The Beatles, l’album bianco, 1968

the-beatles-the-white-album-bianco-numero-1Nell’ottobre 2008 pubblicai due post a proposito di “The Beatles”, il famoso album bianco dei Fab Four pubblicato 40 anni prima. Cercando di riunire quei miei vecchi scritti in quest’unico post, spero d’aver coniugato un’utile condivisione d’informazioni a quella che non è mai stata una mia dote, la sintesi.

Chiamato “The White Album” per la sua confezione immacolata, il nostro è un disco ricco di sfaccettature, registrato in totale libertà creativa ma pure tra continue liti per questioni finanziarie e gestionali. Venne fuori, ad ogni modo, l’ennesimo capolavoro dei Beatles, un’epopea da 30 canzoni che spaziano dal pop all’avanguardia, fino ad anticipare alcuni generi come l’hard rock, il punk ma anche un certo epic rock da stadio; tutte sonorità che sarebbero definitivamente emerse nel decennio successivo.

Sconvolti dalla morte di Brian Epstein (agosto ’67), inesperti nel management dell’etichetta discografica (la Apple) che avevano appena fondato e di ritorno da un controverso viaggio in India, al seguito del Maharishi Mahesh Yogi per “studiare” meditazione trascendentale, i Beatles presero a lavorare a quello che sarebbe diventato un doppio album eponimo nel maggio 1968. E così, tornati in Inghilterra, i nostri si ritrovarono nella dimora di George Harrison per incidere i demo delle loro composizioni più recenti: tutti e quattro proposero diverse canzoni, addirittura 11 da parte del solo John Lennon, anche se non tutte furono incluse nell’album (alcune, come ad esempio JunkJealous Guy, che allora si chiamava Child Of Nature, finirono nei successivi dischi solisti). Perlopiù acustici e dal suono deliziosamente rilassato, questi demo sono stati parzialmente pubblicati nel terzo volume della serie “Anthology” (1996) con un’eccellente resa sonora.

Il 30 maggio, mentre da Parigi montava la più celebre delle contestazioni giovanili, i Beatles tornarono finalmente negli studi EMI di Abbey Road per registrare le canzoni da destinare alle loro prossime uscite discografiche: un album – poi diventato un doppio, quindi – e un 45 giri di grande successo. Si cominciò con una di John, la blueseggiante Revolution, che presto arrivò all’imponente durata di 10 minuti, con un finale psichedelico fatto di nastri che giravano al contrario e sovrapposizioni multiple d’effetti sonori. Lennon pensò bene di tagliare la canzone in due brani ben distinti, che divennero quindi la rilassata Revolution 1 (con tanto di sezione fiati) e Revolution 9, un folle collage sonoro realizzato grazie a quello che è il più evidente contributo di Yoko Ono a un pezzo dei Beatles. Comunque anche Harrison diede una mano, lo si sente pure nei dialoghi surreali presenti sul pezzo; nel “White Album” così come è entrato nelle nostre case, Revolution 9 viene inoltre introdotta dal frammento di una canzone di Paul McCartney, Can You Take Me Back?, altrimenti inedita e non accreditata nei titoli. Revolution 9 può essere quindi considerata un’opera dei Beatles a tutti gli effetti e non un’escursione solista di John & Yoko in un disco dei Beatles.

A giugno fu la volta del debutto di Ringo Starr come autore, l’amabile Don’t Pass Me By, per la quale s’era concepita un’introduzione orchestrale, poi scartata (vi lavorò direttamente George Martin, e la si può ascoltare comunque su “Anthology 3”, sotto il titolo di A Beginning). Quindi fu la volta di Blackbird, perla acustica scritta & eseguita dal solo Paul, così come di Everybody’s Got Something To Hide Except Me And My Monkey (titolo lungo per un testo di difficile interpretazione, in una canzone decisamente rock impreziosita da una grandiosa prova vocale di John, che ne è l’autore) e di Good Night (una delle più delicate creazioni lennoniane, affidata alla voce di Ringo e sorretta da un’orchestra e un coro diretti da George Martin).

A luglio fu quindi il turno della maccartiana Ob-La-Di, Ob-La-Da, il cui scanzonato andamento circolare e l’atmosfera complessivamente festosa ne tradiscono in realtà una gestazione lunga e complessa, con McCartney che avrebbe voluto lavorarci ancora per poi farne un singolo, prima che uno stufo Lennon dicesse basta. Il quale, stavolta rilassatissimo, mise su nastro Cry Baby Cry, guidando il resto dei Beatles in un’esecuzione amabile e accattivante. Tuttavia, se John voleva il gioco duro, Paul rispose con Helter Skelter, ovvero l’episodio più heavy di tutta la discografia beatlesiana, ad ennesima testimonianza della grande versatilità dei Beatles (e di Paul) e della loro (e sua) voglia di esplorare territori sonori inconsueti. Il colpaccio lo piazzò comunque George con la sua While My Guitar Gently Weeps: riconosciuta da Lennon – che per giunta non vi prese parte – come la miglior canzone dell’album bianco, questa dolente ballata rock impreziosita dalla chitarra solista di Eric Clapton resta senza dubbio una delle canzoni più belle dei Beatles. Una canzone nata già bella, a dire il vero, come testimonia ancora una volta “Anthology 3”, che include una versione acustica, ai primissimi stadi di lavorazione, assolutamente deliziosa. Forse colpito dalla maturazione artistica di George, ecco Paul che nel volgere di quello stesso mese di luglio, il giorno 29, introduce la sua Hey Jude nell’agenda di lavoro beatlesiana. Pubblicata su singolo un mese dopo – con una versione di Revolution appositamente riregistrata e molto più rock sul lato B – Hey Jude ottenne uno straordinario successo in tutto il mondo e tuttora è ricordata come una delle canzoni più belle e popolari dei Beatles, una per la quale non c’è davvero bisogno di presentazioni.

Ad agosto toccò invece alla lennoniana Yer Blues (un abrasivo rock-blues dove il suo autore esprime tra il serio e il faceto tendenze suicide) e alle maccartiane Mother Nature’s Son (rilassata e meditabonda, è un’altra esecuzione solista, sezione fiati a parte), Rocky Raccoon (sorta di country & western) e Wild Honey Pie (semplice improvvisazione da solo per voce, chitarra e batteria per un brano più corto d’un minuto del quale francamente potevamo tutti fare a meno). Pur se incise in quello stesso mese, altre tre canzoni dei Beatles andarono incontro a sorte diversa: la harrisoniana Not Guilty venne scartata dalla scaletta dell’album bianco per riapparire, in tutt’altra forma, nell’eponimo album solista di George del 1979; la lennoniana What’s The New Mary Jane, decisamente psichedelica, trovò posto nel catalogo ufficiale quasi trent’anni dopo, su “Anthology 3”, mentre la maccartiana Etcetera resta tuttora inedita.

Poi il fattaccio: il 22 agosto, durante una discussione mentre si lavorava alla nuova Back In The U.S.S.R., uno scanzonato rock dalle reminiscenze beachboysiane, Ringo se ne andò sbattendo la porta a causa della troppa tensione che s’era accumulata fra i quattro. La defezione del batterista venne tenuta segreta e i Beatles ridotti a trio continuarono imperterriti nel loro lavoro. Con Paul alla batteria, ecco quindi la lennoniana Dear Prudence, con quel pigro arpeggio di chitarra iniziale che è tutto un programma e la dolce voce di John che invita Prudence – la sorella di Mia Farrow ospite anch’essa del Maharishi in quella primavera ’68 – a uscire dalla sua paranoia.

Dopo il ritorno di Ringo, si procedette a settembre con le lennoniane Glass Onion (enigmatica e anche un po’ tetra, con rimandi ad altre canzoni beatlesiane) e Happiness Is A Warm Gun (costruita dall’unione di tre motivetti che Lennon aveva composto in India, mentre il titolo è stato preso da un’inquietante pubblicità di armi da fuoco), le maccartiane I Will (breve e pulsante ballata per chitarra acustica e percussioni) e Birthday (la cui ruvidità, unita al suo senso d’urgenza, sembrano anticipare le sonorità punk), e quindi la harrisoniana Piggies (insolitamente teatrale per George, forse lontana dal suo stile che, pur proponendovi un arrangiamento interessante, evidenzia nel testo una misantropia piuttosto sgradevole).

A ottobre fu la volta delle maccartiane Honey Pie (in stile anni Trenta), Martha My Dear (altra canzone dove il versatile Paul fa tutto da solo: voce, piano, basso, chitarra, batteria e battiti di mani… tutto tranne l’orchestra) e Why Don’t We Do It In The Road? (poco più di un’improvvisazione, provinata comunque in diverse forme, da una lieve e del tutto acustica eseguita dal solo Paul a questa più arrembante suonata con Ringo), delle harrisoniane Savoy Truffle (probabilmente la canzone più brutta dell’album bianco, il cui testo è stato “ispirato” da una scatola di cioccolatini particolarmente graditi dall’amico Eric Clapton) e Long, Long, Long (una ballata quasi sussurrata), e quindi delle lennoniane I’m So Tired (pigra ma isterica, lunga appena due minuti) e The Continuing Story Of Bungalow Bill (alquanto dimesso per gli standard beatlesiani del periodo, è un brano corale piuttosto scanzonato che narra le vicende di un altro ospite del Maharishi; è l’unico brano dei Beatles dove possiamo ascoltare – seppur brevemente – la voce solista di una donna, Yoko Ono) e infine Julia, ovvero una delle canzoni più belle e toccanti dei Beatles, sebbene sia un’esecuzione del solo John per voce & chitarra acustica.

Durante la lavorazione a “The Beatles”, inoltre, i nostri improvvisarono altri motivi, più o meno compiuti, come una versione di Blue Moon in medley con Helter Skelter, una jam in forma libera di Step Inside Love (una canzone scritta da Paul per una sua protetta, Cilla Black), una deliziosa alternativa di I Will chiamata The Way You Look Tonight, e una versione dissacrante di Sexy Sadie chiamata Maharishi (con pesanti insulti verso il guru ma anche contro Epstein, già defunto). Secondo alcuni tecnici di studio, infine, pare che McCartney provasse Let It Be fra una sessione e l’altra.

Come abbiamo già avuto modo di notare, buona parte di tutte queste canzoni venne eseguita da due o addirittura da un solo Beatle, con gli altri usati più come semplici musicisti che partner musicali veri e propri, e con ognuno che portava in studio i propri collaboratori di fiducia (Clapton, la Ono, ma anche Chris Thomas, in seguito famoso produttore). Tuttavia non mancano ruggenti e/o divertite esibizioni di gruppo, come Helter Skelter, Everybody’s Got Something To Hide, Ob-La-Di, Ob-La-Da o Birthday. Insomma, furono cinque mesi di registrazioni dove ognuno fece un po’ quello che gli pareva ma la libertà creativa ebbe da guadagnarci e i risultati furono eterogenei come non mai, e in molti casi assai interessanti.

“The Beatles” resta l’album più complesso e meno immediato dei Fab Four, ma il suo ascolto è sempre un’esperienza interessante, emozionante e a tratti esaltante. A chi ama questo doppio elleppì/ciddì consiglio vivamente anche l’ascolto di quella “Anthology 3” a cui abbiamo già accennato. Magari ne riparleremo in un prossimo post.

-Mat

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Le canzoni (ancora) inedite dei Beatles

Beatles ineditiNegli ultimi anni abbiamo visto ristampe discografiche d’ogni sorta, dal semplice cd remasterizzato in confezione digipack a imponenti cofanetti multiformato contenenti cd, vinili (sia a 33 che a 45 giri) e dvd/bluray. Generalmente, accolgo con gran favore questo materiale storico che, spesso, include dei succosi brani inediti che bastano da soli a fare la felicità di noi fan.

Dal 2009 fino a tempi più recenti sono stati ripubblicati a più riprese tutti gli album dei Beatles – sia in stereo che in mono, sia singolarmente che tutti assieme in corposi box, sia in formato digitale che in abbinamento editoriale – ma nessuno di essi è stato riproposto con una mezza nota di brano inedito. Eppure ce ne sono eccome, di canzoni inedite dei Beatles negli archivi EMI e in quelli privati degli stessi Beatles superstiti e/o dei loro eredi. Nel 2008, ad esempio, s’era parlato d’un Paul McCartney nuovamente alle prese con l’inedita lennoniana Now And Then (scartata da “Anthology 3”) e soprattutto intenzionato a pubblicare finalmente il brano più strambo & misterioso dei Beatles, A Carnival Of Light. Poi tutto è finito lì, e il 9 settembre 2009 (il fatidico 09/09/09) sono stati sì distribuiti nei negozi i tanto attesi album remasterizzati dei Beatles ma nessuno di essi conteneva un solo brano inedito o una sola versione alternativa.

Credo sempre che nel prossimo futuro avremo ancora qualche clamorosa pubblicazione beatlesiana, magari un’edizione deluxe di “Sgt. Pepper” che potrebbe uscire nel 2017, in occasione dei cinquant’anni del disco, oppure – come spero da anni – ulteriori volumi del fortunato progetto “Anthology”, pubblicato nel biennio 1995-96 e contenente per l’appunto tutta una serie di canzoni inedite e alternative a quelle apparse originariamente fino al 1970. In attesa che le mie speranze – ma anche quelle, ne sono certo, di milioni di altri fan – trovino realizzazione, ripropongo quindi un post che avevo scritto proprio nel 2009 e qui opportunamente rivisto: si tratta d’un assaggio – in ordine cronologico – di ciò che le future uscite discografiche beatlesiane potrebbero riservarci.

L’11 settembre 1962, in una delle prime sedute ai celebri EMI Studios di Abbey Road, i Beatles incisero Please Please Me, una ballata che venne successivamente accelerata nella forma che tutti conosciamo affinché fosse più appetibile come singolo. Purtroppo quella prima versione lenta è andata distrutta perché all’epoca non tutte le incisioni alla EMI venivano conservate su nastro e perché nessuno ancora poteva prevedere il fenomenale successo dei Beatles; mi piace però pensare che magari esista ancora qualche versione casalinga della lenta Please Please Me in casa McCartney. Altra registrazione degna di nota, risalente al 26 novembre, è quella di Tip Of My Tongue: i Beatles ci lavorarono un po’ ma poi preferirono donare la canzone a Tommy Quickly, che la incise per conto suo, mentre la versione originale resta inedita tuttora.

Il 17 ottobre del ’63 i nostri registrarono invece “The Beatles’ Christmas Record”, il primo di sette consecutivi flexi-disc inviati gratis ai membri del Fan Club ufficiale in prossimità del Natale: contenevano spezzoni di dialoghi, battute, canti natalizi e a volte anche veri e propri inediti, come quel Christmas Time Is Here Again svelato nel 1996. L’eventuale pubblicazione di questo materiale natalizio potrebbe dar vita benissimo ad un doppio o triplo album a sé stante. Balzando al 1965, il 13 aprile i Beatles misero su nastro la prima versione di Help!: per quanto fin da subito si trattava d’un brano veloce, è noto che la versione originale presentata da John Lennon al gruppo era anch’essa una ballata. Chissà, forse Yoko Ono o anche Julian Lennon sono in possesso di qualche registrazione casalinga con tale notevole inedito.

Eccoci quindi alla A Carnival Of Light citata sopra: incisa il 5 gennaio ’67, è un’escursione psichedelica della durata di oltre 13 minuti. Il brano era stato concepito come parte della colonna sonora dell’omonimo spettacolo che si tenne al Roundhouse Theatre di Londra in quello stesso mese. Per un soffio A Carnival Of Light (indicata alla EMI semplicemente come Untitled) non comparve su “Anthology 2”: George Harrison si oppose alla pubblicazione ufficiale d’un pezzo che, secondo lui, era più un’opera di John e Paul che una prova di gruppo.

Nel corso di quel prolifico 1967, i Beatles registrarono numerosi altri brani dalla lunghezza insolita per i loro standard: Anything, con un Ringo Starr in grande spolvero, dura 22 minuti e 10 secondi; un’altra Untitled del 9 maggio ha una lunghezza prossima ai 16 minuti; due altre lunghe jam session strumentali, entrambe marcate anch’esse come Untitled, vennero registrate il 1° e il 2 giugno. Senza contare, inoltre, un Aerial Tour Instrumental (brano che sarebbe diventato Flying nel progetto “Magical Mystery Tour”) lungo 9 minuti e 36 secondi e una It’s All Too Much dagli oltre 8 minuti. Infine due brani registrati per la colonna sonora di “Magical Mystery Tour”, Shirley’s Wild Accordion e Jessie’s Dream: inclusi come spezzoni in alcune sequenze del bizzarro film, restano inediti su disco.

Anche il 1968 ci riserva diverse altre lunghe composizioni: una Revolution 1 di oltre 10 minuti e addirittura una Helter Skelter di ben 27 minuti. Entrambe le canzoni sono state pubblicate in versioni differenti (e notevolmente più brevi) sull’album “The Beatles” ma sarebbe interessantissimo poter ascoltare questi nastri dalla lunghezza così inusuale. Esiste anche un’alternativa Sexy Sadie chiamata Maharishi, dove John si fa beffe del Maharishi Mahesh Yogi, il guru che i Beatles seguirono in India nella primavera del ’68, mentre Paul è invece l’autore di una ballata acustica chiamata Etcetera. Una seduta interessante è quella del 16 settembre: ben due composizioni registrate dai Beatles restano inedite, Can You Take Me Back? e The Way You Look Tonight, entrambe composte da McCartney; un discusso frammento di Can You Take Me Back? finì comunque sull’album, poco prima di Revolution 9, ma si tratta soltanto d’una manciata di secondi.

Passando infine al 1969, ci imbattiamo subito nei numerosi inediti registrati per l’album che nelle intenzioni originarie era “Get Back” ma che poi, con oltre un anno di ritardo, divenne “Let It Be”: l’originale Rocker, le cover di Going Up The Country e Save The Last Dance For Me, una jam session chiamata appunto Untitled Jamming, poi Blues – una breve improvvisazione fra i Beatles e il tastierista Billy Preston – e una versione di Dig It della durata di 12 minuti e 25 secondi (e pensare che, anche in questo caso, sull’album ne finì soltanto una manciata di secondi). Altre cover e vari standard rock ‘n’ roll con Bye Bye Love, Kansas City (peraltro già incisa dai nostri nel 1964), Miss Ann, Lawdy Miss Clawdy, Tracks Of My Tears, The Walk, Not Fade Away, Besame Mucho (già incisa nel 1962 e poi rimasta inedita fino al 1995) e addirittura Love Me Do. Infine, oltre a due brani di Preston suonati dai Beatles come supporto, entrambi chiamati Billy’s Song, spiccano fra questi inediti le prime versioni di Isn’t It A Pity? e All Things Must Pass, brani di George Harrison che troveranno posto nel suo primo album post-Beatles, “All Things Must Pass” (1970).

Tuttavia esistono altre canzoni mai pubblicate e registrate privatamente dai Beatles in forma di provini come Watching Rainbows (simile nell’arrangiamento a I’ve Got A Feeling), Because I Know You Love Me So, Child Of Nature (una prima versione della lennoniana Jealous Guy), Fancy My Chances With You, Taking A Trip To Carolina (spezzoni di queste ultime quattro appaiono sul bonus disc di “Let It Be… Naked”, del 2003), Soldier Of Love, Bad To Me, From A Window, It’s For You, Goodbye, Peace Of Mind, India (da non confondere con uno dei primi demo di Within You Without You, chiamato anch’esso così), Love Of The Loved, Tennessee, le cover di House Of The Rising Sun e Stand By Me, No Pakistanis (una embrionale Get Back), White Power, Suzy Parker, Yakety Yak, Suicide, Commonwealth e sicuramente qualche altra che ora mi sfugge. C’è da dire che molte di queste “Get Back Sessions” sono emerse negli anni in svariate pubblicazioni non autorizzate – i cosiddetti bootleg – anche se la qualità audio non è sempre delle migliori.

Infine due ultime chicche, ancora relative alle sedute dell’album “Abbey Road”: una versione della tenebrosa I Want You (She’s So Heavy) cantata da Paul e una versione di Something da ben 7 minuti. Insomma, con tutto questo materiale d’archivio potrebbero forse ricavare altri cinque sei dischi dei Beatles… ma cosa staranno aspettando?

-Mat

George Martin, il quinto Beatle

The Beatles George MartinE’ notizia di oggi, 9 marzo 2016, la morte di George Martin, lo storico produttore dei Beatles. Tra i dovuti omaggi – tra cui quelli di Ringo Starr, a quanto pare il primo a dare la triste notizia, quelli degli eredi di John Lennon e George Harrison, e anche quello dell’ufficio stampa degli stessi Abbey Road Studios di Londra – quello di Paul McCartney mi ha fatto tornare in mente un post che scrissi tanto tempo fa. Nel ricordare George Martin, classe 1926, McCartney non ha infatti usato mezzi termini per definirlo come il quinto Beatle. Ecco di seguito, così come venne pubblicato sul mio blog Parliamo di Musica il 20 settembre 2006, l’ingenuo post che azzardai sull’argomento.

Più volte s’è parlato del cosiddetto quinto Beatle, cioé quella persona che, idealmente, potrebbe condividere quel piedistallo dorato che spetta di diritto a Paul McCartney, John Lennon, Ringo Starr e George Harrison. Ma chi è questo quinto Beatle, quali caratteristiche deve possedere? Prima di tutto un soggetto che è stato fortemente legato ai Fab Four di Liverpool, che li abbia influenzati in qualche modo, che abbia contribuito alla loro musica ma anche alla loro identità di Beatles. E allora non possiamo che partire da Stu Sutcliffe, il bassista originale dei Beatles.
Pare che Stu sapesse suonare a malapena ma il suo status di amico di Lennon bastava comunque a renderlo partecipe alle attività del gruppo. Gruppo che si chiamava ancora Quarry Men ed era formato da ragazzini tra i sedici e i diciotto anni. Fu Stu Sutcliffe il primo della band a portare il caschetto alla Beatle, così come il primo ad indossare quelle famose giacche senza collo che rappresentano un sorta di divisa per i Beatles del periodo 1962-66. Queste poche ma fondamentali influenze, quindi più d’immagine che di musica, danno tutto il diritto a Stu di fregiarsi del titolo di quinto Beatle, chi oserebbe sostenere il contrario? Purtroppo Stu Sutcliffe morirà per emorragia cerebrale nel ’62, quando aveva già lasciato i Beatles, che stavano comunque per prendere il volo. Ma John e compagni non lo dimenticarono mai: sulla celebre copertina di “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band“, il disco più osannato dei Beatles, compare anche la faccia del povero Stu (è il primo della terza fila, in alto a sinistra della copertina).

L’altro quinto Beatle in ordine cronologico è senza dubbio Pete Best, il batterista che Ringo Starr rimpiazzò già per la seconda seduta d’incisione dei Beatles agli Abbey Road Studios, nell’estate ’62. Non so quanto Best abbia contribuito alla musica dei Beatles, probabilmente pochissimo, ma è stato comunque il batterista ufficiale del gruppo durante la fondamentale esperienza di Amburgo (1960-1962). Un’esperienza che ha permesso ai Beatles di farsi le ossa come intrattenitori e di compattarsi tra loro: l’unico a non compattarsi fu proprio Pete, sempre più distante dalle abitudini di McCartney, Lennon e Harrison. Dopo che nel marzo ’63 i Beatles esplosero come fenomeno in patria, Pete Best tentò addirittura il suicidio. Per fortuna si salvò ed oggi partecipa con entusiamo alle interviste sulla storia dei Beatles, così come presenzia di buon grado a vare iniziative organizzate dai fan di tutto il mondo.

Attraversiamo i confini della musica, passando dalla parte del management: ce l’avrebbero mai fatta i Beatles senza Brian Epstein? Secondo John Lennon no. Epstein aveva capito tutto, aveva capito soprattutto che quei ragazzini avrebbero potuto oscurare il mito di Elvis Presley: non so cos’abbia avvertito ma senza dubbio, e la storia ce l’ha dimostrato, si è trattato di un genio. Anche per lui il titolo di quinto Beatle è più che lecito ma anche per lui il destino fu avverso: morirà nell’estate ’67 per un’overdose di medicinali.

Tornando a ciò che più ci interessa, la musica, del titolo di quinto Beatle può fregiarsi anche George Martin, il produttore storico dei Beatles: dal 1962 al 1969 Martin fu la guida dei Fab Four in studio di registrazione. Senza di lui quelle canzoni che il mondo ha amato e ama così tanto sarebbero state redicalmente diverse. Qualcuno arrivò perfino a chiedergli maliziosamente se non fosse proprio lui il vero talento dietro i Beatles: il buon George ammise il suo importante ruolo di ‘regista’ nel celebre quartetto ma affermò senza ombra di dubbio che il talento era tutto loro, ovvero di Paul, John, George e Ringo.

Anche una donna può fregiarsi del titolo di quinto Beatle: Yoko Ono, la seconda signora Lennon. Dalla fine del ’67 alla fine dei Beatles stessi nella primavera del ’70, la Ono fu testimone diretta del processo artistico-creativo dei nostri, influenzandolo non poco. La presenza più evidente di Yoko Ono nell’arte dei Beatles è rintracciabile nell’album bianco del 1968, ma, rimanendo costantemente al fianco di John, la sua influenza su di lui e di conseguenza sui Beatles caratterizzerà la fase finale della straordinaria carriera del gruppo.

Si è parlato di quinto Beatle anche a proposito di Billy Preston, il bravissimo tastierista-pianista-organista americano (purtroppo scomparso di recente) che accompagnò i Beatles in studio al principio del ’69, contribuendo alle sonorità degli album “Abbey Road” e “Let It Be” e dei relativi singoli. Il ruolo di Billy, richiesto da George Harrison, può sembrare in apparenza solo quello di un turnista qualunque ma egli contribuì non poco a smussare la tensione che si era irrimediabilmente creata tra i quattro in quel periodo storico, permettendo così al gruppo di regalarci un’altra manciata di straordinarie canzoni.

In definitiva, quanti possono fregiarsi del titolo di quinto Beatle? Io, per un motivo o per l’altro, ne ho contati sei, cioè Sutcliffe, Best, Epstein, Martin, la Ono e Billy Preston, tutti importanti come abbiamo visto nell’imprimere ai Beatles una certa direzione nella loro storia. Ma penso che, almeno per quello che mi riguarda (la musica, la musica prima di tutto…) il vero quinto Beatle sia stato George Martin.

-Mat

Altre canzoni, altre citazioni musicali

Stevie Wonder Sir Duke immagine pubblicaDopo un post che riportava alcune autoreferenze musicali fra (ex) componenti d’una stessa band, ora vediamo quali brani si riferiscono – più o meno direttamente – a cantanti, gruppi o componenti di band esterne all’artista che canta e/o scrive la canzone.

Citazioni che esplicitano i Beatles si trovano in All The Young Dudes dei Mott The Hoople, Born In The 50’s dei Police, in Ready Steady Go dei Generation X e in Encore dei Red Hot Chili Peppers, mentre i Clash sfottono la beatlemania in un verso dell’ormai classica London Calling. In realtà, nel periodo in cui i Beatles erano attivi e famosi in tutto il mondo, comparvero diverse canzoni di artisti meteore che citavano i quattro per i motivi più disparati: ricordo, ad esempio, una canzone rivolta a Maureen Starkey, prima moglie di Ringo Starr, che doveva ‘trattare bene’ il batterista, ma anche una rivolta a John Lennon, che, secondo il suo autore, s’era spinto troppo oltre con la celebre sparata dei ‘Beatles più famosi di Cristo’. Anche noti artisti italiani hanno citato i Beatles, come Gianni Morandi in C’era Un Ragazzo Che Come Me… e gli Stadio in Chiedi Chi Erano i Beatles.

Alla prematura & sconvolgente morte di Lennon fanno invece riferimento Empty Garden di Elton John, Life Is Real (Song For Lennon) e Put Out The Fire dei Queen, Murder di David Gilmour, ma anche la famosa Moonlight Shadow di Mike Oldfield. John vivo & vegeto viene invece citato da David Bowie nella sua celebre Life On Mars? del 1971… Bowie che a sua volta viene citato – con Iggy Pop – in Trans Europe Express dai Kraftwerk. Esiste tuttavia una canzone chiamata proprio David Bowie, pubblicata dai Phish… che poi, a dire il vero, le citazioni riguardanti Bowie sono molte di più: uno dei più acclamati biografi di David, Nicholas Pegg, dedica alla questione un intero paragrafo nella sua notevole enciclopedia.

Anche i Rolling Stones sono stati oggetto di diverse citazioni, fra le quali le stesse C’era Un Ragazzo Che Come Me…, All The Young Dudes e Ready Steady Go viste sopra, ma anche I Go Crazy dei Queen e She’s Only 18 dei Red Hot Chili Peppers. Il solo Mick Jagger viene invece citato da David Bowie nella sua Drive In Saturday e ritratto in altre canzoni del suo “Aladdin Sane” (1973), mentre i Maroon 5 hanno addirittura creato una Moves Like Jagger.

Billy Squier ci ricorda Freddie Mercury con I Have Watched You Fly, così come ha fatto anche il nostro Peppino Di Capri in La Voce Delle Stelle, mentre a commemorare Kurt Cobain ci hanno pensato Patti Smith in About A Boy e i Cult con Sacred Life. Riferimenti a Elvis Presley si trovano in diverse canzoni di Nick Cave, così come in Angel degli Eurythmics, mentre i Dire Straits lo invocano in Calling Elvis. Nella sua God, John Lennon dice invece di non crederci più, in Elvis, così come in Bob Dylan. Dylan che viene esplicitamente citato in Song For Bob Dylan di Bowie e in Bob Dylan Blues di Syd Barrett ma che tuttavia viene sbeffeggiato in alcuni inediti lennoniani come Serve Yourself.

Citazione-omaggio per Brian Wilson dei Beach Boys da parte dei Tears For Fears in Brian Wilson Said, dove la band inglese rifà anche il verso ad alcuni tipici effetti corali dell’indimenticata surf band americana. Invece al celebre tenore Enrico Caruso hanno reso omaggio, oltre a Lucio Dalla con la struggente Caruso, anche gli inglesi Everything But The Girl con The Night I Heard Caruso Sing. Il grande Duke Ellington ci viene ricordato da Stevie Wonder con la famosa Sir Duke (nella foto in alto, la copertina del singolo), ma il pezzo più impressionante dedicato al duca è di Miles Davis che, con He Loved Him Madly, realizza uno straordinario requiem in stile fusion per il suo idolo musicale. Un altro grande artista nero, Marvin Gaye, ci viene invece malinconicamente ricordato in un successo dei Commodores, Nightshift, mentre trent’anni dopo il giovane Charlie Puth si è fatto notare con una canzone chiamata proprio Marvin Gaye.

A Jonathan Melvoin, tastierista degli Smashing Pumpkins morto d’overdose nel ’96, Prince ha dedicato la bellissima The Love We Make (Jonathan era amico di Prince, giacché questi era stato fidanzato a lungo con sua sorella, Susannah Melvoin). Invece il truce rapper The Notorius B.I.G. è stato omaggiato dalla fortunata I’ll Be Missing You, un duetto fra Puff Daddy e Faith Evans basato sulle note di Every Breath You Take dei Police.

Oltre ai ricordi dolorosi, però, ci sono anche sentimenti d’amicizia e di stima, simpatie, accuse e sfottò… ecco quindi i Police che si fanno beffe di Rod Stewart in Peanuts e i Sex Pistols che, in New York, deridono tutta la scena punk americana che sembra averli preceduti. La scena punk inglese viene invece omaggiata da Bob Marley in Punky Reggae Party, dove il grande artista giamaicano cita i Clash, i Jam e i Damned. I Pink Floyd rimpiangono invece Vera Lynn in Vera, tratta dal loro monumentale “The Wall”. In She’s Madonna, Robbie Williams, oltre a farsi accompagnare dai Pet Shop Boys (citati anch’essi in un altro pezzo di Robbie), esprime il suo apprezzamento per… Madonna. E se Wayne Hussey dei Mission canta la sua vicinanza a Ian Astbury dei Cult in Blood Brother, gli Exploited urlano l’innocenza di Sid Vicious in, appunto, Sid Vicious Was Innocent. Altri riferimenti alla parabola di Sid (e della compagna Nancy Spungen) li possiamo trovare in I Don’t Want To Live This Life dei Ramones e in Love Kills di Joe Strummer. I Sex Pistols in quanto tali sono invece citati in una canzone dei Tin Machine, così come in un’altra di quel gruppo capeggiato da David Bowie viene citata Madonna.

Non è mai stato chiarito da Michael Jackson se la sua Dirty Diana si riferisca all’amica Diana Ross o meno, ma per completezza ci mettiamo anche questa, così come non è chiaro il destinatario di You’re So Vain, il più grande successo di Carly Simon (secondo i più è indirizzata a Mick Jagger che, in realtà, contribuisce ai cori della canzone stessa). Di certo una curiosa immagine di Yoko Ono ci viene invece offerta da Roger Waters nella sua The Pros And Cons Of Hitch Hiking.

Per quanto riguarda gli italiani, mi vengono in mente La Grande Assente di Renato Zero (un omaggio all’amica Mia Martini), No Vasco di Jovanotti (non so se il titolo è esatto, comunque il riferimento è Vasco Rossi) e quella buffa canzone di Simone Cristicchi che cita di continuo Biagio Antonacci.

Quali altri esempi conoscete? Di certo, oltre a quelli che non conosco io, ce ne sono molti altri che ho dimenticato di citare.

– Mat

(ultimo aggiornamento il 7 aprile 2017)

May Pang, “Instamatic Karma”

may-pang-instamatic-karma-john-lennonIn un numero recente della rivista “A” – gentilmente sottratto a una mia zia – ho trovato un articolo su May Pang, la storica segretaria di Yoko Ono nonché l’amante di John Lennon, che ha da poco pubblicato un libro fotografico con le immagini di quando, fra il 1973 e il 1975, è stata accanto a Lennon durante un periodo di separazione da Yoko che lo stesso musicista ha definito il suo ‘lost weekend’. Il libro, richiamando la celebre canzone lennoniana Instant Karma!, si chiama “Instamatic Karma” ed è il secondo della Pang, dopo un libro di memorie pubblicato negli anni Ottanta.

Ho avidamente letto l’articolo su “A”, scritto da Claudio Castellacci, e soprattutto ho potuto ammirare alcune foto tratte dallo stesso libro: ci mostrano un John Lennon a suo agio, rilassato, spesso nel bel mezzo del jet set, assieme ad altre rockstar quali Mick Jagger e Keith Moon. Ma la foto che più mi ha emozionato è di John con Paul McCartney, una foto scattata nel 1974 che vede i due ex Beatles serenamente stravaccati sulle sdraio in una villa affittata da Lennon a Santa Monica (USA). E’ proprio sul ricucito rapporto fra i due amici, rapporto presto rovinato dall’intervento di Yoko, che l’articolo di Castellacci mi ha più colpito. Ne riporto un brano: ‘Insomma, i 18 mesi raccontati in immagini in questo libro della memoria [“Instamatic Karma”] terminano il giorno in cui Yoko si rese conto che alla fine John stava cominciando, per la prima volta nella vita, a camminare con le sue gambe, a non farsi più trovare al telefono, a uscire da Los Angeles senza doverle dire dove sarebbe andato. Ma il segnale più preoccupante che la mise in allarme fu il fatto che John e May stavano per comprare casa insieme. Yoko giocò allora la carta del fumo. Già, perché Lennon fumava due pacchetti di Gauloises al giorno ed era affetto da un perenne mal di gola che lo infastidiva notevolmente. Yoko gli fece balenare la possibilità di aver trovato il rimedio perfetto: la cura dell’ipnosi.
E all’improvviso gli eventi precipitano. All’inizio del 1975 John e May sono a New York. Girano per gli Hamptons. Si preparano ad andare a New Orleans per registrare un disco con Paul e Linda McCartney [quello che sarebbe diventato “Venus And Mars”]. Vengono ospitati da Mick Jagger in una casa di Montauk che la rock star aveva affittato da Andy Warhol. In una delle loro scampagnate adocchiano una villa accanto al faro di proprietà del fotografo di moda Peter Beard e Lennon dice che è ora che mettano su casa insieme. Ma gli dei avevano deciso altrimenti’.

Altre interviste a May Pang che ho letto in passato confermano la stessa storia: in quel periodo di separazione da Yoko, John era artisticamente rinato, pubblicando due album, scrivendo e registrando nuovo materiale con Ringo Starr e collaborando con Mick Jagger, Elton John e David Bowie. Stava appunto per rimettersi in attività con Paul McCartney, quando John decise di tornare con la Ono, e di ritirarsi dalle scene per un lustro dopo che la coppia diede vita al loro unico figlio, Sean.

La lettura dell’articolo – che dipinge la Ono come una megèra plagiatrice e Lennon come un mezzo matto – fa dunque sorgere questo bell’interrogativo: se John avesse continuato la sua storia con May Pang, o comunque non fosse mai tornato assieme a Yoko, i Beatles si sarebbero rimessi insieme?

Storia affascinante, che non ci lascia altro che speculazioni. Il libro della Pang è almeno interessante perché ci mostra da vicino un John Lennon d’annata in piena rinascita musicale e artistica. Spero che il libro venga presto pubblicato anche nel mercato italiano.

– Mat

John Lennon, “Imagine”, 1971

john-lennon-imagine-album-immagine-pubblicaForse “Imagine” non sarà l’album più bello di John Lennon – io gli ho sempre preferito il precedente “John Lennon/Plastic Ono Band” – ma solo per il fatto di contenere la celeberrima Imagine, di sicuro la sua canzone più popolare e una delle più conosciute al mondo, rende di fatto quest’album almeno il più famoso nella discografia solista del Beatle.

Come in “John Lennon/Plastic Ono Band”, anche in “Imagine” il nostro si fece aiutare da un ex collega: se nell’album precedente figurava Ringo Starr, in questo è presente George Harrison, segno che John non riusciva ancora a staccarsi da un certo ambiente a da un certo tipo di suono. C’è da dire, tuttavia, che “Imagine” fu l’ultimo album registrato da Lennon nella nativa Inghilterra, prima di trasferirsi definitivamente negli Stati Uniti: lo stesso video di Imagine ce lo mostra al pianoforte a coda bianco, nella sua immensa magione di Tittenhurst Park. Da questo punto di vista, “Imagine” può considerarsi un album che chiude un ciclo iniziato nove anni prima coi Beatles.

Ora passiamo alle singole canzoni contenute nell’album, dieci in tutto, esaminandole brevemente una dopo l’altra…

1) Si comincia subito alla grande, con la stessa Imagine, un brano tanto semplice quanto emozionante che non ha certo bisogno di presentazioni. Credo che possa rientrare fra le dieci canzoni più famose al mondo… è anche una delle più reinterpretate dagli altri artisti e, molto probabilmente, una delle canzoni più amate dalla gente. Più che altro, Imagine è ormai un autentico pezzo di storia della musica.

2) Crippled Inside, che figura George Harrison al dobro, suona come uno scanzonato brano country, non troppo in linea con lo stile lennoniano. Resta comunque un piacevolissimo esercizio di stile che non guasta dopo le atmosfere tese (e a tratti lugubri) di “John Lennon/Plastic Ono Band”.

3) Jealous Guy, terzo brano in programma, è secondo me una delle più belle creature lennoniane mai messe su nastro, con o senza i Beatles. Risale comunque all’era dei Fab Four, giacché venne provinata diverse volte fra il maggio ’68 e il gennaio ’69, quando ancora si chiamava Child Of Nature. Ad un testo molto personale si unisce una musica dolce & malinconica, che fa di questa Jealous Guy una ballata indimenticabile e una delle cose più belle che io abbia mai sentito.

4-5) It’s So Hard è un aspro e monotono blues, appena appena ingentilito dal sax di King Curtis, mentre coi suoi sei minuti eppassa di durata, I Don’t Want To Be A Soldier è il brano più lungo dell’album. Veramente un po’ troppo lungo, dato che il pezzo – dall’arrangiamento caldo e pastoso, anch’esso arricchito dal sax di Curtis – è alquanto ripetitivo. Come s’intuisce fin dal suo titolo, questa canzone è antimilitarista, e vi partecipa nuovamente George Harrison, stavolta alla chitarra slide.

6) Sempre con George alla chitarra (la solista in questo caso), la dimessa e aspra Give Me Some Truth ci riporta alle sonorità scarne e disincantate dell’album precedente, quel “John Lennon/Plastic Ono Band” già citato più volte. Anni dopo, verso la fine del decennio, i Generation X di Billy Idol ne faranno una cover punkeggiante, ma questa è un’altra storia.

7) Oh My Love è invece una delicatissima ballata guidata dal piano, un pezzo davvero molto dolce, unica canzone di questo disco accreditata anche a Yoko Ono (per quanto pare che anche la stessa Imagine sia basata su una poesia giovanile scritta da Yoko…). In Oh My Love figura anche George Harrison, che tocca lievemente le corde di una chitarra acustica.

8) Lo strisciante e lamentoso rock di How Do You Sleep? è uno dei pezzi più dolorosi scritti da Lennon: è una dura frecciata contro Paul McCartney, in risposta alla sua Dear Friend (inclusa nell’album dei Wings “Wild Life”), accusandolo di non aver imparato nulla in questi anni e di aver fatto soltanto una cosa buona, cioè l’aver fatto Yesterday. In definitiva, John chiede a Paul come faccia a dormire la notte, e il tutto è forse ancora più significativo se si pensa che al brano partecipi anche George. Tuttavia, in seguito, Lennon avrà modo di ritrattare le sue accuse e di ricucire un rapporto decente con l’ex partner musicale.

9) La delicata e toccante How? è uno dei brani di quest’album che preferisco: piano, basso e batteria, il tutto abbellito da linee orchestrali, per un altro pezzo semplice e diretto, tipico dello stile più intimista di John Lennon.

10) La conclusiva Oh Yoko! è chiaramente un omaggio di John alla propria moglie, creando per l’occasione una dolce e ritmata melodia in chiave country. E’ una canzoncina facile facile ma suonata con gusto, perfetta per chiudere l’album su note di leggerezza.

Prodotto dallo stesso John Lennon con la moglie Yoko e il celeberrimo Phil Spector, “Imagine” riscosse subito un grande successo di pubblico (tanto per dire, si piazzò al primo posto della classifica americana…) e critica, quantomeno per essere l’album più accessibile e omogeneo nell’intera discografia solista del nostro. Un disco forse non perfetto ma memorabile. Questo sì.

– Mat

Pure la musica ha le sue leggende metropolitane

paul-is-dead-copertina-lifeSul mondo del pop-rock e sugli svariati protagonisti che lo compongono – vivi o morti che siano – se ne sono dette davvero di tutti i colori. Si contano così storie inventate, storie improbabili ma affascinanti, storie verosimili, storie verissime anche se difficili da credere, tutte accomunate comunque da quella voglia di rappresentare la musica e i suoi personaggi come un mondo mitico dove tutto è possibile.

Il più delle volte, a dire il vero, queste storie sono macabre o rasentano il macabro, come nel celebre caso ‘Paul is dead’. Si tratta di una delle leggende più note del rock: Paul McCartney sarebbe morto nel 1966 durante un terribile schianto automobilistico. Il resto dei Beatles avrebbe preso quindi un sostituto che, con una leggera ritoccatina chirurgica, avrebbe sostituito segretamente Paul. E’ una bufala pazzesca, ovviamente, anche se i numerosi ‘indizi’ relativi a questa morte sono suggestivi: riferimenti più o meno espliciti sull’ipotetica morte di Paul paiono trovarsi in numerosi brani beatlesiani, fra cui Yellow Submarine, Strawberry Fields Forever, With A Little Help From My Friends, Fixing A Hole, A Day In The Life, All You Need Is Love, Blue Jay Way, Don’t Pass Me By, I’m So Tired, While My Guitar Gently Weeps, Let It Be e di sicuro qualcun’altra che ora mi sfugge. Ulteriori riferimenti si trovano nelle copertine dei dischi e nelle foto riguardanti i Beatles nel periodo 1967-70: in particolare negli scatti fotografici riguardanti gli album “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” e “Abbey Road”. Per rendersene conto, basta cliccare su un qualsiasi motore di ricerca le parole ‘paul is dead’ e se ne vedranno delle belle. Tutte stronzate, ovviamente, Paul McCartney è ancora vivo & vegeto, ma soprattutto bisogna ricordare che tra il ’65 e il ’69 è stato il motore trainante dei Beatles durante la fase discografica più strepitosa dei Fab Four.

Un’altra leggenda riguarda la morte della rockstar per antonomasia, ovvero Elvis Presley, avvenuta nell’agosto 1977: pare però che nel 1981 l’FBI abbia intercettato e catalogato come autentica una telefonata fatta da Elvis a qualcuno. Pare inoltre che in pochissimi hanno visto il corpo di Elvis, anche se una schiera di fan è convinta che il proprio idolo sia stato rapito dagli alieni!

E che dire di Jim Morrison, l’istrionico leader dei Doors? Lui pure non sarebbe morto (o meglio, non sarebbe morto nel luglio 1971, nella sua vasca da bagno…), tanto che un giornalista parigino ha affermato d’averlo visto & intervistato più volte negli anni seguenti. Anche in questo caso, pare che siano in pochissimi ad aver visto il cadavere di Jim…

Un’altra leggenda narra d’una setta religiosa che ce l’ha a morte con le rockstar, in particolare odia, chissà poi perché, quelle che nel nome hanno una J: così, tra il 1969 e il 1971, vengono fatti fuori Brian Jones dei Rolling Stones, Janis Joplin, Jimi Hendrix, lo stesso Jim Morrison, più una tardiva parentesi nel 1980 con John Bonham dei Led Zeppelin e John Lennon. Che dire… suggestive coincidenze.

Altri miti circondano le morti violente dei rapper americani, tra i quali Notorius B.I.G., Tupac Shakur e Jam Master Jay dei Run DMC. E’ stata la mala? La casa discografica? Il produttore? Amanti gelose? Mariti traditi? Si è detto tutto e il contrario di tutto, con i mandanti ancora in giro mentre i dischi degli artisti scomparsi continuano a fruttare bei dollaroni ai loro eredi.

Anche la vita e la morte di quel gigante di Wolfgang Amadeus Mozart è attorniata da diverse leggende: in particolare, si dice che la sua morte, avvenuta nel dicembre 1791, sia stata architettata & commissionata dal compositore rivale Antonio Salieri, mentre Mozart era al lavoro sul suo celebre “Requiem”. Il bellissimo film di Milos Forman, “Amadeus” (consiglio di vederne il “Director’s Cut” del 2001) si fonda proprio su questa tesi. Facendo un salto di duecentotré anni e volando da Vienna a Seattle, scopriamo che pure la morte di Kurt Cobain è stata discussa con toni da chiacchiericcio complottistico. Si è detto che il suicidio del leader dei Nirvana altro non è che un omicidio bellebbuono… addirittura orchestrato dalla moglie, Courtney Love!

Una certa mole di chiacchiericcio riguarda la vita privata del compianto Freddie Mercury: era gay, si è sposato, ha avuto dei figli…? Quante storie: Freddie ha frequentato per anni Mary Austin, alla quale è stato sempre legatissimo, al punto da lasciarle la sua splendida villona al momento della morte e parte dell’eredità. Freddie era gay, questo sì, non si è mai sposato e non ha mai avuto dei bambini. Sempre a proposito di Mercury, negli anni Novanta si vociferava una sua presunta love story col celebre ballerino russo Rudolf Nureyev. Questi avrebbe dichiarato, all’indomani della scomparsa del leader dei Queen: ‘pioveva e io piangevo la morte del grande Freddie Mercury’. Pare che Nureyev scrivesse Eddie invece di Freddie nelle sue lettere indirizzate al cantante; qualcuno, ancora con gusto macabro, ha fatto notare che i due artisti sono morti a pochi anni di distanza l’uno dall’altro a causa della stessa malattia, l’AIDS.

Altre leggende sono invece decisamente più ingenue o addirittura comiche: lo sapevate che nel 1987, nel pieno d’una guerra legale per il nome Pink Floyd, Roger Waters si fece confezionare ben cento rotoli di carta igienica con la faccia di David Gilmour stampata su ogni strappo?! Chi può dirlo, potrebbe anche essere vero. E che dire della soffiata che Yoko Ono avrebbe fatto alla polizia giapponese per far arrestare Paul McCartney (ancora lui, poveraccio…) all’aeroporto di Tokyo nel 1980? Sembrano decisamente fondate, al contrario, queste altre dicerie: in alcuni dischi di Den Harrow e di Corona la voce che ascoltiamo non è quella dei due nomi in questione (ad esempio, in The Rhythm Of The Night, il celebre hit di Corona degli anni Novanta, era in realtà cantato da Jenny B.); Andrew Ridgley non facesse un benemerito ‘c’ durante l’incisione delle canzoni dei Wham!George Michael stava in studio mentre Andrew se ne andava a spasso sulle Ferrari!

Per quanto mi riguarda, le leggende che più mi appassionano sono le presunte collaborazioni musicali fra gli artisti più disparati e la genesi stessa di certi dischi e/o canzoni. Vediamo qualche caso: non è vero che Syd Barrett dei Pink Floyd partecipi a What’s The New Mary Jane dei Beatles ma non è infondato che a duettare con Michael Jackson (il quale, secondo un’altra nota leggenda, dormirebbe in una camera iperbarica per mantenersi giovane) in In The Closet vi sia Madonna (accreditata sull’album “Dangerous” come Mystery Girl… se ci fosse stato scritto Material Girl forse non avremmo avuto dubbi!). Pare che i brani più rappresentativi di Led Zeppelin e Queen, rispettivamente Stairway To Heaven e Bohemian Rhapsody, siano delle messe nere suonate al contrario. Premesso che non mi va di rovinare il mio giradischi, la mia puntina ma soprattuttto i miei amati elleppì, non potrei fregarmene di meno se quelle due fantastiche canzoni contengano dei messaggi inneggianti al demonio. Belle come sono, quelle due canzoni potrebbero anche contenere degli insulti verso di me… sarebbero belle lo stesso!! C’è chi sostiene, invece, che il testo di Angie dei Rolling Stones sia un inno d’amore verso Angela, all’epoca (il 1973) moglie di David Bowie: Mick Jagger e Keith Richards, gli autori, hanno smentito dicendo che si tratta della figlia di uno dei due, ora non ricordo di chi.

Ci sono di sicuro altre leggende & dicerie sul conto di molte rockstar e compositori classici: se ne conoscete delle altre potete aggiungerle fra i commenti.

(riadattamento d’un post del

John Lennon, “John Lennon/Plastic Ono Band”, 1970

john-lennon-plastic-ono-band-album-1970Spesso anche i fan beatlesiani più convinti hanno criticato a Paul McCartney l’incostanza di alcuni suoi dischi, cioè il fatto che accanto a grandi canzoni nello stesso album figurassero brani minori del tutto trascurabili. A mio modesto avviso non è che il ben più quotato John Lennon abbia fatto molto di meglio; tuttavia c’è almeno un album lennoniano che considero consistente nel vero senso del termine: “John Lennon/Plastic Ono Band”.

Pubblicato alla fine di quel fatidico 1970 che vide la conclusione della parabola artistica dei Beatles, “John Lennon/Plastic Ono Band” segna per il nostro un punto d’arrivo e un punto di partenza al contempo: la fine del periodo beatlesiano e degli ideali del 1967-68, l’inizio della sua carriera solista e la parallela presa di coscienza come artista impegnato per i diritti civili. Il John Lennon che il pubblico conoscerà negli anni Settanta sarà molto diverso dal gioviale componente dei Beatles negli anni Sessanta e la sua musica finirà col risentirne parecchio.

Questo è un album piuttosto scarno, dai testi duri, disillusi, molto autobiografici, per quello che è uno dei lavori più crudi e sinceri mai proposti da un musicista pop-rock. John Lennon non si fece infatti scrupoli ad esternare i suoi demoni e i suoi tormenti esistenziali, anche all’indomani della fine del mito Beatles: dopo che lui e Yoko Ono si sottoposero ad alcuni mesi di terapia primal scream condotta dal medico Arthur Janov, in modo da affrontare vecchi traumi infantili (soprattutto la prematura morte della madre, un tema che ricorre nel disco in questione), John tornò negli studi di Abbey Road nel settembre ’70 con pochi ma fidati amici – Ringo Starr (batteria), Klaus Voormann (basso), Billy Preston (piano) e la stessa Yoko – per produrre, assieme al celeberrimo Phil Spector, quello che ritengo essere il suo miglior album da solista.

Le undici canzoni contenute qui sono state messe su nastro in poche take, alcune praticamente in presa diretta, probabilmente come reazione da parte di Lennon all’esasperante perfezionismo dei grandi capolavori beatlesiani del periodo 1966-69. S’inizia in modo alquanto tetro, con delle campane che suonano a morto: poi entra l’aspro canto di John e l’implacabile e monotona batteria di Ringo per quella che è una rabbiosa e indimenticabile ballata, Mother. La ben più mite Hold On è invece una ballata dove John infonde coraggio a se stesso – ma anche a Yoko e al mondo intero – nel tenere duro e nel cercare di andare avanti; nonostante tutto, il tipico ottimismo beatlesiano sembra ancora intatto.

I Foud Out, dal ritmo più serrato e secco, figura un altro cantato aspro da parte di John, il quale annuncia che finalmente ha aperto gli occhi sulla realtà che lo circonda, citando anche un certo Paul. La nota Working Class Hero è una canzone acustica che figura il solo Lennon con la sua chitarra: su ipnotici accordi, John canta un testo duro e disincantato, memore dello stile di Bob Dylan ma al contempo così tipicamente lennoniano. Con Isolation ritroviamo un po’ di dolcezza in quella che è una canzone davvero memorabile, una delle mie preferite nel catalogo di John: una ballata pianistica, anch’essa così tipicamente lennoniana, forte di una bella melodia e d’un indimenticabile bridge (‘I don’t expect you / to understand’ / ecc…) che poi sarà ripreso per vari provini di Real Life.

Caratterizzata da un incalzante pianoforte quale principale strumento ritmico, Remember si segnala soprattutto per la bella prova vocale da parte del nostro. Le fa seguito la famosa Love, un brano tanto semplice quanto bellissimo, fra i pezzi lennoniani più amati di sempre, dolcissimo in tutta la sua delicatezza acustica. Da segnalare, in Love, l’unico contributo strumentale di Phil Spector a questo disco, accompagnando al piano John che suona la chitarra acustica.

La minacciosa Well Well Well è altro pezzo caratterizzato dal tono aspro e rabbioso della voce di John (sul finale diventa urlata, in una sorta di esercizio primal scream), col tutto sorretto abilmente dalla pestante batteria di Ringo e dal cupo basso di Klaus. Ritroviamo un altro momento di dolcezza con la placida Look At Me, sorella di Julia, brano dei Beatles datato 1968: scritte praticamente insieme, qui Lennon propone per la prima volta questa delicata e sentimentale ballata acustica.

Ed eccoci infine a God, della quale ho già parlato… per non ripetermi rimando a quel vecchio post… però questa è una signora canzone, come si può non parlarne?! Straordinaria, che altro dire… se amate i Beatles e non avete mai sentito God correte ad ascoltarla… vi sorprenderà!

La conclusione di “John Lennon/Plastic Ono Band” è però affidata alla breve ma triste My Mummy’s Dead, una lenta filastrocca acustica che suona lontana e gracchiante, come se fosse filtrata da una radio. Mi ha sempre colpito il fatto psicologico che il dolore assorbito da piccoli e rimosso dalla spensieratezza giovanile prima o poi torna dal fondo della coscienza per chiedere il conto, anche ad uno come John Lennon, che all’epoca aveva trentanni, aveva appena messo fine alla storia più bella dell’arte del Ventesimo secolo, i Beatles, era fresco sposo ed era ricchissimo.

– Mat

The Beatles, “Abbey Road”, 1969

the-beatles-abbey-road-immagine-pubblica-blogForse, e voglio rimarcare per bene il forse, “Abbey Road” è l’album migliore dei Beatles… non so se possa valere qualcosa ma è comunque il loro disco che ascolto più spesso.

L’ultimo album inciso dal celeberrimo quartetto inglese (anche se l’ultimo ad essere stato pubblicato fu “Let It Be”) iniziò a prender corpo ai Trident Studios di Londra il 22 febbraio 1969. S’iniziò con una nuova canzone di John Lennon, I Want You, una delle più suggestive dei Beatles che, secondo me, anticipa di dieci anni quel genere dark tanto caro agli inglesi dopo la sbornia punk alla fine degli anni Settanta.

Per giungere al risultato finale, tuttavia, le sessioni per I Want You si protrassero fino ad agosto, col brano che aveva assunto il titolo definitivo di I Want You (She’s So Heavy) e che durava la bellezza di oltre sette minuti, con tanto di rumore bianco (generato dal primo sintetizzatore ad essere usato nelle sessioni dei Beatles) ad intrufolarsi nel tenebroso arpeggio finale ad opera di George Harrison e dello stesso Lennon. Incisive parti d’organo ad opera di Billy Preston contribuiscono ad arricchire il già notevole risultato complessivo.

Nel frattempo altre canzoni presero corpo: il 25 febbraio, giorno del suo compleanno, George mise su nastro tre bellissimi demo acustici, ovvero Old Brown Shoe, All Things Must Pass e Something (è possibile ascoltarli su “Anthology 3”): solo quest’ultima venne lavorata dai Beatles per l’album “Abbey Road”, mentre la prima finì come lato B del prossimo singolo della band e la seconda divenne la title track del primo album post-Beatles di Harrison.

Nei giorni successivi, i nostri si presero una pausa per tentare di riordinare le precedenti sedute, quelle di “Get Back”, poi edito come “Let It Be” (ad aprile uscì il primo singolo estratto da questo materiale, Get Back / Don’t Let Me Down, che volò al 1° posto della classifica) ma, ormai stressati, i Beatles si separano per un po’. Ringo Starr iniziò quindi le riprese del film “The Magic Christian”, George andò all’estero, John sposò Yoko Ono, e Paul McCartney produsse altri artisti.

Le sessioni ripresero finalmente il 14 aprile allo Studio 3 degli EMI Studios di Londra, in Abbey Road per l’appunto: erano però presenti i soli John e Paul, per incidere un’impellente canzone con cui Lennon voleva denunciare le invasioni dei mass media nella sua vita privata. Il brano, chiamato appropriatamente The Ballad Of John And Yoko, si avvale quindi dei soli Lennon e McCartney alle voci e alla strumentazione; un risultato davvero notevole, pensato appositamente come lato A del prossimo singolo dei Beatles. I quattro si ritrovano comunque due giorni dopo, sempre allo Studio 3, per incidere quindi il lato B del singolo, la già citata Old Brown Shoe di George.

Diligenti & professionali come sempre, i Beatles mandarono avanti pure il nuovo album (anche se a quel punto non era ancora identificato dal titolo “Abbey Road”), lavorando sulla bellissima Something, sempre di George. Considerata da molti appassionati come la canzone più bella firmata da Harrison, la dolce e romantica Something rappresenta di certo uno dei vertici artistici dei Beatles per arrangiamento complessivo (bellissime le parti di basso e quelle orchestrali) e sentimento espresso.

Il 20 aprile si cominciò con un nuovo brano, stavolta ad opera di Paul, Oh! Darling: una bella canzone in stile doo-wop caratterizzata da un’urlante voce di McCartney. Sei giorni dopo e Ringo pure presentò una sua canzone, la scanzonata e divertente Octopus’s Garden, una sorta di Yellow Submarine in chiave country, mentre a fine mese si sovraincisero alcune parti di quello che doveva essere il secondo singolo tratto dal materiale di “Get Back”, ovvero Let It Be / You Know My Name. Ma anche qui le cose non sembrarono andare per il verso giusto e i Beatles tornarono a dedicarsi ai nuovi brani.

Un’altra nuova canzone venne introdotta da Paul il 6 maggio, la commovente You Never Give Me Your Money: un pezzo a dir poco superbo, senza dubbio fra i migliori dei Beatles, la testimonianza palese che McCartney vedeva il futuro più chiaramente degli altri, tanto che alle stesse conclusioni John sarebbe arrivato soltanto un anno dopo, nel suo “John Lennon/Plastic Ono Band”. Seguono quindi altri lavori infruttuosi per “Get Back” e più concretamente la pubblicazione del singolo The Ballad Of John And Yoko / Old Brown Shoe, il quale volò anch’esso al 1° posto della classifica inglese.

Altra grande prova di Paul, che il 2 luglio incise col gruppo la sua Golden Slumbers/Carry That Weight, un’altra stupenda e memorabile canzone che il bassista ha regalato ai Beatles (sia Golden Slumbers che You Never Give Me Your Money condividono lo stesso tema – la fine di quell’avventura straordinaria chiamata Beatles – e parte della musica, tanto commovente quanto maestosa). Poi, quasi per scherzo, Paul registrò in solitaria l’acustica Her Majesty che sarà collocata casualmente in chiusura di “Abbey Road”.

Il 7 luglio George presentò la gentile e ottimistica Here Comes The Sun, mentre due giorni dopo Paul introdusse la grottesca Maxwell’s Silver Hammer: se la prima è un’altra delle opere più memorabili di Harrison, tanto spensierata quanto deliziosa, la seconda è una delle canzoni meno amate (anche da Lennon) composte da McCartney, soprattutto per via del suo testo disturbante.

In quel periodo John Lennon ebbe un incidente automobilistico, avvenuto mentre scorrazzava in famiglia per la Scozia, che lo costrinse al ricovero: tornò in studio il giorno 21 con un classico dei Beatles, Come Together. Il brano, che comunque è una scopiazzatura di You Can’t Catch Me del grande Chuck Berry, è molto potente – anche se decisamente tenebroso – e verrà scelto come canzone d’apertura dell’album. Se si pensa a ciò che è accaduto a John l’8 dicembre 1980, è ancora inquietante sentirlo sussurrare ‘shoot me’ in alcuni punti di Come Together… è anche vero, d’altra parte, che il verbo ‘to shoot’ in slang inglese è un riferimento alla droga e in quel periodo John stava sperimentando l’eroina.

Terminata questa prima fase d’incisioni, Paul ebbe una (ennesima) idea: creare un medley che potesse riempire l’intera facciata B dell’album. Ciò diede l’opportunità ai Beatles di liberarsi di alcuni frammenti di vecchie canzoni che non erano state completate e di legarli fra di essi: da qui i brani Sun King (disteso e sonnacchioso), Mean Mr. Mustard (memore delle sonorità di “Sgt. Pepper”), Polythene Pam (nervoso e sarcastico), She Came In Through The Bathroom Window (disteso e sicuro di sè) e, come gran chiusura, l’apposita The End (brano decisamente progressivo, perlopiù strumentale, con tanto di unico assolo batteristico di Ringo in tutta la sua carriera beatlesiana) ad opera del solito Paul. Il 1° agosto, tuttavia, John introdusse una nuova canzone, la corale ma tetra Because, dopo la quale i Beatles tornarono a perfezionare e raffinare i lavori per l’album, avvalendosi per la prima volta anche del sintetizzatore al quale ho accennato sopra. Suonato alternativamente da George, John e Paul, quest’ultimo e innovativo strumento elettronico compare sempre in modo calibrato e funzionale tra le canzoni, senza mai stravolgere l’autenticità delle stesse.

Il produttore storico dei Beatles, George Martin, si occupava nel frattempo delle dovute partiture orchestrali, anche queste sempre ben mirate e mai invasive sugli arrangiamenti originali. Insomma, con “Abbey Road”, stiamo parlando pur sempre d’un capolavoro.

Il tutto, fra incisioni vere e proprie, ritocchi & ripensamenti, tagli e missaggi, terminò il 25 agosto, dopodiché i Beatles andarono a farsi la storica passeggiata sulle strisce pedonali davanti agli Abbey Road Studios per la copertina del disco. Disco che venne pubblicato il 26 settembre 1969 dalla Apple/EMI, che riscosse il solito enorme successo mondiale e che, giustamente, viene oggi considerato una pietra miliare nella storia del rock. Forse, e ripeto il forse, l’album migliore dei Beatles.

Il giorno 9/9/09 è stato ristampato tutto il catalogo beatlesiano, fra cui ovviamente anche “Abbey Road”, in una versione Digital Remaster notevolmente più nitida e pulita per quanto riguarda l’audio.

– Mat

John Lennon, “God”, 1970

john-lennon-plastic-ono-band-album-1970Ci sono canzoni che parlano di dolore. Canzoni che, dopo aver affrontato il dolore, vanno oltre tale soglia. Cercano la via della redenzione, della liberazione. Alla ricerca di un luogo in cui non necessariamente bisogna essere felici, ma un luogo in cui si può finalmente essere se stessi.

Una di queste canzoni è God, il brano più impressionante fra quelli inclusi in “John Lennon/Plastic Ono Band” (1970), il primo album post-Beatles di John Lennon. Il disco in questione, per la verità, meriterebbe un post tutto suo (e la cosa si concretizzerà nelle prossime settimane), ma per ora passiamo a questa stupenda ed indimenticabile canzone. Alla sua parte testuale, in particolare.

God inizia con un’affermazione di principio, secondo cui ‘Dio è un concetto attraverso il quale misuriamo il nostro dolore’. Lennon scandisce perfettamente le parole, così come tutte le altre del testo, anzi, ripete due volte quest’affermazione iniziale. Poi, con una sequenza mozzafiato, passa ad elencare le cose e le persone nelle quali non crede o ha smesso di credere, fino all’imprevisto…

E così John Lennon dice di non credere alla magia,
di non credere all’I-ching,
di non credere alla Bibbia,
di non credere ai tarocchi,
di non credere a Adolf Hitler,
di non credere a Gesù Cristo,
di non credere a John F. Kennedy,
di non credere a Budda,
di non credere al mantra,
di non credere alla Gita,
di non credere allo yoga,
di non credere ai sovrani,
di non credere a Elvis Presley,
di non credere a Bob Dylan (è significativo il fatto che John ne canti il vero cognome, Zimmerman, forse volendo far intendere che non crede più al celebre menestrello americano in quanto uomo e non in quanto artista).

E poi il colpo finale, inaspettato per tutti i fan dei Beatles… John Lennon dice di non credere agli stessi Beatles! La canzone ha quindi una pausa di sospensione, come a voler dare maggior risalto a queste ultime parole.

Successivamente, John dice infine di credere soltanto a se stesso, e a Yoko Ono, all’epoca sua seconda moglie. A questo punto il tono si addolcisce, con John che afferma che il sogno è finito. E qui il riferimento è ancora ai Beatles: ‘ero il tricheco [da I Am The Walrus] ma adesso sono John / e quindi, cari amici / dovete solo andare avanti / il sogno è finito’.

Una canzone davvero commovente, God. Indimenticabile per ogni vero appassionato dei Beatles, un lento blues con una bella prova di Billy Preston al piano, sorretta magistralmente da Ringo Starr alla batteria. Il tutto suona come un lucido requiem alla parabola umana e artistica dei Beatles.