Queen, “Innuendo”, 1991

Queen InnuendoNavigando in rete, un paio di giorni fa, leggevo una notizia che ha dell’incredibile: “Innuendo” dei Queen compie venticinque anni! Come?! Sono già passati venticinque anni?! E io che ho fatto in tutto quel tempo?! Ebbene sì, la pubblicazione dell’ultimo album inciso dalla celeberrima band inglese col compianto Freddie Mercury risale per l’appunto a un quarto di secolo fa. Come vola il tempo! E allora, con la scusa di dover rimpolpare questo blog redivivo, colgo l’occasione d’un tale anniversario per rielaborare un vecchio post che scrissi nel febbraio 2007, quando ancora il mio sito si chiamava Parliamo di Musica.

Checché ne dicano gli ammiratori di “A Night At The Opera” (1975) e i nostalgici del rock anni Settanta, secondo me il miglior album dei Queen è proprio “Innuendo”, ultimo disco al quale abbia partecipato attivamente Freddie Mercury. E’ l’album della completa maturità, l’album definitivo (in tutti i sensi, purtroppo…), il disco nel quale i Queen sfoggiano al meglio il loro inconfondibile stile musicale, infondendovi grande epicità e carica melodrammatica, in una sequenza mozzafiato di dodici canzoni indimenticabili.

Si parte col brano omonimo, Innuendo, una grandiosa progressione rock suddivisa in quattro tempi, per una lunghezza complessiva di sei minuti e mezzo. La prima parte è un irresistibile – e ormai famosissimo – bolero in chiave rock che quindi sfuma in una composizione più lenta per sola chitarra e voce. Segue una parte in stile flamenco – suonata da Brian May con Steve Howe, il chitarrista degli Yes – e poi una breve sequenza tipicamente mercuriana (“You can be everything you want to be”… ecc), prima della ripresa in chiave heavy del pezzo di flamenco, seguita infine dalla ripresa del bolero iniziale. Una canzone straordinaria, Innuendo, degna erede d’un altro capolavoro chiamato Bohemian Rhapsody. Pubblicata nel gennaio ’91 come primo estratto dall’album, Innuendo riportò meritatamente i Queen al vertice della classifica inglese dei singoli.

Dopo Innuendo troviamo la splendida I’m Going Slightly Mad, altro brano tipicamente mercuriano, dove il cantante ci regala una delle sue migliori prove vocali. Da applauso è anche tutta la parte di chitarra di Brian, con svariati effetti che passano dal canale sinistro dello stereo a quello destro, e viceversa (un giochetto molto frequente nella produzione dei Queen che personalmente ho sempre gradito).

Segue la rockeggiante Headlong, caratterizzata da un ritmo incalzante che rispolvera la vena più heavy dei nostri; così come I’m Going Slightly Mad, anche Headlong è stata pubblicata su singolo in una versione leggermente editata (mentre nella riedizione di “Innuendo” pubblicata cinque anni fa dalla Universal per la serie “2011 Digital Remaster” si può ascoltare Brian alla voce solista, in quella che viene accreditata come Embryo with Guide Vocal). E’ quindi la volta di I Can’t Live With You, una bella canzone dalla sonorità decisamente pop ma dall’approccio complessivo più vicino ai canoni rock, specie nell’emozionante parte finale.

Dopodiché troviamo la prima lenta del disco, ovvero Don’t Try So Hard: dolente, malinconica ma al contempo inconfondibilmente queeniana, dove, ancora una volta, Freddie si rende protagonista con una voce da brividi. Come un’auto in corsa giunge invece la tempestosa e serrata Ride The Wild Wind, dove la parte ritmica è in poderosa evidenza per tutta la durata del brano. Non a caso l’autore principale del brano è il batterista Roger Taylor, il quale è anche il cantante nella versione Early Version with Guide Vocal, inserita nella riedizione “2011 Digital Remaster”.

La successiva All God’s People è una canzone ben più complessa, una sorta di mix fra generi tipicamente black come soul, gospel e blues; un brano a suo modo anche sinfonico, ricavato da un demo del 1987 (tuttora inedito) che Freddie aveva concepito come uno dei potenziali duetti col soprano Montserrat Caballé per l’album “Barcelona”.

La dolce e malinconica These Are The Days Of Our Lives è una calda e distesa ballata di gran classe: tutto è perfettamente equilibrato in questo brano pop-rock, dalle parti vocali all’arrangiamento delle percussioni, passando per un memorabile e struggente assolo di chitarra. Con Delilah siamo invece alle prese col momento più leggero dell’album: un brano gradevolmente elettropop con cadenze orientaleggianti, dedicato da Mercury alla sua gatta preferita (diverte a tal proposito l’assolo di May, che ricorda il miagolare d’un gatto).

E se la cupa The Hitman ci riconduce in territori ben più heavy, in quella che è una delle canzoni più fragorose e casinare dei Queen, la successiva Bijou, perlopiù strumentale, è una malinconica canzone d’amore dove il virtuosismo di Brian fa superba mostra di sé. Chiude questo splendido disco che è “Innuendo” un’autentica gemma chiamata The Show Must Go On, una delle canzoni più famose e amate dei Queen, pubblicata come ultimo singolo estratto dall’album. Tutto il brano è un’esaltazione dello stile Queen più melodrammatico ed epico, con una prestazione vocale di Freddie da pelle d’oca e un Brian in forma strepitosa. Una chiusura memorabile che forse vale da sola l’acquisto di un tale, straordinario album.

Inciso fra il 1989 (all’indomani della pubblicazione dell’album “The Miracle”) e il ’90, “Innuendo” è stato prodotto dagli stessi Queen col fido David Richards, al fianco dei nostri fin dal 1986. Tutte le canzoni sono firmate Queen anche se pare che l’autore più prolifico sia stato Freddie Mercury mentre quello meno attivo sia stato il bassista John Deacon. A Roger Taylor va il merito d’aver composto una delle migliori ballate del gruppo, These Are The Days Of Our Lives, e di aver suonato ottimamente in tutto l’album, come in studio non faceva forse da dieci anni. Per tutto il disco troviamo un originale e brillante lavoro chitarristico di Brian May, mentre la voce di Mercury, seppur sensibilmente minata dalla malattia, è incredibilmente appassionata e squillante.

– Mat

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Keith Levene, la chitarra dei PiL

keith-levene-pil-immagine-pubblicaKeith Levene, inglese, classe 1957, è uno dei fondatori dei Clash ma, a pochi mesi dalla nascita della band, nel settembre del 1976 Keith era già fuori dal gruppo. Avrà modo di rifarsi con la sua militanza nei Public Image Ltd., uno dei gruppi più innovativi e misconosciuti del rock. E uno dei preferiti del vostro Mat. Fatta questa breve premessa, vediamo la storia di questo musicista.

Keith s’interessa alla musica fin da giovanissimo, preferendo marinare la scuola per seguire in tour i suoi beniamini, gli Yes, del quale diventa ben presto un aiutante tuttofare. A tempo perso picchia sulla batteria, ma la sua passione è la chitarra… e che passione! Con le sei corde è un autentico mago, ha uno stile tutto suo che riconoscerei tra mille: una specie d’effetto metallico che pare avvitarsi su se stesso… sarebbe meglio ascoltarsi l’introduzione di Death Disco dei PiL o la sua I’m Looking For Something per capire il senso della mie parole.

Tra il 1975 e il 1976, la formazione punk emergente dei London S.S., composta da Mick Jones e Tony James, effettua numerosi provini per reclutare nuovi membri: grazie alla sua abilità, Keith diventa uno di essi, con la band che (tolto di mezzo il povero Tony) assume il nome di The Young Colts. A Keith, inoltre, va il merito d’aver caldeggiato l’ingresso in formazione di Joe Strummer: mentre il maggio ’76 volgeva al termine, così come un concerto dei 101ers (band nella quale Joe militava), Keith e Bernie Rhodes, manager dei Young Colts, vanno a prendere Joe per fargli conoscere il resto del gruppo. Di lì a poco, Joe Strummer diventa un componente della band in pianta stabile, band che quindi adotta il nome di The Clash.

Seguono prove su prove, con i Clash che scrivono il loro primo materiale, la maggior parte del quale finì nel loro primo e omonimo album, “The Clash” (aprile 1977). Ma l’album non figura già più Keith Levene tra i ranghi, la sua unica traccia come Clash è un credito di coautore con Strummer e Jones del brano What’s My Name?. Anni dopo, Keith disse in una delle sue rare interviste che, per quanto trovasse complessivamente poco piacevole l’album “The Clash”, avrebbe dovuto spettargli un credito di coautorialità per ogni altro brano del disco. Certo è che nessun altro lavoro successivo dei Clash suona come questo primo album, ma è anche vero che suonano diversamente tutti gli altri dischi che hanno visto la partecipazione di Keith. La verità è che stiamo parlando, sia per il duo Strummer/Jones e sia per Levene, di incredibili talenti in continua evoluzione, per cui ogni nuovo disco è un passo stilistico in avanti (almeno fino al 1982).

Mentre era ancora nella band, Keith solidarizzò con Sid Vicious, tanto che, una volta espulso dai Clash (si disse perché consumava troppe amfetamine), si unì alla fantomatica banda punk di Sid chiamata The Flowers Of Romance. Di lì a poco, tuttavia, Sid diventò uno dei Sex Pistols, mentre Keith entrò in una sorta di limbo artistico; pare che comunque, così come i Clash, il nostro diede una mano al gruppo punk al femminile delle Slits. Grazie a Sid, però, Keith ebbe modo di fare amicizia col cantante dei Pistols, John Lydon (in arte Johnny Rotten), il quale si ricordò di Keith dopo aver abbandonato il gruppo nel gennaio ’78. Fu così che, come Public Image Ltd. ed in compagnia di altri talentuosi musicisti, John Lydon e Keith Levene diedero vita a una strepitosa trilogia di album dark-punk: “First Issue” (1978), “Metal Box” (1979, anche conosciuto come “Second Edition“) e “Flowers Of Romance” (1981). Nel 1982 avvenne un cordiale riavvicinamento tra Keith ed i Clash: in più occasioni, infatti, Levene e Lydon passarono a salutare i Clash nel backstage dei loro concerti durante il trionfale tour statunitense di questi con gli Who. Tuttavia, Keith e John non si capivano più e così nel 1983, durante le incisioni del quarto album dei PiL, Levene abbandonò il gruppo portandosi dietro i nastri con le nuove canzoni in fase di realizzazione.

Lydon proseguì comunque per la sua strada e così nel 1984 furono pubblicate due versioni dello stesso materiale: “Commercial Zone” per Levene e “This Is What You Want, This Is What You Get” per Lydon. Ma a quel punto, in fondo, la cosa non interessava più a Keith, ormai tossicodipendente, che decise di proseguire da solo: si trasferì in America, dove iniziò addirittura a creare programmi per computer. Partecipò saltuariamente a progetti musicali (qui ricordo una sua collaborazione del 1985 con i Dub Syndicate di Adrian Sherwood), per lo più componendo colonne sonore per dei serial televisivi e suonandovi abilmente un po’ tutto quello che gli capita fra le mani. Collaborò anche coi Red Hot Chili Peppers (anche se la sua produzione dell’album “The Uplift Mofo Party Plan” sfumò, a quanto pare, per le solite storie di droga) e con Jah Wobble (già insieme nei PiL), finché decise di raccogliere parte di questo suo materiale in un interessante album datato 1989, “Violent Opposition”.

Tuttavia la presenza di Keith Levene nel music-business continuò ad essere sporadica anche negli anni Novanta e così, dopo aver collaborato di nuovo coi Dub Syndicate nei primi anni del decennio e poi brevemente con Glen Matlock dei Sex Pistols in una primordiale versione dei Philistines, il nostro si ritirò praticamente dalle scene. Levene fece ritorno soltanto nel 2002, con un mini album chiamato “Murder Global”, mentre dieci anni dopo si ripresentò nuovamente accanto a Jah Wobble in un album comune intitolato “Yin & Yang”. Tra il 2013 e il ’14, infine, in occasione del trentennale del controverso progetto “Commercial Zone”, Keith lanciò tra i fan una campagna di autofinanziamento via web per ripubblicare in grande stile il materiale proveniente da quelle ormai storiche sedute. Da allora non ne ho più saputo niente, tuttavia. Notizie ne abbiamo?

(ultimo aggiornamento: 5 marzo 2017)

Steve Hackett in concerto

steve-hackett-immagine-pubblicaIeri sera mi sono gustato alla grande un bel concerto di Steve Hackett, il chitarrista storico dei Genesis! Prima di fare una piccola cronaca della serata, però, ecco qualche breve cenno sulla figura di Steve Hackett…

Inglese, classe 1950, il buon Steve ha sostituito nei Genesis il dimissionario Anthony Phillips nel corso del 1970, suonando quindi negli album “Nursery Cryme” (1971), “Foxtrot” (1972), “Selling England By The Pound” (1973), “The Lamb Lies Down On Broadway” (1974), “A Trick Of The Tail” (1976) e “Wind & Wuthering” (1976). Dopo aver pubblicato il suo primo album solista, “Voyage Of The Acolyte” (1975), Hackett lascia i Genesis nel ’77 per proseguire definitivamente come solista. Numerosi i suoi album, da “Please Don’t Touch” (1978) al recente “Wild Orchids” (2006), così come le sue collaborazioni, fra le quali ricordo il fratello John Hackett, Brian May dei Queen e Steve Howe degli Yes, col quale ha brevemente fatto parte d’una band parallela, GTR, con un solo omonimo album all’attivo, edito nel 1986. Ecco di seguito quello che ho visto & sentito ieri sera.

Antonella & io arriviamo verso le venti & venti, quando la sala dell’Auditorium De Cecco di Pescara era già piena per metà. Fortunatamente troviamo due posti in seconda fila, davanti a un conoscente che saluto. Mentre invece, appena mi sistemo sulla poltroncina rossa, mi accorgo che davanti a me ci sono due miei carissimi amici di Chieti, due scatenati fratelli, fissati con la musica peggio di me. Ovviamente, mentre aspettiamo l’inizio del concerto, previsto per le ventuno, scambio quattro chiacchiere con loro: si parla solo di musica, in particolare di Steve e dei Genesis, ovviamente, poi di Peter Gabriel, di Bryan Adams, dei Duran Duran, dei Guns N’ Roses e dei redivivi Stooges. Nel frattempo la gente ha riempito la sala & inizia ad accomodarsi in piccionaia.

Finalmente – quando l’orologio segna le ventuno & quindici – le luci si spengono, il tendone in fondo al palcoscenico si tinge d’azzurro, e Steve Hackett (t-shirt nera su pantaloni neri) entra sorridendo e salutando il pubblico. Fa un piccolo inchino, dopodiché si siede sullo sgabello, imbraccia una delle due chitarre già disposte sul palco, la accorda e poi inizia a suonare una dolce melodia in stile flamenco. Ci s’accorge subito, in pochi minuti, che Hackett è semplicemente un bravissimo chitarrista, con una finezza nel tocco assolutamente sopraffina. Al termine del brano, salutato da calorosissimi applausi (una costante per tutta la serata), Steve prende il microfono e saluta il pubblico in italiano: parlerà spesso nella nostra lingua, arrangiandosi più che discretamente. Si ricorda perfettamente della prima volta che è venuto a Pescara, nell’estate del 1999, quando il suo concerto all’aperto venne annullato per il maltempo.

E così, in perfetta solitudine, l’ex Genesis esegue una decina di brani, tratti dal suo ultimo album “Wild Orchids” (2006) e dai suoi dischi precedenti, pescando da “Bay Of Kings” (1983), “Guitar Noir” (1994), “A Midsummer Night’s Dream” (1997), “Metamorpheus” (2005), ma anche dall’omonimo album dei GTR, col brano Imagining. Ovviamente, qua & là, spruzza le sue deliziose composizioni chitarristiche coi riff più famosi del suo periodo nei Genesis, suscitando l’estasi del pubblico. In tutto utilizza a turno due tipi di chitarre, entrambe a sei corde. Conclude questa prima parte in solitaria del suo show con Horizons, una delicata ballata acustica incisa coi Genesis per l’album “Foxtrot”.

Steve viene quindi raggiunto sul palco dal fratello, il flautista John Hackett, e dal tastierista Roger King: a questo punto il tendone in fondo si tinge di rosso. Anche in questo caso, il trio esegue brani presi dalla discografia solista di Steve Hackett e altri tratti dagli album “Foxtrot”, “Selling England By The Pound” e “The Lamb Lies Down On Broadway”. Durante la performance, il tendone in fondo al palco assume altre colorazioni mentre il concerto procede impeccabile, scandìto dai calorosi applausi al termine d’ogni brano. Anche John utilizza a turno due tipi di strumenti: un flauto diritto e uno rovescio. Verso le ventitrè, i tre musicisti lasciano i loro strumenti sul palco, salutano il pubblico, riscuotono le scroscianti acclamazioni & escono lateralmente dal palco.

Subito si sentono i primi cori ‘fuori, fuori, fuori’ da parte degli spettatori. Il trio non si fa attendere e riparte per un ultimo pezzo, una sezione strumentale tratta da Firth Of Fifth, uno dei brani più memorabili dei Genesis. Al termine del concerto, una buona quarantina d’appassionati resta in attesa di poter incontrare Steve Hackett faccia a faccia, magari per farsi firmare qualche autografo. Infatti sbucano da tutte le parti i libretti di ciddì, le custodie di elleppì & gli stessi manifestini pubblicitari del concerto. Anche in questo caso, Steve non si fa attendere: sbuca dal lato opposto dal quale è uscito dal palco, solo che si trova fra noi, in platea… tutti che corrono verso di lui!

Steve si rivela d’una gentilezza & d’una disponibilità uniche per un musicista del suo calibro: firma tutti i dischi che gli vengono messi in mano e si lascia fotografare sempre volentieri. Noi riusciamo a farci autografare un biglietto (per Antonella) e le copertine di tre ciddì dei Genesis (per me). Mi faccio pure un paio di foto con lui, dopodiché gli stringo la mano, lo ringrazio & lo saluto. Ebbeh, che dire… sono molto, molto contento!

– Mat

Freddie Mercury

freddie-mercury-immagine-pubblica-blogOggi 5 settembre, Farouk Bulsara avrebbe compiuto sessantanni. Avrebbe, se una terribile malattia chiamata AIDS non l’avesse strappato a quella vita che tanto amava, il 24 novembre 1991. Farouk Bulsara è conosciuto come Freddie Mercury, il carismatico & inimitabile & fantasioso leader dei Queen, una delle più eccitanti rock band mai apparse sul pianeta.

Nato nel 1946 sull’isola africana di Zanzibar, Freddie è il primogenito di Bomi e Jer Bulsara, impiegati di origine iraniana al servizio dell’impero britannico. Qualche anno dopo gli nasce una sorella, Kashmira, ma a causa della rivolta anticoloniale in Zanzibar, la famiglia Bulsara ripara in India e poi a Londra nella seconda metà degli anni Sessanta. E’ qui che grazie all’amico Tim Staffel, cantante e bassista degli Smile, Freddie conosce gli altri due componenti del gruppo, il chitarrista Brian May e il batterista Roger Taylor. Nel frattempo, il giovane Bulsara canta e suona il piano in diverse formazioni, tra le quali Ibex e Wreckage, anche se lega sempre più con May e Taylor. Infatti, quando Staffel decide di cambiare aria, i due si rivolgono proprio a Mercury (che adotta questo nome d’arte in onore al messaggero degli dei, Mercurio) per fargli assumere il ruolo di cantante.

La band, su proposta di Freddie, cambia quindi nome in Queen e nel corso del 1970 inizia a suonare un po’ in giro con vari bassisti. La formazione diventa finalmente stabile nel 1971 con l’arrivo di John Deacon, anche se il primo album della band, l’omonimo “Queen”, vede la luce solo nel ’73. Nel frattempo, Freddie accetta di partecipare come cantante e pianista a un singolo accreditato ad un tale Larry Lurex (parodia di Gary Glitter, allora in voga come emulatore di David Bowie e dei lustrini del glam): i brani sono due, I Can Hear Music (cover dei Beach Boys) e Goin’ Back (cover di Carole King), e si avvalgono della collaborazione degli stessi Brian e Roger.

Nel marzo del 1974 esce il secondo album dei Queen, “Queen II”, che rappresenta già una pietra miliare nella loro discografia: il suono è già quello, l’incisione è tecnicamente perfetta, la voce di Freddie è già la più bella del mondo, canzoni come The March Of The Black Queen, Ogre Battle, Father And Son, White Queen e il singolo Seven Seas Of Rhye sono già mature e indimenticabili. Ma la band non riposa sugli allori: a novembre esce “Sheer Heart Attack” che si piazza al 5° posto della classifica inglese, mentre il singolo Killer Queen raggiunge il 2° posto.

La scalata è inarrestabile: nell’ottobre 1975 esce Bohemian Rhapsody, uno dei singoli più strepitosi della storia del rock (scritto da Freddie come gran parte dei singoli precedenti dei Queen), che vola al 1° posto della classifica inglese, trascinando con sé il successivo album “A Night At The Opera”. L’anno dopo esce “A Day At The Races”, che per la seconda volta consecutiva consegna il 1° posto per gli album ai Queen: le canzoni più belle, manco a dirlo, sono di Freddie, ovvero Somebody To Love e You Take My Breath Away.

In quegli anni esplode il punk e i Queen, assieme a Genesis, Pink Floyd, Led Zeppelin e Yes sono visti come dinosauri ormai surclassati: i Queen se ne fregano e pubblicano la loro risposta nel 1977, “News Of The World”, contenente il pezzo più popolare di Freddie, We Are The Champions, che è tutto dire. In seguito i Queen pubblicano l’album “Jazz” (1978), il doppio dal vivo “Live Killers” (1979), l’album “The Game” (1980), la colonna sonora di “Flash Gordon” (1980) e la stupenda raccolta “Greatest Hits” (1981), tutti grossi successi internazionali che proiettano i Queen nell’olimpo del rock e fanno di Freddie Mercury una vera icona.

Dopo la sbornia rock che culmina col fantastico singolo Under Pressure (ottobre ’81), una collaborazione tra i Queen e David Bowie, Freddie decide di cambiare strada. S’innamora della disco music, delle grandi regine del soul e diventa amico di Michael Jackson. Sempre più intensa è la frequentazione di Freddie dei club e dei locali omosessuali disseminati tra Londra, New York e Monaco di Baviera. La sfrenata vita mondana e notturna di Mercury si riflette nel nuovo album dei Queen, “Hot Space” (1982), che tuttavia genera disaffezione tra i fan storici e metallari del gruppo. Nel 1983 Freddie inizia a concepire il suo primo album solista: nascono collaborazioni importanti con Giorgio Moroder (i due realizzeranno la bellissima Love Kills), con Rod Stewart – anche se i due preferiscono andare a fare casino in giro con Elton John piuttosto che collaborare in studio – e con Michael Jackson (ma i due brani incisi in forma di demo, State Of Shock e There Must Be More To Life Than This sono ancora ufficialmente inediti in quella forma).

Intanto, a Los Angeles, prendono avvio i preparativi del prossimo album dei Queen, il potente “The Works”, che vede la luce al principio del 1984 dopo essere stato preceduto dall’immenso singolo Radio Ga Ga (dicembre ’83). Nell’album è inclusa anche It’s A Hard Life, uno dei brani più belli e appassionati di Freddie. Il primo album solista di Mercury, invece, “Mr. Bad Guy”, vede la luce nel maggio ’85, anticipato dalla stupenda I Was Born To Love You. L’album contiene altre perle come Made In Heaven, Man Made Paradise (suonata dai Queen, così come la loro presenza è evidente in altri brani ‘solisti’), Living On My Own e Love Me Like There’s No Tomorrow.

Freddie torna comunque all’ovile in luglio, quando i Queen la fanno da padroni assoluti all’ormai storico concerto del Live Aid: una performance di fuoco che ravviva i Queen e li porta ad incidere del nuovo materiale, primo del quale sotto forma di singolo a novembre, One Vision. Seguono i preparativi per la colonna sonora del film “Highander”, che genera lo straordinario album “A Kind Of Magic” (giugno 1986). Dopo il Magic Tour che porta l’assoluta potenza dal vivo dei Queen in giro per il mondo, Freddie decide di concedersi una seconda parentesi solista. Prima collabora al musical “Time” dell’amico Dave Clark, incidendo le superbe e struggenti Time e In My Defence, poi pensa ad un nuovo album. Le sessioni iniziano così nel gennaio ’87 e generano il singolo The Great Pretender: l’incredibile voce di Mercury porta ad un livello stellare la celebre cover dei Platters. Il resto del lavoro è discontinuo ma poi riceve la spinta giusta dalla diva spagnola Montserrat Caballé. Freddie resta folgorato dalla voce e dalla presenza scenica del celebre soprano ed i due realizzano prima un singolo e poi un album, entrambi indimenticabili ed entrambi chiamati “Barcelona”.

Tuttavia, col volgere degli anni Ottanta, la vita di Freddie diventa sempre più ritirata: ormai convive col compagno Jim Hutton in una grandiosa villa vittoriana nel quartiere londinese di Kensington, circondato da domestici, dai suoi amati gatti e dalla sua vasta collezione di oggetti d’arte. Iniziano a circolare voci insistenti secondo cui Freddie avrebbe contratto l’AIDS ma il diretto interessato, con grandissima dignità, preferisce buttarsi a capofitto nella registrazione in studio con i Queen. Escono quindi gli album “The Miracle” (maggio 1989) e “Innuendo” (febbraio 1991), dischi che volano entrambi al 1° posto della classifica inglese, accompagnati da singoli potenti e formidabili quali I Want It All, Breakthru, The Miracle, Innuendo, Headlong, I’m Going Slighty Mad e The Show Must Go On.

Freddie ha in mente anche una terza prova solista, “Time In May”, ma sarà soltanto il tempo ad impedirgli di realizzarla: ormai la sua villa è diventata una clinica privata, le sue apparizioni pubbliche sono rarissime, il suo volto è sempre più smunto, anche se la sua incredibile vitalità rimane intatta. Nel corso del ’91 torna in studio con i Queen ma, dopo aver inciso una manciata di nuove canzoni (tra le quali la sofferta e portentosa Mother Love), in settembre fa ritorno a Londra dal suo ‘rifugio’ di Montreaux, in Svizzera: ormai ha capito d’aver perso la sua battaglia con l’AIDS e rinuncia alle dolorose cure alle quali si sottoponeva da due anni.

La verità arriva il 23 novembre, quando Freddie fa diramare un comunicato ufficiale in cui ammette di aver contratto il virus dell’HIV. La morte lo coglie nella sua casa il giorno dopo, alle sette di sera. Il cordoglio è grandissimo in tutto il mondo, mentre con gli anni la fama di Freddie Mercury assurge alla statura di mito assoluto nell’olimpo rock.