Prince, “The Hits/The B-sides”, 1993

prince-the-hits-the-b-sides-immagine-pubblicaL’altro ieri ho finalmente portato a casa un pezzo che non poteva mancare nella mia collezione di dischi: “The Hits/The B-Sides”, la tripla raccolta che la Warner Bros ha pubblicato nel 1993 per celebrare i primi quindici anni della carriera professionale di Prince, uno dei miei artisti preferiti.

In realtà, all’epoca, la Warner pubblicò tre edizioni di questa raccolta: due dischi singoli, da diciotto brani ciascuno, intitolati rispettivamente “The Hits 1” e “The Hits 2”, e quindi il triplo contenente questi due dischi più un terzo di ben venti brani che metteva a raccolta i lati B dei singoli mai apparsi sugli album ufficiali. In quel lontano 1993 (o forse erano già passati i primi mesi del ’94) andai subito a comprarmi le due raccolte, a distanza di qualche settimana l’una dall’altra, ma feci l’errore di con comprare “The Hits/The B-Sides”. Essendo relativamente inesperto sulla musica di Prince (a quel tempo avevo la sola cassetta della colonna sonora di “Batman”), mi sembrava un po’ troppo propendere per un triplo ciddì del quale – almeno sulla carta – conoscevo ben poco e che poteva essermi venduto soltanto a caro prezzo (se non ricordo male, un’ottantina di mila lire), per cui mi accontentai delle due sole raccolte in versione standard.

Sfortunatamente per le mie esigue finanze, di lì a qualche anno diventai un vero fan di Prince, iniziando a comprarmi un po’ tutti i suoi lavori discografici, soprattutto quegli degli anni Ottanta, per cui ebbi il modo di rimpiangere di non aver comprato in quel lontano 1993 il triplo “The Hits/The B-Sides”, che peraltro iniziava a non farsi più trovare con facilità nei negozi. Soltanto un paio di anni fa m’imbattei, del tutto inaspettatamente, in questa particolare edizione: costava soltanto 18.90 euro ma avevo appena comprato un dispendioso cofanetto di Miles Davis e così, ancora una volta, rinunciai all’acquisto princiano (e anche per non avere troppi doppioni fra le mani).

Fino all’altro ieri, come detto, perché – ancora una volta del tutto inaspettatamente – mi sono imbattuto nel triplo “The Hits/The B-Sides” mentre frugavo in un centro commerciale dalle mie parti, dove mi ero recato per utilizzare un buono da 10 euro che avevo maturato con degli acquisti precedenti. Il prezzo della tripla raccolta era di 19.90 euro: tolti i 10 di buono e mi sarei portato il tutto a casa per soli 9.90, giusto giusto il prezzo d’un singolo ciddì d’annata, giusto giusto quel ciddì che mi mancava, ovvero “The B-Sides”. Stavolta non ci ho riflettuto nemmeno un istante: ho preso il triplo (l’unica copia, peraltro) e sono andato immediatamente in cassa per pagare & andarmene a casa.

Allora, “The Hits/The B-Sides”, la raccoltona di Prince datata 1993, per la quale non sarà semplice fare una recensione qui: si tratta della prima raccolta ufficiale per il folletto di Minneapolis e, ad ogni modo, la sua migliore antologia. Partiamo proprio da ciò che mi ha spinto a fare l’acquisto, ovvero il terzo disco, quello contenente i lati B dei singoli.

Per chi non lo sapesse, Prince può vantare assieme a pochissimi altri artisti (tra cui cito i Beatles e le varie incarnazioni musicali di Paul Weller) una qualità dei suoi B-side del tutto analoga alle canzoni contenute negli album. Non si tratta insomma di semplici scarti, messi sul lato B dei singoli tanto per fare qualche sorpresa ai fan, ma di canzoni vere e proprie, scartate dagli album per ragioni di spazio o di diversità di tematica con l’album stesso, oppure ancora per quell’eccesso di creatività che da sempre caratterizza Prince. Insomma, se c’è la possibilità di pubblicare del nuovo materiale, il nostro non è certamente uno che fa il prezioso, anzi. Tanto che in questa raccolta non sono contemplati proprio TUTTI i B-side (così come non sono contemplati proprio TUTTI gli hit) perché altrimenti i dischi necessari a contenere tutto il materiale utilizzabile in questo tipo di antologia sarebbero stati come minimo quattro.

Ok, lo so, me ne sono accorto: sto dilungando molto e ho già scritto un sacco. Vabbè, provo lo stesso ad andare avanti, ma ovviamente lo fate a vostro rischio & pericolo. Allora, il terzo disco: si parte con la marcia trionfale di Hello (il lato B di Pop Life, 1985), alla quale fa seguito 200 Balloons, il lato B di Batdance (1989) col quale ne condivide parte del serrato e meccanico funk di base. Poi è la volta di Escape che non soltanto è il B-side di Glam Slam (1988) ma ne è il vero seguito, tanto sonoro quanto tematico. Seguono due scanzonati B-side dei primi anni Ottanta, ovvero Gotta Stop (Messin’ About) e Horny Toad – rispettivamente sui singoli Let’s Work (1981) e Delirious (1982) – dopodiché troviamo i più interessanti Feel U Up e Girl, rispettivamente il lato B di Partyman (1989) e quello di America (1985). Segue quella che secondo me è un’autentica gemma nascosta nello sterminato canzoniere di Prince, ovvero I Love U In Me, lato B di The Arms Of Orion (1989): si tratta di un’intensa canzone d’amore, intepretata dalla sola voce di Prince (che fa anche le belle parti corali) e dalla sua tastiera in veste di pianoforte. E’ davvero una canzone stupenda, che avrebbe meritato tutt’altra sorte.
A sua volta segue uno dei B-side più noti del nostro, ovvero il pulsante Erotic City (sul retro di Let’s Go Crazy, 1984), e quindi Shockadelica, inserita sul lato B di If I Was Your Girlfriend (1987) ma in realtà originariamente concepita come la già citata Feel U Up per l’album “Camille”, uno dei tanti progetti irrealizzati di Prince. Il grezzo funk di Irresistible Bitch è invece il B-side di Let’s Pretend We’re Married (1983) mentre la sensuale Scarlet Pussy che accompagnava I Wish U Heaven (1988) è un’altra delle canzoni del progetto “Camille”. E se il tecno-funk “cagnesco” di La, La, La, He, He, Hee (lato B di Sign ‘O’ The Times, 1987) è forse un brano trascurabile, il successivo She’s Always In My Hair è invece a mio parere uno dei pezzi migliori del nostro, “sprecato” come lato B di Raspberry Beret (1985). Altra grandissima canzone, che oso mettere anch’essa tra le migliori mai pubblicate da Prince, è 17 Days: questo coinvolgente ma a suo modo nostalgico brano pop-funk, realizzato col prezioso contributo dei Revolution, è stato originariamente “sprecato” per il retro di When Doves Cry (1984), mentre nell’album “Purple Rain” avrebbe fatto certamente più sensazione d’un brano scadente come Darling Nikki.
La melodica e jazzata How Come U Don’t Call Me Anymore, edita nel 1982 come lato B di 1999, è un’altra piccola gemma nascosta che avrebbe meritato certamente più considerazione: deve averla pensata come me anche la bella Alicia Keys, che ne ha fatto una cover in uno dei suoi primi album. Segue quindi il rock-blues di Another Lonely Christmas (retro di I Would Die 4 U, 1984) e poi lo spiritual sintetizzato di God (retro di Purple Rain, sempre 1984). Chiudono questa sensazionale raccolta due preziosi inediti: una versione dal vivo in studio di 4 The Tears In Your Eyes (il brano realizzato dal nostro con Wendy & Lisa per il progetto benefico “We Are The World”) e quindi il pop-jazz piacevolmente malinconico di Power Fantastic, altra collaborazione di Prince coi Revolution per un album del 1986 che avrebbe dovuto chiamarsi “The Dream Factory” ma che poi non è mai stato pubblicato in quanto tale.

Passando infine ai due dischi contenenti gli “Hits”, posso dire che si tratta di due raccolte eccellenti, comprendenti brani tratti dagli album del periodo 1978-1992 più alcuni succosi inediti come il quasi-country orchestrale di Pink Cashmere, un’intensa Nothing Compares 2 U registrata dal vivo coi New Power Generation, il sexy hip-hop di Pope e soprattutto la rockeggiante Peach, edita anche su singolo per promuovere l’antologia. Dal capitolo “Hits” è rimasto clamorosamente fuori Batdance, numero uno nella classifica americana del maggio 1989 (ma la polica dell’epoca della Warner in fatto di raccolte era forse restìa all’inserimento di brani tratti dalle colonne sonore come appunto Batdance è; dalla doppia raccolta “The Immaculate Collection” di Madonna, per esempio, è rimasto addirittura fuori quel successone di Who’s That Girl, brano tratto dalla colonna sonora dell’omonimo film), ma non mancano di certo brani princiani fondamentali come When Doves Cry, Kiss, Sign ‘O’ The Times, Purple Rain, Cream, 1999, Alphabet St., Diamonds And Pearls, Little Red Corvette, Controversy, Soft And Wet e I Wanna Be Your Lover. Per quanto mi riguarda, avrei preferito l’inclusione di America, Mountains, I Wish U Heaven e My Name Is Prince in luogo di brani come When You Were Mine, Uptown, Delirious e 7 ma, lo ribadisco, si tratta nel complesso di una raccolta eccellente.

Insomma, in ultimissima analisi, “The Hits/The B-Sides” è davvero la miglior antologia per qualsiasi appassionato di musica che voglia avvicinarsi per la prima volta alle canzoni di Prince o anche solo per testarne la straordinaria versatilità sonora nell’arco di ben quindici anni di storia. Se poi, come nel mio caso, questa antologia vi dovesse capitare davanti con un prezzo al di sotto dei 20 euro non vi fate scrupoli: prendete, pagate & portare a casa! Non ve ne pentirete.

– Mat

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Prince, “Sign ‘O’ The Times”, 1987

prince-sign-o-the-times-immagine-pubblicaFra i migliori album di Prince, fra i migliori dischi pubblicati negli anni Ottanta, fra i migliori lavori ascrivibili all’esaltante campo della musica nera… insomma, un capolavoro! Sto parlando di “Sign ‘O’ The Times”, nono album da studio del folletto di Minneapolis, uno di quegli album dai quali non potrei mai separarmi e che nel classico & un po’ idiota giochino dell’isola deserta mi porterei senz’altro appresso, assieme a una mole notevole di materiale beatlesiano e poco altro.

Pubblicato dalla Warner Bros nella primavera del 1987, “Sign ‘O’ The Times” vide nuovamente Prince proporsi come artista solista, dopo la parentesi di grosso successo riscossa dalla società Prince & The Revolution, quella degli album “Purple Rain” (1984), “Around The World In A Day” (1985) e “Parade” (1986). In realtà le cose nel 1986 non erano andate troppo bene per il nostro: l’album “Parade” era stato sì un successo – soprattutto grazie al noto singolo di Kiss – ma non il film del quale l’album era la colonna sonora, “Under A Cherry Moon”, che si rivelò il primo grande flop di Prince. Anche per questo motivo, la Warner non era disposta a pubblicare un triplo album al principio dell’87, un lavoro sperimentale dal titolo di “Crystal Ball”: e allora il folletto tagliò e ricucì il triplo album fino a farlo diventare un doppio, che prese quindi il nome di “Sign ‘O’ The Times”. Un po’ complicato? Beh, ma lo è la stessa vicenda artistica di Prince, tanto che alcuni suoi progetti irrealizzati sono diventati per giunta celebri.

Ciò che conta, tornando al tema di questo post, è che “Sign ‘O’ The Times” riportò in alto le quotazioni del nostro, anzi forse non raggiunsero mai una tale pressoché perfetta sintonia di riscontri fra gli acquirenti di dischi e i critici musicali. Ora però, dopo questi brevi cenni storici, passiamo all’aspetto più importante, la musica: abbiamo nove brani nel primo disco e sette nel secondo, per un totale di sedici canzoni piuttosto funky (Hot Thing, It, Forever In My Life, If I Was Your Girlfriend), dall’arrangiamento alquanto scarno e quasi tutte eseguite dal solo Prince. Non mancano canzoni più elaborate, di tutt’altro genere, che s’avvalgono dei preziosi collaboratori che incidevano col nostro in quegli anni: il sassofonista Eric Leeds, il trombettista Atlanta Bliss, la percussionista e vocalist Sheila E., il chitarrista Miko Weaver, il conduttore d’orchestra Claire Fischer, ma anche le stesse Wendy Melvoin e Lisa Coleman dei Revolution, di lì a poco in duo come Wendy & Lisa. Il brano più famoso è senzaltro l’omonima Sign ‘O’ The Times, non solo una delle canzoni più celebri di Prince ma anche una delle sue migliori: su una secca ma irresistibile base funk – preprogrammata elettronicamente – il nostro canta con voce impassibile un crudo testo metropolitano che introduce al grande pubblico anche l’emergente (per quegli anni) tema dell’AIDS. Una canzone Sign ‘O’ The Times che ci mostra un artista maturo, impegnato e in splendida forma artistico-espressiva (giustamente, il brano è stato scelto come singolo apripista, sebbene in una versione più corta). Altri brani degni di nota sono Play In The Sunshine, scanzonato brano rockabilly (genere non atipico nella produzione princiana), il sublime soul-funk di The Ballad Of Dorothy Parker, la stravaganza pop di Starfish And Coffee, la lenta e melodica Slow Love, il trascinante pop-rock di I Could Never Take The Place Of Your Man (pubblicata su singolo in una versione molto più breve), lo spiritual blueseggiante di The Cross e la splendida ballata soul di Adore (anch’essa editata su singolo). Discorso a parte per la lunga e divertente It’s Gonna Be A Beautiful Night, basata su un pezzo registrato dal vivo a Parigi assieme ai Revolution e ad alcuni dei partner musicali del nostro in quegli anni (la sexy Jill Jones, il simpatico Jerome Benton, la brava Sheila E.).

Altro discorso a parte per quattro canzoni qui incluse e provenienti da un altro progetto scartato, “Camille”, un album di otto pezzi funk dove la voce di Prince veniva accelerata per somigliare a quella di una donna: abbiamo quindi la festaiola Housequake, accattivante fusione fra sonorità rap e funky, la calda e coinvolgente U Got The Look (altro singolo), che è una collaborazione fra Prince e una delle sue tante protette, la bella scozzese Sheena Easton, il lento ma sofisticato funk di If I Was Your Girlfriend (altro singolo) e la saltellante & danzereccia Strange Relationship, tutte fra le più interessanti canzoni mai proposte dal nostro.

Ultime due parole per la già citata Adore, la splendida e romantica soul-ballad che chiude l’album: oltre ad offrirci un saggio della grande versatilità vocale di Prince (durante il pezzo passa con gran disinvoltura dal suo caratteristico falsetto a timbri più bassi), pare che a suonarvi la tromba non sia il buon Atlanta Bliss bensì il leggendario Miles Davis. In effetti il noto musicista jazz viene ringraziato nelle note di copertina come ‘Miles D.’ e in quel periodo i due artisti si erano incontrati più volte progettando di collaborare a del materiale inedito. Chissà… se un giorno dovessi intervistare Prince (ipotesi più fantascientifica che improbabile), gli chiederò sicuramente di sputare il rospo!

Per concludere, “Sign ‘O’ The Times” è un album che – insieme a “Purple Rain”, “The Black Album”, “Lovesexy” e “Love Symbol” – reputo indispensabile per capire & apprezzare appieno l’arte di Prince. Resta comunque un doppio album godibilissimo di musica nera, che non scontenterà per nulla gli amanti del genere.

– Mat

Prince

prince-immagine-pubblicaPrince Roger Nelson nasce a Minneapolis (Minnesota) il 7 giugno 1958 da genitori musicisti: papà John Nelson è un pianista jazz, mamma Mattie (d’origini indiane) è invece una cantante. Prince, insieme a fratelli e sorelle, è quindi abituato fin da piccolo alla musica: all’età di dieci anni suona già piano, batteria e chitarra. Tuttavia l’armonia in casa Nelson dura poco perché i genitori si separano e il piccolo Prince viene sballottato a destra e a sinistra. Trova l’equilibrio nella musica, fondando il gruppo dei Grand Central, band nella quale militano anche Terry Lewis e Jimmy Jam, in futuro fortunatissimi produttori discografici.

Le ambizioni di Prince, così come la sua esuberante personalità, sono però troppo grandi per restare confinate in un gruppo che, tuttavia, desta l’attenzione della Warner Bros. E’ proprio con la Warner che il ventenne Prince debutta quindi su disco: “For You” esce nel 1978 e contiene già un singolo memorabile, Soft And Wet. L’anno successivo è la volta dell’omonimo album “Prince”, contenente l’altrettanto memorabile I Wanna Be Your Lover ma anche Why You Wanna Treat Me So Bad?, dove il nostro dimostra la sua grande abilità chitarristica. Nell’80 esce “Dirty Mind”, con Prince che perde definitivamente la sua innocenza e diventa quell’artista che oggi tutti conoscono; già la copertina è tutta un programma, mentre i testi, soprattutto Head, sono molto espliciti sessualmente. Altra evoluzione nel 1981, con l’album “Controversy”: in copertina, Prince assume quel look glam e sgargiante che lo caratterizzerà per gran parte degli anni Ottanta ma soprattutto il disco contiene l’omonima Controversy (singolo tra i migliori di Prince), Do Me Baby e un primo esempio di critica sociale nella sua musica, ovvero Ronnie Talk To Russia.

Fin qui, il genio di Minneapolis ha dato prove convincenti della sua abilità polistrumentistica ma anche vocale, dato che spesso tutte le voci che si ascoltano sono sempre sue. Abilità, queste, che torneranno utili spesso & volentieri nel corso della sua lunga discografia, anche se, nel periodo 1982-83, Prince appronta una band di collaboratori più o meno fissi, alla quale darà il nome The Revolution. Il primo frutto di questa collaborazione è l’album “1999”, uscito nell’82: secondo i più, è il primo album importante di Prince, quello nel quale getta le fondamenta dello stile e della musica princiana da qui al futuro. E’ vero comunque che “1999” contiene il primo grande hit del nostro, Little Red Corvette, ma anche l’omonima 1999 e Delirious. Prince è ormai giustamente considerato un astro nascente: apre il tour americano dei Rolling Stones e inizia a scrivere, produrre e suonare canzoni per altri artisti, tra cui The Time, Vanity 6 e Apollonia 6.

Nel 1983 le ambizioni di Prince raggiungono un nuovo stadio: vuole realizzare un film con relativa colonna sonora, una storia parzialmente autobiografica dal titolo “Dreams”. Nel frattempo contatta il regista Albert Magnoli, affida la parte femminile ad Apollonia Kotero e inizia a comporre coi Revolution alcune delle sue canzoni più straordinarie: Let’s Go Crazy, I Would Die 4 U, Baby I’m A Star ma soprattuto quello splendido inno che è Purple Rain. Sarà proprio “Purple Rain” il titolo scelto per il film e la colonna sonora, entrambi editi nell’84. Il film è in parte bello e doloroso, mentre la colonna sonora, il primo album di Prince co-accreditato ai Revolution, è la cosa che più m’interessa: si tratta del primo grande successo mondiale di Prince, il quale diventa un’affermata star internazionale. Il disco, a mio avviso, contiene un solo brano brutto (Darling Nikki, che poco sopporto) con tutti gli altri che sono uno meglio dell’altro. Vi sono anche canzoni incise completamente dal solo Prince, come le stupende The Beautiful Ones e When Doves Cry; quest’ultima, pubblicata anche su singolo, riceve un Grammy come miglior brano del 1984.

Prince e i Revolution, comunque, non dormono sugli allori e tra la promozione del film, del disco e del tour di “Purple Rain” tornano in studio per registrare un nuovo album. “Around The World In A Day” esce così nell’85: sulla scia di “Purple Rain” ha un enorme successo istantaneo ma sul lungo termine le vendite risultano meno significative e l’album riceve diverse critiche. Certo, è un lavoro meno immediato di “Purple Rain” ma il suo gusto psichedelico, quasi beatlesiano, la dice lunga sul talento di un uomo che non si ferma di fronte a nulla, nemmeno alle sicurezze del successo. C’è da dire che “Around The World In A Day” include alcuni dei brani migliori di Prince, quali Paisley Park (dal nome del suo celebre studio/quartier generale di Minneapolis), Pop Life, Condition Of The Heart, America e Raspberry Beret. In questi anni risalta un’altra caratteristica di Prince: la sua strabordante creatività che lo spinge a inserire nuovi brani dappertutto, in particolare nei lati B dei singoli. Spesso i B-side non hanno nulla d’eccezionale, invece quelli di Prince (così come quelli di pochi altri artisti) sono assolutamente meritevoli di stare negli album, ascoltare ad esempio 17 Days per credere. Ma ce ne sono innumerevoli nella storia di Prince, soprattuto nel periodo 1981-1993: per chi volesse andare fino in fondo, consiglio il fondamentale box-set di tre ciddì “The Hits/The B-Sides” del ’93.

Prince e soci tornano alla carica nel 1986 con un nuovo film, “Under The Cherry Moon” (girato in bianco e nero, per lo più a Parigi) e la relativa colonna sonora, “Parade”. Il film viene stroncato e non ottiene la stessa entusiastica risposta di pubblico di “Purple Rain”, mentre “Parade” è riconosciuto come uno dei dischi migliori di Prince, soprattutto perché trainato da uno dei suoi singoli più celebri e amati, Kiss. L’album contiene comunque altri episodi felici come Mountains, Sometimes It Snows In April, Girls & Boys e Life Can Be So Nice. Nella seconda parte dell’86, Prince torna in studio per incidere “Dream Factory”, il suo quarto album coi Revolution, ma le cose non vanno nel verso giusto: i Revolution si sciolgono e ognuno va per la propria strada (il duo femminile Wendy & Lisa otterrà anche un discreto successo negli anni Ottanta), soprattutto Prince che torna ad essere un artista solista finalmente libero di dare sfogo alla sua incredibile creatività. Il genio di Minneapolis produce album (c’è chi dice che li scriva, li canti e li suoni pure) per i Madhouse, Sheila E. (una bravissima percussionista che continua a collaborare con Prince anche oggi) e Jill Jones, collabora segretamente anche con Miles Davis e di questo ne parliamo in seguito. Da solo, il nostro incide un intero album con uno pseudonimo, Camille: l’album contiene otto brani decisamente funky dai testi piccanti ma viene ritirato per motivi ignoti. Prince incide anche un triplo album dal titolo “Crystal Ball” ma la Warner glielo contesta: troppo lungo, che diamine! Prince risponde con un nuovo album, un doppio, “Sign ‘O’ The Times“, pubblicato nella primavera del 1987: anticipato dal superbo singolo omonimo, “Sign ‘O’ The Times” riscuote un grosso successo di vendite e di critica in tutto il mondo ed è tuttora considerato uno dei lavori migliori di Prince. Dal tour internazionale di “Sign ‘O’ The Times” Prince ricava anche l’omonimo film-concerto ma, anche in questo caso, non dorme sugli allori.

Nel corso dell’anno torna in studio e registra il suo album più funky, dal titolo emblematico di “The Black Album“. Infatti la grafica del disco è interamente nera, senza crediti e senza informazioni, le uniche scritte, quelle relative al numero di catalogo, sono stampate in color rosa-pesca. Non è prevista altresì alcuna promozione, niente video e tanto meno interviste (le interviste di Prince sono comunque rare) mentre la Warner stampa il disco e s’appresta a pubblicarlo per il Natale ’87. Anche in questo caso però, all’ultimo momento, il “Black Album” viene ritirato dal mercato: pare che i dirigenti della Warner ma anche lo stesso Prince abbiano manifestato dubbi su testi troppo espliciti sessualmente o troppo duri. Ancora una volta, comunque, il genio di Minneapolis decide d’andare avanti e per la primavera dell’88 fa uscire un nuovo album, “Lovesexy”, uno dei suoi migliori in assoluto, anticipato dal formidabile singolo Alphabet Street. Sempre dell’88 è la colonna sonora del film “Bright Lighs Big City” con Michael J. Fox: vi è inclusa l’inedita Good Love, uno degli otto brani incisi sotto lo pseudonimo di Camille (Prince che canta con la voce accelerata…, altri brani sono finiti in “Sign ‘O’ The Times”, nel “Black Album” e in alcuni singoli del periodo 1987-89, lasciando in archivio la sola Rebirth Of The Flesh).

Nel 1989 esce un nuovo album di Prince, la colonna sonora del celebre “Batman” di Tim Burton, per il quale il nostro scrive le canzoni. Il singolo Batdance vola al 1° posto trascinandovi anche l’album, mentre Prince ha una storia con la protagonista femminile del film, Kim Basinger (addirittura i due partecipano al singolo The Scandalous Sex Suite, titolo che è tutto dire). Non so se lavorare a “Batman” abbia risvegliato la passione per il cinema in Prince ma tant’è che nel 1990 esce il suo terzo film vero e proprio, “Graffiti Bridge”, accompagnato dall’omonima colonna sonora. Il film è il seguito di “Purple Rain” ed è girato dallo stesso Prince come un lungo e patinato videoclip: agli ammiratori di Prince come me il film è piaciuto, meno al grande pubblico e alla critica. La colonna sonora, che figura anche altri artisti (ri)lanciati da Prince (George Clinton, Tevin Campbell, Mavis Staples, The Time, Ingrid Chavez…) contiene ottime canzoni quali Thieves In The Temple, Still Would Stand All Time, The Question Of U e New Power Generation. Nel ’90 esce anche Nothing Compares 2 U, il brano più famoso e fortunato di Sinéad O’Connor, scritto da Prince qualche anno prima per un altro dei suoi protetti, The Family. In quel periodo la O’Connor ha anche una breve relazione con Prince, dopo che questi ebbe pure una storia con Madonna.

Nel 1991 la carriera di Prince riparte con una nuova band, The New Power Generation (o anche NPG), e un nuovo disco, “Diamonds And Pearls”. L’album include dei brani bellissimi e innovativi come il singolo Cream (al 1° posto della classifica USA), la ballata Diamond And Pearls (dove Prince duetta con la sua nuova scoperta, Rosie Gaynes), Money Don’t Matter 2Nite, Gett Off e Thunder, e riscuote un grosso successo internazionale. Tra il ’91 e il ’92 la formazione dei NPG subisce un cambiamento d’organico: la Gaynes se ne va per dedicarsi alla carriera solista e il suo posto è rilevato da Mayte che, seppur meno dotata artisticamente, è una gran bella figliola! Nel ’92, dopo che Prince firma per la Warner il secondo contratto discografico più lauto della storia (lo batte solo Michael Jackson che aveva rinnovato l’anno prima con la Sony), esce l’omonimo album “Prince And The New Power Generation”, contraddistinto da un fantasioso simbolo grafico che celebra l’unione tra uomo e donna, da cui anche il soprannome di “Love Symbol” al disco in questione.

I due album realizzati da Prince coi NPG definiscono un nuovo sound per l’artista di Minneapolis: la sua musica, se possibile, è diventata ancora più black, dato che il rap e i suoni urbani dell’hip-hop la fanno da padroni. Una caratteristica comune a tante altre stelle nere della musica: negli anni Novanta, artisti del calibro di Michael Jackson, Whitney Houston ma anche la grande Aretha Franklin, tanto per fare degli esempi, hanno accentuato i tratti salienti del black sound a discapito del tipico orientamento pop-rock che più piace ai bianchi. Evidentemente, per gli artisti afroamericani, gli anni Novanta hanno rappresentato l’affermazione definitiva della black culture nell’industria discografica di massa, anche a costo d’una parziale contrazione del pubblico bianco.

Nel ’93 la carriera discografica di Prince compie quindici anni: è tempo di celebrazioni e, per l’occasione, escono due stupende raccolte in simultanea chiamate “The Hits 1” e “The Hits 2” che includono i maggiori successi di Prince, più rarità, inediti e il nuovo rockeggiante singolo di Peach. Esce anche un’edizione limitata in tre ciddì chiamata “The Hits/The B-Sides” che include i due compact “Hits 1” e “Hits 2” più un terzo disco contenente rarità e la maggior parte dei tanti lati B dei singoli. Ma c’è anche qualcosa di nuovo, di strano, che coinvolge più da vicino la storia di Prince: l’artista annuncia di voler cambiare nome e per identificarsi utilizza quel Love Symbol apparso sull’album del ’92. La prima cosa che pubblica sotto questo ‘nome’ è un maxi singolo chiamato “The Beautiful Experience” che vede la luce nella primavera del ’94, dopo che Prince si è sposato con Mayte. La Warner, però, lo forza a pubblicare un nuovo album col suo nome storico: esce così, ad agosto, “Come”, un album piuttosto cupo ma certamente tra i più suggestivi di Prince. Seguono tensioni con la casa discografica che, nel novembre di quell’anno, pubblica anche la versione ufficiale del “Black Album”. La protesta di Prince giunge con un album significativamente chiamato “Exodus” (esodo): il disco, edito dalla Edel, è accreditato ai soli New Power Generation ma Prince c’è e si sente… come membro dei NPG è accreditato come Tora Tora e la sua foto è volutamente ritoccata con della sovraesposizione rossa sul volto.

Apparentemente, Prince e la Warner fanno pace e così, nel 1995, esce “The Gold Experience”, un nuovo album di Prince accreditato ufficialmente col noto simbolo grafico: si tratta d’un bel disco che contiene una delle mie canzoni preferite di Prince (o di come volete chiamarlo…), I Hate U. La pace dura però poco, Prince si rifiuta di suonare vecchio materiale nei concerti e inizia a farsi fotografare con la scritta ‘slave’ (schiavo) sulla guancia. Nel corso del ’96, la Warner forza Prince a publicare un nuovo disco: ne viene fuori “Chaos & Disorder”, un album raffazzonato di vecchie registrazioni e scarti. Il singolo, Dinner With Delores, è però carino anche se nel videoclip Prince mostra più volte la scritta ‘slave’ sulla sua guancia. Dopo quest’album, Prince riesce a divincolarsi dalla Warner e firma per la Capitol-EMI, la quale, a fine anno, pubblica un incredibile triplo ciddì, “Emancipation“. Simbolicamente, sulla copertina del disco, oltre al consueto marchio grafico col quale Prince ormai s’identifica, si vedono le sue mani che spezzano le catene. Per me “Emancipation” è un album straordinario, uno dei miglior di Prince: mi piange il cuore vederlo in alcuni centri commerciali alla misera cifra di sette euro… ma tant’è.

Tuttavia, sarà all’incira in questo periodo che smetto di seguire Prince: non per cattiva volontà ma per il fatto che lui continua a pubblicare dischi dopo dischi (il video con pezzi inediti di “The Undertaker”, il balletto “Kamasutra”, la stampa ufficiale di “Crystal Ball” – il triplo album inedito datato 1986 – , un disco acustico chiamato “The Truth”, un album di Mayte dove pare che suoni tutto lui e tanti altri progetti che ci vorrebbe un altro post per elencarli tutti!) mentre la mia enorme curiosità musicale mi porta ad esplorare le discografie di altri artisti. Rimango però affezionato a Prince, altrimenti non sarei qui a parlarne: nel ’98 pubblica un nuovo album, “Newpower Soul”, per la seconda volta accreditato ai soli NPG. Nel ’99 è la volta di “Rave Un2 The Joy Fantastic”, mentre la Warner pubblica una (stavolta convincente) raccolta d’inediti del periodo 1985-93 chiamata “The Vault… Old Friends For Sale”.

Nel 2000 stranamente non esce nulla (o forse sono io che ho perso il conto…) ma nel 2001 viene pubblicato “The Rainbow Children“, dove Prince sembra far pace col suo passato e tornare a quel nome che lo ha reso famoso in tutto il mondo. E’ appunto presentandosi come Prince che ho il piacere d’assistere a un suo concerto il 31 dicembre 2002: parto completamente solo da Pescara, destinazione Milano, lo storico Palatrussardi. Quando Prince ha suonato Purple Rain con la sua chitarra personalizzata ho avuto brividi a mille lungo la schiena… ma andiamo avanti… o meglio, sorvoliamo sulla discografia (…”Musicology”, lo devo dire, esce nel 2004) e giungiamo al marzo 2006 quando il nuovo album di Prince, “3121” giunge nei negozi e di lì a poco conquista la vetta della classifica americana, un risultato che non si ripeteva dai tempi della colonna sonora di “Batman”.

Prince conferma il suo buon momento anche nel 2007 con l’album “Planet Earth” e un’incredibile serie di ventuno concerti a Londra che hanno riportato il suo nome, quello vero e noto in tutto il mondo, in tutte le principali pagine – vere o virtuali – dei giornali musicali. Prince, insomma, sopravviverà al decennio restando credibile e senza perdere nulla del suo fascino e del suo carisma. Non potrà dirsi la stessa cosa nel decennio successivo, e precisamente il 21 aprile del 2016: una notizia scioccante scuote il mondo, Prince è morto! Dopo un’altra morte illustre, quella di David Bowie avvenuta soltanto tre mesi prima, l’inaspettata morte del folletto di Minneapolis segna a suo modo un’epoca. Di lui si continuerà a parlare per molti decenni ancora.

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