Syd Barrett, “The Madcap Laughs”, 1970

syd-barrett-the-madcap-laughs-immagine-pubblicaSono sempre stato un fan dei Pink Floyd e col tempo sono arrivato a ‘coprire’ anche i vari episodi solistici. Per quanto riguarda Syd Barrett ho voluto strafare: cinque/sei anni fa sono andato a comprarmi il cofanetto “Crazy Diamond” (1993), contenente i suoi due soli album da solista, “The Madcap Laughs” e “Barrett”, editi entrambi nel 1970, e “Opel” (1988), una raccolta d’inediti e versioni alternative. Qui vedremo nel dettaglio il primo album barrettiano, “The Madcap Laughs”, che secondo me è il più riuscito nella breve carriera discografica di Syd.

Dopo aver caldeggiato la sua dipartita dai Pink Floyd, il manager di Syd Barrett ne ha forzato pure il ritorno in sala d’incisione all’indomani del suo abbandono della celebre band inglese. Dato che aveva composto lui la maggior parte del primo album dei Pink Floyd, “The Piper At The Gates Of Dawn” (1967), i boss della casa discografica credevano che l’unico vero talento nella band fosse Syd Barrett e non gli altri tre. E ciò nonostante i problemi mentali di Syd fossero evidenti & ben noti: mi sono sempre chiesto perché si è riportato Barrett in studio, per ben due album, nonostante quel ragazzo che all’epoca aveva ventidue anni non stesse affatto bene. Tuttavia, col senno di poi, ammetto che è stato un bene per noi appassionati di musica, è stato un piacere ascoltare anche quel poco che Syd Barrett ha prodotto al di fuori della sua già breve esperienza coi Pink Floyd.

E così, mentre gli stessi Pink Floyd – Roger Waters, Nick Mason, Richard Wright e il sostituto barrettiano David Gilmour – si trovavano alle prese col secondo album, “A Saucerful Of Secrets”, il nostro tornò ai celebri Abbey Road Studios della EMI il 13 maggio 1968, col manager Pete Jenner in qualità di produttore. Vennero messe su nastro Swan Lee e Late Night; poi il 14 fu la volta di Lanky (Part 1), Lanky (Part 2), Golden Hair (basata su un poema di James Joyce) e Rhamadan (tuttora ufficialmente inedita). Ma già a quel punto le sedute di registrazione di “The Madcap Laughs” mostrarono quel carattere sporadico che di fatto fece slittare la pubblicazione del disco ai primi del 1970.

E così dopo alcune sedute di sovraincisioni e rifacimenti fra maggio e giugno, il duo Barrett-Jenner tornò in studio solo il 20 luglio per incidere Clowns And Jugglers. Le sedute ripresero quindi solo nell’aprile 1969, con Malcolm Jones come produttore e sempre ad Abbey Road: l’11 vennero messe su nastro nuove versioni di alcuni dei brani già visti, ma soprattutto si incisero canzoni nuove, quali la splendida Opel (inspiegabilmente rimasta inedita per quasi ventanni), Love You, No Good Trying e Terrapin. Il 17 aprile Syd portò in studio il batterista degli Humble Pie, Jerry Shirley, e il bassista Willie Wilson (al fianco di Dave Gilmour nei Jokers Wild, prima che Dave sostituisse lo stesso Syd nei Pink Floyd) per registrare No Man’s Land e Here I Go.

Il 3 maggio altri musicisti entrarono in studio con Barrett, ovvero i tre componenti dei Soft Machine – il batterista Robert Wyatt, il bassista Hugh Hopper e il tastierista Mike Ratledge – per incidere sovraincisioni su alcuni brani già messi su nastro. Tuttavia, dopo un altro giorno di ritocchi, le sedute giunsero ad un altro stop.

A quel punto furono assunti come produttori addirittura due dei Pink Floyd, ovvero Gilmour e Waters: e così, in una manciata di sedute fra giugno e luglio, si rimise mano a Clowns And Jugglers che divenne Octopus e che venne pubblicata come primo singolo a dicembre, a Golden Hair e si registrarono nuove composizioni chiamate Wouldn’t You Miss Me (in seguito reintitolata Dark Globe), Long Gone, She Took A Long Cold Look At Me, Feel and If It’s In You.

E fu così che, a parte la pubblicazione del singolo Octopus (sul lato B c’era Golden Hair), la pubblicazione di “The Madcap Laughs” trovò finalmente soddisfazione nel gennaio 1970. Insomma, oltre un anno & mezzo dopo le prime sedute di registrazione del maggio 1968.

Quando m’apprestai ad ascoltare la musica di Syd Barrett per la prima volta mi aspettavo una roba molto psichedelica, un po’ come il materiale di “Piper At The Gates Of Dawn” dei Pink Floyd, invece scoprii con una certa sorpresa che si trattava d’uno stralunato & scheletrico blues, spesso eseguito in modo alquanto impassibile. Un blues alla Syd Barrett, oserei dire, un tipo di musica che in effetti può essere ascoltata solo nella produzione di questo eccentrico artista.

Comunque, delle tredici canzoni contenute in “Madcap Laughs”, le mie preferite restano l’iniziale Terrapin (adoro la sua sciatta semplicità acustica), la briosa Love You, la stradaiola No Man’s Land, la supplica acustica di Dark Globe, l’autoreferenziale Here I Go, l’arrembante Octopus, l’ipnotica ma consolatoria Golden Hair. Passabili il lieve rock di No Good Trying, la cupa Long Gone e la conclusiva & meditabonda Late Night, unica produzione presente in “Madcap” accreditata a Pete Jenner e unica registrazione inclusa risalente al 1968. Decisamente meno riuscite mi sembrano l’approssimativa She Took A Long Cold Look (ad un certo punto si sente Syd che gira il foglio sul quale erano scritte le parole che stava cantando!), Feel (che forse con qualche altro tentativo – quella qui inclusa è addirittura la prima take – poteva diventare una bella canzone) e If It’s In You (che presenta una falsa partenza stonata e prosegue poi con diversi errori d’esecuzione). Mi sorprende che queste ultime tre canzoni siano state prodotte in una sola giornata da due maniaci delle produzioni curate & raffinate, ovvero i colleghi Dave Gilmour e Roger Waters…

Su “Opel” si possono trovare anche tre canzoni scartate da “The Madcap Laughs” – Opel (11 aprile 1969), Swan Lee (28 maggio 1968) e Lanky (Part 1) (14 maggio 1968) – e alcune versioni alternative dei brani già visti. Ulteriori versioni alternative sono apparse nel 1993 nelle ristampe in ciddì di “Opel” e dello stesso “The Madcap Laughs”. Magari più in là dedicherò un apposito post ad “Opel”, così come al seguito dell’album che abbiamo visto qui, “Barrett”.

– Mat

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Pink Floyd, “The Wall”: i mattoni sparsi

pink-floyd-the-wall-film-alan-parker-immagine-pubblicaEccomi qui alle prese con l’ultimo post dedicato a “The Wall” dei Pink Floyd, una pietra miliare del rock… o meglio, un muro miliare del rock!

Dunque, tra il dicembre ’79 e il gennaio ’80, l’album volò al vertice della classifica in molti Paesi, tra i quali la nativa Gran Bretagna e gli Stati Uniti: oggi, coi suoi venticinque milioni di copie vendute, “The Wall” è il disco degli anni Settanta più venduto al mondo, una cifra ancora più straordinaria se si pensa che si tratta d’un doppio. Ora però procediamo con la storia, che i record e i numeri non mi hanno mai affascinato troppo.

Uno dei temi portanti di “The Wall” è la dimensione alienante tra artista ed audience sperimentata in prima persona col tour “In The Flesh” del 1977: Roger Waters è assolutamente contrario a portare lo spettacolo di “The Wall” negli stadi. Sono così previsti degli show in arene con un massimo di 15mila posti, dove tutti possano godersi la musica e gli straordinari effetti visivi appositamente preparati: la costruzione effettiva da parte d’una squadra di operai d’un muro di cartone alto oltre quattro metri e lungo oltre i dieci; dei montacarichi per permettere agli operai di muoversi ma anche alla band di seguire alcune ambientazioni della storia; il classico schermo circolare tipico dei concerti dei Pink Floyd dove proiettare gli incredibili cartoni animati realizzati dalla squadra di Gerald Scarfe; ultimi ma non ultimi, gli effetti scenici degli enormi pupazzi gonfiabili, con tanto di luci accessorie, che rappresentano i vari protagonisti della storia narrata in “The Wall”.

Mentre la band ed i propri collaboratori progettavano questo nuovo spettacolo si era pensato anche di creare di volta in volta una speciale arena da montare in ogni città attraversata dal tour. La struttura era caratterizzata esteriormente da una forma a lumaca nuda che infine, per complicanze logistiche, si decise di accantonare: si scelsero invece quattro arene dove replicare più volte lo stesso spettacolo. E così, partita dalla Los Angeles Sports Arena nel febbraio ’80, la rappresentazione dal vivo di “The Wall” continuò per un anno per poi concludersi alla Wastfallenhande di Dortmund (Germania) nel febbraio ’81. Le altre due arene ‘intermedie’ erano il Greater Nassau Coliseum di New York (febbraio ’80) e la celebre Earl’s Court di Londra (agosto ’80 e giugno ’81).

Un’eccellente sintesi di queste quattro lunghe performance nelle quali i Pink Floyd eseguivano per intero “The Wall” costituisce l’album “Is There Anybody Out There?/The Wall Live“, pubblicato nel 2000. In due CD viene così riproposto lo spettacolo completo (solo audio però) della rappresentazione di “The Wall” da parte dei nostri: molte delle canzoni acquisiscono più spessore dal vivo, alcune sono invece estese per permettere nel frattempo agli operai di completare la costruzione effettiva del muro (l’ultimo mattone veniva posto appena Roger finiva di cantare Goodbye Cruel World, terminando la prima parte dello spettacolo). La cosa più interessante è però l’inclusione di parti che per ragioni di tempo e di sintesi narrativa erano state escluse dall’album in studio (il produttore Bob Ezrin convinse Waters a realizzare due LP da quaranta minuti l’uno): e così possiamo ascoltare canzoni escluse (la potente What Shall We Do Now? ma anche un grandioso medley strumentale chiamato The Last Few Bricks) o nella loro forma originaria (Empty Spaces e The Show Must Go On, entrambe più lunghe e con testi diversi). Da segnalare che in questi incredibili spettacoli dal vivo i Pink Floyd erano ben otto (!) più quattro coristi: otto perché Roger Waters (voce, basso, chitarra), David Gilmour (voce, chitarra, basso), Nick Mason (batteria) e il povero Rick Wright (tastiere) erano supportati dal bravissimo Snowy White (chitarra, già coi nostri dal vivo prima e dopo “The Wall”), da Peter Woods (tastiere), da Andy Bown (basso), da Willie Wilson (batteria) e da Andy Roberts (che sostituì White alla chitarra negli spettacoli del 1981). Tutte le altre informazioni su “The Wall Live”, comprese le note tecniche & i disegni & le foto del progetto & le interviste & tutto quello che più desiderate sapere su quest’affascinante rappresentazione rockteatrale lo trovate nel cofanetto di “Is There Anybody Out There?” (2000), un disco che consiglio a tutti gli amanti sfrenati dei Pink Floyd come me.

Dopo i concerti, si passò all’ultima fase della multimedialità insita in “The Wall”, ovvero la realizzazione del film vero e proprio. Qui le cose si fecero notevolmente più complicate e, in definitiva, più stressanti: il film, chiamato semplicemente “Pink Floyd The Wall”, uscì nel corso del 1982 riscuotendo comunque un grosso successo. Diretto da Alan Parker (più volte in rotta di collisione con Waters, che scrisse la sceneggiatura), il film figura un giovane Bob Geldof – allora leader dei Boomtown Rats – nella parte principale, quella di Pink. C’è anche il bravissimo attore Bob Hoskins ma le cose che personalmente apprezzo di più in questo film sono le bellissime sequenze animate: davvero un’arte sopraffina, molto immaginifica e coinvolgente. E poi la musica… anche qui sono state incluse alcune canzoni che non avevano trovato spazio nell’album del 1979, ovvero What Shall We Do Now? e la versione lunga di Empty Spaces. Manca Hey You ma c’è una nuova composizione watersiana, When The Tigers Broke Free (pubblicata come singolo nell’aprile ’82), ci sono alcune riesecuzioni, come le nuove versioni di Mother, Bring The Boys Back Home e In The Flesh (quest’ultima gridata più che cantata da Bob Geldof), una In The Flesh? e una Stop! cantate ancora da Geldof, un breve interludio strumentale che anticipa Your Possible Pasts (completa nel prossimo album dei Pink Floyd, “The Final Cut“). Anche Outside The Wall, che accompagna i titoli di coda, è notevolmente diversa: oltre ad essere necessariamente più lunga, include anch’essa parti musicali che Roger Waters stava orchestrando con Michael Kamen e che vedranno la luce sul successivo “The Final Cut”.

Ora, questo legame tra “The Wall” e “The Final Cut” è molto stretto: inizialmente, Waters pensava di pubblicare gli scarti di “The Wall” (What Shall We Do Now?, Your Possible Pasts, The Hero’s Return, ma anche la nuova When The Tigers Broke Free) su un album dei Floyd chiamato “Spare Bricks”. Poi il nome cambiò in “The Final Cut”, tanto che quando uscì il singolo di When The Tigers Broke Free, sul retro copertina veniva chiaramente indicato questo titolo. Il nome alla fine restò quello ma il contenuto cambiò notevolmente: in quei giorni l’Inghilterra imperialista di Margaret Thatcher aveva dichiarato guerra all’Argentina di Leopoldo Gualtieri per quattro isolotti chiamati Falklands. Quest’inutile guerra suscitò la profonda indignazione di Roger Waters, tanto da spingerlo a scrivere del nuovo materiale e a far pubblicare il suo ultimo album con i Pink Floyd nell’aprile 1983… una commovente critica alla guerra dedicata al suo papà morto ad Anzio nel ’44. Ma questa è un’altra storia che sicuramente meriterà di essere raccontata in un altro post.

– Mat