo storico festival dell’Isola di Wight, mai pubblicata prima. I ciddì sono presentati all’interno del cofanettone in confezioni cartonate del tipo ‘mini LP replica’ e comprendono quelle succose bonus tracks già apparse nelle riedizioni Legacy dai tardi anni Novanta in poi.

Questo per la cronaca, visto che m’interessa tutto ciò che esce ufficialmente a nome Miles Davis. Tuttavia mi lascerò sfuggire quest’ennesimo cofanetto(ne) perché ho già la maggior parte di quei dischi, diversi dei quali inclusi in altri cofanetti della serie “The Complete Sessions” (ad esempio questo). Ecco, restando quindi in tema, i cofanetti di Miles che m’interessano davvero e che spero di poter comprare in un prossimo futuro sono (in ordine di preferenza):

  • “Miles Davis Quintet 1965-1968”: un box di sei ciddì edito sempre dalla Columbia/Legacy riguardante uno dei periodi più celebrati della lunga carriera artistica di Miles, quando si faceva accompagnare da Wayne Shorter, Herbie Hancock, Tony Williams e Ron Carter.
  • “Seven Steps: The Complete Sessions 1962-1964”: altri sette dischi in un box della Columbia/Legacy contenenti il periodo storico precedente a quello del quintetto di cui sopra.
  • “The Complete Miles Davis At Montreux”: un monumentale cofanetto di venti ciddì, edito dalla Warner Bros, contenente tutte le esibizioni che Miles ha tenuto (dal 1973 al 1991) in occasione del celebre Jazz Festival sul lago di Ginevra.
  • “The Complete On The Corner Sessions”: sei dischi in un altro box della Columbia/Legacy riguardanti il periodo 1972-1975 del nostro. E’ un acquisto che un po’ mi pesa perché ho già una buona parte del materiale distribuita su altri titoli davisiani.
  • “The Legendary Prestige Quintet Sessions”: quattro ciddì se non ricordo male, in un cofanetto curato dalla Prestige, ovvero la casa discografica con la quale Miles incideva dischi prima di passare alla Columbia.

In definitiva, per quanto mi riguarda, che nessuno dicesse da parte mia alle case discografiche che i dischi non si vendono! Ah, mi dispiace per i Beatles, ma…

– Mat

Miles Davis, “The Complete In A Silent Way Sessions”, 2001

miles-davis-the-complete-in-a-silent-way-sessionsNel 2008 appena trascorso, la mia passione per la musica di Miles Davis è cresciuta in modo esponenziale, tanto da indurmi a fare spese pazze per i suoi dischi. E così, oltre agli album da studio o dal vivo, in formato singolo o doppio che fossero, ho comprato anche diversi cofanetti: tripli, quadrupli o addirittura quintupli. Non so quanti soldi ho speso… certamente un sacco ma certamente n’è valsa la pena!

Riguardo ai cofanetti, quello che più ho apprezzato e che del resto ascolto più spesso è “The Complete In A Silent Way Sessions”, tre ciddì racchiusi in una lussuosa confezione cartonata, con belle foto e molti dettagli tecnici/creativi sulla musica inclusa. Come suggerisce il titolo stesso, tale cofanetto è incentrato sull’album “In A Silent Way” del 1969, uno dei grandi capolavori di Miles Davis, il suo primo disco nel quale troviamo strumenti amplificati elettricamente (mentre fino al precedente “Nefertiti” era stata impiegata solo strumentazione acustica), il primo che fa uso di chitarra, in breve il primo album davisiano dell’era fusion. Lo stesso titolo del cofanetto è però fonte di fraintendimenti: non si tratta della totalità delle registrazioni effettuate dal gruppo di Miles per l’album “In A Silent Way”, bensì delle registrazioni più notevoli incise in studio fra il settembre 1968 e il febbraio ’69, una mole di materiale che poi è stata distribuita nel corso degli anni negli album “Filles De Kilimanjaro” (1969), “Water Babies” (1976), “Circle In The Round” (1979) e “Directions” (1981), oltre che ovviamente sullo stesso “In A Silent Way”. Vediamo comunque per sommi capi il contenuto dei tre dischi di questo “The Complete In A Silent Way Sessions”, quinto d’una serie di cofanetti che ha fatto (e sta facendo) la gioia di migliaia di appassionati davisiani.

Cd 1) Si parte con l’incantevole Mademoiselle Mabry, una lunga e sofisticata composizione dedicata a quella che di lì a poco diventerà (seppur per un solo anno) la seconda signora Davis, Betty Mabry. Pacata e briosa al contempo, Mademoiselle venne registrata il 24 settembre ’68 e inserita in “Filles De Kilimanjaro”, così come la spumeggiante Frelon Brun. La piacevolmente ipnotica Two Faced e la fantasia percussiva di Dual Mr. Anthony Tillmon Williams Process, entrambe incise l’11 novembre, sono invece apparse molto tempo dopo, su “Water Babies”. La movimentata Splash, incisa il 12 novembre, non era mai stata pubblicata in questa versione integrale, bensì priva d’introduzione nella compilation “Circle In The Round”. Splashdown, ancora una composizione ricca di movimento e messa su nastro il 25 novembre, è invece uno dei tanti gioielli di Miles rimasti nei cassetti della Columbia e riscoperti per questa strepitosa serie di cofanetti: è anche interessante dal punto di vista storico giacché segna l’inizio della collaborazione fra Davis e Joe Zawinul, uno dei suoi partner creativi più geniali e influenti.

Cd 2) La sognante Ascent, incisa il 27 novembre, è semplicemente una delle registrazioni più belle di Miles Davis: apparsa per la prima volta su “Directions”, questa versione restaurata rimedia ad alcuni difetti tecnici di quella prima edizione. Directions, nota e incalzante composizione zawinuliana, incisa quello stesso 27 novembre, è qui presente in due versioni (una è leggermente più estesa dell’altra) dall’arrangiamento simile. Poi si passa finalmente ai brani veri e propri intesi per l’album “In A Silent Way”, vale a dire Shhh/Peaceful, l’omonima In A Silent Way e It’s About That Time, registrati tutti il 18 febbraio 1969 e inediti in questa forma, vale a dire senza gli interventi di post-produzione. Da segnalare, in particolare, una versione Rehearsal di In A Silent Way sensibilmente più dinamica (suona quasi come una samba) ma assolutamente deliziosa.

Cd 3) Il terzo e ultimo disco comincia subito in modo memorabile, con The Ghetto Walk, una maestosa composizione prossima ai ventisette minuti di durata. Messa su nastro il 20 febbraio, sembra incredibile che una tale gemma come The Ghetto Walk sia rimasta inedita fino alla pubblicazione di queste “Sessions”. Anche l’elegante e malinconica Early Minor, registrata in quella stessa seduta, è rimasta inedita fino al 2001. I due brani restanti sono invece le versioni rimasterizzate di Shhh/Peaceful e In A Silent Way/It’s About That Time, così come erano apparse nel 1969 sull’album “In A Silent Way”, ovvero con tutti gli effetti di editing e looping curati dal produttore Teo Macero.

In definitiva, la splendida musica presente nei tre ciddì di “In A Silent Way Sessions” documenta un periodo di transizione nella carriera artistica di Miles Davis: l’utilizzo di strumenti elettrici, come detto, l’impiego di nuove metodologie compositive ma anche il ricorso a musicisti geniali e innovativi che hanno contribuito a spingere la musica di Miles in una dimensione che travalica ampiamente il concetto di jazz verso una forma d’avanguardia sonora che mescola brillantemente la spontaneità del jazz con la musica classica, il rock e la psichedelia. Davvero impressionante la lista dei nomi che hanno affiancato Miles Davis – peraltro in forma magnifica – nel periodo raccontato da questo cofanetto: il grande sassofonista Wayne Shorter, i celeberrimi tastieristi Chick Corea, Herbie Hancock e il già citato Zawinul, il solido bassista Dave Holland, i batteristi Tony Williams, Jack DeJohnette e Joe Chambers, uno più bravo dell’altro, l’inventivo chitarrista John McLaughlin. Oltre, ovviamente, al geniale Teo Macero che ha fatto dello studio di registrazione un ulteriore strumento creativo.

– Mat