Paul McCartney, “McCartney”, 1970

paul-mccartney-mccartney-album-1970-immagine-pubblicaGiusto un anno fa scrivevo di “Let It Be”, l’ultimo album dei Beatles ad essere stato pubblicato, un disco piacevolmente dimesso ma pur sempre molto emozionante. Poco tempo prima, tuttavia, giusto nell’aprile del 1970, usciva un altro disco beatlesiano, “McCartney”, il primo album da solista per Paul. Un album che, pur non essendo emozionante come “Let It Be”, è quantomeno piacevolmente dimesso come quello, e forse anche di più.

In effetti c’è una nota vicenda – con lungo strascico di polemiche – che lega i due album menzionati: si fece pressione su Paul McCartney affinché rinviasse l’uscita del suo primo album, in modo da non togliere prezioso respiro d’alta classifica a “Let It Be”, un lavoro che peraltro il buon Paul non aveva ancora autorizzato e che, per ironia della sorte, portava il nome d’una sua canzone. Il bassista tenne duro e anzi, non solo pubblicò il suo “McCartney” in quel lontano aprile del ’70, ma l’accompagnò pure con una celebre lettera/intervista nella quale si dichiarava fuori dai Beatles.

Per gli appassionati di musica sparsi in tutto il mondo – non solo quelli beatlesiani – fu un autentico shock: dopo aver fatto di tutto per tenere unita la band, Paul McCartney fu il primo fra i Beatles ad ammetterne pubblicamente la fine. Una dinamica di gruppo che, nel mio infinitamente più piccolo, ho vissuto di persona e che mi fa capire benissimo che cosa Paul può aver provato all’epoca. Insomma, secondo me fece la cosa giusta e la storia gli diede infine ragione.

“McCartney” resta uno dei capitoli solistici di Paul più amati dai fan (incluso il sottoscritto), un’autentica delizia per chi apprezza il bassista non solo come musicista ma anche come persona. Inciso prevalentemente da solo – tutti gli strumenti e le voci, con accompagnamento vocale della moglie Linda in alcune canzoni – & fra le mura domestiche, “McCartney” è ben lontano dalla raffinatezza produttiva di grandi capolavori beatlesiani come “Revolver”, “Sgt. Pepper” e “Abbey Road” e forse per questo il suo ascolto è un’esperienza sonora ancora più avvincente. Lo stesso John Lennon avrebbe cercato d’imitarne lo stile di base per il suo più riuscito “John Lennon/Plastic Ono Band”.
Tutto “McCartney” è dominato da chitarre acustiche (ma l’album non è affatto acustico nel suo complesso) e da arrangiamenti scarni & essenziali, con tredici canzoni alquanto brevi, un corpus che porta la durata totale del disco a trentacinque minuti.

L’iniziale The Lovely Linda è una breve improvvisazione di quarantatrè secondi, più che altro una prova di setting per la strumentazione collegata allo studio domestico di casa McCartney. That Would Be Something è invece un brano più compiuto, lievemente pulsante e pensoso, mentre Valentine Day è uno strumentale gentilmente rock, fra le prime composizioni maccartiane in ordine di tempo, se non ricordo male. Every Night è la canzone che più amo fra quelle contenute qui, oltre che una delle mie preferite nel repertorio di Paul: melodica, gentile, libera, innamorata, rivelatrice… un piccolo capolavoro, secondo la mia modesta opinione. Anche lo strumentale Hot As Sun è una composizione più datata, risalente – pare – al periodo in cui i Beatles si chiamavano ancora Quarry Men. In realtà Hot As Sun forma un medley con Glasses, una piccola traccia ambient che termina a sua volta con un piccolissimo frammento di Suicide, una canzone non accreditata e finora inedita nella sua forma completa. Segue quindi il sentimentalismo di Junk, una ballata provinata anche dai Beatles nel ’68 ma mai incisa formalmente dal gruppo. Man We Was Lonely è un altro dei momenti salienti dell’album, in pratica un duetto fra Paul e Linda che anticipa e prefigura l’avventura dei Wings. Oo You è invece una sorta di country-blues, amabilmente arrembante, mentre il successivo Momma Miss America è lo strumentale di questo disco che più preferisco, soprattutto in quella prima parte dal basso pronunciato & il pianoforte in stile anni Trenta. Teddy Boy è – come Junk – un pezzo originariamente pensato per i Beatles, tanto che la sua esclusione da “Let It Be” è stata un affare da ultimo minuto, probabilmente perché Paul aveva già deciso quando & come pubblicare la sua versione solista*. Se Singalong Junk altra non è che una take alternativa & strumentale della stessa Junk, la successiva Maybe I’m Amazed è la canzone più famosa del disco, una ruggente ballata, ripresa in seguito da Paul in seno ai Wings. Infine eccoci a Kreen-Akrore, uno strumentale particolarmente percussivo, anzi tribale, che forse lascia un po’ il tempo che trova.

Al momento della sua pubblicazione, di certo anche cavalcando l’onda emozionale della dipartita di Paul dai Beatles, l’album “McCartney” schizzò al 1° posto della classifica americana, inaugurando così una tendenza che avrebbe caratterizzato tutti gli anni Settanta per i Beatles in veste solista: i loro dischi avrebbero trovato ben più fortuna nel ricco mercato statunitense, con Paul gran dominatore delle charts a dispetto degli altri Three che, in un modo o nell’altro, gettarono la spugna a metà del decennio.

Ultimi due aneddoti su “McCartney”: durante le sovraincisioni che Paul effettuò agli studi EMI di Abbey Road in vista della pubblicazione dell’album, preferì accreditarsi con lo pseudonimo di “Billy Martin”, forse per non dare troppo nell’occhio.

(*le versioni beatlesiane di Junk e Teddy Boy sono state ufficialmente editate nel 1996, sul terzo volume della serie “Anthology”).

– Mat

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John Lennon, “Imagine”, 1971

john-lennon-imagine-album-immagine-pubblicaForse “Imagine” non sarà l’album più bello di John Lennon – io gli ho sempre preferito il precedente “John Lennon/Plastic Ono Band” – ma solo per il fatto di contenere la celeberrima Imagine, di sicuro la sua canzone più popolare e una delle più conosciute al mondo, rende di fatto quest’album almeno il più famoso nella discografia solista del Beatle.

Come in “John Lennon/Plastic Ono Band”, anche in “Imagine” il nostro si fece aiutare da un ex collega: se nell’album precedente figurava Ringo Starr, in questo è presente George Harrison, segno che John non riusciva ancora a staccarsi da un certo ambiente a da un certo tipo di suono. C’è da dire, tuttavia, che “Imagine” fu l’ultimo album registrato da Lennon nella nativa Inghilterra, prima di trasferirsi definitivamente negli Stati Uniti: lo stesso video di Imagine ce lo mostra al pianoforte a coda bianco, nella sua immensa magione di Tittenhurst Park. Da questo punto di vista, “Imagine” può considerarsi un album che chiude un ciclo iniziato nove anni prima coi Beatles.

Ora passiamo alle singole canzoni contenute nell’album, dieci in tutto, esaminandole brevemente una dopo l’altra…

1) Si comincia subito alla grande, con la stessa Imagine, un brano tanto semplice quanto emozionante che non ha certo bisogno di presentazioni. Credo che possa rientrare fra le dieci canzoni più famose al mondo… è anche una delle più reinterpretate dagli altri artisti e, molto probabilmente, una delle canzoni più amate dalla gente. Più che altro, Imagine è ormai un autentico pezzo di storia della musica.

2) Crippled Inside, che figura George Harrison al dobro, suona come uno scanzonato brano country, non troppo in linea con lo stile lennoniano. Resta comunque un piacevolissimo esercizio di stile che non guasta dopo le atmosfere tese (e a tratti lugubri) di “John Lennon/Plastic Ono Band”.

3) Jealous Guy, terzo brano in programma, è secondo me una delle più belle creature lennoniane mai messe su nastro, con o senza i Beatles. Risale comunque all’era dei Fab Four, giacché venne provinata diverse volte fra il maggio ’68 e il gennaio ’69, quando ancora si chiamava Child Of Nature. Ad un testo molto personale si unisce una musica dolce & malinconica, che fa di questa Jealous Guy una ballata indimenticabile e una delle cose più belle che io abbia mai sentito.

4-5) It’s So Hard è un aspro e monotono blues, appena appena ingentilito dal sax di King Curtis, mentre coi suoi sei minuti eppassa di durata, I Don’t Want To Be A Soldier è il brano più lungo dell’album. Veramente un po’ troppo lungo, dato che il pezzo – dall’arrangiamento caldo e pastoso, anch’esso arricchito dal sax di Curtis – è alquanto ripetitivo. Come s’intuisce fin dal suo titolo, questa canzone è antimilitarista, e vi partecipa nuovamente George Harrison, stavolta alla chitarra slide.

6) Sempre con George alla chitarra (la solista in questo caso), la dimessa e aspra Give Me Some Truth ci riporta alle sonorità scarne e disincantate dell’album precedente, quel “John Lennon/Plastic Ono Band” già citato più volte. Anni dopo, verso la fine del decennio, i Generation X di Billy Idol ne faranno una cover punkeggiante, ma questa è un’altra storia.

7) Oh My Love è invece una delicatissima ballata guidata dal piano, un pezzo davvero molto dolce, unica canzone di questo disco accreditata anche a Yoko Ono (per quanto pare che anche la stessa Imagine sia basata su una poesia giovanile scritta da Yoko…). In Oh My Love figura anche George Harrison, che tocca lievemente le corde di una chitarra acustica.

8) Lo strisciante e lamentoso rock di How Do You Sleep? è uno dei pezzi più dolorosi scritti da Lennon: è una dura frecciata contro Paul McCartney, in risposta alla sua Dear Friend (inclusa nell’album dei Wings “Wild Life”), accusandolo di non aver imparato nulla in questi anni e di aver fatto soltanto una cosa buona, cioè l’aver fatto Yesterday. In definitiva, John chiede a Paul come faccia a dormire la notte, e il tutto è forse ancora più significativo se si pensa che al brano partecipi anche George. Tuttavia, in seguito, Lennon avrà modo di ritrattare le sue accuse e di ricucire un rapporto decente con l’ex partner musicale.

9) La delicata e toccante How? è uno dei brani di quest’album che preferisco: piano, basso e batteria, il tutto abbellito da linee orchestrali, per un altro pezzo semplice e diretto, tipico dello stile più intimista di John Lennon.

10) La conclusiva Oh Yoko! è chiaramente un omaggio di John alla propria moglie, creando per l’occasione una dolce e ritmata melodia in chiave country. E’ una canzoncina facile facile ma suonata con gusto, perfetta per chiudere l’album su note di leggerezza.

Prodotto dallo stesso John Lennon con la moglie Yoko e il celeberrimo Phil Spector, “Imagine” riscosse subito un grande successo di pubblico (tanto per dire, si piazzò al primo posto della classifica americana…) e critica, quantomeno per essere l’album più accessibile e omogeneo nell’intera discografia solista del nostro. Un disco forse non perfetto ma memorabile. Questo sì.

– Mat

Paul McCartney & Wings, “Band On The Run”, 1973

paul-mccartney-wings-band-on-the-run-immagine-pubblicaFinalmente “Band On The Run”! Dico finalmente perché è da oltre un anno che vorrei scrivere di questo fantastico disco uscito nel 1973 ad opera di Paul McCartney e dei suoi Wings… praticamente da quando ho iniziato a scrivere sui blog!

Beh, dato che lo sto ascoltando spessissimo in questi giorni, ora mi sembra l’occasione buona per tentare di scrivere qualcosa di decente su quello che reputo uno dei migliori lavori registrati da un componente dei mitici Beatles, “Band On The Run”, per l’appunto.

Come spesso accade agli artisti, è proprio nei periodi di maggior pressione & stress emotivo che danno il meglio di sé: McCartney, sebbene già all’epoca si stava rivelando come il Beatle solista di maggior successo (sempre nel ’73 uscì “Red Rose Speedway”, un numero uno in classifica, anche se non ricordo se solo in USA o anche in UK) sentì il bisogno di dimostrare alla critica & ai suoi detrattori (fra i quali pure John Lennon e George Harrison) che poteva conciliare il suo innato talento per le belle melodie & i temi romantici con una musica corposa & innovativa. E così, ben prima di gente come Peter Gabriel, Paul decise di andare a registrare il suo prossimo album in Africa, e precisamente negli studi EMI di Lagos, in Nigeria.

Soltanto che la band costituita nel ’71 come supporto dal vivo e in studio, i Wings, si oppose alla trasferta: o meglio, dissero di sì soltanto la tastierista Linda McCartney (ovvio, era la moglie di Paul, nonché la madre dei suoi bambini…) e il fido chitarrista Denny Laine. Per tutto il resto ci pensò lo stesso Paul, che prese posto alla batteria & imbracciò la chitarra, cosa che aveva fatto anche ai tempi dei Beatles (che Paul McCartney sia un ottimo polistrumentista penso che sia cosa nota ai musicofili sparsi per il mondo). Inoltre contribuirono il tecnico Geoff Emerick (già coi Beatles per alcune delle loro creazioni più geniali) e il produttore/arrangiatore Tony Visconti (celebre per i suoi eccezionali lavori con David Bowie), ma quest’ultimo operò a Londra, una volta che i McCartney e i loro collaboratori tornarono in patria dopo un soggiorno nigeriano non proprio tranquillissimo, sovraincidendo delle superbe partiture orchestrali sui natri originali del gruppo. Se non ricordo male, pure Ginger Baker, lo storico batterista dei Cream, contribuì ad alcune percussioni di questo gran classico che è “Band On The Run”.

E le canzoni? Manco a dirlo mi piacciono tutte! Si parte con l’omonima Band On The Run che già di per sé è un capolavoro, di certo una delle migliori creazioni maccartiane. La successiva Jet è, detto fra noi, una delle canzoni che più amo di Paul e una di quelle che mi emozionano di più. Seguono la deliziosa Bluebird, la pulsante & coinvolgente Mrs. Vandebilt (unica canzone di questo album con qualche chiara ispirazione afro nel sound), la distesa Let Me Roll It, la melodicissima & strepitosamente maccartiana Mamunia, la tenera No Words (unico pezzo di questo disco non accreditato alla coppia McCartney, bensì scritto da Denny con lo stesso Paul), la geniale Picasso’s Last Words (Drink To Me) e la conclusiva Nineteen Hundred And Eighty Five, che è uno dei più illuminanti esempi dell’arte teatrale di Paul McCartney, forse il Beatle più visionario in fatto di espressioni sonore.

Fin qui l’album originale, quello stampato in vinile per il mercato inglese. Per il più ricco mercato americano venne inclusa nella scaletta di “Band On The Run” anche il trascinante & stradaiolo singolo Helen Wheels, uscito (anche in patria) poco tempo prima dell’album. Per la serie ‘The Paul McCartney Collection’ curata dalla EMI nel 1993, è possibile invece avere una versione in ciddì contenente tutteddieci le canzoni summenzionate, più Country Dreamer, che è l’originale lato B di Helen Wheels. Per i più fanaticoni di cose beatlesiane (come il sottoscritto…), consiglio invece la bella ristampa di “Band On The Run” del 1999, contenente un secondo ciddì di materiale aggiunto & confezionato in un’elegante cartonatura.

Ah, dimenticavo… bellisima la foto di copertina, che ritrae i tre Wings e alcuni loro amici famosi come se fossero una banda di galeotti sorpresi nella fuga. E’ una delle copertine più belle che io abbia nella mia collezione.

– Mat

Tears For Fears, “Everybody Loves A Happy Ending”, 2004

tears-for-fears-everybody-loves-a-happy-endingNei primi mesi del 2003 viene dato l’annuncio ufficiale che i Tears For Fears, vale a dire Roland Orzabal e Curt Smith, sono tornati finalmente insieme e che si apprestano a pubblicare un nuovo album da studio, il primo da “Raoul And The Kings Of Spain”, datato 1995, ma soprattutto il primo da “The Seeds Of Love” del 1989, l’ultimo album della band inglese a figurare Smith in formazione.

Passa oggi e passa domani e la pubblicazione del disco, intitolato “Everybody Loves A Happy Ending”, viene rinviata a data da destinarsi, con ogni probabilità nel corso del 2004. La cosa mi sembra assurda perché i Tears For Fears hanno firmato per la Universal, una delle quattro major discografiche, e non riesco a capire il motivo di tanto ritardo, considerando che il primo singolo, la stupenda Closest Thing To Heaven, è in rotazione nelle programmazioni radiofoniche. Per me sono mesi lunghissimi, come forse si saprà i Tears For Fears sono fra i miei gruppi preferiti e attendevo questo ritorno da molto tempo, dato che se ne parlava fin dal 2000.

Arriva così il fatidico 2004, passano i mesi, uno dopo l’altro, e del disco non si sa nulla, finché, si dice, “Everybody Loves A Happy Ending”, è uscito nel solo mercato nordamericano. Poi, in un tetro pomeriggio di dicembre, vedo il nuovo disco dei Tears For Fears esposto nella vetrina d’un negozio di Pescara! Entro immediatamente e controllo il disco: è una stampa canadese (un import quindi), etichettata dalla NewDoor, una branca della Universal, e venduta alla non modica cifra di ventitrè euro. Macchissenefrega, penso io allegramente, sono anni che aspetto e chissà quanto altro tempo dovrà passare prima che ‘sto ciddì esca pure in Italia!

Con mia somma gioia scopro che “Everybody” non è soltanto un bel disco ma è anche uno dei migliori mai proposti dai Tears For Fears. E’ un vero peccato che un album del genere abbia avuto una distribuzione tanto tribolata; tuttavia, nei primi mesi del 2005, il disco è finalmente disponibile anche nel mercato europeo, con due nuovi brani in aggiunta. Lo compro di nuovo… per regalarlo ad un amico che ha preso l’agognata laurea. Fatta questa lunga ma doversa introduzione, passo a recensire le singole canzoni dell’album, dodici in tutto.

1-2) Si parte con l’omonima Everybody Loves A Happy Ending, sorta d’introduzione a tutto il disco, un brano piuttosto teatrale dai continui cambiamenti di tempo e d’atmosfera cantato da Roland. Segue la magnifica Closest Thing To Heaven, primo singolo estratto dall’album: il brano presenta un’evidente somiglianza con Sowing The Seeds Of Love, successo dei nostri datato 1989, ma la canzone in sè è una delle migliori mai offerte dal gruppo.

3-4) Call Me Mellow è un delizioso pop rock, altamente orecchiabile e melodicamente irresistibile, tanto da essere stato pubblicato anch’esso come singolo. Con Size Of Sorrow ritroviamo finalmente la voce solista di Curt Smith in un disco dei Tears For Fears dopo la bellezza di quattordici anni! Un brano piuttosto meditabondo, eseguito e cantato con infinita dolcezza per quello che è uno dei momenti migliori dell’album.

5-6) La successiva Who Killed Tangerine? presenta due tempi distinti: un’atmosfera più drammatica e vagamente psichedelica caratterizza la sequenza delle strofe, cantate da Roland, mentre il ritornello è un’autentica esplosione corale, con la voce di Curt in bell’evidenza. Segue la rockeggiante Quiet Ones, un brano che sembra uscito dalle sedute di registrazione di “Elemental” (1993), quando il gruppo era lo pseudonimo artistico del solo Orzabal; in realtà la presenza di Smith in questa coinvolgente canzone è forte e chiara.

7-8) Ancora Curt è il protagonista della dolce e melodica Who You Are, un brano originariamente pensato per il suo “Halfway, Pleased“, un album solista pubblicato soltanto nel 2007. Con la successiva The Devil ritroviamo la voce di Roland in primo piano, per un’atmosfera dolente ed epica al tempo stesso; un brano più atmosferico ma dal sicuro impatto sull’ascoltatore.

9-10) Secret World, una delle canzoni più belle e orecchiabili del disco, ricorda molto le sonorità di Paul McCartney al tempo dei suoi Wings, specie un brano come Let ‘Em In. E’ comunque un altro dei momenti salienti di quest’album. La successiva Killing With Kindness è un’altra magnifica canzone: la sequenza delle strofe è più grave e dolente, mentre lo spazioso ritornello è alquanto liberatorio… l’atmosfera complessiva mi ricorda alcune sonorità tipiche degli anni Settanta.

11-12) Ladybird è una canzone molto interessante: al cullante ritmo nelle strofe, con Roland che sembra cantare ad occhi chiusi, seguono due ritornelli (‘there’s a room somewhere…’ ad opera di Roland e ‘ladybird fly away…’ ad opera di Curt), mentre il bridge ricorda alcune atmosfere presenti in “Pet Sounds” (1966), il capolavoro dei Beach Boys. Il tutto sembra trasportarci via in una dimensione di sogno. Con Last Days On Earth siamo così giunti all’ultima canzone di “Everybody”: un brano vitale, ottimo se suonato mentre si è al volante, ma al contempo suadente e rilassato.

Fin dal primo ascolto ho avuto la certezza di trovarmi alle prese con un gran bel disco, dove si sente chiaramente che per Orzabal e Smith è stato un vero piacere poter tornare a fare musica insieme, infischiandosene delle mode e traendo spunto dagli artisti che più li hanno ispirati: Beatles e Beach Boys sopra gli altri, ma mi pare anche di ravvisarvi qualcosa del compianto Barry White. Purtroppo, come ho cercato di spiegare sopra, la distribuzione di “Everybody Loves A Happy Ending” non è stata delle più felici e forse i continui ritardi di pubblicazione hanno finito col confondere le aspettative di molti potenziali acquirenti. Ma in fondo la questione non m’importa più di tanto: da fan dei Tears For Fears posso assicurare che questo è uno dei loro dischi migliori.

Paul McCartney

paul-mccartney-immagine-pubblicaIl grande James Paul McCartney nasce a Liverpool, in Gran Bretagna, il 18 giugno 1942, sotto il segno dei Gemelli come il sottoscritto. Grazie al papà musicista, Paul s’avvicina fin da piccolo al mondo della musica, iniziando a prendere confidenza col pianoforte, la tromba e in seguito con la chitarra. Poco più che bambino, Paul inizia già a comporre le sue prime canzoni ma la svolta della sua vita avviene nell’estate 1957, quando conosce John Lennon, leader d’una formazione studentesca di skiffle, i Quarry Men. John, di due anni più grande, rimane favorevolmente impressionato da Paul, soprattutto dalla sua abilità chitarristica e dal fatto che fosse in grado di comporre canzoni da sé.

John lo invita immediatamente a far parte del gruppo: è da questo punto in avanti che inizia la leggenda dei Beatles, con Paul che invita a sua volta nel gruppo l’amico George Harrison, mentre John porta con sé Stu Sutcliffe. Incoraggiato da McCartney, anche Lennon inizia a scrivere le sue prime canzoni e di lì a poco i due giovani autori faranno un patto che durerà per tutta l’avventura dei Beatles: ogni canzone scritta dall’uno avrebbe recato con sé anche la firma dell’altro. Ecco che nasce il celebre sodalizio Lennon/McCartney… e siamo ancora agli anni Cinquanta!

Le cose assumono quindi una rapidissima piega, gli anni scorrono alla velocità della luce, e la band, finalmente chiamata The Beatles (dopo esssere passata da Johnny & The Moondogs a The Silverbeetles), debutta col singolo Love Me Do / P.S. I Love You – entrambe scritte proprio da Paul – nell’ottobre ’62 con la formazione definitiva che è passata alla leggenda, ovvero John Lennon, George Harrison, Ringo Starr e il nostro. Per il resto degli anni Sessanta la storia di Paul McCartney è la storia dei Beatles: non solo il bassista è il principale autore delle musiche del celebre quartetto ma è anche il componente del gruppo più attento ai processi produttivi e alla sperimentazione in studio. E’ anche il Beatle più professionale e quello più dedito al lavoro, cosa che alla lunga finisce con l’irritare gli altri tre. E’ comunque merito di Paul se i Beatles sono ancora attivi nella seconda metà dei Sessanta: è infatti grazie al suo irrefrenabile entusiasmo che prendono vita dei capolavori assoluti come “Revolver”, “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”, “The Beatles” e “Abbey Road”.

Paul fa di tutto per tenere uniti i Beatles ma, una volta capito che il giocattolo s’è irrimediabilmente rotto, è il primo a dichiararsi ufficialmente fuori dalla band, nell’aprile 1970. In quello stesso mese parte la sua carriera solista, con l’album “McCartney” che vola al 1° posto della classifica americana e anticipa di poche settimane l’uscita dell’ultimo album dei Beatles, “Let It Be”. A cavallo fra i due decenni non solo cambia la vita artistica e professionale di Paul ma anche quella privata: nel 1969 sposa Linda Eastman, che nel corso degli anni gli darà tre figli (Mary, Stella e James), e stabilisce il suo quartier generale in una fattoria scozzese.

Tutto ciò non significa però un ritiro, anzi: nei Settanta, McCartney è più prolifico che mai e realizza degli album e dei singoli straordinari che meritatamente riscuotono un enorme successo commerciale in tutto il mondo. Paul, infatti, è il Beatle solista che otterrà più successo, grazie alla sua musica irresistibilmente melodica e fortemente teatrale. Nel 1971 esce “Ram”, un album accreditato a Paul & Linda McCartney (2° posto della classifica americana), seguìto nel corso dello stesso anno dal più ruvido e immediato “Wild Life” (10° negli USA), un album accreditato alla sua nuova band, i Wings. Nel ’73 Paul è attivissimo in studio: coi Wings realizza l’album “Red Rose Speedway” (1° negli USA) e il superbo singolo Live And Let Die (tema fortunato d’un film della saga di 007), con Linda contribuisce al nuovo album di Ringo Starr, “Ringo”, e, ancora coi Wings, realizza quello che è il suo capolavoro indiscusso in veste solista, “Band On The Run” (altro 1° posto negli USA).

Nel 1975 Paul e i Wings tornano con “Venus And Mars” (1° in America), seguìto l’anno dopo da “Wings At The Speed Of Sound” (ennesimo 1° posto). Nel ’77 viene pubblicato un album dal vivo, “Wings Over America” (manco a dirlo… 1° negli USA), a testimonianza d’un tour memorabile dove Paul sembra aver finalmente fatto pace col suo recente passato di Beatle, proponendo alcune canzoni che aveva scritto al tempo dei Fab Four. Nel ’78 escono un nuovo album da studio, “London Town” (2° in USA), e una raccolta chiamata “Wings Greatest”, mentre nel ’79 è la volta di “Back To The Egg” (8° in USA), l’ultimo album a nome Wings. Nel 1980, infatti, Paul torna a firmarsi come solista con l’album “McCartney II” (3° negli USA) ma, in definitiva, quello è un anno maledetto: mentre si trova in tour in Giappone viene arrestato alla dogana per possesso di marijuana e poi, a dicembre, riceve la batosta della morte di John Lennon.

Superato lo shock, dopo aver contribuito all’album di Ringo “Stop And Smell The Roses” (1981), Paul torna nell’82 col fortunato “Tug Of War” (1° in Gran Bretagna), seguìto l’anno dopo dall’altrettanto celebre “Pipes Of Peace”. In quel periodo il nostro collabora attivamente con Michael Jackson, realizzando con lui due indimenticabili hit degli Ottanta quali The Girl Is Mine (primo estratto dal celeberrimo “Thriller”) e Say Say Say; tuttavia l’amicizia con Jackson si raffredderà qualche anno dopo quando quest’ultimo avrà acquistato gran parte del catalogo editoriale dei Beatles, soffiandolo proprio a Paul. Tra l’84 e l’86 la creatività di McCartney sembra subire un appannamento: firma alcune colonne sonore qua & là, realizza due album alquanto insipidi, “Give My Regards To Broad Street” e “Press To Play”, dopodiché si concede una pausa riflessiva e ne approfitta per dare alle stampe una splendida raccolta, “All The Best!”, nel 1987.

Aiutato da Elvis Costello, Paul ritorna alla grande nel 1989 con “Flowers In The Dirt” (1° in Gran Bretagna), uno dei suoi album migliori. Un tour internazionale da antologia verrà giustamente immortalato nel triplo elleppì dal vivo “Tripping The Live Fantastic” (1990), poi la frequenza degli album da studio di Paul subirà un rallentamento. “Off The Ground” vede infatti la luce nel ’93, seguìto da “Flaming Pie” (1997), “Run Devil Run” (1999), “Driving Rain” (2001) e “Chaos & Creation In The Backyard” (2005). Ma ciò non significa una riduzione dell’attività del nostro, anzi: oltre ad una serie di album dal vivo (“Unplugged” e “Choba B CCCP” nel ’91, “Paul Is Live” nel ’93 e “Back In The World” nel 2003), McCartney dà alle stampe degli album sperimentali (“Strawberry Oceans Ships Forest” nel ’93 e “Rushes” nel ’98, due dischi realizzati con Youth sotto lo pseudonimo comune di The Fireman) e addirittura delle composizioni classiche (“Liverpool Oratorio”, “Standing Stone”, “Working Classical” e il recente “Ecce Cor Meum”). Inoltre, fra il 1994 e il 2000, Paul contribuisce attivamente con George Harrison e Ringo Starr a quel monumentale & fortunato progetto beatlesiano chiamato “Anthology”.

La vita privata del nostro è cambiata enormemente tra la fine degli anni Novanta e i primi di questo decennio: la morte dell’amata moglie Linda, il matrimonio con l’ex modella Heather Mills, la morte di George Harrison, la nascita della quarta figlia, Beatrice, il divorzio dalla Mills.
Tutto ciò da un artista che calca le scene da cinque decenni e che ha segnato delle pagine indimenticabili non solo nella storia della musica ma anche in quella della cultura, del costume e della vita di milioni d’appassionati in tutto il mondo.

Personalmente ho ancora un vivido & caro ricordo del momento in cui Paul salì sul palco, a Roma, ai Fori Imperiali nel maggio 2003, per cantare Hello Goodbye e dare avvio a quello che, di fatto, è stato uno dei concerti più memorabili nella storia del rock.

– Mat